scrivi

Una storia di Purpleone

Cappuccetto del Bosco

-

342 visualizzazioni

20 minuti

Pubblicato il 02 maggio 2021 in Horror

0

‘Mia madre mi disse non devi giocare
Con gli zingari nel bosco…’

(Sally – F. De André)


Aprite bene le orecchie piccoli miei, questa non è una storia della buonanotte. Non vi racconterò di principesse dai cappelli biondi o draghi da combattere con magiche spade, e neppure di pentole d’oro ai piedi dell’arcobaleno.

Questa è una brutta storia e ve la racconterò come mia nonna la raccontò a me quando avevo la vostra età. Magari aggiungerò qualcosa di mio, giusto un pochino, ma non ci girerò intorno e non vi nasconderò nulla perché posso assicurarvi che, a volte, una buona dose di paura è l’unico ed efficace rimedio alle nostre sciocchezze.

Su, avviciniamoci ancora un poco al camino che le mie vecchie ossa chiedono più calore e iniziamo:

c’era una volta…


C’era una volta, rannicchiato fra i monti come una manciata di denti in una bocca, un piccolo villaggio di taglialegna e contadini. Era un villaggio come tanti altri da quelle parti con forse un centinaio di persone, per la maggior parte imparentate fra loro, che tiravano avanti una stagione alla volta.

Non era proprio come vivere alla giornata ma quasi, perché c’era sempre qualcosa che poteva andare storto. A volte era il raccolto delle patate che i vermi avevano mandato in malora, altre invece gli alberi da frutta rovinati da una gelata improvvisa. Insomma, per una ragione o un’altra c’era sempre da stare sul chi vive e, se per una volta le cose parevano andare per il verso giusto, ecco che arrivava il messo del Re ad annunciare che erano aumentate le tasse per l’abbattimento e il commercio degli alberi.

Una vita più o meno come la nostra adesso: con pochi alti e tantissimi bassi.

Però, nonostante le difficoltà, i bambini, allora come ora, erano tanti e questa – così almeno la penso io – è sempre una cosa buona per qualsiasi villaggio. A quel tempo avevo da poco compiuto dieci anni e fu in una sera d’inverno come questa e attorno a un fuoco come questo che ascoltai la storia di Cappuccetto del bosco.

Il suo vero nome era Lenora ma, per via di quella mantellina viola e del cappuccio che teneva sempre sulla testa, finirono tutti per chiamarla Cappuccetto.

Cappuccetto era una bimba molto graziosa e certo nessuno avrebbe potuto dire il contrario; col suo visetto tondo, due occhietti vispi, le treccine nere e un nasino impertinente seminato di piccole lentiggini, era capace di farsi perdonare qualsiasi marachella. Fin troppo presto dimostrò di aver capito che le persone – soprattutto gli uomini – possono essere ingannate tanto da un bel sorriso quanto da due lacrimoni luccicanti, e quando fu il momento seppe di certo approfittarne. Ma di questo vi parlerò più avanti.

Il padre di Lenora faceva di mestiere il taglialegna ed era anche abbastanza bravo, mentre la madre badava alla casa e a quell’unica figlia che sembrava combinarne una delle sue non appena apriva gli occhi e metteva i piedi giù dal letto.

Nonostante fossero parenti stretti delle persone più ricche del villaggio, i genitori di Lenora non navigavano di certo nell’abbondanza. Soffrivano quanto gli altri quando le cose non giravano per il verso giusto e per tirare avanti dovevano anche loro piegare la schiena e versare sudore.

Quelli con il denaro erano i nonni di Lenora, e lo tenevano ben stretto. Da parecchio tempo possedevano gran parte della foresta intorno al villaggio e campavano senza più muovere un dito grazie alla tassa che i taglialegna pagavano loro per ogni albero abbattuto. Compreso il babbo di Lenora. Senza sconti o particolari privilegi.

Ora dovete sapere che la ricchezza, a maggior ragione se accompagnata dall’avarizia, genera sempre invidia e, nonostante metà villaggio vivesse grazie ai loro alberi, i due vecchietti non ne ricavarono mai una briciola di simpatia o di riconoscenza.

Anche per questo motivo, anni addietro, avevano costruito una bella casetta, che chiamavano “cottage” – qualsiasi cosa voglia dire ­– proprio nel mezzo di quel bosco di querce sull’altra sponda del fiume e lì, lontano da tutti, vivevano tranquilli.

Erano distanti parecchie miglia dall’ultima casa del villaggio ma Lenora e la sua mamma andavano spesso a far loro visita, e i nonni erano sempre felici di vedere la bambina scorrazzare per le stanze di quella grande casa.

Con il passare del tempo, però, lo furono di meno nei confronti dell’avida nuora che mal sopportavano a causa del suo continuo rimestare e mugugnare sopra un solo e unico argomento: il denaro.

Ora vi dico: cercare di migliorare la propria posizione economica o sociale non è certo un desiderio da biasimare; lo diventa però quando per ottenere lo scopo si semina zizzania e si versa veleno nelle orecchie di chiunque ci capiti a tiro. E di quest’arte la mamma di Lenora era diventata, nel corso degli anni, una vera esperta.

Non preoccuparsi di avere la bambina attorno quando faceva andare la sua lingua velenosa fu, tempo dopo, la probabile causa di quel che avvenne, ma ancora è troppo presto per parlarne.

Vi dirò invece di come non passasse giorno che quella donna non tormentasse il marito con inutili e petulanti piagnistei.

Il lunedì si lagnava della stufa che non scaldava abbastanza, il martedì brontolava per la fatica di tirar su l’acqua del pozzo, e il giorno dopo strepitava perché il pane e il latte costavano troppo. Quel che diceva il giovedì e il resto della settimana lo lascio indovinare a voi. Qualsiasi cosa vi venga in mente, anche la più stupida, non sarà molto diversa dalle sue parole.

Alla fine di ogni sua lamentela la lingua andava a battere sempre su quell’unico tasto: i denari che i suoceri tenevano ben stretti. Così stretti che loro dovevano campare allo stesso modo degli altri, faticando e spezzandosi la schiena ogni giorno che il Signore mandava sulla terra.

E batti e ribatti, anche il padre di Lenora andò convincendosi che i genitori avrebbero preferito morire prima di cedere un solo centesimo del loro patrimonio e probabilmente, ma questo è un mio pensiero, non passò giorno che andando a dormire non sperassero entrambi nel passaggio dell’Angelo della Morte.

E così il tempo scorreva e la piccola Lenora, ormai abbastanza cresciuta, aveva preso a fare da sola le sue visite domenicali ai nonni. Colma di raccomandazioni sui sentieri da seguire e da non abbandonare, attraversava tranquilla il bosco di querce fino alla grande radura con il cottage infilato nel mezzo, quasi fosse uno strano ed enorme fungo cresciuto su quel prato.

I nonni dimostravano di gradire più di prima quelle visite solitarie e non c’era volta che Cappuccetto tornasse indietro senza avere una o due piccole monete in dono che, immancabilmente, finivano nelle mani rapaci della mamma.

Le stagioni s’inseguivano una dietro l’altra e però i due nonni, benché assai vecchi – e a quel tempo, cinquant’anni era un traguardo di tutto rispetto – godevano di ottima salute, con grande scorno e stizza della nuora.

Nel frattempo la piccola Cappuccetto diventava sempre più bella e, all’età di quindici anni, non c’era uomo nel villaggio, ragazzo o giovanotto che fosse, che non avrebbe fatto pazzie per lei.

Ogni domenica, dopo la Messa, decine di occhi la seguivano quando attraversava impertinente la strada del villaggio e non l’abbandonavano finché, diretta alla casa dei nonni, non aveva attraversato il ponte sul fiume.

Qualcuno, tra i giovanotti più intraprendenti, si era arrischiato a offrire la sua compagnia per il tragitto nel bosco, ma era stato presto dissuaso e senza tanti complimenti. Lenora era fatta di una pasta ben più dura di quanto la maggior parte di loro sospettasse e non sarebbero stati gli animali del bosco e tantomeno la silenziosa oscurità di quei sentieri a metterle paura.

Lenora, come la sua mamma, aveva una sola paura.

Un timore che le era stato trasmesso un giorno dietro l’altro e che da qualche tempo aveva pian piano iniziato a indurirle il cuore.

Era il timore di non avere abbastanza denaro da essere costretta a sposare un misero contadino o un boscaiolo come suo padre, e di doversi rompere la schiena allevando nidiate di figli che l’avrebbero prosciugata fino alla morte.

Sapeva che solo il denaro le avrebbe permesso di avere la vita che desiderava, ma ne occorreva molto. Una cifra così alta che, a quindici anni, non sarebbe riuscita neppure a pronunciare. Sapeva però, grazie alla mamma, che i nonni ne avevano così tanto che ormai non sapevano più dove nasconderlo.

Era certo un’esagerazione bella e buona ma, quando si è piccoli, non ci vuole molto a trasformare una sciocchezza in un dato di fatto.

E così, tutte le volte che si recava a far visita ai nonni, non poteva fare a meno di fantasticare su dove fosse nascosto quel tesoro e sulle cose che avrebbe potuto fare con quei denari una volta che l’eredità fosse passata al babbo.

E finalmente fu nell’inverno dell’anno dopo, quello del Grande Gelo, che i sogni di Lenora sembrarono avverarsi.

Quando il momento arrivò, non ci fu alcuna avvisaglia: non una febbre, uno starnuto e neppure un colpo di tosse.

Il nonno andò a letto la sera, alla stessa ora di tutte le sere, e la mattina dopo non si svegliò.

Morì nel sonno, forse per malanno o per vecchiaia, ma a pochi interessò la causa e pochi in verità ne piansero la dipartita.

Ancor meno pianse la mamma di Lenora poiché adesso, finalmente, al marito sarebbe andata una cospicua parte della tanto desiderata eredità.

Fu un bel funerale, quello del vecchio e, anche se nevicava, tutto il villaggio – perché le apparenze dovevano comunque essere salve – lo seguì in processione fino al cimitero.

Poi, quando la cassa fu calata, la terra versata e il reverendo ebbe impartito la benedizione, tutti si dispersero rapidi come corvi in quel bianco accecante.

Non lo sappiamo per certo, ma possiamo immaginare che quella notte, fra le coperte del loro letto, Lenora e la sua mamma si addormentarono con un sorriso sulle labbra.

Però, bimbi miei, sapete bene che non bisogna mai gridare “gatto!” se prima non lo si è messo nel sacco, e così avvenne che la tanto desiderata eredità altro non fosse che un piccolissimo lotto di foresta libero da affitto che non cambiò di molte virgole il loro tenore di vita. Il denaro restava ancora nelle mani della nonna.

Cambiò invece, neppure due mesi dopo, la vita di Lenora.

Cambiò perché il destino decise di metterci una delle sue zampe o forse perché il Padreterno, stanco delle loro ingrate lamentazioni, decise di accordare alla madre e al padre di Cappuccetto il beneficio del riposo eterno.

Fu chiaramente una disgrazia finire col carretto nelle gelide acque del fiume ed esserne trascinati via ma, ancora oggi, alla gente del villaggio piace pensarla diversamente. E anche per loro, come prima per l’anziano genitore, non furono versate molte lacrime sincere.

E così, nel tempo di un cambio di luna, nonna e nipote seguirono un’altra volta il carro e i cavalli neri fin sulla collina del Camposanto consolandosi a vicenda.

Cappuccetto era rimasta sola, ma e non passarono due settimane che, infischiandosene del lutto, una schiera di pretendenti si mise in fila davanti alla sua casa. Giovani e meno giovani, belli e brutti si offrivano speranzosi quali futuri sposi attirati, oltre che dalla sua bellezza, dal lotto di foresta avuto in eredità.

Lei li ricevette uno dietro l’altro, e con ciascuno di loro fu gentile e cortese, ma tutti lasciarono quella casa a capo chino e col sacco vuoto. Solo uno di essi, quello che aveva messo più denaro sul piatto, uscì con qualcosa in mano: l’affitto del terreno e null’altro.

Lenora non aveva rinunciato ai suoi progetti e nessuno di quei rozzi spasimanti ne avrebbe mai fatto parte.

Quello che le occorreva non l’avrebbe trovato fra gli uomini del villaggio e così aspettò. Aspettò fino all’estate successiva, quella del suo diciassettesimo compleanno.

Anche quella domenica, come tutte le altre prima, preparò di buon mattino la torta preferita della nonna, quella con le ciliegie; la avvolse in un panno per tenerla al caldo, la mise nel cestino e uscì da casa.

Mentre attraversava il ponte, notò un filo di fumo alzarsi lieve alle spalle del mulino e capì che il momento era forse giunto.

Quando arrivò sull’altra sponda ed ebbe la visuale libera, vide che gli Zingari erano arrivati e si erano accampati, con i loro carri variopinti, sul limitare del bosco, poco prima dell’ansa del fiume.

Dovete sapere però che quelli che tutti noi chiamavamo "zingari", Zingari non erano affatto. Nel senso che non appartenevano a nessuno di quei paesi che sono degli Zingari. Erano dei nomadi, questo sì, ma non erano Zingari.

Capitavano dalle nostre parti quasi ogni inizio d’estate, a seconda di come gli andavano gli affari con le altre comunità della zona, e campavano barattando i loro utensili di rame e legno e i loro gioielli. Poi, alla fine di settembre, senza aver detto neppure arrivederci, caricavano armi e bagagli e sparivano di botto così come erano arrivati.

Non avevano mai creato problemi, ma la gente del villaggio, finché non fossero ripartiti, avrebbe tenuto gli occhi bene aperti sui propri beni, donne o animali da cortile che fossero.

Altre volte Lenora li aveva visti accampati da quella stessa parte del fiume. Li aveva visti quando avvolta nella sua mantellina e tenendo la mano della mamma andava con lei alla casa dei nonni.

Le bastava chiudere gli occhi per sentire ancora le sue raccomandazioni mentre, poco prima di prendere il sentiero del bosco, si voltava a guardare quegli esseri strani e misteriosi:

«Non stare a fissarli Cappuccetto! E ricordati di non fermarti mai a parlare con nessuno di loro. Per nessun motivo!»

E Cappuccetto, pur non capendo perché, si affrettava a voltare la testolina, non prima però di aver rivolto loro un’ultima occhiata curiosa.

E ora erano arrivati ancora una volta.

Cappuccetto aumentò il passo e si addentrò nel bosco canticchiando una filastrocca che adesso, mi dispiace, non ricordo più come fa.

Stava camminando sul sentiero da forse dieci minuti quando sentì un rumore alle sue spalle e si fermò. Poi, senza voltarsi, disse a voce alta e tranquilla:

«Questo non è di sicuro il passo di una lepre e neppure quello di un cinghiale che, anche da vecchio, non è certo così maldestro. Chi sei e perché ti nascondi? »

Non ottenne risposta se non il suono debole di un respiro trattenuto e allora si voltò lentamente e, rivolta alla grande quercia che aveva davanti, continuò:

«Forse sei davvero un vecchio e brutto cinghiale che non ha il coraggio di mostrarsi, e quindi… tanti saluti».

Volse le spalle all’albero e fece per allontanarsi ma, prima che avesse compiuto un passo, le arrivò una voce che non era quella di un cinghiale e neppure quella di uno dei ragazzi del villaggio:

«Aspetta Cappuccetto! Eccomi qua!»

Lenora si voltò e incrociò gli occhi con quelli del giovanotto che adesso, sorridendo, faceva capolino da dietro il tronco.

«Come conosci il mio nome? Io non ti ho mai visto prima!»

«Ti conosco da molto tempo», disse lui uscendo del tutto allo scoperto.

«Ti conosco da quando attraversavi questo bosco insieme alla tua mamma, e tutti sanno il tuo nome», continuò fino ad arrivare a due passi da lei.

Lenora gli sorrise e forse iniziò proprio in quel momento a tessere la sua trama.

«Tu come ti chiami?» chiese squadrandolo per benino.

«Masi, ma tutti mi chiamano Lupo», rispose lui orgoglioso.

«Che scelta bizzarra, non somigli per nulla a un lupo! Con quei riccioli in testa mi sembri piuttosto un montone».

Lui rise e colmò la distanza che li separava, portò la mano al ciondolo che teneva appeso al collo e mostrandoglielo disse serio:

«E’ per via del lupo che ho ucciso a quindici anni. Questa è una delle sue zanne».

«Complimenti, sei stato molto coraggioso. Ora però devo andare. E’ stato un piacere averti conosciuto, Lupo».

«Aspetta! Posso accompagnarti?»

«Non oggi», gli rispose Cappuccetto con un sorriso impertinente, «forse la prossima volta».

Poi si voltò e s’incamminò lungo il sentiero canticchiando la stessa filastrocca di prima.

Il giovane zingaro, anche se Zingaro non era, restò a guardarla finché una curva non la nascose alla sua vista poi, dopo averle mandato un bacio, riprese la strada per il suo campo.

Altre volte Lupo e Cappuccetto s’incontrarono nel bosco durante quell’estate, ed entrambi godevano della reciproca compagnia scambiandosi scherzi e risate, finché dalle risate passarono alle carezze, e dalle carezze ai baci finché Lupo si ritrovò avvolto mani e piedi nella rete di Cappuccetto.

Una rete che però, badate bene, non avrebbe retto se anche il suo cuore non fosse stato colmo di cattiveria e avidità. Cappuccetto seppe riconoscerle entrambe e le sfruttò per mettere in opera il suo orribile intendimento.

E così, sul finire dell’estate, quando le ombre del bosco iniziarono a diventare più fresche e profonde, Cappuccetto e Lupo si trovarono ancora una volta sul limitare della radura dove, sempre piantata come un fungo, stava la casa della nonna.

Al riparo degli alberi confabularono a lungo finché non fu ben chiaro a Lupo cosa avrebbe dovuto fare.

E quando Cappuccetto finì di parlare, lui afferrò il manico del coltellaccio che portava infilato nella cintura ed esclamò spavaldo:

«Certo che non ho paura! La nonna non sarà un problema, e stai pur tranquilla che mi dirà dove ha nascosto le monete un minuto dopo che avrò iniziato a tagliuzzarla con il mio coltello!»

«Lo so che non hai paura però, dopo che avrà detto quello che deve dire, dovrai ucciderla e poi lasciare che i suoi cani finiscano l’opera, e voglio essere sicura che ti basti il coraggio. Una persona non è come un lupo!»

«Certo che no» rispose lui con un sorriso cattivo, «con una persona è molto più facile! Non dimenticarti piuttosto di lasciare il cancello e il portone aperto quando andrai via».

«Farò la mia parte, non dubitare.»

Si scambiarono un lungo bacio e, dopo aver fatto un tratto di bosco insieme, ciascuno si avviò per la sua strada.


L’estate finì, e in una delle notti fresche di fine settembre gli zingari – chiamiamoli così e buonanotte al secchio – lasciarono il campo dietro il mulino. Andarono via tutti, tranne Lupo che si nascose nel bosco in attesa di Cappuccetto.

E Cappuccetto arrivò due giorni dopo con il suo cestino e la torta per la nonna. Si ritrovarono, come sempre, dalle parti della grande quercia e insieme, ridendo e scherzando come se non dovessero compiere alcuna scelleratezza, arrivarono al limitare della radura. Cappuccetto proseguì verso la casa e Lupo rimase ben nascosto fra gli alberi.

Passò del tempo, forse due ore o forse più, prima che Cappuccetto riattraversasse la radura e trovasse Lupo che, nel frattempo, s’era addormentato al riparo d’un grosso cespuglio di erica. Gli lanciò addosso un rametto secco e rise quando lui, svegliato di soprassalto, schizzò in piedi sfoderando il coltello.

«Forza pelandrone», gli disse, «è ora! Il cancello e il portone sono accostati e i cani sono sotto chiave. Mi raccomando, sappi che la nonna non sta bene e quindi vedi di non mandarla al Padreterno prima che ti abbia detto dov’è il denaro».

«Non dubitare. Quando stanotte verrò a prenderti e saremo ricchi!»

Si scambiarono un altro bacio a suggello del loro orribile patto e ciascuno fece ciò che doveva fare.

Lupo attraversò di corsa la radura e in un lampo fu oltre il cancello e poi dentro casa mentre i cani abbaiavano e latravano inutilmente.

Cappuccetto restò a guardare finché lui non ebbe chiuso il portone alle sue spalle poi, con un sorriso di soddisfazione, voltò le spalle e si avviò per il sentiero.

Mentre Lupo svolgeva la sua orribile opera, anche Cappuccetto, come promesso, portò a termine la sua.

A un certo punto del sentiero, anziché proseguire in direzione del villaggio, prese la biforcazione che l’avrebbe portata nel giro di mezz’ora o poco più al campo dei taglialegna.

Quando fu a poca distanza, tanto da iniziare a sentire il tonfo delle scuri sui tronchi e le voci degli uomini, fece l’ultimo tratto di corsa invocando aiuto con voce disperata.

In poco tempo fu circondata dai taglialegna che, per qualche istante, faticarono a capire, tra lacrime e singhiozzi, cosa Cappuccetto stesse dicendo.

«La nonna…», balbettò lei, «…ho visto uno zingaro entrare nella casa…ho sentito urlare…sta facendo del male alla mia nonnina… Vi prego, salvatela».

E così quegli omaccioni non se lo fecero ripetere due volte: affidarono Cappuccetto alle cure del più anziano e partirono di gran carriera agitando le loro asce.

Purtroppo, nonostante il loro passo lungo e veloce non riuscirono ad arrivare in tempo a impedire l’orribile misfatto e, quando varcarono il portone, trovarono la casa sottosopra e la povera nonna nel suo letto, ormai morta, con la gola squarciata e coperta da un mare di sangue.

Di fronte a quello spaventoso spettacolo anche il più rude fra quei boscaioli dovette voltare il capo e, mentre tutti si segnavano con la Croce, udirono un frastuono arrivare dalle stanze di sopra.

Corsero per le scale seguendo i rumori finché sorpresero Lupo che, alla ricerca del suo bottino, stava sfasciando tutto e tutto buttando all’aria.

Quando l’assassino si accorse della presenza dei taglialegna, si voltò di scatto per fronteggiarli; con gli occhi cattivi, i cappelli tutti arruffati, e coperto del sangue della vecchia, pareva veramente un lupo che avesse appena sbranato un agnello. Quegli uomini però, abituati a ben altre belve, non gli diedero neppure il tempo di battere le ciglia un’altra volta e le loro asce affilate volarono tutte insieme inchiodandolo alla parete.

Nessuno sentì, nascosto nell’ultimo rantolo dell’assassino, il nome di Cappuccetto e nessuno ebbe, allora, il minimo sospetto sulla sua parte in quella brutta storia.


La nonna fu sepolta qualche giorno dopo e, questa volta, qualcuno pianse lacrime vere, non fosse altro perché a nessuno piacerebbe andarsene al Creatore in quella maniera, e tutti ebbero per Cappuccetto una parola di conforto e comprensione. Lei pianse e si disperò e non fu, almeno quella volta, una delle sue tante recite.

La disgraziata però non piangeva per la nonna. E non piangeva neppure per Lupo, che non era stato sepolto ma fatto a pezzi e lanciato altre la rupe della cascata.

Piangeva perché il favoloso tesoro dei nonni non era mai esistito se non nella fantasia dei suoi genitori.

L’unica ricchezza dei nonni era sempre stata la parsimonia e l’attenta amministrazione delle loro finanze perché, alla fine, anche tutti gli alberi di loro proprietà – tolte le tasse e i tributi reali – bastavano appena per fare una vita più che agiata, ma neanche lontanamente paragonabile a quella che lei aveva invece sognato e desiderato.

E così Cappuccetto finì per sposare uno dei taglialegna che aveva sempre disprezzato, uno di quelli – come scoprì troppo tardi – che dal lunedì alla domenica non lesinavano bastonate e male parole e che, nel giro di qualche anno, riuscì a mandare in malora tutto quello che avevano perdendolo al gioco. Completò la sua opera svignandosela poi chissà dove, come un sorcio che abbandona la nave.

Per quel che mi riguarda, posso dirvi che fu una giusta, anche se troppo breve, punizione per quel che Cappuccetto aveva fatto e solo quando l’anno dopo scomparve anche lei, tutto il villaggio scoprì la verità.

Si allontanò di nascosto in una notte d’inverno ma, prima di abbandonare per sempre la sua casa, lasciò un foglio in cui confessava tutto e chiedeva perdono al Padreterno per quel che aveva fatto.

E nessuno la vide mai più.

Si dice che ancora oggi il suo fantasma disperato vaghi tra le rovine della vecchia casa della nonna, e qualcuno afferma persino di aver sentito la filastrocca che lei cantava sempre, ma io credo siano tutte storie per tenere buoni i bambini come voi.

Quello che credo, anzi di cui sono certo, è che il Diavolo si affanna assai a costruire tante pentole, ma non un solo coperchio gli è mai venuto bene e mai succederà. Ricordatelo.

E ora via, filate a letto. Il fuoco è quasi spento e io sono stanco.


Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×