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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TRAVELOGUE

"MUSIC OF CHANGES" / 1

Musicologia all’origine della cultura globalizzata /  6

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20 minuti

Pubblicato il 17 novembre 2019 in Giornalismo

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"MUSIC OF CHANGES"

Musicologia all’origine della cultura globalizzata / 6


È accertato che la musica scaturisce immagini in quanto fonte di emotività costante proveniente dal subconscio uditivo capace di connubi differenziati modificati e trasmessi attraverso ultrasuoni che l’orecchio percepisce ed elabora in qualità di suono. Parliamo dunque di suono-visivo nel processo graduale di crescita e di esplorazione sonora. Gli esperimenti fatti nel campo della ‘musica-visiva’, ad esempio, come abbiamo visto, sono iniziati dai ricercatori prima nel ‘900 e spaziano attraverso le diverse applicazioni dell’arte fino ai nostri giorni.

Ricerche e sperimentazioni coadiuvate dall’avanzamento incessante della tecnologica e che vanno dalla ‘land art’ alla ‘ambient art’ fino alla ‘visual-art’, negli abbinamenti con la ‘scultura-musicale’: pareti che vibrano ed emettono suoni diversi, parti meccaniche in movimento, architettura-fonetica; fino alla ‘pictures music’: quadri che parlano e cambiano colore a seconda dell’angolazione della luce, e che nell'insieme contrassegnano il nostro bagaglio letterario-artistico e sonoro-musicale più avanzato.

Locandina Mostra di Visual Art.
Locandina Mostra di Visual Art.

L’attuale stagione dell’arte contemporanea consta di pluri-interventi anche sul paesaggio naturale e urbanistico, umanizzato che sia, e che fungono da traino all'espressione musicale, oggi fortemente globalizzata, utilizzata nei diversi campi di applicazione dai media; come alla poesia oggettivistica e descrittiva sempre alla ricerca di motivazioni sociali e promozionali e che il territorio stesso suggerisce per stare al passo con 'attualità: sia come accentuazione di quelle specificità ambientali che la percezione interiore talvolta riesce a cogliere; sia che si rilevi una qualche sintonia di intenti con la sensibilità artistico-ambientale e/o psicologico-spirituale all’origine dell’umano operare, che è poi la ragione della nostra esperienza conoscitiva più alta.

Acciò la 'musica va oltre la poesia', è il caso di ammetterlo, superandola di gran lunga, mettendo in scena proprio quel tratto irraggiungibile della misura che sta nella progettazione di un’idea, nel superamento del dualismo dell'ambiguità pregressa dell'anima; quel qualcosa di più semplice e più assoluto che è poi la quintessenza della cosmica armonia, la cura fantascientifica alla grammatica caotica dell'intelligenza nell'estenuante ricerca della felicità, nel futuribile incontro con altri mondi possibili e altre forme di vita.


Ecco quindi, che la 'musica contemporanea' fuoriesce dalla sferica centralità del quotidiano, inimmaginabile in poesia, se non in quella che diciamo 'descrittiva', e s'irradia nell’infinito cosmico dei luoghi: negli spazi e gli ambienti dell'oltre, proiettata sulle pareti dei palcoscenici urbani e degli schermi cinematografici, sulle facciate dei grattacieli e sulle nuvole in cielo, dando vita a spettacoli fantastici, scenari apocalittici, dove la temperatura si fà più o meno intensa, e il tempo è qualcosa di sospeso fra memorie genetiche d’altra natura e artati presagi del futuro.

Creando e/o ricreando luoghi dove ogni scenario pre-determinato, ogni misurazione possibile, ogni ‘verso’ e ogni ‘linguaggio’ convenzionale, è superato dall’incredulità dell’indicibile e dell’incanto, indipendentemente dal bene o il male cui sia rivolto. Così che ogni genere di 'forme', teoricamente oggettivate dall'arte, viene a perdere la propria forza di gravità, fino a svanire nell’imprevedibilità del ‘suono’ e/o del 'rumore' (noise), raggiungendo innovative atmosfere sensoriali che si riflettono nei paesaggi interiori: gli stessi che il filosofo Umberto Galimberti ha espressamente definito i “Paesaggi dell’anima” (*), elevati e nobilitati da tutto ciò che l'essere umano riesce a contemplare e/o a lasciar disperdere dei suoi molteplici saperi.

Copertina libro - Oscar Mondadori
Copertina libro - Oscar Mondadori

Non è solo una questione di evasione dal quotidiano o, come qualcuno la definisce, una risposta alla tentazione contemporanea di "Fuggire da sé" (*), come David Le Breton rileva nel manifestarsi di scelte necessarie per sottrarsi, ad esempio, a certi legami sociali che improvvisamente sono venuti meno o, per così dire, evitare le difficili identità che si è costretti ad assumere ponendosi nella condizione più sicura, per continuare a vivere un rapporto diverso con gli altri e col mondo, e/o abbandonando nel mare magnum delle possibiltà, quelle situazioni 'estreme' in cui si è naufragati. Situazioni che si convogliano sempre più spesso nella soggettività individuale e che determinano quella assuefazione al presente della somatizzazione culturale.

Che noi lo vogliamo o no, capita di allontanarci dal presente, in mancanza di senso, senza necessariamente stupirci di ciò che accade, o di chiedersi perché accade, restando impassibili davanti alla profondità dell'abisso che abbiamo davanti, o dell'altezza imperscrutabile dei cieli che ci sovrastano. La soglia che divide il presente dal futuro s'apre davanti all'incognita dell'esistenza di ognuno di noi. A tal proposito scrive David Le Breton:


"Le condizioni in cui viviamo sono sicuramente migliori di quelle dei nostri antenati e tuttavia non ci sollevano dalla necessità di dare significato e valore all'esistenza, di riconoscere la relazione con gli altri, di sentirci al nostro posto all'interno del legame sociale. [...] Onde per cui nell'ipotetico 'fuggire da sé': "Ciascuno (ri)diventa padrone di sé e deve rendere conto solamente a se stesso. La frantumazione del legame sociale isola l'individuo, restituendolo alla sua libertà, al godimento della propria autonomia o, per contro, alla sensazione di inadeguatezza, di scacco personale".

Copertina libro - Rafaello Cortina Editore
Copertina libro - Rafaello Cortina Editore

Ed ecco che, con un necessario volo pindarico, veniamo aa attraversare l'auspicata 'soglia' lasciando il nostro 'sé' dietro la porta del presente e siamo entrati nel 'vuoto' del futuro, immersi cioè in quel 'silenzio' di cui si è parlato a lungo negli articoli precedenti. Onde, rifacendo il verso a Dante: "lasciate ogni speranza o voi che entrate", ci ritroviamo ad affrontare l'incognita temporale che ci si prospetta, con le uniche due opportunità che abbiamo portate con noi: la bellezza della 'musica' e la liricità della 'poesia', solo perché entrambe non hanno peso e non occupano spazio. O almeno, non più di quanto occupa la nostra psiche, ed altresì svincolate dagli schemi imprescindibili da tanta conoscenza inerente, rivelatasi un bagaglio assai pesante da trascinare.

Silenzio quindi come 'mancanza di parola', trasformato nel 'vuoto onirico' di certa poesia orale, in cui la vocalità non è trascrivibile sulla carta; e che comunque non rende la parità di sintesi con la musica, che invece si avvale di quel 'silenzio onirico' che il rigore della 'pausa' in una composizione musicale, riesce a rendere appieno. Dacché si percepisce nella scrittura una sorta di 'assenza' non percettiva, incolmabile, della parola, che, se vogliamo, risulterebbe ingiustificata in un qualsiasi componimento letterario, ma non nel caso di una composizione musicale.


Come del resto è riuscito ad affermare John Cage nei suoi famosi 'silenzi' e, non in ultimo, Le Breton, il quale nel suo libro "Sul silenzio" (*), conferma come 'la voce del silenzio', equindi 'della pausa sonora' (delle note mute) : ".. sia oggi un bene comune da riconquistare, nella conversazione, nella dimensione politica, nella spiritualità e nella religione. Quel silenzio divenuto oggi un valore necessario al legame sociale e, una sorta di profondo respiro che placa la nostra inquietudine".

Copertina libro - Raffaello Cortina Editore.
Copertina libro - Raffaello Cortina Editore.

Tuttavia, condannare l'assenza della parola in un componimento poetico, o l'esuberanza stereofonica percepita delle varie sorgenti del suono in musica, non è proprio la stessa cosa che mangiare un gelato una sera d'estate o rincorrere la palla sulla spiaggia. Viceversa sussiste una sorta di 'alleanza' che vede entrambe le diverse espressioni congiungersi nella medesima sintesi universale dell'arte. La stessa che, in un certo momento storico, ha investito ogni singola espressione ponendole sulla stessa traiettoria tracciata dai quei progettisti di atmosfere (ambient), architetti della visione (visual-art), inventori di mondi e impacchettatori di isole (land-art), avevano creato, non proprio per alimentare una possibile fuga, quanto per dare adito ai sogni.


Quegli stessi sogni che già la cinematografia e poi la TV aveva dato segni di apprezzare, appunto creando un nuovo genere di intrattenimento fantascientico allestendo veri e propri 'set' basati sulle certezze del sapere scientifico, prematuramente realizzato, sconfinando nell'immaginifico orizzonte di una nuova mitologia, più vicina al futuro che al nostro presente. contemporaneo. Utilizzando, ad esempio, tutto lo scibile documentato in musica fino ai nostri giorni, e che, prendendo spunto dalla ‘Imaginary Landscape’ di Cage, ha dato luogo alla creazione di 'soundtracks' che hanno raggiunto un successo al di là delle aspettative, come quella di "Guerre Stellari'" (1977) composta da Joh Williams; di "Blade Runner" (1994) composta da Vangelis; e di "Startreak" (2009) di Michael Giacchino, solo per citarne alcune fra le più innovative cui hanno fatto seguito molte altre.

Copertina del libro. Mimesis Editore
Copertina del libro. Mimesis Editore

Il linguaggio della musica fà dunque da sfondo a quella che oso chiamare la 'colonna sonora' del tempo presente, sebbene, come è stato documentato precedentemente, non è solo una questione di evadere dai luoghi celebrativi della musica, quanto elaborare un immaginabile evoluzione della 'interiorità creativa' nella ricerca e nella proposta di soluzioni più avanzate. Sì da sperimentare - come annunciava Lucio Fontana (*) nel dare forma all'idea di 'spazialità' che lo ha contraddistinto: "Un'arte integrale, una nuova estetica, forme luminose attraverso gli spazi, [...] faremo apparire nel cielo forme artificiali, arcobaleni di meraviglia. Tali da mettere a fuoco le sintonie elettive del passato con le istallazioni video, le proiezioni luminose, gli scenari della nuova sensibilità globale. È possibile creare - per un attimpo o per sempre - ambienti che contengono la quintessenza di mondi autonomi e paralleli". [...] Perché non è nel luogo comune della coesistenza e della protezione, che può davvero prendere forma la grande sintonia fra arte e natura, [...] bensì immaginare nuove e più avanzate forme di vita."


E la poesia?


Dopo aver affiancato dapprima il 'futurismo' e successivamente il 'surrealismo', giungiamo al 'dadaismo' di Picabia (*); superato il quale andiamo verso la 'neo-avanguardia' di Elio Pagliarani, Antonio Porta, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini e altri, i quali non si limitano semplicemente ai canoni della poesia scritta, ma affrontano con disinvoltura di assumersi il ruolo guida di trainare la 'parola' nei meandri delle nuove possibilità messe a disposizione dall'avanzamento tecnologico offerta dai media, progrmmata sulla scia della "Teoria e Pratica dell'Arte d'Avanguardia" (*) di Julius Evola, presentata alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e d'Anaguardia nel (?????). E che approderà nella citata opera di 'poesia-totale' "FLUXUS", Mostra "Le Performance dei Poeti" (*) andata in scena alla Fabbrica del Vapore 2019.


Locandina Evento
Locandina Evento
Locandina evento.
Locandina evento.
Locandina evento.
Locandina evento.

Considerato il 'mostro sacro' per eccellenza della musica alternativa e della sperimentazione elettronica, Brian Eno è il compositore e produttore discografico britannico, è colui che ha gettato le basi della musica ‘ambient’, in quanto precursore di altri generi musicali come la New Wave, la World Music e New Age, rendendole accessibili alla grande massa dei fruitori del rock che in quegli stessi anni, in cocncomitanza con i Pink Floyd di “Ummagamma” del 1969 e poi di “Meddle” del 1971, fino a “Pulse” del 1975, già lasciava intravedere i possibili sbocchi che la musica elettronica avrebbe avuto in seguito. La sua “Discreet Music” del 1975, e poi “Ambient 1: Music For The Airports” del 1978 e “Music For The Films 1-2-3” del 1978-1980, non sono solo dischi eccezionali e imprescindibili per chiunque voglia approcciarsi al concetto di "musica ambientale", cui pure hanno contribuito David Byrne dei Talking Heads, con il quale Eno compone “My Life in the Bush of Ghosts”, (1981), considerato uno dei migliori lavori della musica contemporanea, sia in senso pionieristico, per il ricorso che in esso si fa all'elettronica e ai campionamenti; sia perché l'esperimento diventa influente per lo sviluppo della futura World Music, di cui oggi si disconosce l’origine.


Cofanetto LP di diBrian Eno
Cofanetto LP di diBrian Eno

Un altro precursore della “Picture Music” 1973 (*) ‘musica per immagini’ è Klaus Schulze, musicista e compositore tedesco, il quale, dopo aver inciso un primissimo album (demo) entrò a far parte dei Tangerine Dream, poi degli Ash Ra Tempel, formazioni storiche degli anni ’70; per poi passare negli anni ‘80/’90 a composizioni più surreali ed eclettiche. Oltre ad essere considerato uno dei musicisti più rappresentativi dello stile ‘kraut-rock’ Schulze è il riconosciuto pioniere di molti generi e stili della musica elettronica e, per quanto la sua musica sia spesso cambiata nel corso dei decenni, è ricordato soprattutto per alcuni album del genere ‘ambient’: “Irrlicht” del 1972 e “Timewind” del 1975, sono dischi di una miscellanea organica pazzesca. Fra i due c’è “Cyborg” del 1973 e successivamente “Dune” del 1979, anche questo straordinario per le sue stratosferiche ‘visioni’ e aperture verso spazi sconosciuti. Risale invece al 2008 “Virtual Outback” contenuto insieme ad altri brani nei due cofanetti “Contemporary Works” (2000-2007) e “La Vie Electronique” (2009-2013) in cui Schulze esprime al meglio il senso del suo lavoro di costante ricerca.

Copertina LP
Copertina LP

Il noto critico musicale Piero Scaruffi ha così riassunto i tratti distintivi dello ‘stile’ dell'artista: “Schulze cesellò [...] un'estetica che eredita dalraga’ (indiano) il senso del tempo; daljazzla spontaneità e dai sinfonisti tardo-romantici un vizio di grandeur. [...] Con lui l'organo da cattedrale, i ritmi sintetici, i timbri del synth, la suite di mezz'ora e più, diventano non più esperimenti d'avanguardia, ma stereotipi di consumo”.


Inutile aggiungere che in molti hanno seguito le impronte 'cosmo-immaginali' apportate nella musica, da risultare ancora oggi inimmaginabili. Tuttavia il genere ‘ambient’ (d’impatto tipicamente ambientale), si è sviluppato più tardi con gli apporti di Philip Glass, compositore statunitense di musica contemporanea e New Wave, solitamente considerato tra i capofila del 'minimalismo' in musica, avendo egli collaborato con molti artisti della scena ‘ambient’ (tra cui Brian Eno) e pop-rock (tra cui David Bowie, di cui ha adottato i temi di "Heroes" per comporre l'omonima sinfonia). Esaurito il periodo di massima produzione minimalista, contrariamente agli autori citati, Glass si è progressivamente emancipato, scegliendo uno stile di più facile fruizione, che possiamo senzaltro definire già ‘post-minimalista’, meno rigoroso e più spesso rivolto alla ricerca della tradizione, ampliando al massimo le possibilità espressive offerte dalle diversità geografiche, raccogliendo suggestioni dalle culture musicali extraeuropee. Come del resto aveva già manifestato fin all'inizio attraverso una sorta di trascendenza in musica, derivata da rituali lontani nel tempo, collaborando con il musicista e compositore indiano Ravi Shankar.


Copertina Soundtrack di Philip Glass
Copertina Soundtrack di Philip Glass

Impossibile in questo contesto citare tutte le sue composizioni, tuttavia una in particolare risulta essere di inequivocabile impatto ambientale: “Uakti” ‘aguas da amazona’ (musica per balletto) in cui Glass affronta lo straordinario contatto avuto con l’acqua dei numerosi rio e dei grandi fiumi continentali brasiliani, dal Tiqué al Tapajòs, allo Xingù, dal Rio Negro al Rio delle Amazzoni. Quello di Glass non abbraccia semplicemente un mondo musicale tradizionale, bensì spazia attraverso un ‘universo’ di sperimentazioni che, partendo dalla musica sinfonica giunge fino ai nostri giorni. Il nome UAKTI è preso da una leggenda tipica della foresta amazzonica: UAKTI era il nome di una creatura enorme con tanti buchi sul corpo la quale, ogni qualvolta attraversava la foresta, il vento attraversava il suo corpo dando adito a particolari suoni (di strumenti) che sono poi quelli della foresta stessa, creatrice di ‘sound’ e di originali leggende.

Come la creatura leggendaria, UAKTI la magia della musica comincia con la costruzione degli strumenti esotici che il gruppo degli UAKTI (dall’omonima leggenda qui ripresa da Glass) suonano, vengono creati con materiali d’uso: tubi, occhiali, metalli, pietre, gomma e ovviamente acqua. Ciò che si presenta all’orecchio dell’ascoltatore è davvero una musica insolita catalogabile forse alla New Age (solo perché fa moda) per impatto musicale, ma c’è molto di più in essa che in qualunque altra musica del genere, c’è lo spaziare in anfratti originati dalla memoria ‘liquida’ dell’acqua, il suo scorrere negli anfratti segreti della terra che risaliti in superficie attraversano e bagnano il nostro stesso corpo.

Lp di Philip Glass
Lp di Philip Glass

Un’esperienza unica questa che Glass ha così descritto: «Anni fa quando io incontrai il gruppo degli UAKTI, considerai la loro musica e lo spettacolo offerto dai loro strumenti un contributo unico e bello da suggerire al mondo della sperimentazione. Divenni amico con tutti i musicisti, in special modo quando conobbi l'orecchio straordinario di Marco per quanto riguardava il colore e la composizione. Fui perciò molto lieto quando alcuni anni più tardi mi proposero una collaborazione. Si trattava di musica per un balletto commissionato dalla Società di Balletto Grapo Corpo della loro città, Belo Horizonte. Questo CD rappresenta un vero ‘melting’ (fusione) della mia musica con le loro sensibilità. Per me è una delizia ed un piacere riascoltare oggi il risultato che ciò ha prodotto.»

Attualmente Glass è considerato un punto fermo di riferimento per i tanti compositori che sono venuti dopo che, sulla scia di queste dinamiche hanno lasciato il loro particolare segno nella musica contemporanea, soprattutto nel modo in cui egli ha approfondito e ritualizzato l’utilizzo degli ‘overtone’ (ipertoni o armonich". (Enciclopedia della musica” - Garzanti/Feltrinelli),

Esempio di Visual-Art.
Esempio di Visual-Art.

Successivamente e malgrado la credibilità culturale che oggi gli si voglia dare, il processo di comprensione della musica elettronica da parte del vasto pubblico non c’è mai stata. In realtà l’aspetto commerciale ha preso il sopravvento e l ‘artefice’ di tanto sconvolgimento è andato incontro al pubblico per colmare la grande differenza che li teneva separati. Anche per questo la ‘musica-visiva’ ha dovuto farsi portatrice di una comunicativa che non aveva. Ha dovuto cioè ricercare quei modelli dell’espressività sonora che non gli appartenevano, quel certo vibrare connaturato e istintivo con la propria ‘anima mundi’ di ancestrale memoria che dava fondamento all’idea di musica nel suo insieme.

Acciò molto è servito l’abbinamento con la cinematografia di genere documentaristica e del reportage ‘ambientale’, attraverso la quale l’occhio e l’udito potevano viaggiare insieme dalle profondità oceaniche fin dentro gli spazi siderali. Considerando che, altrimenti avrebbe rischiato di trovarsi in una posizione senza istituzione, altresì di proiettare, sé medesima, nella falsa realtà delle esigenze di moda e di costume, nel totale fallimento di poter raggiungere un’espressione artistica propria consona con il futuro che l’attendeva.

In breve, la porta musicale del passato remoto, che a un certo momento sembrava essersi chiusa definitivamente, tornava a spalancarsi di nuovo lasciando entrare il trapassato, destinato al recupero delle sonorità etniche care alla memoria e che un tempo avevano funzionato come cassa di risonanza nella comunicazione di massa.


Ecco allora il fare ritorno alla ‘lingua dei tamburi’, sebbene rielaborata attraverso le nuove tecnologie, quella stessa che in alcuni rituali africani era in grado di scaturire tali forze evocative da stravolgere gli equilibri psico-fisici di intere masse di popolazioni che, in tal modo, tornavano ad appropriarsi di quel ‘power’ incontrollabile e pericoloso che in passato molti studiosi e missionari erano giunti a proibirne l’uso.

Un effetto simile nell’utilizzo della musica si riscontra nelle pratiche magiche e superstiziose in uso nell’odierno Brasile, con effetti extrasensoriali e parapsicologici su alcuni individui praticanti il culto della ‘macumba’ e legate al simbolismo di ‘umbanda’ attiva nei processi di reincarnazione e nel cannibalismo rituale. Diversamente, nell’uso di tecniche vocali entrate nell’uso ‘mistico-spirituale’ del trascendimento, in diverse popolazioni sparse nel mondo, come ad esempio: nei ‘Canti rituali dei Monaci tibetani’, così come nel ‘Pansori’ Koreano e nella liturgia turcomanna dei Dervishi ruotanti.

Superfluo dire che il suo utilizzo della 'musica' e del ‘suono’ più in generale è tutt’ora oggetto di studi approfonditi da parte di molti studiosi e ricercatori musicali che, in più di qualche occasione, hanno permesso di raggiungere applicazioni terapeutiche rilevanti nella diagnostica medica, nelle psico-patologie, negli ambienti di lavoro e in ambito sportivo, e nell’elettroacustica, per lo più impegnati nella ricerca di nuovi e idonei linguaggi di comunicazione, all'esperienza mentale simultanea, fino a quella simbiotico extrasensoriale , riguardante l'utilizzo del 'suono puro' trasmesso dagli oscillatori di frequenza attraverso le onde sonore.

Esperienza di grande rilevanza quella avviata da Michael Vetter, compositore, romanziere, poeta, calligrafo, artista e insegnante tedesco allievo di Karlheinz Stockhausen, misuratosi col genere 'ambient' che ha portato alle estreme fluttuazioni sonore. Nonché grande sperimentatore di timbri e tecniche di canto armonico, orientale Zen, nella primaria forma espressiva usata nell’antichità a scopi curativi e meditativi, nonché massimo esperto della composizione grafica della musica vocale dell'album “Overtones” (1982), per vocal e tambura e “Overtones in Old European Cathedrals” (1985) per voci soliste e cori. Di grande interesse e di sicuro valore sperimentale il suo “Ancient Voices” (1992) e lo splendido “Nocturne” per voce solista (1993).

Copertina  LP
Copertina  LP

Di primaria ispirazione ‘ambient’ troviamo numerosi compositori dediti alla ricerca del ‘suono puro’, quali: Paul Horn che si fece chiudere all’interno della sala del sarcofago della piramide di Cheope per una notte intera; “Inside the Great Pyramid” (1976) per flauti e voce; Paul Giger e il suo “Chartres” (1989) per violino solo, registrato all’interno della famosa cripta della cattedrale. Inevitabile l’accostamento con cultura orientale; troviamo infatti numerosi compositori giapponesi che hanno ripreso la svolta minimalista del genere ‘ambient’ , come: Toru Takemitsu, compositore di straordinarie colonne sonore, con “Quatrain” (1958) e “Seasons” (1970); Ichiyanagi con “Life Music” (1966), Toshiro Mayuzumi con “Prelude for String Quartet” (1968), e lo straordinario Stomu Yamash’ta’s con il suo “Red Buddha Theatre” e “The man from the East” (1973), più volte citato.

Copertina LP
Copertina LP
Copertina LP
Copertina LP

Ma un altro ricercatore di suoni si fa avanti: Stephen Micus, musicista e compositore tedesco che utilizza strumenti musicali tradizionali provenienti da tutto il mondo e si avvale di tecniche particolari ricavandone suoni spesso inusitati di sicuro effettto sonoro, filtrati da un’apperecchiatura sofisticata, che molto valorizza i suoni ch'egli ricava da originali strumenti esotici, quali ad esempio, lo ‘shakuhachi’ (flauto di bamboo giapponese), il 'tin whiste' (flauto originario irlandese), il '3 chimes' (campane tubolari), e i ‘resonating stone’ (sassi sonori), inoltre alla sua particolare voce, calda e avvolgente.

A Stephen Micus dobbiamo un particolare ringraziamento per il suo impegno costante, e il plauso per la salvaguardia dei 'suoni in musica' di numerosi popoli e paesi, nonché delle atmosfere ‘ambientali’, talvolta idilliache e poetiche, che riesce a creare con la sua sofisticata sensibilità e suggestione, di fronte a quello che è il creato in ogni sua espressione vitale.


Nel ripercorrere i titoli dei suoi album veniamo introdotti nel ‘mistero’ delle sue creazioni, un’alchimia di suoni, di voci come soffiate dal vento e, come il vento, talvolta senza consistenza, in vero sussurrate attraverso toponimi, parole in lingue sconosciute, frasi di poemi ascoltati una volta, miti sepolti dal tempo, luoghi di un altro mondo che pure riesce a farci sentire nostro, attraverso la magia della musica. Come nella registrazione multipista che mette assieme cori a 22 voci, dove a cantare in realtà è soltanto lui; o la ricercata valenza dei suoni delle pietre di quel “The music of stones” del 1989, registrato all’interno della cattedrale di Ulm per voce e ‘resonating stone’ (sassi sonori) come lui li chiama e che sono le pietre stesse della cattedrale.

Stephan Micus
Stephan Micus
Copertina LP 'Ocean'
Copertina LP 'Ocean'

Alcuni titoli dei suoi album bene introducono al ‘mistero’ delle sue creazioni, dei suoi vissuti 'poemi interiori', nelle narrazioni delle numerose leggende che occupano lo spazio onirico del racconto muto, senza parole, fatto solo di note. Come nel racconto della gazzella in “Behind Eleven Desert” (1978) che nella sua corsa ben sa dove andare e va verso un luogo che a noi rimane ignoto; o in “Wings over Water” (1982), dove una cicogna apre le sue ali e vola dove le spire del vento la spingono; o in quel “Darkness and Light” (1990) dove la luce in vero spalanca un varco nelle tenebre. Come anche accade in “Towards the wind” (2002), in cui i fenicotteri rosa raggiungono le acque basse del delta del fiume dove adire alla loro riproduzione, nel giro armonico della natura e della ritrovata stagione.

Copertina LP
Copertina LP

Ma il suo e il nostro viaggio non finisce qui, la sua musica può collocarsi come crocevia fra la musica strumentale d'ambientazione e la World Music, in cui risuona l’eco di un incanto poetico di cui sono permeati i suoni, nel restituire ad ogni elemento ciò che lo riguarda, ciò che da sempre gli appartiene; e allora anch’egli non può sottrarsi dall’essere prima ancora che compositore, ascoltatore attento insieme a tutti noi di quella oralità udita un giorno nel vento, sotto la pioggia e attorno al fuoco, sulla riva del mare o coi piedi immersi nell'acqua di un fiume, in cui tutto si esalta e si ravviva, come in “Listen to the rain” (1983), in “Desert Poems” (2001) la cui dedica, “For Yuko” , s’imprime di delicato amore:


"Quando nubi di tristezza s’aprono in me / io posso vedere i tuoi occhi. / Quando gli uccelli che ci circondano sono scomparsi nel cielo / io posso vedere i tuoi occhi. / Quando il fiume si confonde con l'orizzonte / io posso vedere i tuoi occhi." … e in me che oggi trascrivo queste parole torna la lietezza d’essere vivo, partecipe della bellezza di questo nostro mondo.


(continua)
























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