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Una storia di FrancescoFrancica

Questa storia è presente nel magazine Musica & Parole

Abbandoni

Per saper se domani si vive o si muore

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3 minuti

Pubblicato il 06 agosto 2018 in Recensioni

Tags: #musica #storia #pop

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L'anno è il 1967, un anno che per il panorama musicale internazionale fa la differenza: i doors pubblicano "The Doors" con "light my fire", i Velvet Underground & Nico - "The Velvet Underground & Nico", i Rolling Stones "Flowers" che contiene "Ruby Tuesday", i Beatles "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band", i Pink Floyd "The Piper at the Gates of Dawn" e ancora "For What It's Worth" di buffalo Springfield, I Jefferson Airplain "Surrealistic Pillow" con "Somebody to Love", "Brown Eyed Girl" di Van Morrison. i Procol Harum "A Whiter Shade of Pale", Jimi Hendrix "little wing", Bob Dylan: John Wesley Harding ed altre chicche ancora. Insomma qualche congiunzione astrale vuole che il '67 rese alla musica un patrimonio per i posteri.

E in Italia? Come al solito noi aspettavamo il festival della musica italiana per esporre le nostre perle. I cavalli di razza ce li avevamo anche noi: la scuola genovese aveva già laureato cattedratici del calibro di Fabrizio de Andrè, Gino Paoli, Umberto Bindi, Bruno Lauzi affrontando una varietà di temi che andava dal sentimento, alle esperienze esistenziali, sino alla politica, all'ideologia, alla guerra e ai temi dell'emarginazione, con forti accenni individualisti e spesso ricollegandosi ai toni dell'esistenzialismo francese.

Ma ricordiamoci che l'anno è il '67, fucina di miti avvolti da una coltre di mistero: belli, giovani e bravi ma soprattutto maledetti.

Allora anche Sanremo si tinge di sangue.

La malinconia di Genova partorisce questa canzone di miseria, nostalgia, sentimento condita da un pizzico di speranza e tanta voglia di dire al mondo intero: "Sentite qua che cosa siamo capaci di fare..."

Ma forse non eravamo ancora pronti, forse non eravamo abbastanza profondi da capire, o forse la nazionalpopolarità del festival non era la cornice adatta per questo piccolo miracolo di musica e poesia, tanto è vero che quell'edizione la vinse il reuccio del bel canto Claudio Villa con qualcosa che non ricordiamo affatto. Quando si palesò la possibilità di essere eliminato Luigi confessò al Mike nazionale che quella sarbbe stata “l’ultima volta” ma il presentatore non capì...

I nostri poeti romantici, i nostri cantautori maledetti versarono il proprio sangue e gli occhi tristi di Luigi Tenco adesso potevano essere stampati sulle magliette degli adolescenti come quelli di Hendrix, Morrison, Marley...

Lui si suicidò perché non era stato capito (in un mondo di luci, sentirsi nessuno); dopo quasi 50 anni la sua canzone fa ancora accapponare la pelle, ancora ti riversa nelle vene quella dose di malinconia poetica e amara speranza di una vita che possa riscattarsi dalla miseria.

Di per sé è un brano foxtrot con un insolito ritornello allegro, data la proverbiale mestizia di Luigi Tenco, ma che comunque non delude nelle aspettative malinconiche dei toni, si tratta pursempre di un addio, ma la speranza di una vita migliore richiede un minimo di ottimismo. Nella versione interpretata da Dalida (che successivamente confessò di poter ancora a cantare la canzone ma non sarebbe più stata capace di ascoltarla) è presente una ouverture musicale mentre Luigi entrava subito nel pezzo.

Di cover della canzone non se ne contano praticamente più, persino nelle versioni preliminari a quella poi edita e con titoli diversi, tutte bellissime perché tale è la canzone ma che riescano a sostenere l’intensità dell’originale, con quel germe di tragicità nascosto tra le flessioni del canto di Luigi, non credo che se ne possano realizzare.

PS: non esistono video del festival di Sanremo del 1967, un incendio alle teche RAI li distrusse tutti. Giustizia Divina?

Luigi Tenco - Ciao amore, ciao

RCA - 1967

Addio Luigi, e grazie della lezione.


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