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Una storia di vladimiroforlese

Questa storia è presente nel magazine Vivere per (r)esistere

Certi giorni

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1 minuti

Pubblicato il 22 gennaio 2019 in Poesia

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Certi giorni mi sovviene la città

che ho lasciato

e in essa i cortili dei giochi

e quel quartiere di casoni popolari

allora pensato grande

quanto l’intero mondo.

Un’isola di padri proletari

e ragazzi urlanti tra scalcinate

strade e orti periferici. Per tutti

gabbia a cielo aperto, dove

indistinto dal presente il futuro

era già scritto negli occhi

ancor prima di nascere.


E mentre mi tuffo in quel mare

della mente, la nebbia si dirada:

ecco le voci e i nomi dei compagnucci

in corsa dietro un pallone

e alle finestre quei visi scoloriti

di madri senza età né giovinezza

ma perennemente incinte;

ed ecco lo stradone, l’asfalto nero

che portava lontano, nel nord

dei cummenda e dei letti a ore;

e poi i crocicchi e i portoni ritrovo

di garzoncelli ignari, templi

per misere fantasticherie, trame

d’altrettanti miseri sogni

buoni a sopportare ingiurie di bottega

e manrovesci del padrone.


Ricordi che mi riportano

- in questi anni lacerati - all’origine,

che pungono la carne

come le barbe ispide dei padri

nei rari baci delle domeniche

santificate dal ragù e dalle pastarelle,

lusso che saziava l’illusione

d’essere comunque vivi,

protetti nelle notti

dal rotondo della luna.

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