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Una storia di Morena

IL PARCO

Il colore di una storia.

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4 minuti

Pubblicato il 14 novembre 2018 in Altro

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L'autunno del '66 iniziò senza di lui.

Non ne aveva avvertito la mancanza, del resto la malattia lo aveva portato spesso a scomparire e ricomparire e lei si era abituata ad aspettare, prima o poi la sua voce calda l'avrebbe chiamata "Dov'è il mio birroccino?" e l'avrebbe stretta in un abbraccio che ogni volta diventava più lungo ma meno forte.

In inverno si trasformò in una bambina chiacchierona per compensare i silenzi della madre, la frastornava di parole, sperando che un giorno anche lei avrebbe ritrovato le sue e le strappava qualche sorriso ogni tanto, fino al momento in cui con la mano cercava il plaid color dell'erba che lui usava tenere sulle ginocchia. Ci si avvolgeva dentro estraniandosi da tutto.

La bambina non era triste per questo anzi, se li immaginava insieme su un bel prato fiorito, come nella foto che li ritraeva in bianco e nero, ma aveva sufficiente immaginazione per mettere i colori giusti, anzi tutte le infinite gradazioni da quelle più tenui dell'erba fresca a quelle più brillanti delle chiome degli alberi, fino alle più scure delle colline boscose.

Ah, la fantasia non le mancava davvero! Ne aveva trovato una grande scorta nei libri di favole che erano stati l'ultimo regalo che lui le aveva fatto e che lei si raccontava evocando la sua voce, seduta nel giardino frondoso.

Come una piantina tenuta al buio, cercava di non dar fastidio, ubbidiva alla nonna e sbrigava i lavori di casa le assegnava; " Se ce la fa Cenerentola che da sola pulisce un castello!" pensava. Faceva compagnia al nonno ammalato di demenza senile, che lei vedeva come un folletto dispettoso e lo aiutava a curare i grossi vasi di aspidistra che rendevano il balcone una piccola lussureggiante foresta.

Ma era la primavera che aspettava con ansia, perché avrebbe trascorso più tempo a casa dei nonni paterni e là c'era un luogo magico dove ritrovava i suoi amici più cari e soprattutto se stessa.

Il parco della grande casa abbandonata e mezzo diroccata, era immenso per una bambina che, come lei, guardava le cose con gli occhi dell'immaginazione. I grossi tigli che cingevano il prato a semicerchio erano sette amici che la accoglievano in un grande abbraccio, stagliati contro il cielo con le fronde che si univano, sembravano essere un'unica pianta parlante attraverso il brusio delle api operose che succhiavano il nettare dei fiorellini, i quali a causa di tutto quel lavorio, si staccavano riempiendole i capelli ricci e voluminosi. Lì rimanevano, fino a quando la nonna, con vigorosi colpi di spazzola, non glieli toglieva alla sera, ma il profumo intenso e inebriante li aveva già impregnati, tanto che anche il cuscino ne avrebbe conservato l'odore fino al prossimo bucato.

Ai lati della costruzione c'erano le generose piante di nocciòlo,frotte di scoiattoli si cibavano, smuovendo il fogliame scuro in una danza incessante.Accanto su una collinetta, gli alberi da frutto, il "pero matto", come lo chiamava sua nonna; tra le foglioline chiare i frutti qualche tono più scuro spiccavano e nonostante fossero acri al gusto rendevano la marmellata speciale. Il ciliegio frondoso sembrava addobbato a festa quando maturavano i frutti di un rosso brunito.

Alla sinistra del prato quattro ippocastani, come aveva giustamente imparato a chiamarli, formavano una corte che, ricoperta dai fiorellini caduti, aveva un magnifico colore tra il rosa e il lilla e in autunno la riforniva di castagne d'india, sceglieva le più belle e le regalava a tutti:"Tiene lontano il raffreddore" diceva ogni volta come augurio.

In estate il parco diventava la sua casa, ne usciva solo quando la chiamavano per il pranzo o la cena. Dalle finestra di casa aperte, la sentivano cantare a gran voce le canzonette suonate dal mangiadischi............Aveva gli occhi dell'amoreeeeeeee......., quante volte la riascoltava, pensando a quelli del ragazzino che le sorrideva a scuola e ne aveva cercato il colore e finalmente lo aveva trovato nel posto più ombroso, dove cresceva il muschio.

Nelle ore più calde, quando bisognosa di frescura, si nascondeva sotto al glicine, si soffermava a pensare e pur non sapendo formulare con le parole ciò che sentiva, capiva che sua madre, i nonni e tutti gli adulti che l'amavano cercavano di educarla al meglio, ma era proprio nel parco che lei aveva imparato.

Dal tiglio aveva appreso il senso dell'accoglienza, dal nocciòlo la generosità, dall'ippocastano che non bisogna fermarsi alle apparenze, dal pero che si deve tentare di cercare il buono in ogni cosa, dal ciliegio a non sottovalutare perché il nocciolo duro è lì pronto a colpire.

Aveva capito che la vita sarebbe mutata, così come cambiano le stagioni e che lei era pronta, fiduciosa, perché il parco sarebbe sempre stato dentro di lei con il colore della speranza.


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