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Una storia di Jado

Questa storia è presente nel magazine Viaggi

Kaumoni

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7 minuti

Pubblicato il 04 settembre 2019 in Viaggi

Tags: #storie #viaggi

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Posto bello, campagna con il solito villaggio sparso attorno. Montagne all'orizzonte coperte di un verde fitto fitto e a portata di mano alberi, tanti alberi di papaya, banana, mango, avocados, peccato che siamo fuori stagione, la frutta si trova solo nei baracchini, tanti nei paraggi.

La scuola per ora ha solo una cinquantina di bambini, dall'asilo alla nostra terza media, qui elementare e media fanno parte di uno stesso ciclo, ma ha una capacità di circa quattrocento ed ha conosciuto tempi migliori. Ventitré bambine e dodici bambini ci dormono anche, le famiglie abitano lontano, gli altri entrano la mattina alle otto e vanno via il pomeriggio alle sei, a piedi da e verso casa. Non tutti pagano la retta, attorno ai trecento euro l’anno, a seconda della classe. Chi non può paga quello che può, in genere sono gli orfani che vivono con i nonni, si cerca di tenerli a scuola. È una scuola privata, ce ne sono tante, molte della chiesa cattolica, e benché la scuola pubblica esista e si paghi meno ha tanta cattiva reputazione che certe famiglie si svenano pur di mandare almeno uno dei figli in una scuola privata. Nelle private gli insegnanti sono pagati meno della metà che nelle pubbliche eppure gli alunni ottengono risultati migliori; qui ogni mese tutti sostengono un test, lo stesso in tutto il paese, viene raccolto dal ministero che pubblica risultati e classifiche di tutte, pubbliche e private. L’anno scolastico comincia a gennaio, tre mesi di lezione ed uno di vacanza, ora siamo nel terzo trimestre, l’ultimo.

Le condizioni fisiche delle classi, dei dormitori e dei bagni non sono per niente buone, come ovunque c’è sempre polvere fine di sabbia che si infila dappertutto, sulle lenzuola, nei materassi, tra le pagine dei quaderni, te la ritrovi nelle tasche e tra i denti, sulle labbra e tra i capelli tanto che dopo un po’ non ci fai più caso, fa parte della gita. Le termiti hanno vita facile, attaccano alberi alti e dritti fino in cima, fabbricano castelli che tu puoi distruggere la sera e la mattina dopo sono di nuovo lì, caparbie, divorano il legno dei banchi, tracciano sentieri lungo i muri che lasciano traccia anche dopo averli spazzati, cambiano strada ma non se ne vanno, ostinate come se difendessero un territorio che era stato loro e che è stato loro portato via, e dopo un po’, a vederla così, quasi quasi le lasceresti vivere.

Il giorno dei bambini è lungo, pieno, quelli che anche ci dormono alle cinque della mattina che è ancora buio sono già in classe a fare i compiti, fino alle otto della sera, tra lezioni intervallate da colazione, pranzo, giochi collettivi, pulizia delle aule e dei dormitori, lavaggio dei propri vestiti e cena non c’è un momento libero, tant'è che non stanno soli mai, un’insegnante è sempre con loro. Scalcagnati, vestiti troppo grandi, i lacci che seguono sempre le scarpe, sono accuditi, anche se il menu è scarso: fagioli e mais, una volta alla settimana un pezzo di carne, frutta se ce n’è, per quanto ce ne sia fuori, ma la scuola è in deficit da anni, a coprirlo sono quelle della famiglia che la possiede che guadagnano abbastanza per permetterselo, ma la scuola non è autosufficiente, le uniche entrate sono le rette degli alunni e ce ne vorrebbero almeno un centinaio per pareggiare i conti.

A entrare dentro non ti capaciti, che aule e dormitori e bagni siano di material poveri passi, che quelli buoni costano, ma la mancanza di cura e pulizia non te la spieghi. Poi ci stai, e se ci stai guardi, passi ore lunghe ad aspettare qualcuno o che qualcosa accada che magari neanche ti accorgi che intanto il tempo passa, scambi due parole con qualche insegnante, un padre che ha accompagnato la figlia a scuola, la mamma di un’altra che ti racconta di altri quattro a casa, il marito semiparalizzato che oltre a non essere più in grado di lavorare ha anche bisogno di assistenza continua, cammina a malapena e riesce a parlare peggio, e magari il giorno dopo vai con uno di loro in casa loro e ti chiedi dove stia la casa oltre una stanza di tre metri per due dove c’è tutto, vestiti appesi sopra il letto che è una fortuna che siano pochi, dove li metterebbero sennò, e fortuna che non ci sia il bagno dentro, dove lo metti anche quello, e fortuna che il bagno sia un gabbiotto di mezzo metro quadrato nel cortile, un buco irrespirabile, fuori di casa, in comune con altre case di altrettanta stanza. E magari ti viene da capire come in quella scuola tutto sommato la pulizia sia molto migliore e che a pulire le classi e i dormitori, a cercare di tenerli in ordine nonostante la polvere tra le lenzuola, che a lavarsi i vestiti faccia parte di un altro mondo, quello fuori di casa, che faccia parte dell’educazione ad un mondo anche soltanto un po’ migliore. E intanto il tempo passa, le ore volano che è già sera e il tramonto è come un interruttore, è buio e spesso la corrente manca, e a pulire e a lavare il tempo non aspetta, il tempo per lo studio è andato, che a passarlo sui libri magari uno impara di più che a lavare panni. Vero è anche che a passare più del tempo di ora su questi libri di ora uno li impara a memoria, per quanti pochi sono, e quello che c’è è quello che è scritto lì, mica si guarda la televisione che magari un occhio fuori tutto sommato te lo fa mettere e poco importerebbe che l’occhio sarebbe di qualcun altro, sarebbe comunque fuori di qui. Sarà per questo che sono sempre attorno; novità a parte, di bianchi attorno non ne ho visto finora nemmeno uno, sarà per questo la curiosità, ripetere in coro quelle due parole di italiano che ogni giorno gli pronuncio deve essere divertente come per me le loro, usarle fino a che non acquistano significato, lo stesso che con le proprie ma che sembra nuovo, che magari qualche domanda te la fanno intravedere, il lume che altrove siano diversi e che un altrove esista, fuori di qui. Devono essere questi gli sprazzi di lucidità, quelli in cui se pure per un momento affiora alla coscienza la sorpresa di qualcosa che esiste al di là della propria consapevolezza, sentire il significato di una parola pare bastare. E a volte spaventa, la sensazione di aprire una porta per il tempo di un battito di ciglia e lo spazio tra te e un orizzonte lontanissimo passa negli occhi come una visione dell’immaginazione, un istante che non riesci a trattenere. Ti fa sentire solo, un punto, un luogo immateriale da te a quell’orizzonte che chissà cosa ci sarà oltre. Una solitudine che ti manca tutto, le persone con cui hai vissuto e che vorresti avere lì in quel momento preciso, non ti consola sapere che esistono, un rifugio da situazioni che non puoi cambiare, a cui non hai rimedio, e da sole affiorano preoccupazioni e paure che sono solo del tuo mondo, che se anche fai fatica a condividere restano del tuo mondo, ne riconosci le ragioni, finiscono per essere un conforto tanta è la lontananza da altre che non riesci proprio ad immaginare, per quanto penosi siano gli occhi di quella madre coi cinque figli che ti chiede di trovarle un lavoro, non un’elemosina, un lavoro vicino casa per potere anche accudire il marito, un lavoro che renda un po’ di più che a trasportare acqua, che la stagione delle piogge si avvicina e quel lavoro non lo avrà più. Fatico, e per respirare con lo stomaco sottosopra guardo altrove, penso intenzionalmente ad altro finché il velo di quegli occhi fissi nei miei non è abbastanza lontano. Poi sai che restano, da qualche parte lasciano il segno perché con tutti i dubbi di sempre ti tengono lì, puoi sentire la solitudine che vuoi, avere paura di non sai bene cosa, sentirti anche perennemente estraneo ovunque ma è niente di fronte anche a quel poco che, a sprazzi, ti fanno immaginare: non avere niente da dare da mangiare ai propri figli.

Fa freddo oggi, mi raccolgo nella giacca e già mi sento un po' più a casa.

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