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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine PICCOLI OMICIDI QUOTIDIANI

LA CASA DI FRONTE 2

Piccoli Omicidi Quotidiani

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14 minuti

Pubblicato il 29 novembre 2018 in Humor

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La casa di fronte, (..the spider's strategy).


Approfitto del fatto che Ann è al Parco con i ragazzi, per riprendere da dove ho lasciato di scrivere per tornare a occuparmi della strategia che il ragno ha intenzione di metere in atto. Chi l’avrebbe detto che un giorno avrei visto tutte le finestre aperte e la casa di fronte prendere luce e aria come mai prima? La mia preoccupazione ovviamente è per il ragno argentato, che anche lui possa dover “accettare integralmente il proprio destino”? Non ci credo, non posso assolutamente credere che tutta quell’aria, tutta quella luce, l’aver staccato le tende, lo scuotimento dei tappeti, le pulizie generali intendo, non l’abbiano un po’ preoccupato. Ma se io sono preoccupato per lui, figuriamoci lui medesimo, sarà lì che si dimena, che si dibatte contro lo scopettone, la spazzola per le pareti, la scopa, il piumino, che ne sarà della sua bellissima ragnatela argentata? – mi chiedo.

Non deve preoccuparsi George, “… solo a queste condizioni l’uomo saprà superare se stesso” – se ne rammenti, immagino mi dica il prof. Orbene, conosce il mio nome? – gli chiedo. No, è lei a conoscere il suo, tant’è che non fa altro che parlare di sé. Ma tutto ha una spiegazione, lei è del tipo edonistico, cioè dedito al piacere edonico, al godimento ultimo come conseguimento della vita, insomma quello che si dice un epicureo. Per estensione potrebbe anche essere un artista, uno che indica nel piacere il fine dell’opera d’arte – aggiunge, non sospettando nemmeno quanto ciò mi rassicura e almeno in parte mi riscatta. Agli occhi di chi? – viene da chiedermi.

Fortuna vuole che Ann non sia qui, altrimenti … Ma ai suoi occhi, ovviamente, che la ricerca della bellezza risiede nelle sue stanze, anche se non si accorge di avere in casa solo specchi di legno – aggiunge, con una sfumatura di distacco nella voce, tale da sottolineare la banalità e l’ostentazione che mi abita. “Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatori, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa?” (*) – mi chiedo, usando un aforisma nietzschiano. A questo punto è indubbio che il ragno argentato sopravvive in qualche anfratto dell’ampia biblioteca della casa di fronte, sempre sperando che il professore, pur di non dargliela vinta, non l’abbia schiacciato tra le pagine del libro che stava leggendo.

Uccidere Nietzsche, come ha potuto? – mi chiedo. Lui, al tempo stesso mentore e assassino (in senso filosofico), ha ucciso colui che declina la libertà dalle costrizioni convenzionali, l’infrazione dell’ordine, degli stessi caratteri che costituiscono i tratti essenziali del suo pensiero. Colui che ha osato rovesciare gli idoli (i suoi e i nostri falsi ideali), pur di non rinunciare a se stesso, mettendo fine alle giustificazioni ultraterrene e sovrasensibili cui tutti noi andiamo soggetti … come è possibile? Un dirimpettaio assassino, ècco chi è il prof dunque, l’assassino dello spirito di Nietzsche (il ragno argentato), e solo perché gli impediva di leggere la parola “fine” quale estrema conseguenza della propria volontà di potenza, che non gli avrebbe mai permesso di adempiere all’accettazione dell’eterno ritorno che lo inibisce, che lo lascia irrealizzato, insoddisfatto, frustrato di non essere se stesso, di aver mancato l’obiettivo della sua crescita (filosofica), il suo essere uomo (come modello), la sua “umana esistenza”.

No, non posso crederci, non lo crederò mai. E se non avesse compiuto tale omicidio? È questo il momento di farglielo fare! – mi dico. Mettiamo per caso che il professore non stesse leggendo Nietzsche, e che quella di Ann fosse soltanto un’uscita accidentale. Resta comunque che egli sta leggendo. Se è un assassino può solo che leggere libri del tipo horror – non vi pare? A incominciare dai più vecchi, Bram Stoker, Robert Louis Stevenson, Jack London, Peter Straub, ai più vicini a noi, quali: Stephen King, Anne Rice, W. Peter Blatty, H. P. Lovecraft, Alicia Highsmith. Perché non il vecchio e sempre valido E. Allan Poe, che ha riempito le nostre notti di tenebre e paure? E che paure erano quelle, con tutte le creature incantevoli che il cinema dell’epoca propinava agli aficionados del genere: volti meravigliosi, corpi attraenti, voci seducenti, che uno poco che fosse tendenzialmente stupratore o praticante violentatore, dopo averle baciate e concupite, non avrebbe potuto fare altro che di afferrarle per il collo e strangolarle.

Così, solo per guardare negli occhi il loro terrore, per misurarne lo sgomento, testarne la paura. Perché sono del parere, e con me lo sono tutti i registi del genere, hanno in mente una sola cosa: che la bellezza, una volta sfolgorata nell’incanto, deve risplendere solo per noi. Malgrado, direi, anche per noi l’incanto non possa durare all’infinito, e debba cedere alla necessità di rinnovarci, cambiare soggetto per riaffermare ­e avvalorare la nostra tendenza all’assoluto eterno splendore. E la bellezza del corpo femminile è quanto di più è dato da ammirare, anche se … “L’incanto è il più potente effetto delle donne e, per usare un linguaggio del filosofo, un effetto a distanza, una actio in distans: ma ci vuole appunto – in primo luogo e soprattutto – distanza!” (*), altrimenti …

Ma questo è ancora Nietzsche, che sorpresa! Ancora lui, sempre lui, il ragno argentato che, appeso al suo filo di seta, discende dal soffitto a colloquiare con la sua preda. Il prof che legge Allan Poe, che meraviglia; shissà se Il pozzo e il pendolo, un classico in cui confluiscono al massimo grado di espressività tutte le caratteristiche distintive della sua scrittura; uno dei migliori racconti di tensione mai scritti, sospeso fra angoscia e speranza, chiuso in una spirale vorticosa di eventi. Oppure La caduta della Casa Usher?, un indubbio capolavoro che mi sembra certamente adeguato al soggetto: “In una giornata, cupa, silenziosa, verso il finire dell’anno, con le nubi che pendevano basse e opprimenti in cielo, avevo attraversato solo, a cavallo, un tratto di regione singolarmente desolato, finché ero venuto a trovarmi, mentre già si allungavano le ombre della sera, in prossimità della malinconica Casa Usher. Non so bene come, ma al primo sguardo che rivolsi all’edificio, un senso di tristezza intollerabile invase il mio spirito” (**) – e questo è solo l’incipit, ce da farsi venire i brividi.

Quello che segue è un racconto “disperato” che A. Poe abbia mai scritto e quello che rappresenta meglio la sua geniale e terribile personalità. Mai è stato rappresentato con più evidenza il conflitto fra la ragione e il mistero della psiche e della vita, di fronte al quale le armi stesse della ragione risultano fatalmente inadeguate. E non a caso in questo breve racconto, l’io narrante raggiunge l’amico Roderick Usher nella sua casa, come anch’io vado facendo, indirizzando i passi, ops!, i miei sguardi, alla casa di fronte dove spero, no anzi, voglio che accadano cose inenarrabili. Perché è del volere la forza che mi spinge, estrema conseguenza della volontà di potenza trovata in Nietzsche e che, coglione come sono, mi permette ora di attendere all’accettazione dell’eterno ritorno.

Il primo ad accorgersi della mia presenza è proprio lui, il ragno argentato (alias Nietzsche), a causa di una vibrazione percettibile dell’aria, della presenza di un tepore insolito a infastidirlo. Poiché, vedendo il mio sguardo posato su di sé, gira all’indietro i suoi bulbi oculari ed agita fortemente il filo di seta che pende dal soffitto, come fosse la fune tenuta da un funambolo che si spinge a volteggiare nell’aria e decide di eseguire il suo numero e incantare così il suo unico spettatore, io, per imbrigliarmi nelle sue spire di seta e rendere innocuo un mio possibile intervento in aiuto del prof. Si dice a ragione che un assassino torna sempre sul luogo del delitto, orbene, eccomi tornato a influenzare la decisione del professore, a stillare nella sua mente il mio messaggio subliminale, a dirgli che deve (pena la propria morte) schiacciare quel mellifluo bastardo di un ragno filosofo (alias Nietzsche), che tiene prigioniera una parafrasi insoluta che nulla dice della sua liquida esistenza.

Ma è troppo tardi. Il prof., che credevo essere in vita, in realtà è immobile, con in mano il libro che stava leggendo, avvoltolato in fasci di fili di seta, con lo sguardo vitreo dietro gli occhiali, morto. Solo adesso mi accorgo che sta facendo buio, fra poco le luci della casa di fronte si accenderanno e certamente potrò scrutare meglio nei suoi meandri … Quand’ecco si accendono. Tutta la stanza è rivestita delle spire di seta che avvolgono i libri conservati negli scafali, le pregiate rilegature in pelle, in stoffa, colmi di parole soffocate in migliaia di sillabe incerte. A grida s’agitano ombre alle pareti, cocci, ciotole, pennelli d’ingenue scaramucce con la tela, smunte candele di antiche lotte con le tenebre ove finanche l’io (narrante) diventa oggetto fra le coperte del letto dismesso, fra le molte carte ormai senza più senso, dove solo l’arido sguardo accumula polvere dove più ce n’è.

Povero professore, mi dico, non gli resta che un battito di solitudine prima della fine, a colmare il vuoto che lo circonda, prima di rimanere schiacciato al suolo della sua “stanza dei giochi impossibili”, dove nessuno avrebbe improvvisato nulla, dove tutto era già detto, tutto era già scritto, schiacciato entro logori epitaffi. Ancorché lo vedo arrivare, il bellissimo ragno argentato non più grande di un pollice, scintillante e altero, scendere dal soffitto col suo fascino incantatore che tenta di afferrarmi. Non so che fare, se lo uccido rischio di mettere a repentaglio il cammino di tanto pensare filosofico che eminenti studiosi hanno affrontato fin qui – mi dico. Se non lo faccio, azzardo un’incognita che potrebbe mettere in pericolo la mia già minata esistenza. Ne vale la mia stessa sopravvivenza penso, vedendolo avanzare all’altezza dei miei occhi. Che voglia rendermi cieco? – mi chiedo, davanti all’abbaglio folgorante dell’autore del libro che riesco appena a leggere nel dorso del libro trattenuto dalla mano dell’anziano prof.: Nietzsche Opere.

Sì, lui, l’unico, l’estremo, l’assoluto. Mi sembra incredibile, tuttavia devo ammettere che è quello che veramente ha intenzione di fare, penetrare attraverso il mio sguardo, la ragnatela della mia mente, e abbattermi sul suo stesso terremo ramificato. Avverto gli impulsi elettrici raggiungere i primi centri nervosi, poiché un sottile pizzicore urticante mi procura adesso l’umidore degli occhi. Devo fare in fretta – mi dico, e non solo perché guardando l’orologio noto che s’avvicina l’ora in cui Ann e i ragazzi tornano dal Parco, ma perché devo liberare la stanza da letto della ragnatela presente nell’angolo del soffitto. Accipicchia, glielo avevo promesso! Squilla il telefono, non intendo rispondere – mi dico. Squilla di nuovo, e ancora, e ancora … George, perché non rispondi, potrebbe essere un’urgenza, mi dico. Ormai si vive di urgenze, nulla più che abbia un andamento tranquillo, solo una continua urgenza.

Ma non è possibile, non si vive più in questa casa! – esclamo. Vado a rispondere. Ann, sei tu. Si, ma dimmi, che cosa è successo? Niente di che, ero sulla scala e non mi era possibile venire a rispondere. Ascolta George, forse non te ne sei accorto, ma se ti affacci dalla finestra vedrai che sta per arrivare un temporale e noi siamo senza le mantelle per la pioggia, puoi venirci a prendere con l’auto all’uscita del Parco? Si certo, quale uscita intendi Ann? Facciamo di fronte a Queensway, o preferisci Hyde Park Corner? Non saprei, dimmi tu, sono entrambe impossibili a quest’ora. Vada per Queensway, ok! Tra quanto? Il prima possibile, diciamo che praticamente siamo già lì. La fretta, si dice, è consigliera di … ? Non mi viene, diciamo solo che è cattiva consigliera, penso, nel mentre posiziono la scala in camera da letto, prendo il piumino più lungo, faccio per spazzare via la ragnatela quando lo vedo arrivare, il malefico e bellissimo ragno argentato, si sofferma come a chiedersi cosa ho intenzione di fare.

Il malefico mi osserva minaccioso, temo sappia che ho preso la mia decisione. Pessima idea. In un istante, e proprio mentre sto per colpirlo, schizza via sulla sua fune da acrobata in un’altra direzione, distante dalla mia portata. Ci riprovo da quella posizione ma sbilanciato come sono, perdo l’equilibrio. Mi aggrappo allo sportello dell’armadio che a causa di una cerniera guasta e mai riparata, si stacca dal supporto lasciandomi cadere, andando a urtare contro la piccola libreria d’angolo che viene giù in un tonfo con tutto il suo contenuto. Grrr, grrr! – esclamo alla volta del ragno sfuggito alla mia vista. Quando eccolo di nuovo lo vedo librarsi nell’aria appeso alla sua fune d’argento. Incredibile come scende rapido. Ci risiamo, si ferma davanti al mio viso, in mezzo ai miei occhi, mi sfida. In quel frangente infinitesimale, ècco squilla di nuovo il telefono. D’improvviso un tuono strepitoso ferisce le mie orecchie, inizia il temporale – mi dico. George, ma che fine hai fatto? Qui sta arrivando un uragano! – impreca Ann dall’altra parte del telefono. Ti prego, non mi parte l’auto, non so davvero cosa fare, ti suggerisco di prendere un taxi. Beh George, potevi anche dirmelo prima, non credi? Vi aspetto a casa, vi amo, addio! – le dico.

Veramente stavo per dirle di non tornare subito, magari di aspettare un po’, di godersi il temporale, di far fare ai ragazzi un giro turistico della città, giusto il tempo per rimettere ogni cosa al suo posto … ma è tardi, ormai ha riattaccato. E poi chissà cosa avrebbe mai pensato, valle a capire le donne? Stavolta lo faccio secco! – mi dico senza lasciargli intuire il mio pensiero (pura illusione), faccio finta di guardarlo dimesso, anzi che non mi curo di lui. Mi rialzo dal pavimento, lui ritira in parte la sua fune, rimetto a posto la scala e indifferente salgo i primi gradini. Lui con un balzo è lì, a difendere la sua Casa di Usher, pensando chissà che cosa. Affari suoi. Non sa che negli sportelli alti dell’armadio c’è ogni sorta di cosa adatta a far fuori un esercito – mi dico. Rovisto nel primo che capita e trovo una racchetta da tennis che non ricordo di aver mai usata, un vecchio battipanni di vimini intrecciato che non so a chi sia appartenuto, una gabbia vuota per gli uccellini, un frullatore in disuso, un ventilatore anni ’50, un cannocchiale senza treppiedi, una lampada a gas con una scatola di fiammiferi …

Ci sono, una lampada a gas del tipo da idraulico può fare al caso. Aziono lo stantuffo e faccio per accenderla. La fiammella dapprima blu si fa rossa, infuocata, brucia, apro di più il gettito, e la fiamma avvampa la tela del ragno, lasciando una macchia di nero fumo sulla parete e una puzza di petrolio che invade la stanza. Dell’arrosto malefico nemmeno l’ombra, neppure lo sfrigolio bruciato della sua peluria argentata, delle sue zampette rinsecchite. Dove mai si sarà cacciato? – mi chiedo ormai fuori di me. Nella distrazione la lampada a gas sta continuando a bruciare, ha già attaccato il piano alto dell’armadio. Dell’acqua presto – chiedo a qualcuno che non può sentirmi ... Fuggo inorridito dalla stanza, come l’io narrante alla fine fa “… da quella camera e da quella casa”.

Nel frattempo sento la chiave che gira nella toppa della porta di casa, allora prendo e mi chiudo in bagno lasciando scorrere l’acqua della doccia. George, dove sei? Sono in bagno! Mommy che puzza! Si, c’è davvero un pessimo odore! George che cosa stai usando, sembrerebbe che ti sia dato fuoco? Quasi, mi viene da risponderle, nient’altro ma non glielo dico. George tutto bene? Sì, perché – chiedo facendo finta di niente, mentre fuori il temporale annunciato da Ann, sta davvero prendendo le dimensioni di un uragano. È così che dalla finestra del bagno sbircio la casa di fronte che sembra sbattuta da una collera mortale … “A un tratto una luce abbagliante balenò sul viottolo e io mi volsi a guardare da dove poteva provenire un così insolito fulgore, giacché alle mie spalle non c’erano che l’immensa casa e le sue ombre. (…) Mentre guardavo, (…) il turbine di vento infuriò nell’aria, (…) la mia mente vacillò, mentre vedevo le possenti mura spalancarsi; s’intese un suono lungo, tumultuoso, simile al frastuono di mille acque, e il profondo stagno ai miei piedi si chiuse cupo e silenzioso sulle rovine della “Casa Usher”” (**).

Forse, alla fine, l’ho ucciso davvero Nietzsche (alias il ragno argentato), se oggi sono qui che scrivo, senza il supporto della sua filosofia estrema. La casa di fronte è ancora la, in piedi, un po’ malmessa, anche se ho sentito in giro che è rimasta disabitata dopo che il vecchio che l’abitava era morto, e che ad accendere le luci è il portiere, alfine di non lasciar pensare che sia vuota e magari introdurvisi. Non tanto per il timore di possibili ladri ma per esplicito volere del professore, che dicono talvolta si vede passare davanti alle finestre, e la notte sedere in poltrona a leggere. Sta di fatto, che fino a questo momento non mi sembra ancora di aver aperto gli occhi. Ho forse sognato? – mi chiedo, mentre mi sforzo di indovinare chi io sia dei due, se l’anziano prof o il malefico ragno, di certo so di aver abitato in quella casa.



Note:

(*) Nietzsche “I grandi filosofi” – Il Sole 24Ore – 2006 – Milano.

(**) E. A. Poe “Il crollo della casa Usher” – Gruppo Editoriale L’Espresso – Roma2009.



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