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Una storia di FrancescoFrancica

Questa storia è presente nel magazine Musica & Parole

Pietre sui passaggi

Il Blues, il diavolo e la redenzione

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6 minuti

Pubblicato il 12 gennaio 2020 in Avventura

Tags: #blues #musica #storia

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Ci sono storie che nascono sotto una buona stella, ci sono vite che sembrano uscire da una fiaba con il finale giusto, quello in cui tutti vissero felici e contenti, ci sono esistenze che suonano sul giro di do, quelle che ti entrano in testa e canticchi per tutta l'estate.

Poi ci sono le canaglie, quelli che ne combinano di tutti i colori, che corteggiano la morte e se ne fanno sberleffi correndo a fari spenti sul filo del rasoio ma portandosi a casa solo qualche graffio, del resto Ozzy Osbourne per gli scienziati è l'eccezione alla regola e Keith Richards ha una partita a scacchi vinta contro la morte per ogni ruga tracciata sul volto.

Ma questa è la storia di un maledetto, non so che configurazione astrale ci fosse stata l'otto maggio del 1911 giù nelle umidicce pianure del Mississipi ma probabilmente quando venne al mondo Robert Leroy Johnson, figlio illegittimo di Julia Dodds, il Signore stava guardando da un'altra parte e così solo il demonio si occupò della sua esistenza e, si sa quando il diavolo ci mette lo zampino la sofferenza è una costante ma la musica è l'unica cosa che gli riesce ancora in modo celestiale.

Robert crebbe in miseria con in tasca nemmeno il becco di un quattrino ma un paio di passioni: la chitarra e il blues.

Pare però che né l'una né l'altra gli riuscissero particolarmente bene e quindi, dopo una serie di tentativi falliti di vivere grazie al blues si arrese ad una vita più tranquilla sposandosi con la sedicenne Virginia Travis che morì dando alla vita un bimbo di cui Robert non si curò dato che in preda al dolore per la perdita dell'amata vagò per il Mississipi dividendosi tra donne e alcool. Provò nuovamente a sposarsi ma fece successivamente perdere le tracce di sé dopo il naufragio del secondo matrimonio. Ed ecco che il diavolo pare torni a occuparsi di Jhonson facendogli incontrare il fantomatico Isaiah Ike Zinneman (ma forse Zimmerman o anche Zinnerman), classe 1907, blues-man con il pallino di esercitarsi di notte nei cimiteri per non disturbare nessuno, il quale si prese la briga di insegnare a Johnson a suonare la chitarra.

Alcuni asseriscono che Ike fosse in verità un emissario del diavolo con il quale Robert, dopo averlo incontrato nei pressi di uno sperduto crocevia, reduce dall'ennesima serata andata storta, avesse stretto un patto: l'anima in cambio della musica. Ma l'anima di Johnson era già da tempo annegata tra alcool e donnacce di ogni genere e così pensò che forse era una vero affare vendere qualcosa che in fondo non aveva un gran valore per nessuno in cambio di qualcosa che avrebbe potuto anche lasciare un segno indelebile nella storia della musica. Fatto sta che dopo un anno di latitanza assoluta ecco riapparire il goffo chitarrista da strapazzo sui palchi tra Mississipi e Louisiana ma stavolta quando Robert suona sembra che tutto l'acqua del Mississipi scorra attraverso la sua chitarra e quando apre bocca, con quella vocina acuta e lamentosa, sembra che tutta la sofferenza e la malinconia del blues coagulino lì sul palco e annacquino tutto il whisky degli Stati Uniti.

Ora Robert Johnson è il nuovo re, nessuno sa mescolare le tecniche del blues come lui, nessuno scrive testi evocativi e malinconici come lui, e la leggenda del chitarrista del demonio è alimentata da pezzi come Me and the devil blues, Cross Road blues, If I Had Possession Over Judgement Day o Preaching blues (up jumped the devil), oltre che dagli innumerevoli racconti di altri musicisti che spergiurano una innaturale tecnica e una eccessiva rapidità di padronanza. Keth Richards quando ascoltò per la prima volta una sua registrazione si chiese chi fosse l'altro chitarrista che suonasse con lui nonostante nella registrazione ci fosse stato solo Johnson e la sua chitarra.

Per me Robert Johnson è il più importante musicista blues mai vissuto. [...] Non ho mai trovato nulla di più profondamente intenso. La sua musica rimane il pianto più straziante che penso si possa riscontrare nella voce umana.

Eric Clapton


Una rara immagine di Robert Jhonson all'apice della breve carriera musicale.
Una rara immagine di Robert Jhonson all'apice della breve carriera musicale.

Negli anni successivi Robert gira per lo stato del Mississipi suonando tra un locale e un'altro in compagnia di pezzi grossi del calibro di Sonny Boy Williamson II o David Honeyboy Edwards, gli ultimi due a vederlo vivo nell'estate del 1938. Anzi pare che proprio Sonny Boy Williamson II cercò di dissuaderlo dal bere dalla bottiglia già aperta di whisky offertagli dal barista geloso delle attenzioni troppo esplicite che Robert aveva per la moglie, ma complice l'eccitazione, l'alcool e la spavalderia del nuovo re del blues, Robert ne trangugiò stizzito il contenuto. Quella sera lo videro uscire dal Three Forks, il locale con il quale avevano da qualche settimana un ingaggio fisso, in preda ad un delirio che durò per i successivi tre giorni.

Morì nel mistero: qualcuno ricorda che fu pugnalato, altri che fu avvelenato; che morì in ginocchio, sulle sue mani, abbaiando come un cane; che la sua morte aveva qualcosa a che fare con la magia nera.

Greil Marcus


Rober Johnson morì a 27 anni il 16 agosto del 1938, fu il primo dei maledetti ad abitare il club J27, di sicuro lasciò 29 pezzi registrati a voce e chitarra tra Dallas e San Antonio in Texas tra il 23 novembre del 36 e il 20 giugno del 37.

Il resto della sua eredità è avvolto in un alone di magia e mistero dalla trentesima traccia perduta, al luogo esatto della sua sepoltura, alle poche immagini di dubbia autenticità.

La musica di Johnson è il blues e non c'è molto da dire quando si parla del suo blues, è come parlare di grammatica ad un bambino delle elementari, non puoi imparare a scrivere se non conosci l'alfabeto e la musica di Robert Johnson è l'alfabeto del blues. Le 12 battute sono lì presenti in tutte le sue 29 registrazioni. Ma se Joan Mirò dipinse dei blu che sapeva riprodurre solo lui, Johnson suonò il più scolastico e standard del blues con delle sfumature e degli accenti malinconici e sofferti che solo lui ha saputo riprodurre. La musica di Johnson è stata ripresa da un milione di musicisti, esistono diverse cover dei pochi pezzi che ha prodotto nella sua breve carriera ma chiunque ripreda un pezzo di Johnson e lo riarrangi ha la garanzia di ottenere un successo.

Nei testi di Johnson ci sono malinconia, sofferenza, diavoli e mostri del passato, richiami ai fratelli musicisti, disperazione e talvolta anche il tentativo di un filo di redenzione.


"Ci sono pietre sulla mia strada

E la mia strada è buia come la notte

Ho un dolore nel cuore

Che mi ha preso l'appetito

Ho un uccello con cui fischiare

E ho un uccello con cui cantare


Ora stai cercando di togliermi la vita

E anche tutto il mio amore

Mi hai dato un passaggio per casa

Ora cosa stai cercando di fare?

Sto piangendo per favore

Per favore, lasciaci essere amici.


Mi vergogno del mio autista, Piccola,

Ma ho prenotato e devo andare"


Robert Leroy Johnson

Stones in my Passway

Sabato 19 Giugno 1937

in una qualche sperduta stanza d'albergo a Dallas in Texas.


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