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Una storia di LiberoParsifran

Mo ce lo dico

Pseudo avventura nei meandri della pubblica amministrazione

426 visualizzazioni

3 minuti

Pubblicato il 14 gennaio 2020 in Humor

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"Mo ce lo dico" .
Ti ho conosciuto così: "mo ce lo dico" .
La mia era solo una domanda, semplice, innocente.
Era solo curiosità.
No, non quella morbosa, invadente.
No la mia era solo desiderio di sapere.
Solo che tu, con quel tuo compulsivo masticar gomma al sapore di fragola, continuavi a ticchettare la tastiera unta da mille impronte di polpastrelli sudati del tuo tablet.
"Mo ce lo dico".
Ricordo ancora come i tuoi occhi, color melassa di asparago, seguivano il ritmo delle tue dita e roteavano come se stessero danzando, illuminati dalla fredda luce dello schermo.
Non mi hai neppure degnato di uno sguardo.
Eppure ero lì, accanto a te, desideroso di aiutarti, di dettarti qualche particolare in più, insomma di passarti qualcosa che potesse guidarti nella tua affannosa ricerca.
Ma tu niente, incurante dei miei propositi, alzavi appena la mano mostrandomi il palmo a mò di "tranquillo ci penso io" continuando a ripetermi quel:
"Mo ce lo dico".
Neanche un sorriso, uno sguardo da quei mezzi occhialini rosa in equilibrio sulle narici del tuo nasino a patata.
Avevi solo voglia di spaziare, di liberarti e piroettarti in quel mega calderone cibernetico di notizie.
Non aspettavi altro, ed io, tapino e illuso, ero solo il mezzo per scatenare la tua voglia repressa dietro il paravento di quella stupida frase:
"Mo ce lo dico".
Ormai sembrava avessi innalzato una barriera invalicabile tra noi due, più spessa del vetro che ci separava, insensibile ai miei tentativi di offrirti aiuto.
Eppure, in questo freddo rapporto hai saputo sorprendermi.
Forse per compatirmi o per premiare la mia tenacia, chi lo sà, ma la tua generosità ha iniziato a far breccia nella tua apparente corteccia monolitica di impiegata irreprensibile regalandomi qualche lettera in più:
"mo!"... "mo ce lo dico"
È bastato quel "mo" in più, fuggente, furtivo, inaspettato a rendere il nostro rapporto un pò più amicale, più intimo, più vero.
Si, quel rapporto cercato, sperato, voluto era appena nato. Me n'ero accorto da quel gesto, quel levarti gli occhialini da presbite dalla punta del naso patatoso scuotendo leggermente i tuoi capelli crespi color cioccolata andata a male.
Dai tuoi occhi ormai staccati dallo schermo e fissi su di me.
Finalmente la mia sete di sapere avrebbe conosciuto il risultato di quel ticchettio ossessivo.
L'oltre "mo ce lo dico".
Una mezz'ora d'attesa che avrebbe dato una risposta definitiva alla domanda: cosa devo fare per rinnovare la mia carta d'identità?
È invece la sorpresa arrivava come al solito inaspettata: "la sua carta d'identità sta per ssscadere sa?" (la dizione "sscca" è da intendersi molto accentuata)
Ecco appunto! Ero venuto qui da lei per rinnovarla.
Doveva dirmelo prima sa? Questo ufficio non è competente (e su questo ero completamente d'accordo con te, specialmente sull'aggettivo competente).
Avevo pensato tutto e di più al dopo "mo ce lo dico" tranne al rimprovero, non troppo celato, della tua risposta.
No, a questo non ero preparato, e così, dopo aver faticosamente represso il desiderio di liberare il mister Hyde che albergava nei meandri della mia coscienza, ho cercato quel barlume di ragione che potesse farmi sollevare da questa catarsi, senza tuttavia tener conto dell'automatismo delle parole che spesso fuoriescono dalla bocca senza alcuna volontà e così ho commesso l'ulteriore errore di chiederti: può dirmi quale ufficio?
MO CE LO DICO🤪


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