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Una storia di FrancescoAltrui

(21 Aprile) Le domeniche a Battedizzo

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4 minuti

Pubblicato il 06 gennaio 2020 in Altro

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Mio zio Mario, in realtà un mio prozio, suonava il trombone in una banda. Era la banda del mio paese e il flicorno, da noi tutti chiamato "il trombone di Mario" per semplicità, aveva sempre fatto un certo effetto a noi bambini, da tempi remoti. Era una sfida anche solo il vederlo senza custodia, o avvicinarglisi, dal momento che lo zio Mario ne era molto geloso. Una sola volta mia zia Anna,. una delle sue figlie, lo trovò mentre lui non era in casa, ce lo mostrò e davanti a noi bambini provò a soffiarci dentro. Il primo tentativo, anzi, fu di mia sorella, che non ne cavò fuori niente. Mia zia, allora, prese fiato e con tutta la forza che aveva, provò a soffiare: ne uscì una pernacchia ben udibile per le scale, con grandi risate da parte nostra.
La banda di Casalecchio apriva il tour in primavera e cominciava il giro delle suonate nelle sagre di paese. Per la famiglia era la cosa più normale del mondo, dal momento che la maggior parte dei parenti aveva dei trascorsi musicali, dai tenori dilettanti ai chitarristi, fino ad una buona parte della famiglia che, tra antenati da parte di mio padre o mia madre, avrebbero potuto riunire una sezione di ottoni da fare concorrenza ad una casa discografica.
La sagra più amata tra tutte queste era dalle parti di Bologna, in un paesino remoto subito sopra Sasso Marconi, muovendosi - al bivio - verso la valle del Setta. Si chiama Battedizzo. La leggera salita che portava alle poche case era tutta lastricata allora di pietrini, ghiaia ed automobili, in quella domenica di festa.
In realtà l'unica cosa che ricordo del paese, che chiamare "paese" è eccessivo, è il borgo, due palazzi antichi che come in una grande L racchiudevano uno spiazzo quadrato. Nei palazzi c'erano una chiesa e un comune attaccati, saldati l'una all'altro. Agli altri due lati una leggera spianata che dava su un gruppo di case e un bosco. La domenica della sagra, all'interno della piazza, veniva allestito un palco ed un banchetto per i biglietti della lotteria paesana.


*


Arrivavamo sempre con slancio, caricando la nonna, arrivando ore prima e con grande gioia di mio padre. Noi bambini sopportavamo la cosa con un certo spirito di sacrificio, perché non mi pare che ci siano mai piaciute, queste fiere di paese. Mia zia Anna arrivava sempre ad assistere alle suonate del padre con tutto il resto della famiglia, le sue sorelle, figli e mariti delle sorelle, zie, nonne e lontane cugine delle sorelle e così via. Un cospicuo numero di signore dal discorso instancabile, compresa mia nonna. Non penso che il paese sia mai stato così affollato, anzi abitato, come in quelle domeniche. Mario si buttava a fianco del palco con la banda riuscendo ad evitare i parenti - e di tutta la famiglia non voleva più vedere nemmeno moglie e figli. Mio nonno, dal canto suo, cercava sempre di declinare l'invito o, se proprio doveva essere presente, si metteva in un angolo a chiacchierare con qualche conoscente o con mio padre. Mia nonna, come sempre, faceva tutto il tragitto in macchina parlando a voce sola. Non c'era nessuno che riuscisse a interromperla e d'altronde io la ricordo sempre così: quando finiva i discorsi in italiano cominciava quelli in dialetto e andava avanti, comunque uno le rispondesse.
La banda di Casalecchio era capitanata da un signore rubicondo e piuttosto sovrappeso che aveva trovato una nuova ragione di vita tra i piatti (pieni, ovviamente), i bicchieri (molto pieni) e nella direzione di un gruppo di persone che suonavano qualche strumento. Non posso dirne molto di più. L'unica cosa che ha sempre fatto impazzire di gioia mio padre, a parte il folklore di quelle riunioni, è che quando gli strumenti attaccavano un brano, dopo due note non si capiva più cosa stessero suonando e se si considera che i due veri hit della banda di Casalecchio erano La Balena di Orietta Berti e Maledetta Primavera, dire che la causa era comunque nobile.


*


Mia nonna ovviamente era rimasta seduta su quelle sedie da spiazzo - che si trovano sulle porte aperte delle case ormai solo nei vecchi borghi - a parlare e mangiare per tutto il giorno. Non importa con chi, il fatto fondamentale era il pettegolezzo, per il gusto. Alla fine della giornata tutti i parenti si salutavano come se ognuno dovesse partire per terre lontane - l'intera cerimonia di congedo durava almeno un'ora - e finalmente venivano caricati sulle macchine per tornare a casa.
Al ritorno, ovviamente, mia nonna continuava a parlare: di come era stata bella la giornata, di come era ingrassata o dimagrita una parente, ma soprattutto di come si chiamava quel bel paesino in cui eravamo appena stati.
Caratteristica fondamentale della mia famiglia era - ed è ancora, per fortuna - quella di storpiare i nomi. A lei il nome della frazione di Battedizzo proprio non andava giù.
«Dònca» cominciava «In qù a sam stè a Bartezizzo»
(allora... oggi siamo stati a... Bartezizzo)
«Battedizzo», la correggevano mio padre, o mia madre, o chi avesse ancora un po' di coraggio per risponderle.
«Bartezizzo? Eh? Bartezizzo?»
Il trombone di Mario veniva rimesso nella custodia il mattino dopo, in attesa del fine settimana per un'altra sagra, rigorosamente senza prove.


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