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Una storia di Katzanzakis

All'alba del nuovo millennio

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5 minuti

Pubblicato il 29 dicembre 2018 in Fantascienza

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Era quasi l’alba del primo giorno del nuovo millennio nel piccolo villaggio boliviano, assediato dalla fitta foresta, da sempre, per i pochi vecchi rimasti, orizzonte immutabile e barriera contro il dilagare inarrestabile della civiltà.

A nord, in alto, a due ore di cammino veloce tra vegetazione via via più rada, il porto di Tiahuanaco ancora sonnecchiava indolente sulle rive del grande lago.


Al giovane Cucùlcan, malgrado la distanza, sembrava quasi di sentire il respiro dell’acqua risucchiata al largo dopo aver accarezzato i moli e cullato le eleganti e snelle barche dei pescatori.

Fin da quando aveva cominciato ad ascoltare i racconti dei vecchi intorno al fuoco – i giovani se ne erano tutti andati a cercare fortuna nel mondo -, aveva imparato che fantasia e realtà si confondevano, oltre la foresta, così come indistinguibili apparivano ai suoi occhi il cielo e il mare, là in alto.

A due anni credeva che le nuvole, lassù, non fossero che l’indugiare in cielo delle onde del lago, e la pioggia il tentativo di ricongiungersi con il padre che le aveva generate.

Anche nelle giornate di sole, al limitare della foresta, gli sembrava che i rari raggi luminosi che riuscivano a superare l’intreccio dei rami lasciassero sulla sua pelle un’impronta come di rugiada, e nello sfiorarsi il viso con le dita si stupiva, ogni volta, di non trovarle bagnate.

Poi, a 8 anni, il nonno l’aveva portato a vedere la grande città che i bianchi avevano costruito, al limitare del mondo e nell’osservare la distesa liquida perdersi lontano, oltre inimmaginabili confini, aveva alzato gli occhi e scoperto, per la prima volta, che il cielo era ancora più in alto, come le stelle, che aveva creduto di poter arrivare a toccare quand’era partito.

Aveva capito allora che le distanze erano solo illusione, ingannevole il gioco dei sensi e aveva compianto i giovani che avevano lasciato il villaggio, negli anni, per cercare qualcosa di irreale, pronto a mutare nel momento in cui credevi di averlo raggiunto perché anche i suoi nuovi confini erano fatalmente mutati…

Così aveva deciso di rimanere al villaggio coi vecchi, gli piaceva la danza delle rughe sul loro viso quando ridevano, il camminare cauto, come di chi conosce la mancanza di fretta della natura, le loro bocche che si confondevano con la notte, quando parlavano, non più svelate dal biancore improvviso dei denti.

E gli piaceva, soprattutto, sentirli raccontare di quando la terra apparteneva solo a se stessa e non aveva padroni e in tutto l’universo conosciuto la gente aveva lo stesso colore di pelle, di quando spazio e tempo non erano ancora separati e si misuravano con la maggiore o minore velocità dei passi di un uomo…e ancora, dell’enorme uccello corridore dal lungo becco ricurvo, con cui sventrava i grandi mammiferi, più a valle, aspettando che morissero dissanguati per potersi nutrire della loro carne…

Una volta, col nonno, dopo aver piazzato le trappole per i roditori che rappresentavano il cibo principale per la loro gente, aveva scoperto un uovo enorme.

Non lo toccare – gli aveva detto il vecchio – è del grande uccello!

Ma nonno, il grande uccello uccide anche la nostra selvaggina…aveva sussurrato Cucùlcan d’un fiato.

Il vecchio aveva sorriso nel battergli una mano sulla spalla.

Il grande uccello appartiene come noi al grande essere che ci comprende tutti, come noi fa parte del disegno del mondo; se dovesse scomparire saremmo anche noi più poveri e nel disegno rimarrebbe una zona senza colore.

Non sono le creature che esistono da tempo immemorabile che devi temere, ma l’uomo bianco che crede di essere padrone di tutto e a poco a poco sta trasformando il disegno in una macchia scura che si allarga ogni giorno di più.

Le macchine dell’uomo bianco cambiano il volto delle montagne, spostano enormi blocchi di pietra, costruiscono monumenti che sfidano il cielo, violentano di luci la notte e l’antico popolo li venera come dei.

Ma un giorno se ne andranno e lasceranno una terra predata delle sue tradizioni e dello scorrere lento delle sue stagioni, una terra che non avrà più memoria di sé, dove non ci sarà più posto per i sogni.

E l’antico popolo non ci sarà più, verrà sostituito da uomini nuovi che non riconosceranno più le sfumature di verde della foresta, così mutevole nelle diverse ore del giorno, il profumo improvviso della terra bagnata dalla pioggia, il canto del vento che si acquieta, la sera, per lasciare il posto alle voci dei predatori.

Il vecchio aveva accarezzato i capelli del ragazzo.

Lasciamo che l’uovo si dischiuda, ogni nuova vita, fuori dal mondo dei bianchi, allontana la morte del nostro popolo.

Cucùlcan, nei giorni successivi, aveva ripensato spesso al lungo discorso del nonno e ancora una volta si era domandato come mai gli altri giovani avevano voluto andarsene, attirati dalle lusinghe del mondo dei bianchi, ignorando la ricchezza dell’antica saggezza dei vecchi.

Una volta era tornato da solo nella foresta, vincendo l’atavica paura di un incontro con la grande tigre dai denti a sciabola e alla vista dell’uovo dischiuso, si era sentito partecipe di quella nascita, pieno di una felicità nuova.

E aveva capito che il nonno aveva ragione.


Era ormai l’alba del primo giorno del nuovo millennio, l’anno 1000 dall’avvento di Viracocha, il grande dio bianco venuto dal cielo che aveva segnato il passaggio dalla preistoria alla civiltà, l’uomo che l’antico popolo aveva venerato come un dio e la cui progenie stava cambiando il suo mondo.

Nell’osservare, lontano, la scia di fuoco di una macchina volante dei bianchi che si dirigeva verso Tiahuanaco, Cucùlcan pensò al grande uccello che si spostava silenzioso sempre più a sud, dove il verde della foresta, col progredire del giorno, ancora cambiava colore.





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