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Una storia di Rebedaclan

Colloquio con l'ispettore

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7 minuti

Pubblicato il 15 maggio 2020 in Thriller/Noir

Tags: #polizia #morte #segreti #psicologia

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"Ho un ricordo molto confuso di quella notte.

Erano le due e mezza circa, mi ero addormentata da un paio di ore. La stanchezza della giornata mi aveva tolto ogni energia, per cui - cosa molto rara per me - una volta poggiata la testa sul cuscino, ero subito caduta in un sonno profondo.

Ultimamente sto facendo dei sogni un po’ strani. Le mie notti sono un po’ strane, a dire la verità. La quantità del sonno è ottima, la qualità in apparenza idem… eppure ogni mattina mi sveglio sempre distrutta, come se avessi corso la maratona di New York!”

L’ispettore sorrise, con una nota di amarezza; conosceva bene quella sensazione.

“Si sveglia spesso durante la notte?” le domandò.

“No… Almeno, che io sappia, no. Fino ad un paio di mesi fa, era un continuo svegliarmi di notte; girarmi e rigirarmi nel letto; mi coprivo e mi scoprivo… Insomma una lotta continua! - si fermò un attimo a riprendere fiato - Adesso, io dormo bene! E anche tanto!”

L’ispettore riflettè, per poi scuotere la testa come a scacciare via un pensiero assurdo.

“Lei mi sembra una persona piuttosto solare!”

“Mi scusi?”

“No, intendevo … - farfugliò un qualcosa di incomprensibile - insomma, non mi pare una donna depressa!”

“Cosa c’entra questo con il mio racconto?”

“Niente, mi scusi. Prosegua.”

Calò il silenzio per qualche istante. La donna rivolse lo sguardo a terra, sulle sue scarpe.

Notò che erano sporche, consumate dal tempo, di un colore terribile. Se ne vergognò e fece per nascondere i piedi sotto il tavolo, cosicché lui non potesse vederli, ma poi, pensò che in fondo non le importava.

Quelle scarpe erano un po’ come lei: sciatte, brutte, vecchie, malandate.

“Signora?”. L’ispettore si era accorto che qualcosa l’aveva turbata.

“Sì, stavo dicendo… Mi sono svegliata di soprassalto, ma non ero completamente cosciente! Non so se le sia mai capitato…”

“Sì, sì, certo! E’ un fenomeno piuttosto comune. Un risveglio improvviso richiede un certo lasso di tempo prima di permettere al cervello di essere lucido!”

“Ecco… A quel punto ho sentito delle grida. La voce apparteneva sicuramente ad un maschio e mi sembrava piuttosto giovanile. I ragazzi spesso si piazzano sotto casa mia, sulla panchina in legno collocata lì, a sghignazzare, urlare, giocare, ascoltare la musica, insomma, a fare casino, anche di notte. Per questo motivo in un primo momento ho pensato che fosse “uno dei tanti”, mi passi il termine.”

“Le è capitato che la infastidissero personalmente?”

“Bhè, di certo sono parecchio rumorosi! Però non si sono mai accaniti volontariamente contro di me, lo fanno perché sono giovani e spensierati, diciamo così…"

“Ha mai pensato di… non so… vendicarsi nei loro confronti?”

La donna scoppiò a ridere, esclamando poi: “E cosa potrei mai fare? Tirare dal balcone un secchio d’acqua addosso a quei teppistelli? Sì, ci ho pensato! Ma il pensiero non ha mai oltrepassato la realtà.”

“Che cos’altro ricorda di quella notte?”

“Mi sono alzata e sono andata a tirare su le tapparelle delle finestre: volevo affacciarmi per vedere chi fosse. C’era qualcosa in quel grido che non mi convinceva… - spostò rapidamente gli occhi verso mille direzioni - Mi sporsi sulla ringhiera del balcone. La visuale era ostacolata dalle foglie dell’albero piantato accanto alla panchina, un albero molto rigoglioso.

Mi spostavo e le foglie sembravano seguirmi, sembravano volermi impedire di assistere alla scena.”

“Che scena?”

“Di morte. - si grattò la nuca con le unghie, poi se le guardò, ingiallite dal fumo delle sigarette - voglio dire, della morte del ragazzo.”

“Lei ha visto il ragazzo? Ha visto che era morto?”

“No. Ho sentito uno sparo, pum” accompagnò il suono a movimenti delle dita, a indicare una pistola.

“Uno sparo di pistola?”

“Sì.”

“Perché non ha chiamato subito la polizia? O un’ambulanza?”

“Perché ero confusa, gliel’ho detto.”

“Nessun altro ha denunciato un fatto simile quella notte. Possibile che nessuno del vicinato si sia accorto di ciò che era accaduto?”

“Era notte, tutti dormivano.”

“Il giorno dopo non è stato denunciato alcun cadavere presso il luogo della sua residenza.”

“L’avranno portato via.”

“Chi l’ha portato via? Ha visto qualcuno?”

“Quello che l’ha ucciso."

“Dopo lo sparo cos’ha sentito?”

“Niente, il silenzio della notte.”

L’ispettore inspirò profondamente, corrugandosi poi la fronte con l’indice e il medio, mentre il pollice era appoggiato alla tempia.

“E’ sicura che fosse uno sparo?”

“Sì, il rumore è inconfondibile!”

“Come fa a conoscere il rumore di un’arma da fuoco?”

“Perché mio fratello ne possedeva una.”

“L’ha mai sentito sparare?”

“Sì.”

“A chi?”

“Come <<a chi?>>. Sta insinuando che mio fratello era un assassino?”

“Certo che no, mi sono espresso male, mi scusi. Lei ha detto: <<era>>. Come mai si è riferita al passato?

“Perché mio fratello è morto” rispose la donna tutto d’un fiato.

“Quando è morto?”

“Tanti anni fa…”

“Mi scusi un attimo…” le disse l’ispettore, lasciandola sola nella stanza per una decina abbondante di minuti.

La donna si guardava intorno, spaesata, si domandava perché avesse avuto quella malsana idea di sporgere denuncia presso la polizia. In fondo, cosa le importava di quel ragazzo?


L’ispettore riapparve con un fascicolo di documenti tra le mani. Lo posò sul tavolo, senza aprirlo.

“Torniamo alla notte dell’accaduto, lei sostiene che il ragazzo fosse morto, è corretto?

“Sì.”

“Come fa ad esserne certa, se non è riuscita a vederlo dal suo balcone?”

“Perché io ho sentito uno sparo. E lo sparo uccide.”

“Un proiettile è mortale solo se perfora gli organi vitali o se non viene estratto in tempo.”

“Io so che il ragazzo è morto.”

“Che cos’ha fatto dopo aver sentito lo sparo?”

“Sono rientrata in casa, tirava un venticello freddo, cominciavo a raffreddarmi. Ho abbassato le tapparelle e mi sono rimessa a letto.”

“E’ riuscita a dormire quella notte?”

“Sì, normalmente. Per giorni poi non ci ho più pensato.”

“Perché ha deciso di dichiarare l’accaduto proprio oggi?”

“Non capisco.”

L’ispettore a quel punto aprì il fascicolo. In prima pagina c’era la foto di un ragazzo.

La donna riuscì a scorgerne alcune informazioni.


Colin Benball

M

19 anni

Causa del decesso: Ferita d’arma da fuoco.


“Che giorno era quando è avvenuto l’episodio?”

“E’ stato cinque notti fa, perciò… il 24.”

“Come è morto suo fratello?”

“Non è una domanda pertinente, voglio andare via…”. Si alzò dalla sedia, ma l’ispettore la pregò di attendere.

“Per favore, mi risponda. Si può fidare di me.”

“Si è suicidato…”

“Lo sa che il caso di suo fratello è caduto in prescrizione, perché probabilmente non si è suicidato, ma purtroppo nel corso degli anni non sono state trovate prove sufficienti ad incastrare il colpevole?”

“Lo so… non mi va di parlarne.”

“Un’ultima domanda: che giorno era quando suo fratello è morto?”

“Il 24 maggio, me lo ricordo molto bene. Era una calda notte estiva, il vento soffiava leggero.”

“Lei dov’era al momento dell’accaduto?”

“Oh, insomma - per la prima volta alzò bruscamente il tono della voce - ho già risposto a tutte queste domande quando era il momento. Sapevo sarebbe stato un errore venire qui, mi dispiace di averle fatto perdere tempo!” Si avvicinò con il capo chino alla soglia della porta, pronta per aprirla e andarsene.

“La ringrazio per la sua deposizione. Mi piacerebbe che ne parlasse anche con una mia collega!”

“Cos’è, una strizzacervelli?”

“In un certo senso… - le sorrise - le lascio il recapito telefonico della mia collega, la contatti!” Prese carta e penna e scrisse un numero di telefono e un nome.

“Io… non sono pronta!”

“Dopo ventisette anni, deve essere pronta, o non lo sarà mai. Si fidi di me, provi a contattarla…”

La donna prese il foglio e se ne andò.

L’ispettore rimase assorto nei suoi pensieri per attimi che parvero durare un’eternità. Quell’incontro lo aveva scosso.

Rilesse al volo il fascicolo, concentrandosi sull’ora e sulla data del decesso del giovane Colin.


Ora, data del decesso: h 02:30 del 24/05/1978.




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