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Una storia di utente_cancellato

Buchi nella rete

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Pubblicato il 19 marzo 2021 in Altro

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Si dice che la prima impressione piuttosto che la seconda, sia quella che si rivelerà vera. I sostenitori di Freud diranno che vige questa regola non scritta in quanto l’inconscio esiste ed ha (quasi) sempre ragione. E così decisi di fare quella volta, subito dopo aver fatto pranzo. Senza stare a pensare più di tanto, con la scusa di vedermi con un amico, uscii di casa. A piedi attraversai quasi tutta la città, percorrendo tra andata e ritorno più di dieci chilometri. Arrivai nell’unico luogo in cui la sensibilità quasi femminile che mi custodisce gelosamente, riesce a svegliarsi dalla quiescenza tenuta anch’essa sotto scorta. Era più freddo del solito quel giorno, nonostante nella settimana precedente avessimo già assaggiato la primavera con le sue temperature più gradevoli. Preferisco, quando cammino in solitudine, quindi la maggior parte delle volte in cui esco; preferisco non tenere auricolari, cuffie o cose simili così da poter ascoltare la città e i suoi rumori, suoni, lamenti. Ma anche quelli provenienti dall’interno, come il languorino che ti prende perché per la fretta ci si è dimenticati di mangiare un dolcetto dopo pranzo. Nel luogo dove mi sarei recato c’era molto da ascoltare e da individuare nei meandri così disordinati e per di più abbastanza lontani della coscienza, della memoria. Tra queste ultime e me stesso lo stesso cancello da varcare quando mi ritrovai dopo tre quarti d’ora di camminata lì, dove un pezzo del cuore è stato e sarà per sempre e che in quel preciso istante, imperterrito lì sta riposando ancora.

Sulle pareti dell’edifico di quell’oratorio una scritta che ricordo ancora dopo quindici anni e che oggi apprezzo (ancora di più), fino alle lacrime, nonostante le intemperie e i miei segni del tempo: “Il gioco è la gioia, la gioia è vita”. In quel momento, però, non c’era poi così tanto da festeggiare e da gioire. I tempi erano cambiati: non si vedevano più le decine, quasi centinaia di ragazzi e ragazze che affollavano i campetti di quell’oratorio. C’erano solo quattro o cinque ragazzi impegnati, più per modo di dire che nel vero senso della parola, a giocare a pallacanestro. Quanto li ho invidiati quel pomeriggio! Non avevano niente di cui preoccuparsi: l’oratorio era vuoto e forse era proprio questo che permetteva loro di prendersela anche con comodo. Non ci sarebbe stata un’altra squadra pronta a sfidarli per contendersi il campo. Campo che quindici anni prima, e me lo ricordo bene, dovevi guadagnarti per poter giocare il più a lungo possibile. Avresti rischiato di passare anche un intero pomeriggio ad aspettare senza mai giocare. Poi decisi di andare davanti i campi di calcetto, quelli dove più avevo speso il tempo, il sudore e le risate, una volta guardando il mare, l’altra guardando la montagna. Erano chiusi a chiave, con un lucchetto ben bloccato, quasi autoritario e impassibile alle pietà di qualche nostalgico passeggero. Se così fosse stato e lo era stato davvero almeno in quel pomeriggio, quel lucchetto avrebbe anche potuto evitare di fare la voce grossa, tanto non avrebbe dovuto sbattere la porta in faccia a nessuna folla di ragazzi con l’impazienza di giocare. Quella stessa chiave che in me ha aperto un’infinità di ricordi e la bocca, così da riflettere leggermente ad alta voce, senza però alterare quel silenzio accompagnato al fruscio delle foglie degli alberi circostanti. Tirava abbastanza vento quel giorno e a me, sinceramente, non mi parve poi così tanto appropriato. Sì, perché la nostalgia ha un suo rigore e in quel caso il romanticismo che da essa deriva, forse, poteva mancare di quella ciliegina sulla torta. E infatti io avrei preferito un clima soleggiato, magari con quei gradi di troppo così da rendere il sole un flagello e l’aria calda un laccio emostatico che ti stringe così forte da farti sudare e non farti capire dove comincia il sudore e finiscono le lacrime. Sì, mi piacerebbe rappresentarla così la malinconia: rimanere intrappolati nella morsa del presente che come la pressa del fabbro quando viene chiusa, finisce per farti male al cuore. In ogni caso, continuai a guardare. Il verde della gomma del pavimento di quei campetti non si era sfumato, non aveva subito i cambiamenti che inevitabilmente il tempo (maledetto) porta con sé: era rimasta quella stessa prateria, quella radura che quando le gambe erano più corte, sembrava non finisse mai. Ora infinita lo era lo ugualmente ma solo perché conteneva infiniti ricordi. Non basterebbe un autotreno pieno di soldi per ricomprarsi il passato, eppure io ci credo ancora che questa vita, maledetta come sia, non possa ancora una volta andare contro sé stessa e farci un regalo, uno di quelli che fa felici un bambino per un anno intero fino a che non arriva il Natale successivo. Uno di quei regali che però mi renderebbe felice un’esistenza intera, non solo un anno di questa. Vorrei tanto che il tempo fosse ciclico, così da rivedere tutti quei ragazzi che un giorno scalpitavano e si prendevano in giro senza malizia, tra una risata e un’altra.

In realtà, quelle urla dopo un gol e quelle risate per chissà quale cosa effimera, quel pomeriggio le sentivo ancora. Chissà, forse anche a quei campetti mancano i ragazzini tanto da lamentarsi ancora oggi! Mio nonno mi aveva detto già in tempi non sospetti che non sarebbe mai esistita una macchina del tempo. E io che puntualmente non volevo dargli ragione, quella volta ripensai a lui e a quei campetti che, freddi e duri come quella giornata e il suo vento, accarezzavano quel pezzo del mio cuore. Come quando un vestito non ti va più, ora anche per quella maglietta rossa era arrivato il tempo di continuare a dormire nella soffitta dei ricordi.


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