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Una storia di Albert5454

Il cappello con le ciliegie.

Che fascino, che mistero, che dolce la signora.

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8 minuti

Pubblicato il 01 giugno 2019 in Altro

Tags: #Signora #lago #cappello #storia #fascino

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Piatto, calmo, immobile è così che ritrovo questo lago stasera. Agli occhi miei, sembra uno specchio deposto qui con stile immenso. Specchio che riflette con maestria i colori del tramonto in questa briciola di universo. A lato, le montagne sono oramai in ombra. Nel loro innalzarsi appaiono come mani tese verso l’alto in silente preghiera. Offrono agli occhi e al cuore questo loro rivolgersi speranzose verso il cielo. Li osservo questi monti e credo che sembrano ringraziare chi ha creato questo incanto. Il sole inizia ora a ricamare sulla sua superficie di questa massa d’acqua un arcobaleno di colori e li guardo questi raggi che all’orizzonte, sembrano riunirsi e fondersi con questo caro lago. Fra sole ed acqua, di sembra di percepire la necessità loro necessità di trovarsi in un caldo abbraccio. Una pace silente coinvolge ogni cosa ogni albero ogni persona qui attorno. Anche lo stridore dei gabbiani sembra accordarsi per una tonalità più dolce, consona alla giornata che si chiude.


In lontananza i paperi sono sempre più accostati alla riva. Iniziano a mettersi in fila e a veleggiare uniti verso il luogo che li vedrà riposare. Le onde sono minime e accarezzano ritmicamente le barche e la riva. Acuendo l’udito si possono sentire dei gabbiani in lontananza io insisto in questo esercizio e loro sembrano dettare il ritmo ai miei passi.

Avanzo in questo lungolago che espande da sempre il mio amore per le città che comprendono dei bacini di acqua. Il passo è tranquillo mentre gli occhi raccolgono a pieno lo spettacolo del tramonto sul lago.Il sole corre e oramai lo intravedo assonnato fra breve sparirà oltre l’orizzonte. I pennelli della sera con maestria, a breve inizieranno a cambiare i profili di colline e case attorno, sfumandoli con grazia. Non molto mi manca per raggiungere il centro città, ma ho ancora del tempo e così indugio a cercare i dettagli attorno.

Un salice che sa esprimere la pienezza dei suoi anni, si staglia verso contro l` orizzonte, bellezza pura se unita al lago che ondeggia fra le sue radici.Il sole in un suo ultimo abbaglio lo accarezza ed io scorgo l` ormai tenue giallo che in due punti penetra fra i suoi rami cadenti verso il terreno. Bellissimo. Il pensiero corre a Linda con i suoi capelli come spaghetti ad incorniciarle il viso e a quei suoi occhi di un verde smeraldo folle, così esperti nel distruggermi cuore ed anima. Chissà i crocicchi delle strade della vita dove la avranno portata… Si sembra un viso conosciuto questo salice che stasera conosce il modo di intridermi l’ animo.


Mentre continuo il cammino le panchine sulla mia destra attirano il mio lo sguardo anche se non vi è molta gente seduta su di loro. Alzo il bavero della giacca, il fresco inizia a sentirsi.

Le panchine sono spesso cariche di ragazzi, di anziani, credo sappiano da sempre dare respiro alle storie umane. Alcune sono state ridipinte da poco ed il loro rosso risulta piacevole. Altre sono ancora in attesa di un ringiovanimento, di un restauro. Anche se risultano stonate, le sento vive. Quelle più vecchie appaiono più intense e sono intrise, cariche di vissuto. I graffiti, le scritte, i disegni che raccolgono, sanno dar loro una vita estranea al tempo che scorre e sanno raccogliere

un passato costruito da momenti felici di turisti, di ragazzi. Le ho sempre amate le panchine di parchi e città perché forniscono il senso della gente comune, emanando un `alito di vita reale. Accelero, gli amici mi attendono.Quando fai un progetto, quando sei atteso a volte la casualità capita che ti rallenti. Una signora attira la mia attenzione. È li sulla panchina un poco distante, la migliore, quella riparata da ogni alito vento. Ha certamente più di ottanta anni e mi ha incuriosito per il suo copricapo.Fingo di cercare qualche cosa in tasca, di perdermi con i passeri qui attorno. Lo scopo primario, resta quello di poterla scrutare con indifferenza. Mi siedo sul muretto di fronte e mi rendo subito conto dell’innato fascino che racchiude nei gesti e che emana questa signora. Riesco ad osservarla meglio. Noto che il suo viso è ancora intenso e ha dei lineamenti fini e gentili, un volto di altri tempi, bello. Quel viso ha ancora un candore stupendo, lontano da quell’aspetto da giornale accartocciato, che il tempo avrebbe dovuto dedicarle ricamandone la pelle.


Mi attira quel suo cappello, in fondo è per lui che mi sono fermato qui. Bello questo copricapo che sembra uscito dal tempo, magari ritrovato in un baule in soffitta.

Un cappello che ricorda gli anni venti del secolo scorso, dolce Il suo tenue beige che risalta con forza, grazie a quel nastro blu che lo circonda, chiudendosi poi in un nodo a farfalla. E poi... e poi… quelle decorazioni! Le ciliegie e un pizzico d’uva attorno legate al nastro blu per completarlo ad arte. Bellissimo.Resto incantato chiedendomi chiedo il senso, di quel suo stile innato, mi chiedo se vi è una storia dietro. Questa signora in tutto esprime eleganza, nella gonna a pieghe lievi, scura, perfetta con il golf grigio dai pois piccoli blu. Poi la giacca dal taglio curato e quel mantello intonato posato sulla panchina. Strane quelle ciliegie sul cappello. Strana la rarità di questo copricapo e per me strano ancor più il senso che si può dare a questa signora, e poi mi chiedo più volte il perché di un copricapo, che completa la sua stupenda eleganza, fornendomi un ritratto uscito dagli anni trenta. Cerco di scrutarla, di capire al meglio il senso di quel cappello. Forse vuole ricordare estati passate, forse spera che anche per lei giunga ancora la stagione delle ciliegie. Che stia invece cacciando, ammortizzando l’inverno? Certo tutt’attorno inizia a calare il tardo autunno, la stagione del buio che giunge presto ma lei sembra sapere di certo, che sul suo viso le stagioni non hanno inciso.


Sono mille i pensieri che instilla in me. Mi chiedo da dove arrivi e mi rammarico che non posso conoscere in che lingua si esprime, né cosa ci fa in questa città. I lineamenti, mi fanno pensare a una persona nordica e la sua linea magra unita all’austerità che trasmette me ne convincono. Chissà a cosa pensa cosi assorta. Forse il suo pensiero corre a qualche figlio che non può esserci, immaginandosi che non ha un’auto per raggiungerla. Magari ripensa a una una figlia, forse troppo presa nel crescere i suoi di figlioli. Di sicuro cerca di non dar loro colpe, di giustificarli per la loro lontananza. E chissà dove abita, chissà se il tempo ha ampliato le sue piccole manie e le conserverà anche se il mondo finisse ora qui. Sono certo che avrà dei cassetti nella sua testa, dove riporre con cura i ricordi ed anche i più duri, quelli di certo duri dei tempi della guerra. Ricorderà le strane di cose vissute, le gite in moto, i primi bagni, il cuore battere spesso in serena gioia. Mi piace immaginarla ricordare il suo primo tango, in un tempo dove era peccato il ballo, pensarla a ricercare una traccia in foto sbiadite del suo matrimonio, lei, bellissima, con quel velo lungo che le coronava il capo. La vedo sostenere un suo lui ubriaco sulle scale. Pensare che i suoi sogni erano sempre i migliori. La sbircio ancora ed è li, assorta, seduta. A momenti, sembra quasi oramai esterna e fuori da questo nostro tempo. Chissà se quel cappello la riporta a quelli da bambina. Quelli che magari indossava correndo a piedi nudi nel parco di qualche villa in collina. I miei pensieri corrono e i collegamenti spaziano.


Oppure… oppure forse vive in un ricovero mi dico. Inconsciamente vorrei allontanarlo questo pensiero, ma lui insiste. Un ricovero dove sembra di esistere, ma sai di essere ormai in un unico lungo letargo. La immagino seduta in testa al letto intenta a riguardare una ingiallita foto di famiglia. A pensare ai nipoti, ai figli dei figli dei suoi di figli. E lei pensa a quanto sono piccoli quei bimbi e che forse neppure sanno che esiste. Così si consola e si rallegra del suo folle cappello carico di estate.La vorrei abbracciare questa sconosciuta signora mentre mi par di percepire il suo pensiero verso quella sua casa, che veglia sugli anziani, ma che non sarà mai la propria. Amo immaginarla ripensare agli amori avuti a quelli sognati, a quelli invece colti. La immagino ricercare sensazioni nella lettura per ritrovare e riscoprire nei romanzi una parola, una traccia di ogni suo uomo.


D’improvviso mi sorprende, si alza, si muove sicura. Si incammina in controluce. Allo sguardo é magra, ancora diritta con il suo passo fermo, distaccato, così lontana da problema alcuno. Curioso cerco di tenerla avvistata mentre attraversa il piccolo parco. Un’auto è pronta in attesa. Un uomo sulla quarantina la aspetta, tenendo lo sportello della auto aperta.Come in una "scena ministeriale", lei sale dietro. Io resto qui, con lo stupore in viso mentre rombando quella auto parte. Non so mai chi sarà e neppure dove andrà…

Un pensiero mi rallegra mentre anch’io riprendo la strada verso il centro. Una certezza si fa strada in me. Credo che il cappello sia identico a quello di lei bambina. Quello che indossava mentre correva un tempo, nel parco, in quel prato carico di abeti, di una villa in collina. Albert.


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