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Una storia di CinziaPerrone

La piccola designer

Il coraggio della fantasia

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8 minuti

Pubblicato il 06 aprile 2019 in Altro

Tags: #coraggio #emarginazione #fantasia #pregiudizio #racconto

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In un piccolo lembo di periferia, tra tutti quei poveri disgraziati che vivono ai margini del mondo di elemosina e quant’altro, i cosiddetti invisibili, c’era una ragazzina che nonostante tutto conservava dentro sé un amor proprio e un orgoglio che le faceva onore, non solo per la sua tenera età, ma anche perché nel posto dove era cresciuta non c’era spazio per questi valori.
Viveva in una roulotte con i genitori e ben quattro fratelli, uno maschio più grande di due anni, e altri due maschi più piccoli, uno di tre e l’altro di cinque anni.
Era l’unica femmina in famiglia oltre alla madre, e per questo ancor di più sottomessa, non solo ai genitori ma anche ai fratelli. Aveva solo dodici anni, ma se ne sentiva trenta e ne dimostrava almeno quindici.
Dal risveglio al mattino fino a sera, la missione di ogni membro di quella famiglia, eccezion fatta per i due fratellini che stavano sempre con la madre, era quella di portare a casa soldi, anche poche monete.
Non importava come, quando e perché…si doveva in qualche modo andare avanti con qualunque mezzo senza farsi né troppe domande né troppi problemi.
Ma a quella ragazzina di nome Elisa non piaceva proprio quella vita, anche se suo malgrado ci si era ritrovata dentro, immersa fino al collo.
A chi interessava che lei sognava una casa vera o una scuola con tanti compagni?
Magari le altre persone non pensano minimamente che alcuni bambini e ragazzetti come Elisa possano avere dei sogni, e certamente non quel tipo di sogni.
Come altri bambini, avrebbe voluto giocare, scherzare, studiare, e non pensare a come procurarsi i soldi da portare la sera ai genitori per poter vivere.
Ma questo la maggior parte della gente non riesce a metterlo a fuoco, limitandosi a guardare in superficie senza andare a fondo.
Certo, tutti vedono quel che tu appari, ma pochi sentono quel che tu realmente sei, scriveva già Macchiavelli nel 1500, per descrivere di come sia difficile per le persone non limitarsi alle apparenze.
Si potrebbe aggiungere che forse nemmeno importa alla gente di non riuscire a farlo.
La vita è fatta di apparenze, verità preconfezionate per i poveri stupidi; ma la verità assoluta non esiste, è negli occhi di chi guarda, è solo relativa.
Può limitarsi ad esempio a quella che ci raccontiamo e a cui ci fa comodo credere; tutto sta alla nostra forza e al nostro coraggio di aguzzare la vista e così magari riuscire a scoprire che esisteva un’altra storia oltre quella che conoscevamo.
Dopo questa piccola riflessione filosofica, ritorniamo alla nostra storia, quindi alla sua protagonista.
Elisa, così fiera, ma anche profondamente amareggiata e frustrata da quella misera esistenza, ogni giorno cercava di dare colore a tutte le sue giornate grigie. Come? A modo suo, un modo specialissimo!
Lei era troppo intelligente e profonda per trascinarsi per le strade ad elemosinare, o a sfilare un portafoglio dalla tasca di qualche sprovveduto, anche se era quello che le dicevano di fare tutti quanti.
Lei voleva cercare di dare a quella squallida missione un po’ di dignità, senza rubare o elemosinare, cose che reputava inaccettabili da fare.
Il suo trucco era svegliarsi ogni giorno sognando di essere una persona diversa, e la forza della sua immaginazione era talmente forte, che i suoi occhi traevano in inganno lei stessa alle volte; così, con la sua straordinaria fantasia, quella ragazzina riusciva ad alleggerirsi e a vivere nel miglior modo possibile quel che un destino avaro le aveva concesso.
Quel giorno Elisa si svegliò sarta-decoratrice, quasi una stilista; aveva tagliato e cucito tutta la notte, utilizzando del tessuto che aveva rimediato qua e là, delle cravatte. Dopo su di esse aveva deciso di apporre varie decorazioni: paillettes, bottoni colorati, coccarde, nastrini e anche disegni bizzarri e fantasiosi, insomma tutto quello che avrebbe potuto rendere quell’accessorio di moda maschile così monotono e serioso, allegro e scanzonato.
Era il momento per Elisa la stilista di lanciare sul mercato la sua strepitosa linea di cravatte di tendenza.
Così, la ragazza si procurò un banchetto di fortuna, su cui adagiare le sue creazioni, e si mise sul marciapiede di una stradina del centro cittadino, sperando di riuscire a catturare l’attenzione dei passanti, per poter vendere qualche cravatta e guadagnare qualche soldo da portare a casa.
Ma la gente che passava di lì non vedeva altro che una ragazza sporca e trasandata che voleva rifilarti delle cianfrusaglie inutili ed elemosinare qualche soldo, dando solo fastidio alle persone perbene che se ne vanno tranquillamente per fatti loro.
Ecco: questa era la verità negli occhi di quei passanti, persone perbene che non fanno bene a nessuno e neanche se ne preoccupano.
Non erano in grado loro di sentire il disagio di quella ragazza, vedevano solo i suoi abiti consunti e sporchi; non potevano sentire la forza di quei sogni e di quelle speranze che animavano la vita di Elisa.
Vedevano solo l’ennesimo parassita fastidioso che animava le loro strade; non avrebbero mai capito e sentito la passione, l’amore e il riscatto che emanavano quelle bizzarre e allegre cravatte, loro che erano capaci di vedere solo della inutile chincaglieria senza valore.
Il tempo passava, prima minuti, poi ore, che portavano la giornata al suo epilogo senza alcun risultato.
La ragazza stanca e amareggiata, pensò che sarebbe stato meglio chiedere l’elemosina come facevano tutti i suoi compagni e suo fratello maggiore; a cosa era servito impegnarsi in un progetto, come faceva tutti i giorni, se non le portava guadagno?
A cosa era servito cercare di essere migliore, se tanto per lei non sarebbe cambiato mai nulla?
Il mondo non vuole che si migliori, vuole che le cose restino così come sono; come intrappolati in qualcosa di peggio di una prigione, dove non si riesce né ad andare avanti, né ad andare dietro.
Ormai abbandonatasi a questi cupi pensieri, la ragazzina aveva perso anch’essa il senso di quel che faceva: lo sconforto stava diventando più forte della poesia e della fantasia che albergava in Elisa.
Il fato volle che proprio in quel momento quasi di rinuncia della ragazzina, passasse da quelle parti, anch’egli stanco e provato da una dura giornata, un giovane suonatore da strada con la sua chitarra sulle spalle.
Il suo nome era Pablo, dimostrava all’incirca sui sedici, diciassette anni, altrettanto povero, squattrinato e mal vestito; infatti lui non faceva parte delle persone perbene che erano passate fino a quel momento, e non ci si deve stupire più di tanto se subito fu attirato da Elisa e dal banchetto su cui esponeva le sue creazioni.
Nei suoi occhi vi era un’altra verità: la verità di chi possiede il dono dell’empatia.
Da subito il giovane si mostrò interessato al lavoro della ragazza e incuriosito le fece tante domande su come avesse realizzato le cravatte.
Alla fine Elisa gli raccontò anche che ormai era sfiduciata e delusa, perché nessuno fino a quel momento si era fermato per comprare una delle sue cravatte e che era disperata perché avrebbe dovuto portare qualche soldo alla famiglia altrimenti la avrebbero punita severamente, anche per il fatto che lei si ostinasse a voler guadagnare i soldi necessari a modo suo non dando retta a nessuno. Pablo, anche se era molto stanco perché aveva suonato tutto il giorno e non vedeva l’ora di andare a riposarsi, voleva provare ad aiutarla; così si fece venire un’idea per dare una mano a quell’amica in difficoltà.
Afferrò la sua chitarra e si mise a suonare: aveva escogitato un vero e proprio jingle pubblicitario.
In perfetto stile blues, improvvisò un motivo e le parole che ci cantava sopra parlavano di Elisa e le sue cravatte, di come le avesse fatte e di come avrebbero dato brio ad ogni camicia spenta: più o meno tutto quello che i due si erano detti, condito da qualche slogan accattivante che invogliava all’audace acquisto.
L’idea di Pablo funzionò; si fermarono a frotte attirati dalla musica e in seguito rapiti dalla freschezza e dalla peculiarità di quelle cravatte così singolari, e procedevano lesti a comprarle.
In meno di mezz’ora Elisa ebbe venduto tutta la sua merce e ricavato un po’ di soldini, abbastanza da portarne a casa e anche da poter offrire una cioccolata calda a Pablo, per ringraziarlo di come fosse riuscito a risolvere così brillantemente una situazione che sembrava disperata.
Sedettero su una panchina, con la loro cioccolata calda e un paio di briosce, ridendo e scherzando come due vecchi amici.
I due poi si salutarono abbracciandosi molto affettuosamente; Pablo le disse che era stato un piacere poterla aiutare, perché aiutare gli altri, specialmente quelli più in difficoltà come lo era lei, per lui era una gioia; doppiamente lo era, visto che anche lui, come aveva potuto notare, faceva parte del suo mondo, ovvero di quelli più in difficoltà.
L’aiuto giunge sempre inaspettato e da chi meno te lo aspetti, magari da qualcuno che tu non credi sia in grado di dartelo; invece, proprio per il fatto di trovarsi nelle tue stesse condizioni, riesce meglio a capirti ed aiutarti.
Elisa tornò a casa, diede il denaro guadagnato alla madre, e svelta andò a dormire stanca com’era per quella faticosa giornata; non cercò neanche niente da mangiare, si sentiva ancora sazia della merenda fatta insieme a Pablo.
Addormentandosi però, pensò a come durante quel giorno fosse stata una così brava stilista da riuscire a vendere tutte le sue creazioni, grazie anche al prezioso aiuto di un eccellente pubblicitario.

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