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Una storia di stainless

Questa storia è presente nel magazine Una donna racconta donne

Ritratti di donne

Le Vene di Marie

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4 minuti

Pubblicato il 18 dicembre 2020 in Altro

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Guarda le sue gambe che sente pesanti, Marie seduta su una sedia.
Le esplora dal basso: caviglie entrambe sottili, niente ristagni idrici (Marie ben sa che la pipì si deve fare e per farla, è bene bere, e continuare a bere, e non un'acqua qualsiasi, ma una o più a pipì dedicate).
Marie è oramai obbediente donnina che non si Laxica. Non ha bisogno di un vasetto oggi che grande è diventata o di una madre che simuli il suono di un rubinetto aperto, per andare in bagno tre volte ogni notte.
Ce la faccio da sola, si compiace.

Continua ad osservarsi , Marie. Anzi no, solo a guardare le sue caviglie. Chissà perchè prima la sinistra che le regala un blurossatro diffuso. Sono i capillari che sono andati a farsi benedire, si rassicura..


Sposta l'occhio a destra, Marie.
Tutto a posto decide. Solo un leggero gonfiore che domani mattina passato sarà.


Si alza, Marie.
Volta la testa per quanto il collo le permette di fare e rivolge lo sguardo ai polpacci. Destro e sinistro, contemporaneamente. (Velocizzarsi è indispensabile per non imbambolarsi tra nervi impigriti e cervicali ossidate).

Cosa conterranno quelle vene che paiono elastici inelastici, si domanda Marie.

Marie non ha risposte.
E non ne vuole.
Marie risale oltre le ginocchia.
Cosce: nessun segno di cellulite.

Le vien da ridere:
Manco prosciutti si potrebbero definire..

Fine di una filiera, conclude Marie, salendo le due rampe di scale per andare a dormire.





Vedi che ce l'ho fatta, dice Marie a chissà chi.
Certo non a se stessa.
Lo sa. Marie, che le gambe l' hanno retta, e il passamano della ringhiera alla sua destra l' ha sorretta.

E' arrivata, Marie, in cima alle scale: una finestra a nord che minaccia temporali la incontra.
Bene, giudica Marie. Pioverà e la pioggia, che solo acqua in fondo è, scroscerà, penetrerà in vene essiccate e scaturirà in fontane a media valle, come una pipì impellente di bambina intelligente.

Si volta, Marie. Mica di tanto, forse di 180° geometricamente misurando.
Giù dalle scale.
Non ha bevuto l'ultima acqua.

Epperò un altro corrimano a sinistra ti ci vorrebbe, sciocca che non sei altro, Marie si rimugina, mentre occhiali multifocali penzolanti sul seno moscio balzellano rigidi ad ogni gradino.
Giù e giù. e sempre più giù.
Si potrà arrivare alla fine delle scale?, lampeggia la radiosa Marie.




Intanto mi metto qui, si sorride Marie appoggiandosi sul lato destro.
Ma poi, più facile e prudente adagiarsi e accoccollarsi, tesa una gamba, tra i due muri, par pensare Marie, dopo aver fatto rotolare un poco più in là il vecchio portacatino di legno tarlato che si era portata appresso in tutti suoi spostamenti di case e messo lì alla sinistra di una porta cieca.
Chissà perché, poi.
Marie non se lo chiedeva.

Adesso mi metto qui, e sto qui. Sono sul pianerottolo. Nessuno può entrare da quella bruttura che non ha neppure un luminello.
.
Ma di cosa avevi paura, Marie. Ben avresti potuto decidere di farci aprire una finestra nel portone. Una luce, non solo uno squarcio rivolto a sud. Ci sono le tue rose, le tue camelie al di là. Tant'è, Marie, sei una sciocca testona. Oramai è tardi. Stai lì, Marie.
Hai paura, Marie?



Oh no, che non ho paura, papà.
Io sto qui, si convinceva, Marie, incassata tra due muri che componevano l'angolo, spezzando il ritmo dei gradini di un tratto di scala all'ingiù; schiena sorretta, libere le gambe, anche la più penzolante, su un pavimento in marmo nero chiazzato di bianco che in grigio lucente lei percepiva.

Sicura, Marie?
Sicura, papà. E le bambine grandi non piangono, più. Mai.
Mai più, papà.
Tranquillo, papà. Marie qui è...e qui sta.

Hai freddo, Marie?
Non ho freddo, papà.


E Marie, che da sempre gelata era, cercava di accostare la gonna alle gambe.
Non la trovava. Le pareva che le sue mani non fossero capaci di afferrare quel pezzo in più di stoffa che di sicuro c'è, delirava Marie. E certo che c'è. Mica aveva i pantoloni, ieri, Marie.
E questo lo ricordava.
Ma gli occhiali dov'erano?

Se li trova , Marie, sotto una gamba, per accidente sinistra. In frantumi, gli occhiali, ferita la mano.
Non ha più bisogno di vedere, Marie, il sangue che piano piano esce dalla mano che impugna i vetri.
Basta alzarla, la mano, un gesto per sentire il caldo che in gocce cade dall'alto.
Vabbeh, s'imbambola Marie, poco male, sempre cercando quel pezzo di gonna che non c'è, o almeno non trova.

Io sto qui, si interstardisce Marie.

Muoviti, invece, viene più su, Marie si sforza di percepire.
Su dove, Adò? Non vedi che Marie non ce la fa più?
MassìCheSì. Solo di 45° gradi adesso: striscia sul muro. Il portone è lì, senza vetri, scuro, sicuro. Lo senti come è caldo, Marie?,
Marie lo sentì.

Uno sguardo ai fiori messi su un assurdo mobile da ufficio al secondo pianerottolo in giù per quei benvenuti che mai erano entrati dal cieco portone serrato alle sue spalle, uno alla scala che si colorava di rosa-catrame, un istante per capire che cosa le sue vene non contenevano più.


Anche le sue orchidee morirono così.


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