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Una storia di utente_cancellato

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2 minuti

Pubblicato il 19 novembre 2018 in Storie d’amore

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In testa suonano le solite note, ormai la canzone la conosco a memoria e ogni tanto muovo le labbra pronunciando in un muto silenzio quella cadenza che è un po’ diversa dalla mia. Sono seduta sul divano di casa mia, guardo l’orologio sperando che si possa fermare proprio adesso, sono i miei cinque minuti di pausa giornaliera e oggi vorrei che non finissero più. Vedo mia mamma che da dietro il divano si gira stizzita come se mi avesse fatto una domanda più volte e io non le avessi ancora dato una risposta. Capita spesso di veder quella smorfia sul viso di mamma, capita quando ho le cuffie nelle orecchie, sono fuori dal mondo e non mi sogno per niente di estrarne una per ascoltarla. Ogni volta penso che può aspettare la fine dei tre minuti della mia canzone, perché se la interrompessi spezzerei l’atmosfera creatasi dalle prime note. Sono i Negramaro che mi risuonano dentro. Fino a poco tempo fa non li ascoltavo quasi mai, conoscevo a malapena “Nuvole e lenzuola” che cantavo da dodicenne, ma nulla di più. “E adesso non c’è niente al mondo che possa somigliare in fondo a quello che eravamo, a quello che ora siamo, a come noi saremo un giorno”. Chiudo gli occhi e mi viene un po’ di pelle d’oca. Penso a te, a me e a noi. Penso a questa settimana, che sì, sappiamo che è la più speciale dell’anno. Penso a ieri, a oggi, a domani. Sangiorgi è di nuovo al ritornello e io riesco solo a tornare alle sue prime parole “Parlami di quando mi hai visto per la prima volta, ti ricordi a stento o rivivi tutto come, come fosse allora”; parlami proprio di quella volta, perché solo lì potrei capire meglio cosa è successo, perché fondamentalmente è troppo irrazionale da spiegare. Tu così diverso da me, tu che oggi sei così complementare a me. Non mi resta che dedicarti una canzone che parla di noi. Non mi resta che immaginare un futuro con te: una casa, un cucciolo di cane che tanto desidero e quelle pareti gialle che ti nomino sempre. Non mi resta che dirti grazie di questa passeggiata in montagna che stiamo facendo, grazie per il tuo braccio poggiato sulla spalla quando mi vedi affaticata, grazie per tirarmi avanti quando vedo la salita troppo ripida, il Virgilio di Claudia insomma. Non servono parole sdolcinate o promesse utopiche. Serve ascoltare meglio, in silenzio. Ascoltaci.


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