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Una storia di Drop

IL PORTIERE DI NOTTE

Storia di un'empatia mancata

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11 minuti

Pubblicato il 09 agosto 2019 in Altro

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IL PORTIERE DI NOTTE


Un lento e cadenzato stillicidio scandisce il ritmo silenzioso della stanza che, vuota, emette un gelido e sinistro rimbombo. La luce, fioca e intermittente, tenta faticosamente d'illuminare i più remoti anfratti, mettendo in risalto, qua e là, scatole semichiuse, ricoperte di polvere e ormai dimentiche del proprio contenuto. Una scansia in metallo alla mia destra mostra i segni della stanchezza per quell'enorme peso sostenuto da chissà quanti anni: deforme, ricorda vecchi pescatori, curvi su un raccolto misero di frutti nelle placide albe siciliane.

Un' ombra veloce mi riporta a Londra e alla mia missione: trovarne il padrone e ucciderlo. Non che sia un'operazione facile né fatta a cuor leggero: è vero, non ho mai amato i topi, ma non ho mai neanche apprezzato l'idea di uccidere un altro essere vivente. La mia mente, imbottita di Panismo, rifiuta qualsiasi violenza nei confronti di uomini, piante o animali. L'ospite, tuttavia, è stato chiaro: “uccidete quel mostro schifoso!”


Avevo dormito poco quel giorno. Il mio corpo stentava ad abituarsi alla nuova routine, a quelle notti lucide, a quel sonno irradiato dalla luce del sole e irrorato dai rumori diurni. Quel cinguettare soave di uccelli al mattino, quelle voci appena accennate ancora nascoste nella caverna del riposo notturno, quel vivace incedere di passi per casa: tutto ciò che prima mi spingeva ad alzarmi dal letto per affrontare le fatiche del giorno era adesso diventato un insopportabile strazio.

Volevo soltanto dormire.


Un timido picchiare alla porta della mia stanza fece svanire l'illusione di poter dormire.

-Avanti, è aperto-

La rugginosa testa di Stefano sbucò dall'uscio appena aperto:

-Ti va una birra?- mi chiese accennando uno sguardo ammiccante.

-Non se ne parla, devo lavorare stanotte-

-Che vita di merda! E' venerdì dai! Porta lo zaino così da lo Soho poi vai direttamente a lavoro. Easy, no?-

-Certo, easy. Per te forse. Non posso arrivare in hotel ubriaco. Se mi cacciano chi lo paga l'affitto, tu?-

-Sei un vecchio. Ti aspetto in cucina.

-Scordatelo-.


Venti minuti dopo eravamo già nella tube, diretti a Soho. Quando vi arrivammo, il solito torrente di gente ci spinse dentro un pub che esibiva fiero il proprio nome in un'orgia di luci accecanti: EMPATHY. All'interno, tutto era appena accennato: i divanetti disseminati a ridosso delle due lunghe pareti laterali sfoggiavano morbidezze suadenti e irresistibili per gli avventori già resi fiacchi dall'alcol, sprofondati col corpo in imperscrutabili e indicibili pensieri; il bancone, freddo e bagnato, risaltava anonimo e indolente tra i gomiti che vi erano poggiati. E poi c'erano loro, le persone.Tra la folla immobile, scorgevo soltanto colori, colori algerini, lituani, italiani, accomunati da un unico indistinto suono di una lingua da tutti deturpata e banalizzata. Bevemmo la prima birra in piedi, stipati come sardine. E anche la seconda. D'improvviso, eccolo: un ragazzo appariscente, un parossismo di sgargianti vestiti a coprire un corpo esile, la pelle incollata a una muscolatura appena accennata, lo sguardo e i pensieri altrove. Lo guardavo e percepivo il respiro affannato che fuoriusciva da quel naso scarno ed eccezionalmente lungo che quasi impediva alle sottili labbra di esprimere qualsiasi suono. Mi guardai attorno e notai che non ero l'unico ad esser rimasto sconcertato alla vista di quella accozzaglia mal riuscita di banalità corporee. Un gruppetto di ragazzi alla nostra sinistra, chiassoso, divertito, perdutamente ubriaco, cominciò ad additare il ragazzo e quei suoi capelli così strani, bizzarri, luminescenti come il fitoplancton delle rive dell'isola di Vadhoo, quando le stelle diradano le nubi e impongono il proprio fulgido splendore alla Terra avida di bellezza. Risi. Felicemente in principio. Poi, risi di un riso feroce: il ragazzo era a terra, probabilmente scaraventato da quei bulli coi quali avevo scambiato tante occhiate d’intesa. Uno di loro, un ragazzo probabilmente uscito da uno dei tanti uffici della City (questo mi suggeriva il suo abbigliamento elegante), facendo finta d’inciampare a sua volta, versò un’intera pinta di birra sul malcapitato. Gli altri ragazzi del gruppo risero, così come feci io, ancora e ancora, mentre un inaspettato sentimento d’odio sfiorava le vette del mio cuore. Guardai il ragazzo per terra e risi di nuovo. Cominciai a scalciare il ragazzo. Perchè? M’infastidiva il suo essere così diverso e l’aver trovato nei bulli i miei esseri speculari mi diede la possibilità di manifestare il mio profondo disprezzo.

Nessuno, intorno a noi, s’era mosso. Soltanto il brusio aveva tolto il disturbo, per lasciar spazio a un silenzio colpevole. Il ragazzo luminescente rimase a terra. Poi, come una lepre ferita e resa immobile dalla tagliola, mi guardò con occhi pieni di un sentimento inatteso: era compassione quella che vedevo, non la cieca rabbia che mi sarei aspettato. Si alzò, i nostri occhi ancora fissi e immobili, i suoi abiti ormai sporchi, logori, bagnati, pregni di birra. Mi sentii gelare. Abbassai gli occhi, poi mi rivolsi a Stefano:

“Adesso devo andare, il mio turno inizia tra poco”


Arrivai in hotel dopo venti minuti, in tempo per sentire il telefono squillare e la voce del signor Stone all’altro capo chiedere decisa: “sento degli strani rumori provenire dallo stanzino accanto. Oserei dire che qualcosa si stia divertendo a rosicchiare di là. Potrebbe andare a dare un’occhiata?”

Presi la radiotrasmittente e mi diressi verso lo stanzino. L’ombra furtiva che avevo visto non lasciava spazio ad interpretazioni: era proprio un topo, uno di quelli che s’intrufolano, assottigliando schifosamente il proprio corpo, tra le intercapedini delle porte in cerca di cibo o di un riparo. Pur terrorizzato dall’idea che potesse saltarmi addosso, mi chinai per verificare la sua presenza sotto la scaffalatura: eccolo, fermo, i baffi impercettibilmente mossi nell’atto di scrutare l’ambiente e rivelarne le insidie. Era molto piccolo ma schifoso, schifoso! Sgattaiolò fulmineo tra le due pile di sedie accatastate alla mia sinistra. Sedie vecchie in apparenza, rivestite con tessuto a quadretti rossi e verdi, sfiqlacciato qua e là, le spalliere tutte rotte.Mi armai di ramazza e coraggio e cercai di stanarlo dal suo nuovo rifugio. Rinunciai dopo qualche tentativo, presi una di quelle sedie, mi sedetti e cominciai a riflettere sulla mia prossima mossa. Nel silenzio dei miei pensieri, il cadere delle gocce sembrò attraversare la mia testa e rimbombare, questa volta, tra i miei sensi. Un vento gelido passò attraverso la porta e il mio animo si fece pregno di un senso d’inquietudine improvviso. Mi ritrovai immobile sulla sedia, gli arti rigidi, la bocca serrata, la lingua atrofizzata e mille immagini si sovrapposero nella mia mente a formare un indistinto terrore immediatamente amplificato dal battito incessante del mio cuore. TU-TUM TU-TUM soltanto quel martellante suono adesso picchiava le pareti del mio cranio. Mi sentii morire. Caddi svenuto supino sulle scatole accatastate.


Non saprei dire quanto tempo rimasi privo di sensi ma quando mi svegliai essi mi apparvero amplificati, vivacizzati, come se mi trovassi sotto l’effetto di una sconosciuta droga, di un potente eccitante capace di rendere soprattutto il mio olfatto sensibilissimo. Mi guardai attorno e fui colto da un forte straniamento: era buio e due imponenti colonne si ergevano alla mia destra e alla mia sinistra. Un fortissimo suono cadenzato ridestò in me la paura che aveva immobilizzato il mio corpo l’attimo prima che svenissi.

Decisi di muovermi e, una volta sotto la luce, notai una figura imponente con un bastone in mano indicarmi soddisfatta e furiosa. Vidi il bastone piovere violentemente sulla mia testa e sarei sicuramente morto se non fossi riuscito a trovare riparo sotto una tettoia in metallo. Dove mi trovavo? Cosa era successo? Chi era quel gigante che aveva tentato di uccidermi?

La risposta alle mie domande non tardò ad arrivare: mi accorsi di muovermi a quattro zampe e rimasi impietrito nel notare dei lunghissimi baffi fuoriuscire dal mio viso. Un terribile sospetto s’insinuò nel mio cuore e trovò conferma quando guardai la mia immagine riflessa su un pezzo di vetro adagiato su una delle due colonne dalle quali ero scappato. Il terrore mi guardò in faccia e mostrò il suo ghigno quando ne ebbi la conferma: ero diventato un topo e il grigiore di cui era ricoperto il mio corpo riempì di sgomento I miei occhi. Non potevo credere a ciò che vedevo attorno a me, alla maestosa altezza di tutti gli oggetti che mi circondavano, a quelle due colonne che altro non erano che le sedie alle quali avevo prestato la curiosità poco prima.


Non ebbi il tempo di riflettere oltre sulla mia condizione. La tettoia in metallo sotto la quale avevo trovato riparo (ovvero la scansia dal corpo sbilenco che avevo notato appena entrato nella stanza) prese, infatti, a muoversi rumorosamente. Mi ritrovai nuovamente sotto la luce e in balia di quel misterioso essere che ambiva alla mia vita. Riuscii ancora una volta a evadere facendomi strada tra i tentativi maldestri del mostro di schiacciare la mia povera testa. Trovai uno spiraglio sotto la porta e questa volta fu una fessura tra una piccolo angoliera e la parete ad offrirmi rifugio. Lui arrivò correndo un attimo dopo e fu allora che feci la raccapricciante scoperta: quel mostro ero io!

Piansi, ma lo squittio provocato dalla mia agitazione svelò la mia posizione al nemico, che cominciò a colpire violentemente la fenditura nella quale mi trovavo. Vedevo le rigide setole della ramazza avvicinarsi sempre di più al mio muso e ogni colpo farsi piu’ feroce del precedente. La parete laterale prese a sbriciolarsi attaccandosi alla mia lurida pelliccia. Spalancai gli occhi dal terrore e mi preparai a morire.

Fortuna volle, però, che la violenza dei colpi aveva frantumato parte del legno della ramazza, così che il mio aguzzino dovette fermare un attimo la sua furia omicida per riparare l’arma. Con un guizzo, mi precipitai fuori dal rifugio, verso le scale. Fortunatamente conoscevo bene la struttura e scesi i gradini agilmente. Lui, intanto, si era precipitato all’inseguimento. Sentivo minacciosi i suoi passi farsi sempre più vicini, nonostante la mia abilità. Mi resi conto che la distanza tra me e lui si accorciava sempre di più, ad ogni passo, ad ogni balzo, sentivo il suo incedere più pesante, deciso. Era come un segugio da caccia: il suo sguardo, fisso sulla mia schiena, ipnotizzava le mie membra e faceva nascere in me stanchezza, voglia di fermarmi, di farla finita.

Arrivato al piano terra, mi diressi verso il ristorante, dove sapevo avrei trovato scampo. Subito m' intrufolai sotto il bancone del bar annesso alla sala pranzo: era freddo e bagnato. Nel buio di quegli anfratti percepii un attimo di pace e mi fermai a riposare. Tuttavia, un odore pungente proveniente dal fondo del bancone mi spinse a verificarne la fonte. Vi arrivai, ma non vidi nulla. Pensai fosse soltanto la mia abitudine di amplificare le percezioni in situazioni di disagio a crearne di nuove, ma quando mossi altri piccolo passi un lancinante puzzo di sangue azzannò le mie narici e, finalmente, vidi ciò che lo scatenava. Un topo con le ossa fracassate, la bocca aperta in un ultimo disperato spasmo, il corpo inzuppato di sangue, giaceva su una crudele trappola scattata-ahimé!- con cruento tempismo. Provai pietà e mi sentii per un attimo come quel roditore, morto perché esistente e affamato. Non resistetti oltre a quella vista, fuggii nuovamente verso l’ingresso del ristorante e attesi.


Poco dopo, ecco puntuale la mia occasione: un cliente di ritorno in albergo, evidentemente avvezzo alle ore piccolo, fece scattare le porte automatiche, aprendomi la via verso l’esterno, verso la strada, verso la speranza. Corsi, superando la soglia dell’ingresso all’hotel spinto dal palpitare rumoroso del mio cuore. Mi voltai, felice di essere ancora vivo, di poter riflettere sul mio nuovo stato e cercare una soluzione.

La felicità, però, aveva offuscato la mia capacità di giudizio e offuscato la mia prudenza. Quando mi voltai nuovamente verso la libertà, infatti, non feci in tempo ad evitare una bottiglia di birra lasciata incautamente mezza piena sul marciapiede. La urtai e il suo contenuto mi si rovesciò addosso facendomi sbandare. Finii puzzolente e stordito contro la ruota di una macchina ferma a ridosso del marciapiede. Il mio nemico, intanto, era corso fuori e, vedendo la scena, si preparò incredulo al mio raccapricciante epilogo. S’avvicinò con fare deciso e io non capivo: ero fuori dall’albergo adesso, perché privarmi della mia libertà di vivere?

Alzò la ramazza, mi colpii e fu subito buio.


Mi svegliai sudato su una della poltrone della reception. Controllai, incredulo, di essere ancora tutto intero. Il mio collega mi chiese: -stai bene? Ti sei agitato molto nel sonno. Il signor Stone ha chiamato di nuovo, puoi andare a controllare?-

Lo guardai e non parlai. Mi alzai dalla poltrona e, lentamente, uscii dalla porta principale.

Una leggera brezza mi accarezzò il viso. Alzai gli occhi ad ammirare il buio illuminato del cielo londinese: la mia notte non era ancora finita.




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