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Una storia di Elena97

La pietra viola

Tratto da un sogno

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27 minuti

Pubblicato il 16 gennaio 2021 in Horror

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«Daisy, tocca a te. Obbligo o verità?»

«Scelgo obbligo».

Max rifletté per un momento.

«Devi… Devi dare un bacio sulle labbra a Sarah».

Daisy sgranò gli occhi, e poi si mise a ridere civettuola, mentre Luca sollevava la mano aperta per dare il cinque a Max.

«Voi maschi siete i soliti maiali», disse la ragazza, sollevando gli occhi al cielo.

Poi si avvicinò a Sarah e le due sorrisero imbarazzate. Daisy appoggiò una mano sulla guancia dell’amica, e alla fine le labbra delle due ragazze – ancora curvate in un sorriso – si toccarono per circa tre secondi, durante i quali Luca, Max e Gary emisero versi di esultazione e applaudirono.

Quando Daisy e Sarah si separarono, sul volto di Helen comparve una smorfia di disapprovazione.

«Non capirò mai cosa ci sarà di tanto eclatante in questo. Non era meglio obbligarla a baciare te stesso?» chiese, rivolta a Max.

Lui la guardò con aria di superiorità.

«Helen, non sforzarti di capire ciò che semplicemente non puoi capire. D’accordo?»

I tre ragazzi si misero a sghignazzare e Helen pensò che fossero tre idioti.

Forse era stato un errore accettare l’invito di Luca a trascorrere il weekend in montagna con lui e i suoi amici, nella baita dei suoi genitori.

Aveva detto di sì solamente perché sperava che quella potesse essere l’occasione perfetta perché tra loro, finalmente, succedesse qualcosa. Ma probabilmente, non sarebbe andata così: Luca era troppo preso dal fare il cretino coi suoi amici per dedicarle un po’ di attenzione, e la ragazza cominciava a capire che avrebbe dovuto rassegnarsi.

Per fortuna, Helen aveva avuto l’idea di chiamare con loro anche le sue amiche, Daisy e Sarah. In quel modo, almeno, non avrebbe dovuto trascorrere tutto il tempo con un branco di selvaggi.

Helen si soffermò a osservare Luca, seduto a gambe incrociate davanti a lei. Il ragazzo stava ancora ridendo per la risposta di Max. Gli erano comparse delle dolcissime rughe ai lati delle labbra, dovute alla piega del sorriso, e i suoi occhi erano semichiusi.

Le piaceva da morire.

«Helen, tocca a te».

La voce di Gary la fece tornare alla realtà.

«Non possiamo cambiare gioco e smetterla con questa stronzata da terza media?» chiese, un po’ seccata.

Max e Gary sbuffarono.

«Sei una guastafeste, noi ci stiamo divertendo, non è vero ragazze?»

Helen si voltò verso le amiche, aspettandosi di ricevere man forte, ma le due, invece, sorrisero timidamente, e Sarah disse: «A me onestamente obbligo o verità non dispiace, Helen».

Helen sgranò gli occhi, e si alzò da terra.

«Va bene, allora continuate pure con il vostro gioco idiota. Io esco».

Prese il cappotto dall’attaccapanni vicino alla porta d’ingresso e uscì in veranda.

«Dai, Helen… Torna», le urlò Daisy, ma Helen la ignorò.


L’aria era piuttosto fredda e pungente. A ogni respiro, dalle labbra un po’ secche della ragazza uscivano delle piccole nuvolette di vapore tiepido. Helen si strinse nel cappotto e si ficcò le mani nelle tasche.

In quel momento, avrebbe tanto voluto trovarsi in camera sua, nel suo letto, avvolta nelle coperte calde, a leggere un buon libro, con ancora viva nella sua testa la speranza che tra lei e Luca potesse esserci qualcosa. Possibilità che invece ora, dopo solo un giorno in compagnia sua e dei suoi amici, stava diventando sempre più remota.

Persa in questi pensieri, non udì il cigolio della porta che si apriva dietro di lei.

La ragazza sussultò, presa alla sprovvista. Luca le si era avvicinato e l’aveva circondata da dietro con le braccia.

«Si può sapere che c’è?» chiese il ragazzo.

Helen rimase immobile, nervosa e stupita per quell’abbraccio inaspettato. Non rispose alla sua domanda.

«Ci stiamo solo divertendo un po’, così per fare. Perché devi fare l’incazzata?» continuò lui.

«Io non vorrei fare l’incazzata, mi ci portate voi», ribatté prontamente lei.

Luca alzò gli occhi al cielo e la fece voltare verso di sé.

«Smettila di fare così».

Le labbra di Luca erano a pochi centimetri dal suo viso, le vide muoversi armoniosamente mentre il ragazzo parlava. Il pensiero di avvicinarsi un po’ di più a lui e sentire il suo respiro ancora più vicino le fece venire i brividi sulla schiena.

Quell’immagine cancellò completamente tutto quello che aveva pensato appena due minuti prima. La ragazza, senza riflettere più di tanto, si gettò tra le braccia di Luca che ricambiò la stretta.

E in quell’abbraccio, Helen percepì tutto ciò che sperava potesse diventare reale.

Desiderava stare con Luca più di qualsiasi altra cosa.

E doveva farglielo capire, una volta per tutte.

La ragazza si scostò per un attimo dall’abbraccio e lo guardò negli occhi.

«Luca, io…»

Ma Helen non poté aggiungere altro, perché in quel momento un boato assordante proveniente dal bosco non molto lontano li fece sussultare e ammutolire entrambi.


«Ma che cazzo è stato?»

Max spalancò la porta della baita e uscì fuori, seguito da tutti gli altri. Helen e Luca si erano spostati un po’ più avanti, verso il parapetto di legno che delimitava il perimetro della veranda, e scrutavano i boschi davanti a loro per cercare di intravedere qualcosa tra gli alberi.

«Non so, c’è stato un rumore fortissimo», disse Luca, scendendo i gradini della veranda.

«Forse è caduto un albero?» suggerì Daisy.

I ragazzi si guardarono tra di loro senza dire una parola, confusi e un po’ preoccupati.

Il silenzio venne rotto da Gary.

«Che facciamo?»

«Come che facciamo? Niente, non facciamo niente», rispose immediatamente Sarah.

Gli altri si voltarono a guardarla e lei allargò le braccia, come se la questione fosse assolutamente ovvia.

«Potrebbe essere pericoloso…» disse, scioccata dal fatto di dover dare una spiegazione a qualcosa di così scontato.

«Sì, ma qualcuno potrebbe essersi fatto male», ribatté timidamente Daisy.

«Dobbiamo andare a vedere», decretò Luca, e a tutti fu chiaro che così avrebbero fatto.

Gary propose che andassero solamente loro ragazzi, e tutti furono d’accordo.

Tutti, tranne Helen.

«Voglio venire anche io».

Luca la guardò fisso.

«Helen, non cominciamo…» disse, ma allo stesso tempo il suo sguardo suggeriva che, in realtà, se lo era aspettato. Ed è per questo motivo che Helen gli sorrise, invece che ribattere; sapeva perfettamente che alla fine l’avrebbe avuta vinta lei.

Infatti, Luca, dopo aver sospirato rumorosamente, le fece segno di muoversi e la ragazza raggiunse l’amico giù dalla veranda, mentre Max e Gary erano rientrati un momento a prendere i giubbotti.


Inoltrandosi nel bosco, Luca, Max, Gary e Helen parlottarono riguardo a cosa avesse potuto provocare quel rumore terribile.

«A me non sembrava proprio un albero che cadeva», disse Max.

Dal tono della sua voce risultava chiaro che il ragazzo fosse particolarmente spaventato, e che forse avrebbe preferito essere rimasto alla baita con le ragazze.

«Nemmeno a me», affermò Helen, che camminava tenendo lo sguardo fisso verso il basso, per evitare di inciampare sul terreno irregolare, «ma sinceramente, non saprei abbinare quel suono a nulla».

«Forse un sparo? Un cacciatore?» tirò a indovinare Gary.

«Oh dio, speriamo di no», esclamò Max, terrorizzato.

I quattro ragazzi non dissero più niente. Continuarono a camminare guardandosi costantemente intorno, cercando di individuare qualcosa fuori posto, qualcosa che avesse potuto causare un tale boato. Ma non videro nulla.

Dopo un po’, cominciarono a sentirsi stanchi e infreddoliti, e, soprattutto, demoralizzati. Non sapevano cosa stessero cercando di preciso, avrebbero potuto non trovare nulla, e la questione stava cominciando a diventare pesante.

«Torniamo indietro. Noi stiamo bene e questo è quello che conta», disse Max, smettendo di camminare e fermandosi dov’era. Gli altri ragazzi lo imitarono, ansimando leggermente per la fatica.

«Sono d’accordo con Max. Forse è meglio…»

Le parole di Gary furono bloccate bruscamente da un forte guaito. Si voltarono tutti di scatto e videro, sul sentiero davanti a loro, un husky dagli occhi color del ghiaccio, che tremava e piangeva spaventato.

«Guardate che bello», disse Helen, affascinata dall’eleganza e dalla bellezza dell’animale, nonostante fosse evidente che la bestia avesse qualcosa che non andava.

La ragazza si accucciò sui talloni e tese una mano davanti a sé, cercando di far avvicinare il cane.

«Vieni, piccolo, vieni. Non ti facciamo niente».

Ma il cane non si muoveva. Se ne stava dov’era, come paralizzato, e aveva smesso di piangere.

Helen si rialzò e si voltò verso Luca.

«Che facciamo?» chiese.

Il ragazzo scosse la testa. Non ne aveva idea.

«Guardate», disse poi Max puntando l’indice verso l’husky. «Ha un collare».

Il ragazzo mosse lentamente qualche passo verso il cane, con le mani sollevate davanti a sé, come per mostrargli che non voleva fargli del male, e, alla fine, riuscì ad avvicinarsi all’animale senza che questo scappasse.

Avvicinò la mano – aperta col palmo rivolto verso l’alto – al naso del cane, in modo che questo potesse abituarsi al suo odore e alla sua presenza, e poi gli accarezzò la testa, mentre l’animale abbassava le orecchie timoroso. Max allora spostò la sua attenzione sul collare, mentre l’husky cominciava a rilassarsi e a lasciarsi coccolare. La medaglietta d’oro era tonda e luccicante, e il ragazzo lesse ad alta voce il nome che c’era inciso sopra.

«Rudolf».

Max continuò ad accarezzare il morbido pelo di Rudolf con dolcezza.

«Se ha un collare con medaglietta, deve per forza avere un padrone», disse Gary.

Max allungò lo sguardo davanti a sé, verso la direzione da dove il cane era arrivato, ma non vide nessuno. Si risollevò dalla posizione piegata in cui si trovava e ritornò dagli amici.

«Che facciamo? Lo portiamo con noi?»

«Dite che si è perso? Forse dovremmo chiamare qualcuno».

«Non c’è un numero di cellulare sulla medaglietta?»

«No, niente. Solo il nome».

«Cazzo».

«Dovremmo cercare su Internet un qualche numero da chiamare».

«Niente, non c’è campo».

«No, infatti, Internet non prenderà mai qui».

Mentre discutevano sul da farsi, finalmente Luca tornò a voltarsi verso Rudolf, e si accorse che questo era sparito.

«Ragazzi…»

Imitando Luca, gli amici si girarono a loro volta verso il punto dove fino a pochi attimi prima si trovava l’husky, e videro che l’animale non c’era più.

Si guardarono tutti intorno, ma del cane non c’era più traccia.

«Probabilmente è tornato dal suo padrone», suggerì Luca.

«Sì, credo che si fosse semplicemente allontanato e ora è tornato indietro», confermò Gary.

I ragazzi, allora, decisero di tornare a casa, e di cercare di dimenticarsi dell’inquietante rumore che, poco prima, avevano sentito.

Tuttavia, in quell’occasione, svariati fattori, che forse avrebbero fatto sì che le cose andassero diversamente, erano stati involontariamente ignorati.

Se avessero osservato meglio l’husky, infatti, i quattro amici avrebbero notato una macchia di colore viola delle dimensioni di una pallina da golf sul pelo bianco e grigio della sua coscia destra.

Se avessero continuato a prestare attenzione a Rudolf mentre discutevano su cosa fare, avrebbero visto il cane svanire letteralmente nel nulla. Non voltarsi e allontanarsi sulle sue zampe, bensì scomparire, nel punto esatto in cui si trovava, senza lasciare alcuna traccia.

Se avessero deciso di continuare a cercare l’origine del rumore che avevano sentito, avrebbero trovato, tra l’erba alta del bosco, poco distante dal punto in cui erano, una pietra. Una pietra perfettamente liscia, di colore viola, del tutto estranea rispetto al paesaggio intorno a lei, e dalla quale scaturivano dei rivoli di fumo grigiastro.

Se fossero partiti qualche minuto prima dalla baita e avessero raggiunto il luogo in cui si trovava la pietra, avrebbero potuto vedere Jonathan, il padrone di Rudolf. Avrebbero visto l’uomo – dopo essere stato attirato lì dal rimbombo assordante che anche lui, come loro, aveva sentito – abbassarsi verso la strana pietra, mentre Rudolf, accanto a lui, abbaiava agitato.

Avrebbero visto Jonathan esitare, curioso e spaventato allo stesso tempo, e, alla fine, l’avrebbero visto sfiorare con la punta delle dita il sasso misterioso, per poi ritrarsi immediatamente, lanciando un piccolo grido di dolore, come se il sasso scottasse terribilmente. Poi, l’avrebbero visto fare una carezza a Rudolf, che nel frattempo gli si era avvicinato, e che sembrava un po’ disorientato.

L’avrebbero visto, quindi, tirare fuori il cellulare, con l’intenzione di fotografare lo strano oggetto fumante e bollente davanti a sé. A quel punto, mentre sollevava il cellulare davanti al viso, l’avrebbero visto accorgersi di avere una macchia viola delle dimensioni di una pallina da golf sul polso destro, che era leggermente scoperto dal giubbotto. Avrebbero visto il viso dell’uomo sbiancare, mentre sprofondava nella preoccupazione più pura.

E, infine, se tutto questo fosse accaduto, avrebbero visto Jonathan svanire nel nulla, mentre Rudolf, abbaiando e guaendo, si allontanava verso il sentiero.


Daisy e Sarah li stavano aspettando fuori in veranda. Erano entrambe agitate e nervose, e Daisy batteva ritmicamente il piede destro sul pavimento di legno grezzo.

Quando videro i quattro amici sbucare dal sentiero tra gli alberi, sussultarono e andarono loro incontro.

«Allora?» chiese Daisy, curiosa.

«Allora niente, non abbiamo trovato nulla di strano», rispose Helen allargando le braccia.

A quelle parole, le due ragazze parvero deluse, ma allo stesso tempo sollevate.

«D’accordo, allora rientriamo? E chiudiamo questa storia?» propose Sarah.

Tutti annuirono e seguirono la ragazza dentro casa.

Per riscaldarsi un po’, Helen decise di preparare un tè. Dopo aver versato l’acqua nel bollitore e averlo messo sul fuoco, si voltò verso i compagni, che si erano seduti a tavola in silenzio, ancora un po’ a disagio per quello che era successo.

Decise di provare a ravvivare la situazione.

«In compenso, abbiamo trovato un cane bellissimo. Un husky di nome Rudolf», disse.

Seguirono una serie di domande da parte di Daisy e Sarah, e di risposte da parte di Helen, Max, Gary e Luca, le quali sfociarono a loro volta in una conversazione allegra e spigliata, e per un attimo sembrò che nulla fosse successo.

Tuttavia, fu per un solo, breve attimo.

Mentre Helen versava il tè nelle tazze e le poggiava su un ampio vassoio a specchio, si sentì Max imprecare. Nella sua voce, si percepiva chiaramente una nota di smarrimento. Si guardava compulsivamente la mano sinistra, che teneva aperta, con il palmo rivolto verso l’alto.

«Max», chiese Luca rivolgendosi all’amico, «che ti prende?»

Max spostò il suo sguardo su di lui. I suoi occhi erano sgranati e preoccupati, sembrava che stessero inviando una disperata richiesta d’aiuto, poco importa chi avessero davanti.

«Non so», rispose poi il ragazzo, «ho una cosa strana sulla mano».

Prese a strofinarsi la mano sinistra con il pollice della destra. Addirittura, ci sputò sopra, per poi riprendere a sfregare.

«Che vuoi dire? Facci vedere», disse Daisy.

Allora il ragazzo tirò su la mano e la appoggiò sul tavolo, in modo tale che tutti potessero vedere di cosa stesse parlando.

Al centro del palmo della mano sinistra di Max c’era uno strano cerchio tutto viola, all’incirca delle dimensioni di una pallina da golf.

Istintivamente, Daisy, che sedeva accanto a Max, gli prese la mano, esclamando: «Ma che cazzo è?»

«Che succede?» domandò Helen, che stava arrivando in quel momento al tavolo con il vassoio.

Max sollevò la mano per mostrarle lo strano segno e la ragazza corrugò le sopracciglia.

«Ma che cazzo è?» chiese, scegliendo, curiosamente, le stesse parole che aveva usato Daisy.

«Eh, appunto», rispose Max. «Che ne so».

Di nuovo, provò a strofinarsi il palmo, stavolta con più forza e rabbia.

«Avrai toccato una pianta strana, che ne so», Luca provò a dare una spiegazione alla cosa.

Max gli lanciò uno sguardo speranzoso.

«Sì, probabilmente è cos…»

L’ultima lettera della frase che Max stava dicendo non venne sentita dagli altri ragazzi, perché, di fatto, Max non la pronunciò mai.

Il ragazzo era sparito.

La sedia sulla quale si trovava era, adesso, completamente vuota. Nel punto in cui, fino a un secondo prima, si trovava il corpo di Max, ora non c’era più niente. Lo schienale di legno decorato, prima coperto dal busto e dalla schiena di Max, era assolutamente visibile.

Daisy urlò.

Gary si alzò di scatto e indietreggiò con passi incerti e affrettati, finché non inciampò e cadde sulla schiena, gli occhi sempre incollati sulla sedia di fronte a lui.

Luca aprì la bocca senza riuscire a pronunciare parola.

Sarah non fece nulla. Non un solo muscolo del suo corpo si mosse. Era paralizzata.

Helen, infine, lasciò cadere il vassoio con tutte le tazze, piene fino all’orlo di delizioso tè fumante che si sparse ovunque: sulle sue scarpe, sulle gambe del tavolo, sul pavimento. Il rumore assordante delle sei tazze di ceramica che andavano in mille pezzi fu udito a malapena.

«C-c-cosa…» balbettò Sarah.

Daisy continuava ad urlare istericamente.

«N-no», disse Luca, alzandosi in piedi. «Ma no… Ma cosa…»

«Ma cosa cazzo è successo?» urlò Gary, ancora a terra. Il ragazzo cominciò lentamente a tentare di mettersi in piedi. «Cos’è stato? Cos’è stato? È scomparso

L’urlo di Daisy non terminava.

«N-non è possibile. Non è possibile. Semplicemente, non è possibile», farfugliò Helen.

«È un cazzo di scherzo? Perché se è un cazzo di scherzo non è affatto divertente», suggerì Gary.

Daisy stava ancora urlando.

«Daisy, smettila!» l’urlo di Luca tagliò l’aria.

E Daisy si zittì.

Per pochi secondi, tutti si zittirono, increduli, scioccati, bloccati.

«N-non riesco a stare in piedi…» disse Helen, posandosi una mano sulla fronte. Si sentiva svenire.

Istintivamente, si mosse verso Luca, all’altro capo del tavolo, che la afferrò poco prima che le gambe della ragazza cedessero.

«Helen, ti prego. Helen, guardami».

Reggendola col suo peso, Luca le diede qualche colpetto sulla guancia, finché gli occhi semichiusi e quasi incoscienti della ragazza non si aprirono.

«Sono qui. Non ti lascio», le disse per farle coraggio.

Helen appoggiò il viso sul suo petto e cominciò a piangere.

Nel frattempo, Gary, che si era sollevato da terra, si buttò di peso su una sedia, la stessa dalla quale, solo pochi minuti prima, si era alzato di colpo.

Si passò una mano sulla faccia, e poi chiese, timoroso: «È successo davvero, giusto? I-io… Non me lo sono sognato, vero?»

Nessuno gli rispose, ma quello che avrebbero detto, se lo avessero fatto, era chiaro a tutti. E Gary non fece altre domande.

«D-dobbiamo chiamare qualcuno», disse Luca, sempre con le braccia intorno alle spalle di Helen.

«E chi vorresti chiamare, Luca? Cosa vorresti dire? “Pronto, il nostro amico è scomparso”?» disse Sarah, che nel frattempo si era alzata e si era messa in parte a Helen.

Daisy si mise le mani davanti alla bocca.

Luca abbassò lo sguardo.

«Sì, ma allora cosa facciamo? Cosa facciamo?» Gary quasi gridò.

«Io non lo so!» gli rispose Luca, alzando il tono a sua volta.

«Tu sei quello che sa sempre tutto! Non sei tu il capo?»

«Che cosa cazzo stai dicendo, idiota? Cosa ti sembro, il fottuto Fred di Scooby-Doo? Smettila di dire stronzate, Gary!»

Mentre i ragazzi discutevano animatamente, Helen, che non voleva ascoltare, si guardò intorno. Osservò i volti sconvolti delle sue amiche, senza riuscire a credere a quello che era appena successo.

Si accorse che lo sguardo di Sarah era puntato su qualcosa. I suoi occhi, incollati su Daisy, erano sgranati e terrorizzati. E allora, Helen guardò nella stessa direzione e quello che vide le fece accapponare la pelle.

No…

«No…» sussurrò.

Luca e Gary smisero di urlarsi contro, e rivolsero la loro attenzione verso la ragazza.

«Helen, che c’è?» Luca la scosse per le spalle, e dato che lei non rispondeva, la scosse di nuovo. «Helen! Di’ qualcosa!»

Fu Sarah a parlare al suo posto.

«Daisy…» iniziò. «Hai una macchia viola sul collo».

Il colorito di Daisy diventò di un bianco spettrale.

«C-cosa?»

In preda a un attacco di panico, la ragazza cominciò a toccarsi il collo, dappertutto, velocemente. Cominciò a graffiarlo, a colpirlo, a pizzicarlo. E intanto urlava, dicendo che non era vero, che non era niente, che sicuramente c’era una spiegazione.

Si alzò in piedi e, sempre tenendosi il collo, si mosse in direzione degli amici.

«Vi prego… Vi prego, aiutatemi…»

Gary le andò incontro.

«Daisy, tranquilla… Daisy, non è niente, andrà tutto bene», le disse.

La accolse tra le braccia, chiudendo gli occhi, nel tentativo di tranquillizzarla.

E dopo pochi secondi, improvvisamente, percepì che le sue mani non stavano più toccando il maglione di cotone spesso che stava indossando l’amica. Il suo mento non era più appoggiato sulla testa della ragazza, perché non sentiva più i capelli scuri di lei solleticargli la pelle.

Tuttavia, non aprì gli occhi. Né si mosse dalla posizione in cui era.

Rimase così, le braccia ancora sollevate in un abbraccio invisibile.

Strinse le dita, le sue mani aperte divennero due pugni.

E continuò a stringere e stringere, finché le nocche non gli diventarono bianche.

La voce di Helen arrivò in un sussurro.

«Gary…»

Finalmente il ragazzo abbassò le braccia, e si voltò verso gli amici.

«Sono scomparsi», esclamò con tono stupito, quasi come se solamente lui avesse visto quello che era successo.

Poi, si mise a ridere. E quella sua risata, macabra e indomabile, fu talmente fuori contesto da risultare terrificante.

Luca si passò una mano davanti alla bocca, asciugandosi la pelle sudata intorno alle labbra.

«I-io… Devo andare in bagno», disse, allontanandosi dalla stanza.

Helen ridacchiò nervosa e a disagio. Si era completamente dimenticata delle cose normali della vita: il bisogno di andare in bagno, di dormire, di mangiare. In quel momento, le sembrava che nulla di tutto questo avesse senso. Sentiva che avrebbe potuto non andare al bagno per il resto della vita e il solo pensiero di mettersi in bocca qualcosa da mangiare le dava la nausea. Tuttavia, contrariamente a quanto si sarebbe immaginata, al pensiero di sdraiarsi su un letto morbido e accogliente e di assopirsi, si sentì improvvisamente stanca e desiderosa di dormire.

In quel momento, come se le avesse letto nella mente, Gary, che era riuscito a calmarsi, mosse un passo verso il punto in cui si trovavano lei e Sarah.

«Devo stendermi», disse, quasi con gli occhi chiusi.

Continuò a muovere lentamente un passo dopo l’altro, in maniera incerta e instabile.

«Gary, siediti, sta’ attento…» stava dicendo Sarah, quando lui, prevedibilmente, inciampò sui suoi stessi piedi e le crollò addosso. La ragazza lo afferrò e lo sorresse per quanto le fu possibile – Gary pesava almeno venti chili in più di lei e la superava di almeno venti centimetri in altezza.

Helen stava sporgendosi per darle una mano, ma la voce di Luca, che era appena rientrato in soggiorno, la bloccò.

«Ferma!» urlò il ragazzo. Si stava ancora allacciando la cintura, come se avesse fatto tutto in fretta, bramoso di tornare dagli amici il prima possibile.

«Che ti prende?» chiese Helen, indietreggiando spontaneamente di qualche passo.

«Non toccarli», continuò Luca, avvicinandosi.

Sarah riuscì, non senza fatica, a far sedere Gary, non del tutto cosciente, su una delle sedie. Sbuffando e ansimando, si scostò i capelli scompigliati dal viso, e poi domandò: «Cosa stai dicendo, Luca?»

Il ragazzo abbassò gli occhi sul pavimento di legno, incapace di sostenere lo sguardo di lei.

«Credo che… C-che Gary sarà il prossimo», balbettò. «E tu dopo di lui».

Sarah deglutì rumorosamente. Guardò Gary, poi guardò Helen, e infine tornò a fissare il suo sguardo su Luca.

«Che cosa cazzo stai dicendo?» urlò, in preda al panico più profondo.

In quell’esatto momento, a conferma delle parole di Luca, Gary scomparve. La sedia sulla quale si trovava il suo corpo rimase vuota.

Sarah sussultò e urlò.

«No! No, Gary! Gary!» diceva, toccando la sedia dappertutto, sullo schienale, sul sedile; si abbassò persino a toccare le gambe di legno, incapace di credere ai suoi occhi.

Dopo essersi rialzata e aver preso un bel respiro, si rivolse verso Luca.

«Cosa stai dicendo, Luca? Ti prego…»

Il ragazzo cominciò a spiegare la sua teoria.

«Daisy era stata l’unica a toccare Max, dopo esserci accorti della macchia che aveva sulla mano, e guarda caso lei è stata la successiva. Poi, Gary ha abbracciato Daisy ed è sparito anche lui. E ora…»

La voce di Luca era spezzata e, prima di continuare, il ragazzo tentennò.

«E ora, tu hai toccato Gary».

«Ma…» Sarah si strinse le braccia intorno al corpo. «Non abbiamo visto nessuna macchia viola su Gary».

Luca allargò le braccia.

«Ci sarà stata sicuramente. Max l’aveva, Daisy l’aveva. Non può essere una coincidenza. Siamo stati colpiti da qualcosa… Qualcosa… Qualcosa che va oltre tutti noi».

Sarah crollò seduta sulla stessa sedia da cui Gary era scomparso, e per un attimo, mentre si abbassava, si aspettò quasi di sentire sotto il sedere le gambe muscolose di Gary ad accoglierla. Invece, percepì solamente la sensazione del legno duro e spoglio.

«Ma… Io non voglio». La ragazza cominciò a piangere. «Non voglio, vi prego… Dev’esserci una soluzione. Magari non mi verrà fuori niente».

Voltò la testa prima verso Helen, dietro di lei, e poi verso Luca. Entrambi tenevano lo sguardo basso, impotenti.

A quel punto, Sarah, come in preda a un attacco isterico, si alzò in piedi e cominciò a toccarsi e controllarsi tutto il corpo. Tirò su le maniche della felpa, scoprendo le braccia magre, poi cercò di fare lo stesso con i jeans, ma erano troppo attillati e non salivano oltre il polpaccio. Allora, la ragazza cominciò a spogliarsi. Si sfilò prima i pantaloni, poi la felpa, rimanendo così in mutande e maglietta.

«Ho qualcosa? C’è qualcosa?» domandò agli amici, con voce rotta.

Helen la osservò il più possibile. Aveva la vista un po’ annebbiata e la testa le doleva terribilmente. Ma sembrava che sulla pelle dell’amica non ci fosse nessuna macchia viola.

«N-non mi pare… Non mi pare, Sarah», disse speranzosa.

Sarah la guardò tremando, e, in un gesto disperato, cominciò a sfilarsi anche gli ultimi indumenti che le erano rimasti addosso, rimanendo completamente nuda.

«Ho qualcosa? Vedete qualcosa?» chiese di nuovo, toccandosi ovunque.

Luca sollevò il braccio destro, puntando l’indice su di lei.

La ragazza, con sguardo interrogativo, si osservò con più attenzione, e la vide.

Sul suo seno destro, sopra il capezzolo, c’era una macchia viola delle dimensioni di una pallina da golf.

«No…» pianse. «No, no, no, no! Per favore! Non ho fatto niente di male! Ma che storia è questa?»

La sua voce disperata faceva venire i brividi. Il suono del suo pianto strozzato e affranto arrivava fin dentro lo stomaco.

La vista di quella ragazza, piccola e magra, così debole e fragile, che si teneva il seno maledetto con entrambe le mani, era uno sconforto per gli occhi. E nessuno poteva fare nulla per aiutarla.

«Sarah…» provò a dire Luca. «M-mi dispiace».

Il ragazzo piangeva, come le due amiche. Dal naso gli colava del muco trasparente che gli arrivava fino al labbro superiore.

Sarah mosse un passo verso di lui.

«So che vi dispiace», disse. «Ma non è giusto».

La ragazza si asciugò le guance umide di lacrime con la mano e tornò a puntare il suo sguardo perso sulla macchia viola.

Sorrise.

«Se… Se siamo spariti noi, dovete sparire anche voi».

Cominciò a muoversi piano verso Luca, che si trovava di fronte a lei, a circa due metri di distanza.

Gli occhi del ragazzo si spalancarono.

«No! Sarah, no!»

«Sarah, ma che stai dicendo?» domandò Helen. Era terrorizzata. Voleva disperatamente andare da Luca, ma a separarla dal ragazzo c’era il tavolo di legno e, davanti a lei, Sarah.

«Sì», disse Sarah. «Non è giusto… Non è giusto che a voi vada bene. Dobbiamo stare tutti insieme».

La ragazza si muoveva a scatti, lentamente, come uno zombie. La sua pelle chiara contrastava nettamente con il viola del cerchio sul suo petto, che spiccava come un gioiello.

Mentre Sarah parlava, Helen, istintivamente, decise di agire.

Si spostò verso destra, intenzionata a fare il giro del tavolo e raggiungere Luca. Ma, allo stesso tempo, non voleva attirare l’attenzione di Sarah, né voleva darle l’impressione di stare scappando da lei. Sarah, in fondo, era la sua migliore amica.

Quindi, scelse di non correre, ma piuttosto di camminare rapidamente, cercando di passare inosservata.

«Siamo tutti amici… Se è successo questo a me, Max, Gary e Daisy…»

Helen aveva quasi raggiunto Luca, che stava tendendo le braccia verso di lei.

«… Deve succedere anche a voi!»

Sarah scattò.

Ma contemporaneamente a lei, scattarono anche Luca e Helen, diretti verso la porta alle loro spalle, che conduceva alla zona notte. I due ragazzi si infilarono nell’apertura – Luca davanti, Helen dietro –, mentre Sarah gli era alle calcagna, affamata di vendetta, giustizia, o qualunque cosa avesse per la testa.

Helen e Luca riuscirono a mettersi al riparo in corridoio e a chiudersi la porta alle spalle, proprio mentre Sarah stava allungando la mano verso di loro, urlando.

Luca, mentre spingeva il proprio peso contro la porta cosicché Sarah non riuscisse ad aprirla, girò la chiave nella toppa, per poi arretrare di qualche passo.

La visione della maniglia argentata che si abbassava ripetutamente senza, però, che la porta si aprisse, fu un sollievo liberatorio.

Erano al sicuro.

«Maledetti! Maledetti!» urlava Sarah, sopraffatta dall’ira. «Tirate fuori le palle! Codardi! Bastardi!»

Helen e Luca ansimavano per la fatica e la tensione. Si voltarono l’uno verso l’altra.

«Stai bene?» le chiese lui. «Ti ha toccata?»

Helen lo guardò negli occhi, piegata in due, con le mani appoggiate alle ginocchia.

«No, no», disse, risollevandosi. «Non mi pare».

I pugni di Sarah contro la porta provocavano un rumore insopportabile e assordante.

Luca e Helen aspettarono senza dirsi nulla. Aspettarono ciò che entrambi erano convinti sarebbe successo in breve in tempo.

Infatti, dopo un minuto e quarantacinque secondi, il rumore cessò.

Nessuno dei due ragazzi andò a controllare, nessuno dei due pensò di aprire la porta e tornare in soggiorno.

Invece, si presero per mano e Luca condusse Helen nella camera da letto più vicina, quella in cui, fino alla notte precedente, aveva dormito con Max e Gary.

Il ragazzo fece dolcemente stendere Helen sul proprio letto e poi le si adagiò in parte.

Stesi su un fianco – Helen sul fianco destro, Luca, su quello sinistro –, si guardarono negli occhi e piansero in silenzio.

Piansero l’uno sull’altra, tenendosi per mano, cercando di farsi forza.

Piansero per gli amici scomparsi.

Piansero per le loro vite rovinate.

Dopo qualche minuto, Helen accarezzò la guancia di Luca e gli sorrise.

«Luca, io desidero dirti una cosa da moltissimo tempo».

Il ragazzo non disse nulla, ma con lo sguardo la incitò ad andare avanti.

«Tu… Tu mi piaci. Da morire», sussurrò Helen, e poi si mise a ridere. «Ora, vorrei tanto avertelo detto prima. Vorrei tanto poter tornare indietro».

Luca le sorrise a sua volta.

«Anche tu mi piaci, Helen».

Il ragazzo le si avvicinò un po’ di più, fino a fare incontrare le loro labbra in un piccolo e timoroso bacio.

Rimasero stesi in quella posizione, accarezzandosi a vicenda i capelli e le guance con dolcezza, finché Helen non si addormentò.

Luca continuò ad accarezzarle i capelli, guardandola dormire: i suoi occhi chiusi, con le ciglia lunghe e scure, gli davano un incredibile senso di serenità che Luca non avrebbe mai pensato di poter provare, in quel momento.

Il ragazzo si mise supino e puntò lo sguardo sul soffitto.

Cominciò a pensare a cosa avrebbero fatto una volta tornati a casa.

Cosa avrebbero raccontato? La verità? Nessuno ci avrebbe mai creduto.

Pensando ai suoi genitori, ai genitori di Max, Daisy, Gary e Sarah, ricominciò a piangere.

La disperazione più pura si insinuò tra i suoi pensieri, e il ragazzo cominciò ad ansimare, completamente sopraffatto dall’agitazione.

Tornò a voltarsi verso Helen, per tentare di ritrovare quella sensazione di serenità che la ragazza gli aveva trasmesso poco prima, e intanto continuava a pensare.

Cosa ne sarebbe stato delle loro vite?

Non sarebbero mai riusciti a stare bene. Non più. Non dopo quello che era successo.

Forse avrebbero fatto meglio a farsi toccare da Sarah. L’ignoto di ciò che sarebbe successo una volta spariti sembrava, a Luca, una prospettiva comunque migliore rispetto a quella che sarebbe stata la loro vita, d’ora in avanti.

Fu per tutti questi motivi che, quando Luca la vide, quello che provò fu puro e semplice sollievo, e nient’altro: sulla guancia sinistra di Helen c’era una macchia viola delle dimensioni di una pallina da golf.


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