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Una storia di Stefanodecamillis

Adozioni a progetto

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9 minuti

Pubblicato il 25 gennaio 2019 in Thriller/Noir

Tags: #adozione

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Ad un tratto uscì una vecchietta, che disse loro:

“Ma non rimanete fuori, bambini! Entrate, entrate!”

Hansel e Gretel non se lo fecero ripetere:

la vecchina sembrava gentile, offrì loro un pranzo succulento

e un letto dove dormire.

Hansel e Gretel





“Dottore, sono arrivati i signori Lobelli.”

“Bene, li faccia entrare.”


Lo studio era luminoso e anonimo. Davanti alla scrivania del dottor Dunis c’erano due poltroncine e alle sue spalle un grande stampa, sobriamente incorniciata, con bambini africani sorridenti.

I signori Lobelli entrarono timidamente e dopo aver stretto la mano a Dunis si sedettero rigidi, la signora Franca tenendo la borsa poggiata sulle gambe. I due vagarono con lo sguardo a destra e sinistra, a osservare le altre fotografie sulle pareti che ritraevano la casa di accoglienza “Speranza” nel cuore dell’Africa. Si vedeva la struttura circondata da un giardino curatissimo e intorno i campi da gioco per i ragazzi ospiti; un’aula scolastica con bambini concentrati sui libri. La più grande ritraeva, invece, quella che doveva essere un’infermeria dotata di moderne apparecchiature e dove, contrariamente alle altre, non si vedeva nessun ragazzo.

“Guardate pure, così potrete rendervi conto di quanto vi dicevo al telefono. Ci teniamo ai nostri ragazzi, li curiamo e li seguiamo scrupolosamente. Li facciamo crescere in un’atmosfera serena e nel posto dove sono nati, nel loro ambiente, per evitare inutili stress. Vedete, non vi raccontavo bugie, siamo un’organizzazione molto seria che ha a cuore gli investimenti dei nostri clienti.”

I coniugi Lobelli sembrarono rilassarsi e il signor Luca abbozzo un sorriso a sua moglie.

“Non avevamo dubbi dottor Dunis ed è per questo che siamo qui.”

“Allora, prima di passare a parlare della vostra contribuzione, è giusto che vi spieghi qualche altra cosa del nostro progetto grazie al quale voi potrete adottare un bimbo.”

La signora Franca sospirò e si girò verso suo marito.

“Signora - disse il dottor Dunis - lei deve pensare che il vostro sacrificio servirà a salvare una vita ed è questa la cosa importante. Tutto il resto, mi permetta, non ha importanza.”

“È vero, tutto il resto non conta” ripetè la donna, riprendendo un’espressione risoluta e ricacciando indietro il sospiro di prima.

Dunis prese alcuni fogli da un cassetto e li porse ai coniugi.

“Per prima cosa mi dovrete fornire alcune informazioni essenziali per individuare il bambino che dobbiamo scegliere in base all’età. Quindi noi inizieremo a muoverci, selezionandolo tra i nostri attuali ospiti e, nel caso in cui non ce ne fosse nessuno corrispondete alla vostra richiesta, inizieremo a girare nei villaggi. Non è difficile convincere i genitori di questi bambini ad affidarli alla nostra organizzazione. Ne hanno tanti e spesso in questi villaggi molti dei piccoli sono condannati a morire presto per denutrizione e malattie. Abbiamo degli ottimi mediatori culturali che riescono a convincere i genitori a lasciare andare i loro figli. È inutile dirvi che eseguiamo scrupolosi controlli sanitari, selezionando quelli da adottare perché non vogliamo che i nostri clienti spendano inutilmente i propri investimenti.”

“Certo dottor Dunis, si tratta di un investimento notevole, mi verrebbe da dire quasi sproporzionato” fece il signor Lobelli, interrompendo quella spiegazione.

“Considerata la questione dal suo punto di vista è vero, si tratta di una cifra ingente. Ma lei deve capire le esigenze dell’intera organizzazione che si muove intorno a questo progetto di adozione. Lei può scegliere un bambino in particolare e lo adotterà, sarà suo. Ma il processo non è così semplice come può apparire dall’esterno, noi dobbiamo difendere il credito internazionale della nostra iniziativa. Possiamo fare quello che voi ci state chiedendo perché a tutti è noto il prodigarsi della Dunis per l’infanzia in Mozambico e quindi è necessario aiutare tanti bambini anche se poi solo pochi saranno adottati da famiglie come la vostra. Noi esaudiamo le richieste particolari di adozione e in cambio chiediamo ai nostri clienti di contribuire a tutte le spese e di aiutare anche altri bambini. È un bene anche per voi, per le vostre coscienze.”

L’ultima frase il dottor Dunis l’aveva pronunciata guardando la signora Lobelli che abbassò istintivamente gli occhi.

Passarono poi a parlare dei dettagli economici dell’accordo che il signor Lobelli firmò con mano sicura, da direttore d’azienda, tirando fuori dalla tasca interna della giacca la Mont Blanc che suo figlio gli aveva regalato per il compleanno.

Il dottor Dunis li accompagnò fin sulla porta del suo ufficio.

“Resta inteso che la retta mensile sarà pagata fintanto che il bambino non partirà. Per vostra sicurezza, comunque, non prima di sei mesi dal suo ingresso nella comunità. Vi informeremo ogni quindici giorni di come stanno andando le cose, soprattutto su tutti gli accertamenti medici che periodicamente faremo. State tranquilli.”


“Papà, mamma!”

I Lobelli erano rientrati nella loro villa e Bruno gli stava correndo incontro. Quando li abbracciò aveva un poco di affanno.

“Non devi correre, vedi che poi ti affatichi” gli fece premurosa la mamma prendendolo per mano.

Bruno rientrò in casa insieme ai suoi genitori, camminando davanti a loro fino alla sala dove era già tutto pronto per il pranzo.

Il signor Lobelli accese la televisione e si isolò dagli altri ascoltando le notizie del telegiornale.

“Andrà tutto bene Luca?”

Ci volle un po’ prima lui rispondesse.

“Franca non possiamo vivere l’attesa con quest’angoscia. Ci siamo rivolti alla Dunis proprio per essere certi che tutto vada come previsto. Però adesso ti prego, non parliamone più e quando sarà il momento affronteremo la situazione. Ho detto a Dunis di inviarmi in ufficio le notizie su come vanno le cose perché non voglio che tu sia disturbata. Sei troppo sensibile, amore, e finiresti per soffrire. Tu pensa a Bruno e basta.”

La signora Lobelli convenne con suo marito che quella era la soluzione migliore e riprese a mangiare più sollevata.


I sei mesi erano trascorsi, accompagnati dalle regolari e dettagliate informazioni sul bambino adottato che aveva la stessa età di Bruno, sei anni circa. Nelle fotografie sembrava molto allegro, aveva degli occhi nerissimi e un sorriso che non lasciava pensare alle sofferenze che nel passato poteva aver patito. I resoconti, inviati presso l’ufficio del signor Lobelli, erano accompagnati da brevi commenti del dottor Dunis. In uno dei primi era scritto:

«Il bimbo proviene da un villaggio poverissimo vicino Nampula, in cui la malaria e la denutrizione mietono molte vittime innocenti. La sua famiglia priva di risorse sufficienti, nel passato ha già provveduto ad abbandonare alcuni piccoli, quelli sopravvissuti, per le strade lasciandoli al loro destino. Una volta allontanati dalla famiglia, che non può provvedere a loro, i bambini sopravvivono con piccoli furti o prostituendosi e andando incontro all’inevitabile contagio HIV. Considerate, quindi, che in ogni caso state offrendo a questo bambino molto più di quanto gli sarebbe toccato in sorte.»

In quei sei mesi Bruno era stato bene, non aveva più avuto crisi respiratorie, anzi sembrava quasi che avesse acquisito più resistenza alla fatica. La signora Franca aveva seguito il consiglio del marito ed era come se si fosse dimenticata di tutto quell’affare, del bambino che avevano in Africa. Del resto il signor Franco aveva evitato di parlare con lei di quei rapporti che riceveva, tanto più che le notizie erano soddisfacenti. L’unica cosa che lo infastidiva era il cospicuo assegno mensile che inviava alla Dunis e più volte si era chiesto perché non affrettare la partenza di quel bambino nero. In fin dei conti prima o dopo sarebbe comunque dovuto accadere.

Ma il dottore aveva detto di aspettare, Bruno non era ancora pronto, ma che lo sarebbe stato perché era inevitabile e la situazione, anche se c’erano dei lievi miglioramenti, poteva cambiare da un momento all’altro. Inoltre tanto più fosse andato avanti così, per conto suo, tanto più avrebbe affrontato bene il futuro inserimento.

Certo - pensava il signor Lobelli con il senso pragmatico della sua mentalità da manager - in questo modo si stavano accumulando spese su spese quando poi l’esito finale sarebbe stato comunque lo stesso, tanto valeva allora affrettare quell’operazione e tagliare così un poco i costi. Ma sua moglie non avrebbe mai acconsentito a fare qualcosa che il medico non riteneva giusto per Bruno e quindi, per evitare inutili discussioni, continuava a pagare ogni mese l’assegno.


Il medico aveva ragione su Bruno e una mattina la signora Franca chiamò angosciata il signor Lobelli in ufficio.

“Corri subito, abbiamo ricoverato Bruno in clinica. Sì, il medico dice che questa volta la crisi è forte. Ti prego vieni presto, mi sembra di impazzire a vederlo così.”

Il signor Lobelli dopo l’iniziale smarrimento per la salute del figlio, recuperò il suo sangue freddo e anche un po’ di ottimismo perché forse quel dissanguamento mensile sarebbe finito. Prima di uscire telefonò al dottor Dunis.


A Nampula era una bella giornata e i bambini dopo la colazione stavano per andare in classe. Vociavano per i corridoi della casa di accoglienza “Speranza”, correndo verso le aule. Joaquim aveva vinto la corsa con i suoi compagni, era arrivato primo al suo banco e adesso li stava prendendo in giro per la loro lentezza. Tra quelli della sua età, lui era il più veloce e resistente, e solo Marcelino riusciva a stargli dietro. Mentre scherzavano si affacciò sulla porta Renzo il loro assistente che li seguiva in tutte le attività del centro. Per un momento gli schiamazzi dei ragazzini cessarono.

“Joaquim, puoi venire con me in infermeria. E voi smettetela, per favore!”

Il ragazzo si alzò e prima di uscire dalla classe fece un ultimo sberleffo agli altri.


L’aereo si alzò da Nampula in direzione Maputo, duemila chilometri d’Africa. Il pilota avvisò in volo i membri dell’organizzazione che attendevano nella capitale, di preparare i documenti del ragazzo e soprattutto di tenere pronto l’aereo per non perdere tempo prezioso.


Il dottor Dunis ci teneva a concludere quell’adozione nel migliore dei modi perché un cliente soddisfatto avrebbe parlato egregiamente della sua organizzazione. Del resto quella era l’unica forma di pubblicità su cui poteva contare la casa di accoglienza “Speranza”.

Così il dottor Dunis teneva al corrente il signor Lobelli sulle fasi finali, con puntualità e professionalità.

“Signor Lobelli, l’aereo è atterrato a Maputo.”

“Signor Lobelli l’automobile è arrivata all’aeroporto e fra mezz’ora decolliamo, tutto procede bene.”

“Signor Lobelli l’aereo è sull’Italia.”

“Signor Lobelli stiamo per atterrare.”

“Signor Lobelli mandi un’automobile, il cuore per suo figlio è arrivato.”


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