scrivi

Una storia di Litgin

Stanza 17

Storia dei Santi dipinti

218 visualizzazioni

7 minuti

Pubblicato il 12 giugno 2020 in Storie d’amore

Tags: #Amorecrime

0

Facevamo l'amore in un albergo ad ore.

Era come una giostra.

Io andavo a prenderla tutti i venerdì sotto casa sua alle 19.50. Era un orario comodo per entrambi, poiché alle 18.00 staccavo dai miei impegni con lo studio, mentre lei il venerdì aveva tutto il pomeriggio libero da quel suo cazzo di lavoro in ufficio. Dunque anche tutto il tempo per prepararsi. Così alle 19.50 di ogni venerdì, il clacson della mia Fiat Panda suonava 4 volte sotto la finestra della sua camera. Lei scendeva con lo sguardo deciso, gli occhi di chi non aveva incertezze a cui badare e la lunga treccia che le batteva sulle spalle.

La faceva solo per me, sapendo quanto mi piacesse. I suoi occhi lunghi da faraona e le gambe affusolate completavano quel quadro, che avrebbe fatto intimidire le 7 meraviglie del mondo.

Io sapevo di amarla.


Ma poi a che serve? Me lo dici? Tutto questo silenzio di cui ti riempi, a cosa porta?


Era lei a non saperlo.

O forse lo aveva capito, ma ci sono alcuni casi in cui noi umani facciamo finta di non recepire i segnali, per evitare che qualcosa nella nostra vita cambi.

Lei non voleva cambiare. Era evidente, no?

Così ho dovuto finirla io. Non voglio dire che sia stata colpa mia, perché è chiaro che non lo sia, ma ho dovuto prendere una decisione.

Così è terminata nella stanza in cui tutto era iniziato.


La prima volta in quella camera d'albergo fu nel 2015, l'anno in cui ci siamo conosciuti.

All'epoca ero appena maggiorenne e frequentavo ancora dei corsi di scrittura pomeridiani. La conobbi fuori un bar sul lungomare, in compagnia di un gruppo d'amici, durante quella che fu l'estate più lunga della mia vita. Lei era fidanzata con un tipo, Riccardo, un isolano molto bello. Un nuotatore dal fisico d'acciaio e l'acconciatura sempre perfetta. Patetico però nei modi di atteggiarsi. C'era anche lui quel giorno, ma troppo intento a ricevere attenzioni, per poterne dare a ciò che accadeva intorno.


- Piacere Diana! -


Lei mi scrutava timida con i suoi occhi sottili e sentii nascere un'energia strana.

Eravamo fottuti.


Ti capiterà di guardarti allo specchio e sentirti vigliacca. Vorrai sprofondare nell'abisso della terra perché ti sentirai felice da far schifo nei tuoi errori.


Iniziammo a sentirci di nascosto, dapprima per gioco, poi decidemmo di vederci per provare a dare ragione alla chimica.


Venerdì 17 luglio 2015.

Fu il primo giorno in cui andai a prenderla.


- Non voglio che i miei mi vedano entrare in macchina tua, però. Mandami un messaggio quando sei giù!

- Suonerò il clacson 4 volte.

- Ma che cazzata è?

- Sono strano, faccio cose strane.


Non c'era consentito andare a cena fuori, avrebbero potuto vederci. Così dopo un lungo giro in auto a ridere del più e del meno ci fermammo a qualche metro dal porticciolo.

Ci baciammo.

Non credo fu un bacio bello, o meglio, non uno di quelli da film americano, che trasuda passione. Era un bacio fatto di curiosità e di una strana chimica che trasportava con se una carica ormonale simile ad una valanga.

Volevamo andare oltre, era chiaro, sembrava scritto.

Decisi di portarla in un albergo ad ore, non troppo squallido, anzi, mi superai, temendo il confronto con i tipi mondani che lei frequentava abitualmente.

Scegliemmo la stanza 17.

Io adoravo quel numero, lei avrebbe optato volentieri per la 16, ma fece vincere me e la mia testa dura.

Con il senno di poi, scegliere la 17 in un venerdì 17 non fu una grande idea.

Ad ogni modo, aprimmo le danze.

Fu il primo di una sfilza innumerevole di venerdì passati a fare l'amore con Diana.


Ma la paura di essere qualcosa da cosa nasce? Tutto questo orrore, difronte a due pezzi che potrebbero unirsi e formare qualcosa di concreto, da dove viene fuori?


È sempre stato un rapporto di solo sesso.

Per anni abbiamo avuto i nostri venerdì di conforto, mentre entrambi entravamo ed uscivamo da relazioni più o meno serie, poco o tanto strazianti, fondate sulle bugie, trascinate appresso come cadaveri, riposti poi nell'armadio di quell'albergo.

Mai una parola su noi due. Mai.

Ci concedevamo come un frutto, tra mille bugie, in maniera centellinata. Non ho mai avuto il bisogno di sentirla parte integrante della mia vita, ma necessitavo dirgli che non eravamo fatti per bruciare così distanti e che forse era il caso di provare a farlo insieme.

Così ho provato a farlo, venerdì scorso, l'ultimo.


Ero sotto casa sua alle 19.50, in radio passava "You shock me all night long" degli AC/DC. Mentre cantavo, ho suonato il clacson 4 volte. Lei è scesa agghindata come sempre, con quella treccia che le tamburellava sulla schiena. I suoi occhi da gatta si sono posati su di me appena entrata in auto.


- Come stai?

- Lo studio mi spreme come un limone, ma non mollo.

- Lo vedo. Sei più euforico del solito. Mi piaci da morire quando brilli.

- Ringrazia gli AC/DC baby.


Sono partito sgommando, nonostante la mia auto fosse abbastanza umile.

Ci siamo concessi un giro fuori dalla città, non volevamo destare sospetti vista la sua relazione che andava avanti da un anno con un farmacista del paese, mentre io frequentavo una ragazza del centro, ma in viaggio di lavoro a Verona.

Abbiamo parlato della nostra settimana e dei programmi futuri. Non avevo voglia di sbottonarmi sull'argomento "noi" in quel momento. Avrei preferito farlo dopo aver fatto l'amore.


Alle 22.00 siamo arrivati in albergo, solita stanza 17.

Il numero era inciso su un grande cartellino in legno attaccato alla porta.

Siamo entrati, in quella che, dopo tutto quel tempo, era un po' diventata casa nostra.

Lei si è lasciata cadere sul letto, tirandomi con se.

Ha poi preso a spogliarmi delicatamente. Amava farlo.

Sono sempre stato imbarazzato dalla sua premura nel volermi spogliare, ma le piaceva così tanto che non riuscivo a negarglielo. Mi piaceva vederla appagata.

Abbiamo fatto l'amore. E ancora.

Ma non abbiamo parlato.

L'ho stretta, forte, da dietro, dopo gli orgasmi. Le ho baciato i capelli, mentre la sua schiena si stringeva al mio addome.

Ho preso respiro. Ho provato a dirglielo.


- Diana?

- Dimmi.

- Forse dovremmo..

- Cosa?

- Non senti? Non la senti tu questa sensazione strana?

- ...

- Diana... Io ti...

- Ho capito Samu. Non dirlo.


Siamo rimasti in silenzio per tanto tempo. Lei si è stretta ancora di più nelle spalle, ma attaccandosi forte a me, come a voler entrare a formare un corpo solo. Ho visto una lacrima rotolare sulla sua guancia sinistra.

Ho sentito una strana sensazione di impotenza, mista a vuoto totale.

Nel vuoto però, ce lo hanno detto e stradetto, le onde sonore non si propagano.

Io invece sentivo limpidamente il battito del suo cuore riempire la stanza. In quel momento ho capito che lo volevo. Volevo almeno il suo cuore, se non potevo avere lei.


Mi sono alzato, e ho carcato, con calma. Fino a quando in una cassettiera ho trovato un tagliacarte. Sono tornato a letto e l'ho vista assopita su in fianco. L'ho girata dolcemente, supina, accarezzandole le spalle e baciandole gli occhi.

Poi ho sferrato il primo colpo.

Il fermacarte le ha trapassato il costato, mentre i suoi occhi si sono spalancati solo per un attimo. Il secondo l'ho sferrato a qualche centimetro di distanza dal precedente. E cosi il terzo e il quarto, mentre un rivolo di sangue le colava dalla bocca. La cassa toracica era praticamente squarciata. E lui era lì. Non pulsava più, ma lasciava intravedere tutte le sue forme. Ho infilato le mani nel suo petto, cercando di non dar fastidio ai seni. Ho dovuto sforzarmi un po' per estrarlo. Era intrappolato in quel labirinto di carne ed ossa.

Era bello, morbido, ma soprattutto era il suo. Mi sono steso accanto a lei, con il suo cuore tra le mani. L'ho fissato per qualche minuto, prima di posarlo sul mio petto. Ho chiuso gli occhi e ho lasciato andare le mani sui fianchi. Poi la destra ha afferrato il tagliacarte, intrappolato tra le lenzuola. L'ho puntato dritto alla gola, prima accarezzandola, sentendo il freddo dell'acciaio. Non ho esitato molto, credo di averlo fatto mentre in testa mi scorrevano ancora le note degli AC/DC. Mi gasavano troppo, cosa posso farci?

Ho piantato il tagliacarte nella mia gola, lasciando che il sangue scorresse come un fiume sul suo cuore. E sul mio.

In quell'ultimo viaggio insieme.


Bruciare insieme

dentro un sospiro

che sa di morte

ma è solo amore.



Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×