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Una storia di MirianaKuntz

Guida all'uso per i non-sensibili

Dedicato a chi è come me.

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14 minuti

Pubblicato il 07 ottobre 2018 in Spiritualità

Tags: #amore #paure #sensazioni #sensibilit #sentimenti

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La sensibilità mi ha da sempre reso la vita impossibile. Le cose che per taluni non sono mai state immaginate, per me facevano parte della sfera delle cose reali e visibili. Le cose che ho visto e vedo, gli altri non le sentono né le percepiscono: sono balle, scuse, invenzioni, espedienti letterari trasportati nella realtà, capricci, insensatezze. Per me sono dati oggettivi che rendono la mia vita davvero difficile. Essere sensibili nel mondo moderno è come avere un handicap, solo che nessuno mi fa sedere in treno, nessuno mi fa saltare la fila, non percepisco del denaro statale, e non ho un cartellino da esibire quando non sono adatta a stare in mezzo agli altri, in certi giorni. La mia inabilità non è riconosciuta. Molti dicono che essere sensibili sia un pregio, che i migliori musicisti lo erano, i più talentuosi scrittori, gli psicologi più coscienziosi, e gli artisti più brillanti. A chiacchiere vorrebbero esserlo tutti, ma quando c’è da tirare somme, chi lo è non vorrebbe esserlo, e chi non lo è forse ci pensa due volte.

Quando guardo il cielo non vedo solo -cielo- ma cielo e nuvole, azzurro e bianco messi insieme come china e mare. Le nuvole non sono solo idrometeore di acqua e cristalli di ghiaccio, ma leoni, linci, ghepardi, facce, innamorati, braccia, mani, occhi, demoni, automobili e gru. Quando guardo il cielo penso che sia il confine tra il mondo che conosciamo e un mondo che forse un giorno conosceremo. Quando guardo il cielo penso a mia nonna, che insieme a sua figlia sta cucendo una coperta bellissima, che di tanto in tanto da una sbirciata a me e mia madre, a volte si dispera per le cose brutte che ci succedono, altre volte ci sorride e ci manda qualche stella come segnale. Quando chiudo un occhio, e con l’altro mi impegno tanto, mi sembra di toccarlo quel mondo invisibile, e a volte vorrei solo poter avere una scala d’aria per correre lì con loro a bere caffè, mangiare le sue cose ultra caloriche e presentargli la -quasi donna- che sono diventata.


I sensibili quando sono al mare sentono il vento, il sole, le correnti calde e fredde, che in certi punti formano mulinelli strani aggrappati alle ginocchia annegate lì sotto. Raramente cammino scalza sulla sabbia, ma quando lo faccio sento cose che non so se gli altri riescono a sentire. Sento l’acqua andare e venire, uscire ed entrare negli incavi delle mie dita dei piedi, i granelli di sabbia impercettibili nascondersi sul lato invisibile delle mie caviglie. L’acqua gelida del confine alto, oltre le boe, entrare ed uscire dalla fibbia larga del mio costume. Sento quell’insaziabile paura di essere alla deriva, di sentire le mie braccia stanche arrendersi al peso acquoso di un mare infinito: quella quasi voglia di perdermi, di lasciarmi andare alla corrente, di non essere salvata, di essere travolta dalle onde, perché poi non so nuotare bene, perché l’acqua ti penetra il cervello, annega le camere a pressione degli organi, manda in tilt l’intero sistema. Tanto che spesso non sono io a tornare indietro, ma è l’acqua inversa che mi spinge a riva.


Quando qualcuno alza la voce sento milioni di spilli puntellarmi il cuore. E’ come tagliare una parte di me e mangiarla a bocca larga, avidamente, davanti alle persone che in un qualche maniera mi amano. E’ dissacrare la mia persona, è come trascinarmi su una montagna russa, pur sapendo che le altezze mi fanno paura. Il sedile ad incastro mi stringe il sotto petto, le gambe sembrano non fare presa con la seduta, il sudore mi permea la fronte, la gola mi si secca. Quando la giostra inizia a prendere quota io non parlo, me ne sto zitta, a prendermi tutto il male che sale, sale, sale, fino a riempirmi per il mio intero. Sono quasi come imbambolata, sono quasi morta pur respirando. Quando la giostra prende la discesa, e si lascia alle spalle interi percorsi ferrosi, allora la mia voce prende il via e parto a gridare. Grido di tutto, grido il male, grido il bene, grido persino la paura, che se avesse una forma, una chiacchiera geometrica, sarebbe solo simile alla parola – basta-


Quando qualcuno vuole farmi del male i miei scudi non parano mai i colpi, perché dopo tanti KO, dopo tante volte in cui non ho potuto fare nulla per me stessa, dopo tante volte in cui ho visto gli altri -fare meglio di me- arrivare primi in una classifica immaginaria, dopo tanti no, dopo tanti pugni dritti in faccia, so solo che posso difendermi, ma non ci riesco se la persona in questione fa parte di quella cerchia che reputavo – giuste per me- Per i sensibili i – mi stai annoiando- rappresentano i – ho speso fin troppo tempo insieme a te, tempo che avrei potuto passare con un’altra migliore di te- per i sensibili i -mi hai rotto il cazzo- corrispondono a -tutto di te mi disturba- per i sensibili un’ora buca è come due vite cucite insieme in cui non sei valsa a niente. Un consiglio inascoltato è come una parola buttata al vento, una minaccia è una stretta al collo con una pistola nello stomaco, una promessa mancata equivale ad un -non mi fiderò mai più di nessuno.-


I sensibili hanno poche persone accanto, perché hanno paura di stare male. Talvolta lo stato di malessere acuto c’è già stato. Quando ho dato gran parte della mia vita a persone che consideravo sacre, ho quasi sempre ottenuto l’effetto contrario.

Quando faccio tanto, sto facendo troppo. Quando faccio poco, non sto facendo affatto. Quando mi sembra di fare il giusto, invece, è a me che sembra solo una soluzione tiepida. Quando mi fanno tanto, ho quasi paura di deludere, quando mi fanno poco, mi sento sola al mondo, e quando agli altri sembra di fare il giusto, io sento la stessa sensazione di stallo, di insipido ed inconsistente.


I sensibili una volta, quasi sempre, erano dei leoni armati, che però persa la criniera, o gran parte di essa, si sono ritirati in una vita più modesta e tranquilla.

Quando sei stato tanto male, non vuoi ripetere la storia, non vuoi farti trascinare dagli eventi. Vuoi solo riprendere una routine stazionaria di cose belle e giuste per te stesso. Senza macchinazioni, senza piani in cui forse, sarai la vittima sacrificale, e la soluzione più giusta ai fini dei propositi, è quella di starsene lontani da tutto e da tutti, ma non è semplice essere soli.


I sensibili sentono la solitudine in modo diverso. Qualcuno la affronta coraggiosamente, qualcuno la dissimula, qualcun altro fa finta che non esiste. Eppure c’è, è una croce silenziosa che non se ne va con un film o una canzone piacevole alla radio. A volte si accende il televisore per sentire qualcuno parlare, per sbrogliare il silenzio delle stanze deserte. A volte si parla con sconosciuti della propria vita per non sentirsi giudicati. A volte si guardano i passanti da sotto la finestra. I cani, le coppie, gli anziani, i venditori nelle vetrine dei loro negozi. Il pane sfornato, il suo odore morbido ed invitante, le mogli indaffarate prima delle otto, i bambini che piangono e rincorrono palloni, le canzoni dei clacson, il traffico di punta, la pioggia sulle serrande dei supermercati, la chiesa in lontananza col suo campanaccio. I passi di mia madre per la casa che fa da mangiare o stende il bucato, il mio pesce rosso che boccheggia sulla superfice, il mio telefono che vibra in continuazione per i messaggi telegrafici lasciati a morire.

E poi il mio respiro.


Quando sto male mi concentro su almeno tre cose. Tutte insieme, per tenere compatto il mio cervello e la mia adesione alla realtà. Penso al mio respiro e alle sue cariche tempistiche, al suo andare e venire, entrare ed uscire dai polmoni, al come faccia a rientrare nelle narici ed uscire subito dai denti. Segue la vista dei miei occhi, nello specchio reclinabile che ho sulla mensola dirimpetto. Quando piango mi osservo, perché somatizzo il dolore, lo rendo un oggetto e lo riverso all’esterno della mia persona. Guardo le vene delle pupille, l’iride ingrossarsi e perdere fuoco e luce. Vedo le corsie delle lacrime, le loro traiettorie bagnate ed incostanti, le loro cadute sullo spigolo della mia bocca, poi lo schianto nel vuoto che non riesco a vedere. E’ quasi masochista guardare il dolore in faccia, quasi circense, grottesco e melenso, ma serve.


A me serve.


Ed infine mi tocco. Senza pensarci troppo mi tocco le mani, le dita, lo spazio tra la parte alta del braccio e la parte bassa attaccata alla mano. Quello spazio morbido disegnato a linee marcate. Molle, fluido. A volte mi tocco le gambe, sento la loro consistenza solida, le ginocchia sbucciate, l’esatto centro dello stomaco, quello che se ti pieghi scompare. A volte mi tocco le orecchie, la fronte, la parte laterale della testa. Tasto il mio corpo come a sentire la mia presenza sul mondo, come se non me ne fossi andata, come se fossi ancora qui, in mezzo agli altri e all’atmosfera, anche se in fin dei conti non -sento di esserci-


Per i sensibili l’abbandono è una condanna a morte, che non si scorda nemmeno se ti tornano a prendere. Come un cane che segue il suo padrone per un tragitto indefinito sull’autostrada, all’inizio pensa sia un gioco, poi un allenamento, e poi, soltanto poi, quando le zampe vengono meno, e la notte avanza a grossi bocconi, che la macchina scompare, e la verità ti si spalma in faccia. Il padrone non torna più indietro, ma se tornasse, se ci fosse una sola possibilità di ritorno, negli occhi del cane ci saranno sempre i fari in lontananza, la notte passata al freddo, lo strisciare rapido delle ruote. Il vuoto.


Quando sono stata abbandonata da due o tre persone che pensavo fossero – per sempre- ho capito che io non sono per sempre, che è facile dimenticarmi, che non sono nei titoli di coda di nessuna storia, spesso nemmeno nell’introduzione. In quei momenti ho capito che potevo non esserci ed il mondo avrebbe continuato comunque a girare. Ho capito che i momenti belli sono solo un attimo, che i ti amo ricevuti erano solo il frutto delle cose belle che avevo fatto loro, che era tutto passeggero, che prima o poi vengo riportata indietro, con tanto di rimborso spese.

I sensibili sono persone impegnative, che quando guardano un film piangono per le cose tristi, piangono per una brutta notizia, piangono con le canzoni di Einaudi, piangono per un libro scritto -bene- piangono per la febbre improvvisa di una madre, piangono per il racconto di uno sconosciuto in sala d’attesa, piangono a sentire il silenzio della casa o le urla di una guerra infinita. Piangono per tutto, alla stregua della noia e della paranoia.


Quando guardo un film immagino sempre a come sarebbe bello vederlo sotto una coperta e sentirmi per una volta protetta da ogni cosa. Sentire la mia schiena salda al petto di qualcuno, senza farci passare uno sprazzo di aria. Quando ascolto le canzoni, alcuni versi parlano sempre in modo preciso della mia vita, e allora le dedico, ma quando le cose vanno male, e le riascolto alla radio, o partono in riproduzione automatica nel mio lettore, allora il mio cuore va in mille pezzi. Quando vedo due persone camminare mano nella mano, penso che non ci sia sicurezza più grande di avere una corda invisibile tra una mano e l’altra, di come sia bello vedere la gente spostarsi perché gli sembra brutto dividere le due persone, di come sia rassicurante d’inverno sentire una mano calda nella propria, di quanto sia bello non camminare a passo spedito perché si ha paura del mondo.


E quando da troppo tempo mi addormento da sola, sento i mostri prendermi a martellate la testa. Quando faccio dei brutti sogni mi dico sempre – che sono solo sogni- ed è vero, ma sono anche le trasposizioni surreali delle cose di cui ho paura, o delle messe in scena epiche delle cose che ho già vissuto. Quando mi sveglio di colpo, o non mi addormento affatto, sento il letto vuoto, e le lenzuola troppo calde. Vorrei spogliarmi ma poi mi sento il corpo troppo vuoto e troppo leggero, perché nessuno mi stringe le carni, quasi a voler vedere il male colare dai pori. Allora mi tengo i vestiti e la sete, mi stringo su un lato e respiro, fino a vedere la luce filtrare dai piccoli buchi delle persiane. Il sole seppur mi disturba la vista mi ricorda che nessuna notte è per sempre.


Eppure vorrei cento notti da passare lasciandomi amare, fuori e dentro, dentro e fuori. In cento modi indefiniti, in ogni maniera possibile, con concrete azioni, ed irreali gesti.

Io che soffro – la notte- la amo così tanto, in un modo profondamente segreto.


Quando qualcuno tocca punti doloranti del mio corpo, sento i lividi accendersi di sangue. Perché è bello permettere a -quel qualcuno- di vedere in faccia i tuoi mostri, di sbirciare nei filmati immaginari delle cose che ti hanno fatto del male, ma se -la confidenza- è una freccia che torna indietro, allora i lividi diventano punti aperti da un macellaio, e le gocce incrostate di sangue, tornano ad essere mulinelli zero positivo.

Ho sempre paura di raccontare la mia vita perché quasi nessuno mi ha capita. Perché alla gente basta vedere che mangi e che respiri per pensare che tu sia abbastanza in salute per vivere. Nessuno mai si chiede cosa mangi, e come mangi, e se mangi. E nessuno mai fa caso al modo in cui respiri.


Quando ho paura non respiro. Faccio delle immersioni che sfasciano il cuore. Quando sono felice respiro a piccoli soffi, come a temere che la felicità sia porzionata in parti troppo piccole da rendermene conto.

Quando guardo la faccia di quelli a cui voglio bene non vedo solo facce, ma infiniti dettagli di bellezza. Non penso che le cose belle siano quelle corrispondenti a certi canoni, penso che le cose belle siano belle perché noi le amiamo. Mi piace guardare dove iniziano e dove finiscono gli occhi, la curva naturale del naso, l’altezza in centimetri della fronte. Mi piace soppesare le mani, quantificare il numero dei nei, accorgermi di un orologio, di un bracciale, di una vena sporgente. Mi piace guardare lo slittamento delle sopracciglia, il numero impreciso delle ciglia, il loro colore bruno o latteo. Mi piace osservare le mosse del corpo, il modo in cui una schiena si innalza al cuscino, la sommità delle gambe, il caos dei vestiti.


Mi piacciono le persone che sono -umane- umane come me.


Quando c’è una guerra io divento guerriera, ma dentro una parte di me muore ogni giorno. Non ho sette vite come i gatti, ma il mio cuore è stato sporzionato un po’ per tenerlo al sicuro. Ogni volta che vinco o che perdo, ma che mi trovo all’interno di un campo di guerra, una parte di me viene trovata e uccisa.


I miei horcrux sono quasi finiti.


I sensibili non sono creati per le battaglie o per le vendicazioni, ma per l’amore.

Io sono una da tenere stretta sul petto, da camminare accanto, da leggere la favola della buonanotte fatta di baci e carezze, di corpi stretti e fluidi liberi. Sono una da svegliare con una carezza sulla tempia, da presentare agli amici con orgoglio, da lasciare parlare con pazienza e amore infinito. Sono una che la conquisti con poco, perché amo le cose semplici. Sono una che se ha paura va stretta ancora di più, una che andrebbe rassicurata, una che dovrebbe smetterla di badare sempre agli altri, un po’ come una mamma mancata, e mai a sè stessa. Una cui badare, da fare quasi da padre, da madre, da sorella. Sono una che senza sentimenti muore, che non puoi tenere esposta fino a data da destinarsi, incellofanata e quiescente.


Vado concimata.


Quando ho paura non lo dico mai a nessuno, perché tanto è lo stesso, ma cambio espressione, cambio voce e pelle. I sensibili sono anime feroci che non hanno più coraggio di fare un passo. Che vengono scambiati per deboli, derisi per noia, calpestati per rabbia.

Non so se esiste una cura, o se sia davvero una patologia, so solo che essere così è davvero ingombrante, in un mondo dove chi piange è stupido, e chi se la ride anche quando non dovrebbe è un gran figo.


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