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Una storia di OrnellaStocco

Questa storia è presente nel magazine Storie di Donne

La ragazza del Lago

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13 minuti

Pubblicato il 23 aprile 2019 in Thriller/Noir

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La poltrona, quella in velluto rosso, era posizionata all'angolo della stanza. Perfettamente allineata con l’immaginaria diagonale che unisce l’angolo a destra della porta d’ingresso con quello a sinistra del finestrone.
Era solita sedersi lì per alcune ore. Prendeva posizione appena i raggi del sole lambivano il bracciolo sinistro.

Marina aveva una gatta alla quale aveva dato il nome di Iris. La trovò un giorno per strada mentre si stava recando al lavoro. Il vento era talmente sferzante che non riusciva a tenere l’ombrello in mano per ripararsi dalla pioggia ma, nonostante il trambusto derivato dal brutto tempo, le sembrò di sentire un miagolio simile ad un lamento provenire da una delle auto in sosta lungo la strada. Oramai fradicia si chinò cercando di capire da dove arrivasse quel lamento. La micina stava lì, sotto un'auto, tremante e infreddolita. Una gattina chimera dagli splendidi colori. Quando Marina rimuginava tra sé e sé Iris lo comprendeva allora andava ad appallottolarsi nel grembo di lei, seduta sulla poltrona, con le zampine le sfiorava il viso pensieroso ed iniziava poi quel movimento tipico dei gatti, l'impasto, facendo sommesse fusa. Quasi volesse dirle "ci sono io a proteggerti".

L’ora preferita per rilassarsi e godersi le coccole di Iris era verso il tramonto quando riflessi rosati accompagnavano docili l’ultimo raggio, oramai sfinito, che entrava dalla grande finestra affacciata sul lago. In inverno il paesaggio lacustre si trasformava, le montagne maestose che lo circondavano diventavano la cornice naturale e stupefacente che si presentava ogni giorno al suo sguardo. Fin da bambina si incantava quando, da dietro la finestra, ammirava il “suo” lago, soprattutto nella stagione invernale poiché il silenzio e il biancore avvolgevano ogni cosa e tutto aveva la parvenza di un lungo, fiabesco sogno.

Osservava il signore mentre era assorto nella lettura del giornale, sembrava molto interessato a ciò che stava leggendo ma, guardandolo bene, si vedevano i suoi occhi fissi sulla stessa pagina, qualcosa offuscava lo sguardo, riaffiorava dentro di lui un ricordo, un rimpianto, un qualche cosa in grado di variare il colore degli occhi. Avveniva un cambiamento in lui, da uomo sereno come era stato si ritrovava ad avere un dolore dentro che lo tormentava e non si staccava da lui che si lasciava trascinare in questo oblio di angoscia e rimpianto. Ogni tanto si allungava verso il tavolino ma le sigarette non c’erano più, le aveva lasciate un anno prima. In quei momenti il tempo non esisteva. Esistevano solo i ricordi.

Il documento che ancora conservava per la registrazione dei clienti, le aveva fornito alcune informazioni; l’uomo brizzolato seduto di fronte a lei arrivava da Roma, era un medico e si chiamava Alessandro Alessandrini. Di clienti nella stagione invernale non ne arrivavano.

Nei mesi di gennaio e febbraio, Marina non accettava prenotazioni, lasciava che Luisa, la ragazza che le dava una mano, se ne andasse in vacanza mentre lei, che non avvertiva il bisogno di spostarsi da nessuna parte, preferiva starsene tranquilla a godersi la pace della stagione che più amava. Ma alla e-mail, ricevuta qualche giorno prima, con la richiesta accorata del dottor Alessandrini, rispose in modo affermativo. Istintivamente quella persona le ispirava simpatia e poi lei adorava Roma. Quindi confermò la prenotazione per il giorno 20 gennaio 2018.Un sabato.

Quell'uomo la incuriosiva, il suo stare solo, il modo di cambiare espressione, quello sguardo magnetico. Marina, dopo una lunga storia che le aveva fatto giurare di non volere più nulla a che fare con gli uomini, si era ritrovata sola. Non era più una ragazzina, era una donna matura e da quando i suoi genitori erano volati in cielo, lasciandole quella casa in riva al lago, si era completamente tuffata nel lavoro. Aveva ristrutturato la cascina di sassi e legno ricavando nel sottotetto due belle camere matrimoniali confortevoli e accoglienti. Aveva così scoperto in lei attitudini imprenditoriali da accostare alla passione nel preparare marmellate, dolci, focacce e altre prelibatezze da offrire ai suoi ospiti. Basta uomini, si era detta un giorno mentre osservava le acque calme del lago. Basta soffrire per amore. Ma Alessandro era riuscito a scuoterla da quella specie di letargo sentimentale. Stavano seduti uno di fronte all'altro quel pomeriggio di una fredda giornata di gennaio. Il bagliore del caminetto acceso si confondeva con l’ultimo raggio di un sole oramai spento.

- Dottor Alessandrini, le andrebbe un tè con una fetta di torta alle mele?

L’uomo abbassò il giornale riservando a Marina un sorriso complice.

- Se è opera sua non posso rifiutarmi e, la prego, mi chiami Alessandro.

La sera, improvvisa, era scesa a oscurare ogni cosa fuori, nel gelo immobile di un inverno più freddo del solito. Marina lasciò Alessandro per andare in cucina a preparare il tè. Tornò poco dopo con il vassoio, Iris nel frattempo si era acciambellata ai piedi dell'uomo espandendo con grande generosità le sue fusa. L’atmosfera era quella adatta per interrompere le formalità. Marina voleva sapere cosa avesse spinto Alessandro a percorrere più di seicento chilometri per raggiungere le Dolomiti e il lago di Santa Croce. In pieno inverno.

- Domani festeggerò il mio compleanno, ha preparato questa deliziosa torta per me?

Marina rise talmente forte che Iris si svegliò guardandola con disapprovazione.

- Le confesso che lo sapevo del compleanno, registrando il suo documento non ho potuto non notarlo…

Marina sorrise maliziosamente sorseggiando il tè. Abbassò lo sguardo, forse arrossì.

Per un momento tornò tra loro di nuovo un silenzio che non accettava attese.

Dopo un leggero colpo di tosse Marina incalzò con le domande.

- Mi scusi Alessandro, le sembrerò inopportuna, in questo periodo come avrà notato non ci sono turisti, non viene mai nessuno in questa stagione, per lei ho fatto un’eccezione sa? Non ci sono piste da sci, d’estate è tutta un’altra cosa, allora come mai è venuto in Veneto? Voleva festeggiare il compleanno in solitudine?

La donna si rese subito conto di essersi spinta troppo nel privato ma a quel punto nulla poteva fare e poi insomma doveva smetterla di dimostrarsi sempre troppo riservata. Sarà stato il calore del fuoco, o lo sguardo magnetico di Alessandro ma si sentiva strana. Diversa.

- Cara Marina, innanzi tutto mi lasci dire che il suo B&B è molto accogliente, con questa visuale sul lago è davvero rilassante e poi, sì, amo il silenzio e starmene davanti a un bel camino acceso magari mangiando una buonissima fetta di torta alle mele non è male, non è affatto male…

Le risate di Marina e Alessandro arrivarono alle orecchie di Iris che questa volta decise di cambiare postazione. Per lei era davvero troppo!

- Ecco, in realtà sto cercando una persona, ehm... una ragazza che ho conosciuto molto tempo fa. Sono passati più di trent’anni e da allora molte cose sono successe nella mia vita ma certi incontri, anche se brevi, anzi, brevissimi, lasciano un segno che il tempo non affievolisce anzi, dopo che mia moglie è morta cinque anni fa, ho spesso pensato a quell'incontro. Adesso sono in pensione, la mia unica figlia vive negli Stati Uniti, così un giorno mi sono messo al computer per fare una ricerca, non avevo molti indizi, anzi a dire il vero ne avevo pochissimi, un numero: quarantaquattro e il nome di una località, Santa Croce del Lago…

Alessandro guardò gli occhi di Marina. Sentì un brivido preceduto da una sensazione. Continuò il suo racconto cercando di non far trapelare la sua emozione.

- Ho incontrato quella ragazza in una calda serata romana, era il 21 agosto del 1982, io e la mia fidanzata di allora avevamo litigato. Quella sera camminavo verso casa quando fui fermato da una giovane donna, mi disse che era veneta e che si trovava in vacanza con i genitori e la sorella. Era così bella! Non riuscii a chiederle il nome né in quale albergo alloggiasse, cercava Piazza dei Sanniti e dal momento che abitavo da quelle parti mi offersi di accompagnarla. Nel breve tragitto mi raccontò che si trovava a Roma per festeggiare il suo compleanno, il giorno dopo, cioè il 22 agosto, ridendo dissi che anch'io festeggiavo il compleanno il 22 ma di gennaio, ricordo la sua espressione stupita e al contempo divertita, un sorriso splendido. Quando ci salutammo disse: ventidue più ventidue fa quarantaquattro; io abito al civico 44. Feci appena in tempo a chiederle quarantaquattro di quale città? Lei, salutandomi, rispose: Lago di Santa Croce.

Marina si alzò di scatto. Senza dire una parola salì di corsa le scale che portavano al piano superiore, entrò nella sua stanza, aprì il cassetto dove teneva tutte le fotografie di lei e di sua sorella Elisa. Con sicurezza ne prese una e tornò giù come se qualche cosa l’avesse spinta.

- Questa sono io e questa è mia sorella Elisa, la foto l’ha scattata nostro padre a Roma nel 1982, guardi dietro cosa c’è scritto, è la scrittura di Elisa.

Alessandro girò la fotografia oramai sbiadita dal tempo. Segnati a matita dei numeri come una composizione aritmetica 22 + 22= 44 e, tra parentesi, una nota con calligrafia infantile: numero di casa.

Le mani dell’uomo avevano manifestato un leggero tremore mentre osservava l’immagine delle due ragazze.
- Sì, è lei, è la ragazza che incontrai quella sera a Roma. Indossava questo vestito, lo ricordo bene perché le lasciava le spalle scoperte, ricordo i suoi occhi chiari che risaltavano nella carnagione ambrata. Vi somigliate molto – Alessandro scrutò a fondo gli occhi di Marina – lo avevo notato anche prima, stesso colore, stessa forma, occhi grandi che sembrano due…laghi! Sembrate gemelle.
Marina riprese la foto, l’espressione del volto si tramutò repentinamente. Labbra serrate, fronte corrugata.
- Mia madre diede alla luce due gemelle, Elisa e Rosa, purtroppo Rosa morì appena dopo due giorni dalla nascita. Io ero troppo piccola per capire, solo molti anni dopo mia madre mi raccontò di quel lutto.
A quel punto Alessandro si alzò dalla poltrona, la mancanza delle sigarette non gli era mai sembrata così incolmabile come in quel momento. Finì di bere il tè. Diede un ultimo morso alla torta e fissò lo sguardo sul fuoco. “Elisa”. Dopo trentacinque anni poté sussurrare quel nome. Lo fece guardando fuori dalla grande finestra. Il lago era piombato nell’oscurità ma a lui sembrò di scorgere una figura.
- Alessandro, per favore, mi parli ancora di quella sera, di quell’incontro, mi dica cosa ricorda di mia sorella, per me… ecco, sarebbe importante.
L’uomo si girò verso Marina, Iris nel frattempo, aveva ripreso posto sulle ginocchia della sua padrona.
- Perché vuole saperlo?
- Perché da allora non ho più visto mia sorella. Quella sera dovevamo andare tutti a cena da un mio cugino che abitava dalle parti di Piazza dei Sanniti, Elisa era uscita sola dall’albergo per acquistare dei regalini da portare alle sue amiche. All’epoca non esistevano i cellulari, avevamo appuntamento in quella piazza per le venti ma Elisa a quell’appuntamento non arrivò.
- Quindi io sarei l’ultima persona che l’ha vista in vita?
- Probabilmente sì, per questo motivo le ho chiesto di raccontarmi tutto quello che ricorda di quella sera…ma, un momento!
Marina avvertì un brivido nel sentire quelle parole. Freddo nelle ossa, una sensazione di gelo. Subito non si era resa conto di quanto Alessandro le avesse raccontato. I suoi occhi divennero due fessure taglienti.
- Come sarebbe l’ultima persona che l’ha vista in vita! Cosa ha fatto a mia sorella?
Alessandro tornò a sedersi. La testa fra le mani, il volto pallido. Si immerse in un silenzio cupo, tra loro scese una tensione intrisa di mille domande. Marina non sapeva esattamente cosa chiedere tanto si sentiva sbigottita, attonita da quella confessione buttata lì, quasi per caso. Alessandro, forse tradito dal tempo trascorso, aveva, di fatto, ammesso di essere stato l’ultimo ad avere visto Elisa VIVA. Quell’uomo aveva cambiato la vita di tutta la sua famiglia. Suo padre era morto solo dopo cinque anni dalla scomparsa di Elisa, probabilmente di crepacuore, sua madre lo aveva raggiunto poco tempo dopo, lei aveva avuto una terribile depressione da cui era uscita grazie a corpose e costose sedute dallo psichiatra.
- Adesso deve parlare, non può continuare a stare zitto! Ora capisco il suo bisogno di venire fin quassù.
L'uomo, sempre più attanagliato dai sensi di colpa, stava seduto rigido, il viso cereo lasciava trasparire tutta la sua angoscia. L’atmosfera serena di poco prima era svanita, in quella stanza nemmeno il caminetto riusciva a sciogliere il gelo che era sceso tra loro. Marina si sentiva sempre più agitata, gli occhi erano lucidi per rabbia, dolore ma anche delusione. Alessandro non le appariva più come l’uomo affascinante e galante del giorno del suo arrivo, tutto quello che aveva sempre voluto sapere era lì, di fronte a lei.
Non resse più lo sguardo di Marina, non poteva più fare finta di nulla, trovò solo il coraggio di dire: “ Mi scuso per tutto questo tempo”.
A sentire pronunciare quelle parole Marina diventò una furia, scaraventò la tazza per terra gettandola verso di lui. L’ammirazione che aveva provato per lui si era trasformata in disgusto.
- Allora! - Urlò la donna.
Alessandro si schiarì la voce, lo attendeva una lunga notte dedicata a una confessione liberatoria.
- Quando Elisa si allontanò continuai ad osservarla, il suo camminare era grazioso, la gonna dell’abito svolazzava attorno alle sue belle gambe… me ne stavo andando quando mi accorsi che due ragazzi le si erano avvicinati. Uno lo conoscevo, eravamo compagni alle medie e già allora si comportava come un piccolo delinquente, l’altro mi era capitato di medicarlo al Pronto Soccorso qualche mese prima. Era arrivato accompagnato da due carabinieri dopo essere stato arrestato per rissa in un locale malfamato di Trastevere. Aveva una profonda ferita da taglio sul collo che per poco non aveva reciso la carotide. Il giorno dopo lessi sul giornale che il ragazzo era un tipo pericoloso, già condannato diverse volte per istigazione alla prostituzione, spaccio di droga, sequestro di persona e violenza sessuale.

Alessandro iniziò a camminare nervosamente su e giù per la stanza. Non sapeva se raccontare tutto, non sapeva come avrebbe reagito Marina. In fondo aveva taciuto tutto quel tempo, poteva continuare a farlo ancora.
- E poi? Lei non ha fatto nulla? Non è corso da mia sorella per avvisarla del pericolo? Che cosa ha visto? Dove sono andati?
- Io…io, no. Non ho fatto nulla. La paura di essere coinvolto, il timore per la mia carriera non mi fecero muovere un passo. Rimasi immobile, impietrito mentre assistevo al rapimento di sua sorella.
- Cooosa? Elisa è stata rapita?
- Sì, quei due l’hanno caricata con la forza in auto. Ricordo il modello, memorizzai il numero di targa che scrissi su una banconota.
- Ma perché non è andato alla polizia, aveva anche il numero di targa! Come ha potuto lasciare che la portassero via!
- Mi sono comportato da vigliacco. Lo ammetto.
- Mio Dio, non ci posso credere…come ha potuto non fare nulla di fronte al rapimento di una ragazza! Come ha potuto, lei è un…un…
Era fuori di sé. Con un urlo disperato gridò - E con quale coraggio si è presentato a casa mia! Con quale coraggio, me lo dica!-
- Perché sono più di trent’anni che ho questo peso sul cuore, non voglio morire con questo rimorso, sono venuto qui, per chiedere scusa e…
Alessandro estrasse dal portafogli una banconota da cinquemila lire.
- E per darle questa...



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