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Una storia di Veronicadegregorio

Questa storia è presente nel magazine D'amore e dintorni

LA SCELTA

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8 minuti

Pubblicato il 06 dicembre 2018 in Altro

Tags: #Tenerezza #Passione #Coraggio

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La giornata non prometteva nulla di buono. Qualche figlio di puttana mi aveva bucato le gomme dell’automobile. Dovevo raggiungere un albergo sul lungomare Caracciolo. Un politico presentava un libro e dovevo tirarci su un articolo. Sarebbe stato pubblicato sul numero di giugno della rivista per la quale lavoravo e che già da un po’ stavo pensando di mandare al diavolo. A conti fatti ci rimettevo soltanto. Non me ne fregava un accidente né del politico né del suo libro, ma non mi ero ancora licenziata, e non avevo scelta. Imprecai rabbiosa contro ignoti, il politico e la mia indecisione, e corsi alla stazione. Una proclamazione improvvisa dello sciopero dei treni mi costò trenta euro di taxi. Mi prese un colpo. Mi avrebbero pagato solo un terzo di quanto speso. Dieci miserabili euro a fronte di tempo, fatica, perdita di una cifra con la quale avrei campato tre giorni e di un attacco d’ulcera per la rabbia. E tutto per scrivere il bene e il meglio di uno stronzo trombone semianalfabeta che, c’era da giurarci, si presentava come l’autore della stramaledetta “Storia dell’Irpinia. Un popolo di santi e di guerrieri”, senza che ne avesse scritto un solo rigo. Gli era bastato rivolgersi al disperato puttanaio dei ghostwriter. Poche centinaia di euro per un servizio completo, incluse le note, la bibliografia e le ore di studio spese in biblioteca e per affannosi copia e incolla di notizie trafugate dal web. Attraversai la hall dell’albergo e m’infilai in ascensore in tutta fretta, ringraziando al volo la garbata receptionist che, notando l’assenza di bagaglio e intuendo la mia destinazione, anticipò la risposta alla domanda che stavo per rivolgerle. ”Settimo piano, sala conferenze”. A parte il politico, una quindicina di fans imbalsamati e un paio di annoiati scagnozzi con cravatte antiquate e giacche con afrore di naftalina, la sala era vuota. Guerrieri e santi irpini occhieggiavano in copie identiche, impilate accanto al cavaliere del politico. L’onorevole D. attaccò un pippone che non finiva più. Illustrava virtù e le prodezze di quei poveri santi e ignari eroi, con un lessico dialettale e così ridicolo e inadeguato, che se gli interessati avessero potuto ascoltarlo, se ne sarebbero fuggiti dalle copertine. Seduta diligente, in prima fila, prendevo appunti sciroppandomi il trombone e i suoi strafalcioni linguistici, qualche sbadiglio e lo spettacolo vomitevole dell’indice peloso di uno zotico che, spinto nel naso, lo esplorava su, fino al cervello. Stavo inchiodata su quella sedia da quasi un’ora. Non ne potevo più. Guardavo la faccia di quell’essere né santo, né eroe, senza seguirlo. Pensavo solo a come cazzo avrei fatto a ritornare a casa, senza dover accendere un mutuo per pagarmi il ritorno con il taxi. La sala dava su una terrazza. Ne cercai il passaggio. Certa che, eccezion fatta per lo stakanovismo di quell’indice votato alle esplorazioni di meandri pelosi, e della cui immagine avrei fatto volentieri a meno, non mi sarei persa nulla di rilevante, uscii fuori a fumare.

Scavai l’accendino dalla borsa e mi accesi subito una sigaretta. Il chiassoso panorama degli antichi tetti di Napoli si offriva indifferente, sotto un sole di giugno già cocente. Le strade luccicavano del groviglio convulso di automobili e di un’umanità frettolosa e colorata, allenata alla disperazione, chiusa nella colpevolezza di segreti indicibili e adusa al peso di croci massicce insostenibili. Al piano di sotto c’era un solarium. Più ampio della terrazza, ne sporgeva di un paio di metri. Un uomo e una donna con i capelli imbiancati e il costume da bagno su corpi in disfatta, se la godevano al sole. Sdraiati su due lettini accostati, erano separati da un tavolinetto di plastica bianca sul quale campeggiavano due enormi bicchieri blu da cocktail. Ne penzolavano cannucce colorate, affondate in pezzetti galleggianti di frutta. L’uomo e la donna allungarono un braccio verso il tavolino e si presero per mano. Parlottavano a bassa voce, con gli occhi strizzati e le facce al sole, l’aria serena concessa dall’intimità e dall’abitudine dei vecchi coniugi. L’uomo, molto alto, esibiva gambe nerborute e sottili di un vecchio atleta a riposo. Il ventre floscio aveva il centro risucchiato dalla depressione di un ombelico raggrinzito. La donna, prodigiosamente grassa, mostrava pelle molle e una carnagione chiara e delicata. Indossava uno sgargiante bikini a fiori. Ne debordavano, stanchi, due seni lattei giganteschi. Sembrava un pacifico monumento di carne, grasso e morbido. Ma dei giudizi degli altri, poco lusinghieri, se ne impipava. Me lo disse il benevolo sorriso che, presentendo l’intrusione del mio sguardo, mi rivolse. Sfidò il sole e, spalancando due grandi occhi azzurri, mi cercò oltre la testa, indirizzandomi un cordialissimo “Buongiorno”. Lo pronunciò con tono schietto e giocoso, moltiplicando la lezione di indifferenza e leggerezza con le quali, denudata da quel bikini, si dava in pasto agli altri irradiando un’espressione di beatitudine disarmante. M’imporporai come una ciliegia. Dissmulai la mia curiosità, mostrandomi distratta e colta di sorpresa “ Ah, Buongiorno a voi” risposi, rivolgendomi a entrambi, e finsi di guardare altrove. La donna strinse più forte la mano del marito, gli bisbigliò qualcosa, e, sorridendo maliziosa, richiuse gli occhi. Se ne stava sulla faccia del mondo serena e paga, come se occuparlo con tutta quella superficie, anzichè il richiamo a ipercalorici assalti culinari, fosse un orgoglioso segno distintivo del suo esserci. Forse tutto quel volume era soltanto un modo molto vistoso e personale per farsi privilegiare dall’occhio, sempre troppo indaffarato, di Dio. Magari, proprio in quel momento, Dio la stava guardando. Impossibile ignorarla, anche tra sei miliardi di persone. La guardava e le accarezzava la testa. E l’espressione di beatitudine di quella donna era la prova della sua esistenza e, al contempo, il segno di gratitudine che lei gli tributava. Dio. Mi domandavo se, ipotizzando il suo occhio indulgente su quella donna, nella messa a fuoco di quel Dio in cui non credo, fossi compresa anch’io. Ma stavo a qualche metro più in alto e affacciata sulla rientranza di una terrazza. Ci sarebbe stato bisogno di un’altra prospettiva. O forse era soltanto il Dio di quella donna. A ognuno il suo. Sempre che ci si ponga alla giusta distanza e in una posizione adeguata. E che gli si creda.

La donna estrasse l’olio solare da una borsa di plastica rossa e la passò al marito invitandolo a spalmargliela. Lui assentì senza indugio. Si offrìi a quel compito con sensuale dedizione. Cominciò dall’addome e dalle cosce. Sottoposti alla energica pressione del massaggio, tremolavano come gelatina lucida. Le sue mani seguivano il periplo generoso di quel corpo, assecondandone le forme in ogni andito. Le fermava lungo i bordi del bikini, soffermandole sul seno e il basso ventre. Sussurrava qualcosa e, ridacchiando, le inoltrava, affondandole voluttuose, oltre i fiori colorati del costume. Lei lo lasciava fare. Gli manifestava compiacenza sotto forma di risate irrefrenabili e potenti. Lui la guardava ridere, continuando quel gioco malizioso e che sembrava la reciproca promessa e sollecitazione a far qualcosa che avrebbero continuato nel segreto della loro camera. Ma il gesto imprevedibile che fece l’uomo, mi spinse a ritrattare quelle congetture. Nel bel mezzo di una risata s’allungò verso la moglie, le ammirò il volto e lasciandola ridere, le sfiorò la fronte con un bacio. Lei si fermò. Si tirò’ su. Gli spalancò gli occhi azzurri sul viso e lo fissò seria. Non disse nulla. Gli liberò la fronte da una ciocca bianca e gli sorrise. Era bellissima.

Entrambi, e a dispetto delle impietose apparenze, diventarono superbi e meravigliosi. Se ne stavano così comodi e a proprio agio nella condivisione delle rispettive decadenze, da sembrarne indenni, distaccati. Sembravano un aforisma; la celebrazione della tenerezza; della bellezza delle cose semplici; della vita che sa scorrere e che s’accende lungo un capello bianco, la scanalatura avvizzita tra due seni cadenti. Dell’indifferenza. Perr l’implacabile disfatta che il tempo infligge ai corpi, il mio sguardo indiscreto, la città, il mondo, le lande degli inferni degli altri.

A trent’anni ero molto più vecchia di quei due. Avevo un lavoro instabile, l’ennesimo, che non mi portava da nessuna parte e una paga ridicola, trenta euro da recuperare per prendere un taxi e un politico del cazzo del quale non me ne importava nulla e sul quale avrei dovuto scrivere un articolo. Fu un momento decisivo. Presi il cellulare e chiamai il direttore della rivista. “Ci ho pensato, me ne vado. L’articolo sui santi e gli eroi lo farai scrivere a qualcun altro. Ti farò avere gli appunti. Buona giornata”. Sospesi la conversazione, salutando senza neanche attendere la risposta. Mi sentii alleggerita. Rasserenata per quel passo così difficile, cercai di nuovo la coppia. Avevo tutto il tempo che volevo. E il politico, beh, che andasse a farsi fottere, insieme alla canea di quei bifolchi e le loro facce provinciali. Guardai di nuovo sotto. I lettini erano vuoti.

Lasciai l’albergo e chiamai Giulio. Si era trasferito a Roma. Mi ero rifiutata di seguirlo, mandando al diavolo una storia che stava diventando importante. “ Ci sto pensando , gli dissi “ dammi solo qualche giorno per organizzarmi”. Chiusi e m’’infilai in una rosticceria. Avevo fame.

Veronica de Gregorio .

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