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Una storia di Milcham

Divina Commedia

I gironi infernali sono dentro di noi

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8 minuti

Pubblicato il 03 dicembre 2019 in Avventura

Tags: #Psiche #Mostri #Ansia #Viaggio

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Stava passando un periodo di vera merda. Diciamo che era il momento di affrontare i suoi mostri. Sì, i mostri. Quelli che ognuno di noi possiede dentro di sè. Non sapeva ancora perchè ora, perchè in quel modo, ma le era ritornata l’ansia. Inizialmente era una eco, una sorta di timore quando ripensava a quello che aveva passato tanti anni addietro, prima della sua prima laurea. Lo definiva il periodo più brutto della sua vita, ci si soffermava solo lievemente con il pensiero una volta ogni tanto, e subito si ritraeva da quelle sensazioni provando una intensa paura di “ricaderci”. In questo modo, non affrontava mai quella parte di sè, perchè le faceva troppa paura, una sorta di fobia. Lei era sempre stata abituata a conservare una immagine di se stessa quasi perfetta. Truccata, sistemata, in gamba e con intelligenza ed intuito tagliente, aveva nutrito per anni solo quella parte di sè. Quella della donna “In gamba, senza paura”. Non era una che mirava all’eccellenza, nemmeno all’università era una di quelle che studiava da mattina a sera. Al liceo non aveva nemmeno un quaderno per la materia di italiano e filosofia, le bastava la testa. Era tutto nella testa. Questo da un lato destava ammirazione “minchia come cazzo fai”, dall’altro una sorta di scoraggiamento per cui la vedevano più come un ideale che come una ragazza. Una specie di oggetto di valore su una mensola ma da lasciare appunto su una mensola. “Bellissimo sì ma ti lascio lì, metti che ti rompo, per carità non voglio avere sta responsabilità”. Eppure, eccellere per prevaricare gli altri non era mai stato il suo obiettivo. Il suo targhet piuttosto, era uscire dalla melma, essere qualcuno, compiere il suo destino mettendo a frutto i suoi talenti. Per se stessa, non per gli altri. Ma ora aveva l'ansia. L'angoscia. Un "terrore senza nome". Di nuovo. Terribile. Marta sapeva provenire "dall'area materna" ormai dentro di sé. Una specie di pozzo nero oscuro e dolorante. La madre...

Negli anni, all’inizio della vita, lei e la sua mamma erano state per la maggior parte del tempo sole, Marta era cresciuta in fretta emotivamente, perché la mamma aveva una impulsività che a Marta non era mai piaciuta. Era una emotività disregolata che le faceva paura. Bastava un niente per far in modo che la mamma si spaventasse, ad esempio se c’era del vento non usciva, se vedeva un estraneo aggirarsi passeggiando intorno casa si allarmava, se una macchina le stava troppo attaccata dietro andava in ansia e doveva accostare per farlo passare...cose così. Cose che a Marta la facevano stare spesso con il fiato corto, perchè doveva sempre intuire gli umori materni e sempre c’era il rischio che al mare non si andava, che dall’amica non ci poteva dormire, che all’università non poteva andarci ecc...tutto poteva crollare da un momento all’altro, quindi fu cosi che Marta oltre che "la paura che le cose belle non reggano", sviluppò l’intuito. Una specie di radar come per dire “che aria tira?”. Questa storia di vita fu utile al suo intuito e quello che desiderava diventare “da grande”, ma era molto doloroso, ed assieme all’intuito si era sviluppata la parte della paura, del terrore di non farcela, un po’ come sua madre aveva paura del mondo. L’ansia. Avendo sua madre un carattere continuamente preoccupato, da sempre tra lei e Marta non scorreva buon sangue. Marta doveva sempre sfondare la barricata materna per uscire nel mondo, e nove volte su dieci la madre ricambiava facendole provare il senso di colpa e di inferiorità. “Cosa credi di fare, dove credi di andare, cosa pensi di poter ottenere. Sei solo una bambina, una ragazzina, una figlia...non diventerai mai come me”. Cose così, cose dure da digerire per una bambina, per una figlia. Una madre che funzionava sull’asse dell’onnipotenza. Solo chi ha vissuto il dolore di una madre “morta”, una madre sorda, una madre severa e rigida, con empatia contraria, può capire di cosa si sta parlando. Certo aveva altre qualità. Ma l'empatia verso sua figlia non era una di quelle, ecco perchè la bambina crebbe vedendosela da sola, desiderando di crescere e diventare forte il più presto possibile. Infatti, Marta mirava ad essere come il padre, un uomo in divisa, lo amava molto. Certe volte, quando le parole erano davvero troppo pesanti, lui si schierava dalla parte di Marta, lei lo sentiva sgridare la moglie in camera da letto. Lì si sentiva capita, sentiva che allora c’era speranza. Che quello che diceva la madre non era necessariamente vero. Che in fondo il mondo non era solo un postaccio misero e terrificante e Marta poteva avere un suo spazio nel globo, da qualche parte lei poteva conquistarsi un piccolo podio. Ma tutto aveva una conseguenza. La conseguenza fu che Marta iniziò a voler essere appunto adulta molto presto, a voler essere “inataccabile”, smise di abbracciare i genitori, smise loro di dire “vi voglio bene”, smise di essere affettiva con loro, bisognosa. Cominciò ad essere fredda e rigida. Inizialmente cercò conforto nelle amicizie e negli amori, poi le delusioni arrivarono e lei smise di legarsi “troppo” anche lì. Aveva sofferto troppo l’incomprensione, così aveva smesso di dare tutta se stessa. Una volta accettò di farsi scopare da un tipo di 10 anni di più, diverse volte, che fondamentalmente la faceva cagare...così solo per sentire delle braccia accoglienti. Infondo Marta era una bella ragazza, ci metteva poco a farsi notare. Aveva capito negli anni che la gente si avvicina perchè mossa da curiosità, poi al massimo fa i suoi comodi e se ne va. Tanto vale non legarsi davvero. Che si fottano tutti. Tanto è questione di tempo. Insomma, da piccola Marta era “solo” quel lato di sè. Un lato più meccanico, più efficiente, più improntato al fare, al non avere paura, a controllare le emozioni, ad incapsularle e lasciarle da una parte ben controllata. Uscivano sì, ma non troppo, perchè quel “troppo” per lei poteva essere pericoloso, poteva farle credere di diventare distregolata come la madre, che era sempre “troppo”. Adesso, a 27 anni, l’ansia era tornata. Adesso che aveva tanto lavorato su se stessa per smorzare il falso sè era come se in realtà si fosse aperto un vaso di Pandora. Ora era molto più autentica, diceva ti voglio bene quando lo sentiva, abbracciava, piangeva, si appassionava a ciò che stava facendo, ai pazienti, al mondo della psiche, all’inconscio. Non scopava con tizi solo perché era desiderata. Era sempre in movimento, ed il fine settimana lavorava in pizzeria per racimolare un po’ di soldi. Però, proprio quando sembrava che le cose stessero ingranando, la parte di sè che aveva messo da parte iniziò a farsi sentire, ad uscire dal vaso. Era la parte impaurita, spaventata, colpevole, arrabbiata...tutte quelle emozioni forti che lei fin da bambina aveva messo da parte facendo finta che non esistessero. Così ritornarono le crisi di ansia, le immagini violente e terrificanti, gli incubi in cui una donna bionda con gli occhi neri e demoniaci rideva di lei, facendole sentire che non poteva aspirare alla luce. Questo risveglio dei suoi mostri interni cominciò a terrorizzare Marta, perchè per la prima volta davanti allo specchio vedeva l’immagine di una ragazza fragile, impaurita, spaventata, bisognosa di aiuto, sola. Era un riflesso che nella vita aveva sempre cercato di evitare. Lei preferiva specchiarsi e vedere una immagine di sè vincente e forte. Anche piuttosto falsa se occorreva a mantenersi "a distanza". La parte della bambina che aveva paura era stata in qualche modo allontanata bruscamente, tagliata fuori, scissa. Adesso chiedeva il conto, chiedeva udienza, parola, terreno. E Marta era terrorizzata da questo mostro terribile. Temeva di non uscirne fuori. Era terrorizzata dall’idea che quel mostro avrebbe preso tutto ciò di bello che stava cercando di costruire. Anche se negli anni quella parte di sè non era stata nutrita direttamente, di fatto era rimasta lì, con la stessa forza e violenza che avevano le emozioni che la spaventavano da bambina. Marta era tornata nella stanza dei fantasmi di cui aveva paura da bambina. Così catapultata dentro, specchiandosi non era una ragazza di 27 anni, ma la bambina di 3,4,8 anni. Tutte quelle volte in cui aveva paura, in cui provava colpa, in cui provava rabbia per sè e per gli altri. Ora Marta era quella bambina. Ed il terrore era tanto. Quando aveva le crisi d’ansia, aveva paura che non ne sarebbe uscita, e quando non le aveva, quando era più sicura, temeva segretamente il momento della prossima crisi. Stava col fucile puntato, con il controllo come un soldato appostato dietro la barricata cerca di scorgere le mosse del nemico. Questo causava ancora più ansia. Perchè Marta in qualche modo si ostinava ad evacuare quella parte di sè impaurita e sofferente, debole e fragile. Non voleva accettarla come parte di se stessa. Questa era la sua sfida. Riunire le parti. Questo era il momento in cui Marta doveva accettare di guardare in faccia il proprio mostro, che altro non era che la bambina preoccupata ed impaurita che di notte, temendo che ci fosse qualche “fantasma” accendeva la luce e decideva di non dormire nella paura che potesse fare qualche incubo. La stessa bambina che aveva paura che le parole materne potessero essere una sorta di profezia terribile. Ma sapeva anche, segretamente, che questo era il momento invece di scendere negli inferi della sua psiche accompagnata da Virgilio, visitare tutti i gironi terribili della sua anima e nominare i mostri, ascoltarne la storia e poi proseguire. Questo era ciò che stava iniziando ad affrontare, la sua Divina Commedia, il suo viaggio... aveva appena varcato la soglia dell'inferno.


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