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Una storia di Nightafter019

L'ascensore

Era il diavolo fatto femmina quella donna.

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19 minuti

Pubblicato il 29 giugno 2019 in Erotici

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Il tempo scorreva con esasperante lentezza in quel buio soffocante.

Ogni tanto mettevo mano all'accendino e guardavo l'ora: ne erano già trascorse due, da quando eravamo rimasti bloccati in quel cazzo di ascensore.

L'energia elettrica non tornava e questo era un fatto strano.

Di norma queste interruzioni in rete, non duravano oltre i trenta minuti. Probabile che un relè o un fusibile, andati in malora per lo sbalzo di tensione, impedissero la ripartenza della cabina.

Era un pomeriggio di sabato a fine luglio, tempo di presentazione di collezioni: ai primi di settembre incombevano i saloni della moda, periodo di lavoro concitato, prima della pausa estiva.

Fuori, per strada, faceva un caldo africano e dentro quella scatola ferma nel vuoto, senza aria condizionata, anche.

La Signetti e io avevamo lavorato in straordinario fino alle 13,30. Eravamo stati gli ultimi a lasciare l'ufficio e salire su quell'ascensore prima del blackout: l'edificio era ormai deserto e noi completamente soli.

Rassegnati, sudati, sedevamo al pavimento in quel silenzio statico, immersi in un buio in cui non ci vedevi neppure a bestemmiare.

La moquette ruvida e pungente puzzava di polvere e faceva venire da grattarsi in tutto il corpo.

Tra noi era sceso un silenzio corrucciato, cresceva l'idea che quella rogna non si sarebbe risolta in fretta, inoltre, iniziavo a sentire un fastidioso bisogno di svuotare la vescica.

Faceva un caldo porco e si boccheggiava.

Oltre all'oscurità, la temperatura micidiale e la rottura dicoglioni, c'era poi il profumo di lei che, amplificato dalla traspirazione, aveva saturato l'aria della cabina.

Un effluvio insinuante, ruffiano, creato perfidamente per mettere in tumulto i sensi di un uomo.

Uno di quei profumi raffinati, da ricca, quelli che sentivi addosso a donne di classe, nelle caffetterie eleganti o nei ristoranti "stellati" del centro.

Mi irritavano quelle fragranze che sapevano di lusso e arroganza: un terzo di essenza profumata e il resto feromoni allo stato puro.

Vere trappole olfattive, create per risvegliare gli istinti bassi del maschio: come avveniva nelle piante carnivore che, con un seducente aroma attiravano insetti per cibarsene, nella loro bocca vorace.

Con un'amenità, decisi di rompere quel silenzio che ci divideva come un muro ostile.

- Non sente appetito Signetti? Io ho un vuoto cosmico nello stomaco. -

- Mah! Lasci perdere Martini, ora come ora, non manderei giù neppure un chicco di riso. Mi andrebbe invece un caffè. Ma qui, meglio non pensarci. -

- Non dica niente! Darei un mese di stipendio per una sigaretta – Sospirai – Meglio davvero non pensarci. -

Lei sbuffò piano, avvertì che cambiava posizione alle gambe, distendendole.

- Non mi spiego perché non vengano ancora a cercarci? -

- Troppo presto. - Risposi - Se pure fossimo usciti dall'ufficio puntuali, con questo traffico, non sarebbero bastati tre quarti d'ora per giungere a casa. Senza tenere conto della ricerca di parcheggio poi. -

- Vero Martini, ma sarebbe un'ora e poco più. Qui di tempo, ormai, ne è passato una cosa che va bene. -

- Certo! Ma sa meglio di me che in questo periodo, sovente ci si ferma per un'urgenza

ben oltre l'orario, senza avvisare casa. Quindi non si saranno certo allarmati del nostro ritardo. -

- Ha ragione, inoltre, mio marito nel pomeriggio aveva una partita a golf con amici. Quindi fino a questa sera non sentirà certo la mia mancanza. -

La conversazione si spense. Le parole stentavano a venire in quell'atmosfera densa di umidità e insofferenza.

Restavano il fastidio per la sfiga subita, il sudore che inzuppava la camicia, il bisogno crescente di pisciare e il disagio della Signetti per compagnia.

Nervosamente pensavo che nel 1985, con lo Space Shuttle che andava e veniva dallo spazio come un autobus cittadino, fosse incredibile restare bloccati in un ascensore, all'interno di un edificio deserto, per mancanza di elettricità.

In questo paese si era in ritardo su tutto: esistevano già sistemi di telefonia cellulare nel Regno Unito, in Scandinavia, in Giappone, in vaste aree degli Stati Uniti e in una moltitudine di altri posti. La gente poteva chiamare dal proprio telefonino, in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo, in caso di necessità, un centralino dei vigli urbani, dei pompieri o della polizia.

Insomma, in un paese civile, al massimo in mezz'ora, sarebbero usciti da quel bagno turco, oscuro e puzzolente.

Poi il colmo: fra le oltre cento persone dell'azienda, trovarsi recluso, in quello spazio angusto, proprio con la Signetti. Una empatica come un herpes genitale. Fanculo va!

Lei era la "Segretaria di direzione" e a interim, copriva la funzione di "Responsabile delle risorse umane". Una sorta di eminenza grigia in gonnella, insomma.

In verità era anche una donna assai attraente: Laurea "bocconiana"a pieni voti, master in Gestione Aziendale alla Oxford Brookes University Businnes School, svariati corsi di management, marketing e macro-economia.

In sostanza, un numero tale di credenziali che ci andava un biglietto da visita lungo quanto un lenzuolo, per elencarle tutte.

Una vera corazzata, non c'era in azienda un solo uomo che le stesse al passo: già si parlava di lei come della futura candidata alla"Direzione generale".

Prossima ai trentacinque anni, coscia lunga su tacco dodici, vestiva raffinati tailleur blu notte o grigio piombo. Una costante era di portare camicette con i primi due bottoni aperti: giusto da lasciare in vista il filo di perle e un triangolo di reggiseno su due tette a prova di gravità.

Sapeva trattarsi bene la ragazza, roba fine, indubbiamente lingerie da boutique: forse La Perla o Victoria's Secret.

Gli occhi chiari suggerivano un distacco affine alla crudeltà.

Era sicuramente affascinante, di quel fascino oscuro, da dark lady dei film noir anni '40, possedeva l'eleganza fluida e micidiale di un black mamba.

La sentì muovere: lo scatto metallico di una chiusura meccanica, indicò che stava cercando qualcosa all'interno della borsetta.

- Le va una salvietta profumata per il viso, Martini? -

Un aroma di aloè vera si diffuse all'intorno, ne presi a tentoni un paio dalla confezione e la ringraziai.

Ci frizionai viso e collo, anche lei faceva lo stesso.

- Lo cosa che più mi rende nervosa è l'inattività forzata. Odio sprecare il tempo, Martini. Nel pomeriggio, ero tentata di continuare il lavoro fino alle sedici, poi di recarmi in centro per un aperitivo. Lo avessi fatto ora non sarei bloccata qui. -

- La capisco: io fossi stato meno zelante e attaccato al bene aziendale, ora sarei a bagno, in riva allo stabilimento Moana di Finale Ligure. -

Il raffronto non dovette piacergli, perché il silenzio tornò ad avvolgerci, cupo come un sudario.

Lei era la depositaria di tutti i segreti aziendali: il suo compito, che le fosse stato conferito segretamente o che lo avesse assunto da sé, non terminava nel disbrigo delle sue mansioni ufficiali, di fatto era l'occhio immanente della proprietà, calato nella vita aziendale.

Nulla di ciò che avveniva nel dedalo degli open space, poteva sfuggire alla sua conoscenza.

Girava leggenda che neppure nel chiuso dei bagni si fosse invisibili allo scandaglio del suo sguardo.

Qualcuno, nei servizi degli uomini, aveva scritto: "Centra la tazza! Dio non ti guarda, ma la Signetti si." Ovviamente era una burla, ma i dipendenti che per bisogno si recavano lì, pare lo facessero con una certa sensazione di disagio.

Trascorse altro tempo, scandito dai nostri respiri pesanti in quel silenzio cieco e torrido. Azionai nuovamente l'accendino: erano le 18.37, la mia necessità di orinare cresceva in modo esponenziale.

Nel bagliore dell'accendino il suo viso, imperlato di sudore, assumeva le fattezze di una maschera tragica del kabuki.

Tutti ne avevano più timore che rispetto, nutrendo verso di lei pensieri malevoli. Malignamente, si insinuava che tale potere gli derivasse da certe lunghe permanenze, fuori orario, nell'ufficio di presidenza, in intimo colloquio col grande boss.

Lei non si curava di maldicenze e dicerie, era superiore. Disprezzava quei paria ipocriti, che simulavano grande impegno lavorativo, mostrandosi ossequiosi al suo passaggio. Squallidi impiegati, in perenne rapporto simbiotico con le poltrone, da cui staccavano le natiche solo per trascinarsi al distributore di caffè nel corridoio.

Del malanimo che le aleggiava intorno non mostrava di soffrirne, anzi, pareva trarne un fluido energetico, un'ulteriore forza, che la rendevano più potente e temibile.

Non stava, ovviamente, nelle mie simpatie, del resto ero certo che la cosa fosse reciproca. In realtà, non mi fregava nulla del come facesse carriera. Erano cazzi suoi, se era arrivata dove stava per meriti di lavoro o aprendo le cosce al Presidente.

La cosa mi era del tutto indifferente: io la detestavo per ben altro.

Non avevo dimenticato che anni prima, al suo debutto aziendale, era stata l'artefice della cacciata di Agnese dalla nostra ditta.

Lo aveva fatto con una porcata chiamata: "Razionalizzazione delle risorse umane". Una formula, nel moderno linguaggio manageriale, per indicare una pesante ristrutturazione aziendale, brutali tagli di budget e di personale.

Aveva tolto il pane, con la facilità di una flatulenza, a una trentina di padri di famiglia, gettandoli in strada e nella disperazione.

Furono giorni di terrore palpabile: ogni mattina ci si chiedeva chi sarebbe stato il prossimo a cadere sotto la falce della Signetti. Cercavi negli occhi del tuo vicino lo sconforto di una di quelle lettere di licenziamento, ed egoisticamente pregavi che toccasse a lui.

Agnese, chiusa in macchina nel parcheggio aziendale, con la lettera in mano e il viso stravolto di pianto, era rimasta dentro me come una ferita mai rimarginata.

Agnese, sola al mondo col suo bambino da crescere, travolta da quella notifica breve e formale in corpo dieci, con l'universo che le rovinava addosso in quella mattina.

Io di lei ero innamorato e non g++++++++++++++++++++lielo avevo mai detto. Ero sposato, cosa mai avrei potuto offrirle se non una storia misera e colorata di squallore? Solo menzogne e rimorsi, da consumare in qualche motel della tangenziale o alberghetto nascosto della prima collina. Meglio tacere. Meglio soffrire da soli che generare altro dolore.

Signetti cambiò ancora posizione e le sfuggì un gemito.

- Lei non sente dei crampi alle gambe Martini? -

- E' il caldo Signetti, provi a mettersi in piedi e batta con forza i talloni al pavimento, dovrebbero passare. -

La senti fare ciò che avevo suggerito: gemeva a ogni botta di tallone.

- Wow! Funziona! - esclamò con sollievo. – Va molto meglio, grazie. -

- Si figuri, è un trucco del nostro massaggiatore di calcetto, è molto efficace con questo genere di crampi. -

- Ah! Lei gioca a calcetto Martini? Uhmm... Non sapevo fosse uno sportivo. -

- Niente di che, qualche amichevole con amici, una o due volte al mese, nulla di serio, mi creda. -

-Bèh! Non faccia il modesto, a pensarci avevo notato un portamento atletico. -

-Ma no, che dice. Cerco solo di non diventare decrepito prima del tempo. Anche lei, del resto, si tiene in ottima forma. -

- Si, faccio palestra, massaggi e piscina tre volte alla settimana: mi piace sentirmi dinamica. Mi creda: niente come l'inattività mi rende nevrastenica. -

Certo, mi venne da pensare: qui non c'è nessuno da licenziare o a cui fare un servizietto in Ufficio di Presidenza. La stanchezza e la temperatura mi rendevano cinico fino alla misoginia.

Rivoli di sudore mi correvano lungo la schiena, la camicia era fradicia: l'avrei potuta strizzare e stendere su un filo con due mollette.

- Mi scusi Signetti, ma devo levarmi la camicia. Perdonerà la poca eleganza del gesto, ma non riesco più a tenerla su, bagnata così. -

- Tranquillo Martini, faccia pure. Non mi formalizzo. Del resto, per quello che si vede qui dentro, fossimo anche nudi, chi mai se ne accorgerebbe? Anzi sa che le dico? Sto morendo dal caldo. - Emise un sospiro di sfinimento. - Data la situazione ci concediamo qualche libertà: quindi, se permette, mi alleggerisco anch'io. -

Gli occhi, in quelle tenebre, coglievano solo l'impronta nera della sua sagoma: stava sbottonando il vestito, altri fruscii lasciavano intuire che stesse sfilando le braccia dall'abito. Alla fine si fermò, poggiando le spalle denudate alla parete di specchio dietro noi.

L'idea che fosse rimasta col solo il reggiseno, mi procurò un innegabile turbamento.

È singolare come il nostro corpo reagisca in maniera del tutto incontrollata anche nelle situazioni più paradossali. Nonostante la situazione, l'idea lei, mezzo nuda in quel buio, mi creò un certo rimescolio fisico: il sangue accelerò le pulsazioni e mio malgrado subì un'erezione.

Mi sentivo in colpa senza ragione, con un riflesso irrazionale, coprì l'inguine con le mani, grato all'oscurità che celava l'imbarazzo e il resto.

- Cosa c'è Martini, è nervoso? - C'era una nota divertita nella sua voce.

Quella donna aveva una sensibilità diabolica, di certo aveva percepito una variazione del mio umore.

- Nulla Signetti, è solo questo maledetto caldo.- Temevo udisse le pulsazioni rapide nel mio petto, o mi leggesse nel pensiero.

- Si, Martini, fa troppo caldo. Non nascondo che sarei tentata di spogliarmi del tutto.-

Il suo profumo mi stordiva, quelle parole bloccarono la mia salivazione. Restai muto a boccheggiare come un pesce scalzato dall'acqua.

- Ma non abbia timore, non lo farò, non vorrei scandalizzarla. -

Seguì una scrosciante risata: la stronza trovava spassoso il mio turbamento.

- Ma si figuri Signetti. Se vuole lo faccia, non sarò certo io a scandalizzarmi. -

La voce suonava incerta, dovetti tossire per schiarirla.

- Anzi, per non crearle imbarazzo, se crede, mi volto dall'altra parte. -

- Ahahah!... - Una nuova fragorosa risata.

- Non sia ridicolo. Sembriamo immersi nell'inchiostro. Mica avrà agli infrarossi nello sguardo o ci vede di notte come i gatti? Questa si, che sarebbe una bella sorpresa. -

- Ma no, dicevo per dire... - Altro colpo di tosse.

- Quindi non si scandalizza, giusto? Del resto, un uomo navigato come lei, volevo ben dire.- Era ironica, stava giocando.

- La trovo riservato e galante sa? Un vero gentlemen d'altri tempi, direi.

Continuava a giocare, quella provocazione, quel leggero sfottò la stavano divertendo. Non ne capivo però il motivo: forse il caldo e quella strana situazione davano alla testa.

- Come mai è sempre così controllato Martini? Altri, con una donna seminuda al fianco e questo buio... Bèh, forse non terrebbero lo stesso distacco. -

Potevo immaginare l'aria beffarda che certamente aveva in volto.

- Non è che alle volte, mi sarà un po' timido con le donne? -

Cazzo! Che stronza. Eravamo alla presa per il culo più esplicita.

- Boh? Signetti, in fondo non è poi diverso dal trovarsi spogliati in spiaggia al mare. Giusto, no?. -

Cercavo di non raccogliere la sua provocazione, alleggerendo il discorso.

- In spiaggia al mare?...Ahaha! Già mi figuro a giocare con secchiello, paletta e formine. Questa è forte davvero! -

- Via, andiamo. Se ci riflette un po', nella sostanza cosa cambia?. –

- Martini, lei mi sorprende sa? Oltre che sportivo è anche filosofo. Doveva succedere questa seccatura perché lo scoprissi. Chissà quante altre cose sorprendenti cela sotto quell'aria imperturbabile.-

Nel parlare, si era fatta più vicina. Lo sentivo del tepore al mio fianco.

- Quindi l'idea di noi due, qui, privi di vestiti, soli al buio... Questo la lascia indifferente? -

Sussurrava. Un tono suadente. Più bollente dell'atmosfera in cui stavamo immersi.

- Si! Cioè, no. Nel senso, ecco, volevo dire: lei è una gran bella donna. Davvero, mi creda. Ma è che io... Ho il massimo rispetto...Insomma intendevo dire... -

Esprimermi in maniera sensata, diveniva un'impresa. Sedevo su un tappetto di carboni ardenti: ero nel pallone.

- Peccato. Sa? Pensavo ci fosse un po' di simpatia tra noi. Magari non proprio confidenza. Ma che non le fossi completamente indifferente. Sbagliavo, vero Martini? - Ora il tono pareva deluso, spiaciuto..

- Ma no! Che dice Signetti? Non mi è indifferente. Ripeto: è una donna splendida. Ma ho sempre guardato a lei come a una collega. Anzi un mio superiore, un dirigente. -

- Via Martini, che dice? Siamo alla fine del secondo millennio. C'è stata la Rivoluzione francese e quella d'Ottobre. Abbiamo da anni lo Statuto dei Lavoratori e le relazioni sindacali. Lei pare ragionare ancora con categorie di un secolo fa. Qui, non ci sono superiori né dirigenti, ma solo noi due. Vede qualcun altro in queste tenebre? Su, da bravo Martini. Si rilassi. -

Rideva di gusto. Cazzo aveva poi da ridere? Era chiaro che mi considerava un coglione.

Sentivo il calore ravvicinato del suo corpo: ci stavamo sfiorando.

- Cosa non le piace in me Martini?... Su, me lo dica. Qualcosa nel mio viso? Oppure nel mio corpo? Non sono il suo tipo? - La sua voce era un refolo caldo e accattivante.

- Com'è il suo tipo Martini? Una donna come sua moglie? O ha in mente un genere diverso? Chessò, qualcuna del passato, magari ora lontana? -

Che significava? Cosa stava insinuando? Non capivo o meglio credevo di capire benissimo e non mi piaceva affatto.

- Non parla Martini? Ha qualcun'altra in mente? Cosa non le piace di me Martini, forse il profumo? -

Tacevo e grondavo sudore, la mente persa, i sensi accesi, accidenti a lei e al suo odore di femmina.

- No Signetti, ma cosa dice? Il suo profumo è...è... -

- Su, dica Martini, non sia timido. Come è il mio profumo?...Me lo descriva, sentiamo?... -

Si era avvicinata al mio orecchio, alito caldo in un bisbiglio lascivo.

- Sa che ha un buon odore Martini? Di rado, gli uomini che sudando così, mantengono un odore gradevole sulla pelle. Lei sà di maschio, ma buono. Come un muschio di sottobosco. -

Avvertì l'umido delle sue labbra sfiorarmi il lobo dell'orecchio.

Era il diavolo fatto femmina quella donna. Cazzo, se lo era.

- Mi ascolti, la prego: lei è una donna molto attraente, il suo profumo mi da le vertigini Se dovessi pensare a un tipo di donna desiderabile, mi creda, il suo sarebbe il primo...Ma veda...-

- Ma vedo cosa, Martini? Cosa dovrei vedere in questo buio? -

Le sue dita percorrevano lente la base del mio collo, poi scesero delicate, sfiorarono provocanti la peluria sul petto. Mi graffiò piano un capezzolo, ci giocò con la punta delle unghie.

Il mio sesso tendeva il tessuto dei pantaloni, era una reazione quasi dolorosa.

- Signetti, la prego, io non sono per queste cose. Non sono libero. Mi comprenda: sono un uomo sposato. -

Era quasi una invocazione. Mendicavo la sua comprensione, annaspavo come un gatto caduto in un pozzo.

Inutile, non ascoltava: la sua mano scendeva a cercare la zip dei miei pantaloni.

- Anche io sono sposata Martini. Non è una scusa. Ne cerchi un'altra. -

La sua bocca sigillò la mia. Il tempo delle parole era finito.

Mi cercava con lingua morbida e frenetica: cedetti.

Dischiusi le labbra, era viva e dolce, baciava da sturbo.

Aveva labbra carnose e soavi, gliele morsi piano, le risucchiai con le mie, tendendole la testa tra le mani.

Mi tirò a sé, strusciava la plastica tensione del seno e capezzoli eretti sul mio petto.

Le presi le coppe tra le mani, a stento ne contenevo il volume.

Carezzai, strinsi, succhiai il turgore di quelle punte grosse e gonfie come amarene mature, il sapore della sua pelle risvegliava pulsioni ferine, aggredivo quella carne con voracità: mordevo con foga, la lingua stendeva sentieri di saliva e sudore.

Stringevo con forza, con cattiveria: lei gemeva, mi leccava il collo e il viso, ansante come un cucciolo affamato.

Lo spazio della cabina all'intorno era scomparso, evaporato: eravamo sospesi in un luogo irreale, privo di coordinate fisiche, una bolla di umori caldi e carnali.

Le sue unghie mi rigarono la schiena. Le schiaffeggiai le tette: schiocchi umidi risuonarono seguiti dai suoi deboli lamenti bramosi.

Aveva estratto il mio sesso, lo strinse in mano masturbandolo con lentezza voluttuosa: poi scese a cercarlo con la bocca.

Buttai in avanti il bacino, lei fece correre labbra e lingua lungo la mia carne tesa e ansiosa.

Aggrappata alle mie natiche mi traeva a sé rabbiosa, quasi temesse di perdermi. Come un animale digiuno di cibo, mi risucchiava ingorda nel cavo orale, annegata nella sua bava vischiosa.

Respiravamo con frequenza di mantici, le narici dilatate al limite della capacità di assorbire ossigeno: affondai in viso nella sua intimità, la fragranza inebriante mi colmò le narici, il suo sapore liquido la bocca.

Sentivo martellare le tempie, gli occhi nel buio catturavano bagliori rossi: comete che precipitavano nel campo visivo. Ci appellavamo con nomi turpi, come scudisciate risuonavano le parole oscene del sesso.

Non c'era tregua. Rotolavamo sulla moquette ispida e abrasiva, era una lotta cruenta, animale: si apriva sgusciando tra le dita, mentre frugavo la carne disciolta del suo sesso.

Cercavamo i sapori dei nostri fluidi, inseguivamo le scie dei nostri odori segreti in ogni piega della carne, liquidi si spandevano sulle pelli bollenti.

- Sei un porco Martini! Lo sapevo che eri così. - Ansimava. Era persa in un delirio di voglia.

- Dai fottimi. Fotti la tua troia. Dammi il cazzo. Fammi male, bastardo! -

La presi da dietro: con un colpo rabbioso fui in lei.

Imposi al nostro amplesso un ritmo impietoso, privo di respiro, da violenza carnale.

Un uggiolio rauco, gorgogliante, sortiva dalle sue labbra, subendo l'impeto brutale di quegli assalti.

La schiacciai sotto di me: immaginavo il suo viso algido, deformarsi in una tensione di piacere dolorosa e scomposta.

Le colpivo le natiche con schiaffi violenti e sonori che avrebbero lasciato segni per giorni. A ogni affondo nell'ano slabbrato, la sua fronte urtava la superficie nera dello specchio in fronte.

Poggiava le mani su quella superficie levigata cercando, febbrile, di sorreggersi: scivolava di continuo, sguaiatamente prona a cosce divelte, in quel tentativo di presa vana.

Spingeva all'infuori le natiche toniche per attutire le mie bordate, i suoi succhi colavano densi lungo l'interno delle cosce, pareva un volatile che si dibattesse per sfuggire alla cattura della trappola.

Ma non poteva nulla contro la mia furia, mentre l'orgasmo veniva a scuoterla interamente, come le fronde di una pianta sotto l'uragano.

- Ti sto sfondando il culo. Lo senti come ti sto allargando? E' così che mi volevi vero? -

- Sì è così, bastardo, è così! - Non aveva più voce né fiato, solo un rantolo fievole e continuo.

Alla fine si arrese in un abbandono disfatto, con un gemito di belva nell'ultimo istante di vita, venne tra sussulti incontenibili.

Anche io esplosi in lei, mi lasciai precipitare nel suo calore, fondendo nelle sue viscere come stagno nel crogiolo incandescente.

Ora la lotta era finita, il mio sesso disciolto si ritirava pulsando.

Era quanto restava di un teatro di guerra: bagnati, contratti nei respiri ansanti, sfiniti come galata morenti.

Non parlava, non scherniva e rideva più ora. Nuda e perduta nel silenzio intriso di vapore acqueo, con la mente che inseguiva pensieri indecifrabili, certo lontani da lì.

Era vinta. Ma ero io, a sentire d'aver perso.



- Sveglia Martini! Sono venuti a prenderci. -

Sobbalzai, spalancai gli occhi nel buio, si sentiva il rumore dei cavi vibrare, la cabina si muoveva: ero confuso, stordito come un ubriaco.

Non c'era ancora luce, ma ci stavano calando al piano con la manovra manuale.

- Era ora che si accorgessero di noi, pensavo quasi di doverci passare la notte qua dentro.- La Signetti aveva il solito tono spazientito e incalzante.

Mi sentivo intontito, compresi che dovevo essermi assopito.

- Coraggio Martini, si riprenda, sono due ore che mi russa nelle orecchie. Poi lo sa che quando dorme si agita come un forsennato e dice anche un sacco di cose sconce? Ma sua moglie non si lamenta? -

Non sapevo cosa rispondere. Mi domandavo a che punto di quella storia mi ero addormentato?

L'ascensore giunse al piano terra, le porte scorrevoli lentamente si aprirono.

La luce morente del tardo pomeriggio irruppe nella cabina, facendomi serrare le palpebre.


Fine


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