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Una storia di Intertwine

Questa storia è presente nel magazine Domande e Risposte sullo Storytelling

Come scrivere di sé? Risponde Emiliano Poddi

Consigli e spunti di riflessione nella nuova intervista collaborativa di Intertwine

657 visualizzazioni

6 minuti

Pubblicato il 18 ottobre 2018 in Giornalismo

Tags: #emilianopoddi #intervista #scrivere

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La questione della scrittura a sfondo autobiografico è una delle più affascinanti, ma anche spinose, dello storytelling. Per affrontarla, abbiamo circoscritto il territorio: escludendo il diario e l’autobiografia, ci siamo concentrati su storie nate da episodi personali per capire in che modo sia possibile trasformare il materiale di vita in elemento narrativo. Cinque libri ci hanno dato indicazioni utili per arrivare a scrivere di sé.

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Alcune domande, però, sono rimaste in sospeso... Fino a ora! Emiliano Poddi, autore del primo romanzo che abbiamo preso in esame, Le vittorie imperfette, risponde alle domande della nostra community sul tema. Leggendole, troverete una serie di esempi e consigli a prova di storyteller: in quale persona scrivere, il lavoro della memoria e del punto di vista, il complesso rapporto tra verità e finzione letteraria, il patto col lettore… Vere e proprie perle, preziose quanto la partecipazione di Emiliano Poddi a questa iniziativa: grazie Emiliano!

Emiliano Poddi
Emiliano Poddi

A ogni domanda la risposta di Emiliano Poddi

Nel Romanzo che ho scritto sulla vita di mia madre e la mia, in cui mi sono avventurata senza conoscenze specifiche, ho usato la seconda persona, quasi a raccontare a mia madre ciò che abbiamo vissuto: è scorretto?


No, non è scorretto. In genere questo tipo di seconda persona si usa per instaurare un dialogo più intimo con l’interlocutore, in questo caso la madre di chi racconta la storia. Il principio non è tanto diverso da quello del romanzo epistolare, in cui ci si rivolge al destinatario della lettera e nel contempo, ovviamente, anche al lettore. Quando l’operazione riesce, il lettore ha l’impressione di essere messo a parte di un segreto, di una confessione – qualcosa di molto personale che riguarda i personaggi della storia ma che finisce col riguardare tutti.

Una storia, seppur fortemente autobiografica, necessita comunque di un lavoro di "filtro", immaginazione, o al contrario, se scritta nel modo giusto, può essere riproposta come corrispondente esattamente alla realtà?


Credo che, anche volendo, sia impossibile riprodurre esattamente la realtà in una storia. Già la memoria è un filtro rispetto alla realtà. Un ulteriore filtro è il punto di vista: a seconda di quello che si sceglie, la storia cambia radicalmente prospettiva e a volte anche senso. Nel suo romanzo “Fare scene” Domenico Starnone scrive:


“Sono fatti veri che hanno urgente bisogno di diventare finti

per diffondere al meglio la propria verità”.


Ciò che importa è conservare la verità dei fatti, il loro senso più profondo, e per ottenere questo risultato è necessario “fingerli”, nel senso etimologico del termine. Fingere, in latino, vuol dire plasmare.

In genere nei miei racconti ho sempre usato la terza persona e ho inventato personaggi con caratteristiche molto differenti dalle mie anche se gli eventi narrati riferivano esperienze personali. Ecco mi chiedevo se è giusto staccarsi da se stessi oppure a volte bisogna lasciarsi andare?


Penso che i due gesti – staccarsi da sé e lasciarsi andare – non siano incompatibili, tutt’altro. Direi che chi racconta una storia cerca sempre di mettersi nelle migliori condizioni per lasciarsi andare, per scrivere – e qui cito ancora Starnone – con impudenza e con imprudenza. Molto spesso, mettersi nelle migliori condizioni significa proprio staccarsi dai dati di partenza, osservarsi da fuori, dar vita a personaggi che sono altro da noi ma al tempo stesso siamo noi. È un esercizio di equilibrismo: bisogna allontanarsi quel tanto che ci permetta di raccontare noi stessi.

Ogni sé può essere campione dell'intera umanità... Mi chiedevo quanta onestà a se stessi debba trasparire e quanta " finzione " debba sovrapporsi all'autenticità della vita?


Per quanto ho detto sopra, per me la finzione non è qualcosa che si sovrappone all’autenticità della vita o che addirittura la distorce. La finzione è proprio ciò che ci permette di raggiungere quella autenticità, e dunque, in definitiva, di essere onesti con noi stessi. Non ricordo più quale scrittrice diceva che raccontando fedelmente i fatti così come sono accaduti, si finisce con il fare un torto sia ai fatti sia al racconto; ai fatti, perché non appariranno così veri come ci si era ripromessi; e al racconto, perché non funzionerà.

L’immaginazione può allora apportare quelle modifiche non invasive nella descrizione di una persona conosciuta, di un luogo o di un episodio della nostra vita. Ma allora possiamo ancora parlare di biografia?


Dipende dal patto con il lettore. Se scrivo una biografia, mettiamo, su JFK, ovviamente non posso inventare di sana pianta fatti non documentati. Se invece scrivo un romanzo ispirato alla vita di JFK, direi che il mio compito è proprio quello di riempire con la mia immaginazione i buchi della documentazione. A cosa stava pensando JFK mentre sentiva risuonare l’eco del primo sparo a Dallas? Ha detto qualcosa a Jackie? Ha capito subito di essere in pericolo? In una biografia posso tentare di rispondere a queste domande ricorrendo alle testimonianze di chi era lì; in un romanzo posso guardare il filmino di Zapruder e immaginarmi cosa stesse succedendo nella testa di JFK.

Mi pare che molto abbia a che fare con la distanza che si riesce a mantenere nei confronti di certe esperienze personali. E allora mi domando: per chi è alle prime armi dello storytelling, può aiutare scrivere in terza persona invece che in prima?


Sì, può aiutare. Così come può essere utile cambiare nome e a volte addirittura sesso. E non è solo una questione di distanza, a mio parere. C’entra anche, nello scegliere la terza invece che la prima persona, il desiderio di rendere più oggettivo e concreto il racconto. Spesso la prima persona si porta dietro come riflesso involontario la tendenza a restare nella sfera mentale, a dire continuamente “io penso”, mentre con la terza persona viene più naturale mettere in scena il personaggio, farlo agire e interagire con altri personaggi

Vorrei chiedere a Emiliano Poddi se lo svolgimento, così particolare, del suo romanzo lo ha avuto in mente fin dall’inizio oppure lo ha trovato strada scrivendo… E in questo, quanto è dipeso dal lavoro fatto sulla propria storia e sulla vicenda “storica”?


L’ho trovato strada scrivendo. All’inizio sapevo che una delle questioni da risolvere era: che c’entra un brindisino nato nel ’75 (io) con una partita giocata a Monaco nel ’72 (Usa-Urss, finale olimpica di basket)? Il romanzo è, per certi versi, la risposta a questa domanda, il mio tentativo di colmare questa distanza spazio-temporale. Quello che non sapevo, e che ho scoperto appunto scrivendo, è che la mia storia personale e quella di Monaco si sarebbero intrecciate fin dall’inizio, fin dal primo capitolo, e che avrebbero continuato a intersecarsi per tutto il romanzo. Un’altra cosa che ho scoperto scrivendo è che la partita sarebbe stata raccontata solo alla fine, mentre la prima parte del romanzo sarebbe stata occupata dagli avvenimenti passati e futuri, dalle premesse della partita e dalle sue conseguenze. A proposito di finzione: plasmare il tempo, farlo scorrere in modo diverso rispetto alla realtà, è forse la libertà più grande che offre la scrittura.

Appuntamento alla prossima intervista collaborativa!

Avete già preso carta e penna reale o virtuale per mettervi all’opera seguendo le indicazioni di Emiliano Poddi? Allora non resta che condividere le vostre nuove storie a sfondo autobiografico su Intertwine! Quanto a noi, l’appuntamento è al prossimo tema caldo di storytelling sul quale poter esprimere dubbi, incertezze e domande che andranno a comporre la nostra nuova intervista collaborativa.

Continuate a seguirci nella nostra community e sui nostri social per rimanere aggiornati.


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