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Una storia di Leonardoalfatti

La cucina cerca uno chef

Processo ad ora di pranzo

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16 minuti

Pubblicato il 18 marzo 2020 in Horror

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LA CUCINA CERCA UNO CHEF


La carestia della terra diventa la fame degli uomini. Davanti alla minaccia di una morte così lenta e crudele come quella che sopraggiungere per mancanza di cibo, qualsiasi pietanza diventa tollerabile e con una spolverata di sale quasi paradisiaca. Mio padre si trovava ad Hong Kong durante la carestia a cavallo del 1960. Era un viaggiatore di quelli che non ne esistono più, non aveva un soldo. Al giorno d’oggi sarebbe stato considerato un migrante o, al massimo, uno strano tipo di rifugiato politico. I prezzi del cibo ad Hong Kong erano alle stelle, la carne era così rara che veniva venduta come se fosse oro giallo al mercato cittadino. Mio padre non poteva permettersela tutti i giorni. Presto, però, fece una scoperta che gli avrebbe permesso di rinunciare al digiuno e di poter aspettare il suo accompagnatore per fare ritorno in America. Un nuovo mercante era appena arrivato in città dalla Cina continentale. La sua carne era la più economica dell’intera Asia e veniva venduta nella cantina di una piccola abitazione di Hong Kong. Il geniale mercante dal Continente aveva trovato la soluzione alla crisi economica e alimentare in atto: cucinava, mangiava e vendeva bambini. Un giro d’affari assolutamente brillante, la carne umana non aveva un ottimo sapore di solito, ma per quella dei bambini il discorso è diverso. Le natiche, ad esempio, sono delicate come la carne del coniglio, mi raccontava mio padre. L’esempio del mercante dal Continente venne ripreso dai molti che ne riconobbero la furbizia e il fenomeno divenne diffuso a macchia d’olio. Le famiglie povere della città non potevano permettersi di crescere un figlio e i bambini abbandonati per strada erano facili prede dei cuochi in agguato per i quartieri. Mio padre non ebbe altra scelta, dovette cedere a compromessi per la propria salute e si ingurgitò di bambini di tutti i tipi al posto delle carni convenzionali. E presto fece un’altra scoperta ancora: la sua riluttanza iniziale all’atto di mangiare dei bambini era dovuta unicamente ad un codice etico imposto dalla società da cui proveniva. La carne dei piccoli umani era squisita,invece. La cosa più buona che avesse mai avuto l’onore di assaggiare, mi raccontava con il sorriso. Era un sacrilegio, a suo dire, non approfittarne. A lui piacevano i bambini di ogni tipo: al forno, grigliati, bolliti, saltati in padella. E non faceva neanche distinzioni tra i bambini in sé, femmine o maschi, era lo stesso. L’importante è che fossero un po’ cicciottelli, mi confessò. Ho sempre pensato che mio padre avesse perso la testa, ma morì poco dopo il suo ritorno in Patria e quindi non ci fu mai occasione di una vera e propria discussione a riguardo, e il suo segreto l’ho sempre pudicamente tenuto al sicuro, fino ad adesso.

Signor Giudice, come si può intendere già da queste poche parole, capisce che i miei peccati e il mio crimine non stati dettati da altro che da un forte condizionamento esterno e dalla circostanza. Ho sempre provato pena per mio padre, ho pregato molto per lui tutte le notti da quando tornò negli Stati Uniti. Inconsciamente ho pensato che commettere il suo stesso abominio potesse alleggerire la sua colpa, non volevo lasciarlo da solo. La mia vita, a parte un padre viaggiatore spesso assente, è stata una bella vita, sono convinto di questo. Sono stato un bravo figlio e uno studente modello, ho studiato molto e ho completato con facilità gli studi. Ho giocato a calcio, ma usavo solo il piede destro, come tutti gli altri nel quartiere. Ho avuto qualche fidanzatina, ma niente di serio, come tutti gli altri al college. Ho iniziato a lavorare in banca subito dopo grazie a un curriculum d’eccellenza e sono arrivati i primi soldi. Ho comprato una macchina grossa, perfetta per caricarci la spesa, e mi sono sposato con la donna della mia vita, Bonnie, una mia collega. Adoravo il suo modo di fare un po’ sbarazzino, e la sua dentatura perfetta, non avevo mai conosciuto una donna che mi prendesse così tanto. Svolgevamo insieme molte attività, all’aperto e tra le mura di casa. Eravamo una bella coppia, una squadra. Prendemmo un cane al canile e divenne il nostro primo figlio. Lo viziammo e prese l’abitudine di dormire con noi. I tempi però passarono velocemente e i desideri di mia moglie mutarono in un qualcosa di non proprio condiviso da me. Diceva di sentirsi vecchia, di non essersi realizzata fino in fondo nella vita, e mi iniziò a parlare dell’opportunità di avere un figlio sul serio, magari una bambina, in modo che potesse vestirla a suo gusto e piacere. Io non ero affatto d’accordo, mi sentivo ancora giovane e il mio datore di lavoro mi aveva da poco promosso ad un ruolo più consono alle mie capacità e passavo intere giornate a lavorare per non tradire la sua fiducia. E comunque avrei sicuramente preferito un maschio, in modo che avrei potuto vestirlo a mio gusto e piacere. Dopo il mio iniziale rifiuto, Bonnie si fece sfuggente nei miei confronti, rispondeva a monosillabi e mi ignorava per la maggior parte del tempo. Il suo ricatto psicologico alla lunga ebbe la meglio, dovetti ingravidarla per recuperare il nostro rapporto. Non dimenticherò mai l’espressione sul suo volto quando vide che il test di gravidanza segnava due tacche: era incinta. Lo fece sapere a tutti, casa nostra divenne quotidianamente piena di amici, parenti e colleghi che si congratulavano con noi, e io mi sentivo morire dentro. Amavo Bonnie, avrei fatto qualsiasi cosa per lei, ma avevo esagerato quella volta. Allo specchio mi vedevo come un mollusco, avevo rinunciato a me stesso in seguito al ricatto infantile di una donna, praticamente ero diventato un americano medio. Pensai di suicidarmi, pensai di cambiare nome e farmi trasferire in un altro stato dalla banca, pensai di farmi una nuova famiglia nella stessa città della vecchia. Non feci nessuna di queste cose, e fu meglio così. Mia moglie partorì e quel giorno di Agosto divenne il giorno più bello della mia vita. Diede alla luce una bambina, come aveva sempre sognato, e la chiamò Maria. Scelse il nome di sua sorella. Io non fui coinvolto nella decisione, Bonnie si giustificò dicendo che se avessimo avuto un figlio maschio avrei scelto io da solo. Non le ho mai creduto, ma non ho mai potuto dimostrare la sua malafede. Dopo Maria non avemmo altri figli. Mia figlia mi cambiò la vita, smontò tutte le mie convinzioni, paranoie e paure legate alla sua nascita. Colorava le mie giornate con la meraviglia del suo sorriso, ereditato dalla madre, e le insegnai tutto quel poco che so. Giocavamo con la palla insieme al cane in giardino, e dentro casa ci divertivamo a colorare dei libri appositi e poi macchiavamo i muri di casa con gli acquerelli e i pennarelli. È cresciuta così in fretta che è difficile ripercorrere le vari fasi. Mi rendeva orgoglioso pensare che fosse una piccola parte di me quella che vedevo correre dentro casa e scoprire le bellezze del mondo. Bonnie è sempre stata una ragazzina eccezionalmente brava e curiosa, come me alla sua età. Era il mio fiore preferito nel mondo. La aiutavo a fare i compiti e le raccontavo tutte le storie e leggende che mio padre, a sua volta, era solito narrarmi alla sera tardi. Mi completava, era una novità per me che avevo passato gli ultimi anni alle prese con un lavoro noioso e una moglie isterica, la cui dentatura era ogni giorno più consumata. Pensavo che i bei momenti sarebbe durati a lungo, ma un terremoto mi sconvolse e mi lasciò senza più nulla tra le mani. I terremoti sono annunciati da delle scosse minori, quindi forse è l’esempio sbagliato. Potrei dire che si è trattato di un fulmine a ciel sereno allora, mia moglie rientrò a casa un bel giorno con il Sole e mi disse che il nostro matrimonio era arrivato al capolinea. Mi accusò di essermi disinteressato di lei dopo la nascita di Maria e disse che una donna ha bisogno di attenzioni costanti altrimenti inizia a covare un rancore dentro di sé che prima o poi la porta a decisioni drastiche. Chiese il divorzio, ci fu un processo e lei vinse l’affidamento di nostra figlia. Poco dopo venni a scoprire da un nostro amico in comune che la mia ormai ex moglie si frequentava già da molto tempo con un altro uomo, più giovane e ricco di me. Si trasferì a casa sua con nostra figlia e si licenziò dal suo noioso lavoro, che poi era lo stesso mio. I viaggi in Europa e i fine settimana in Florida riempivano la sua nuova vita. Io stavo nella stessa casa da dieci anni e ogni mattina andavo a lavorare nello stesso ufficio da quindici. Negli anni ho dato tutto a Bonnie, qualsiasi cosa, il meglio di me. Non ho coltivato nessun tipo di hobby, nessun amico divertente e non ho praticamente parenti nel raggio di cento chilometri. A lavoro ero stimato, ma non mi dava poi tanta soddisfazione la cosa. Ero finito. Ero giunto anche io al capolinea come il mio ex matrimonio. Avrei potuto farmi una nuova famiglia, signore? Certo che no, come avrei mai potuto? Mi hanno portato via l’unica felicità della mia esistenza e lo hanno fatto in un modo perfettamente legale, con un’ordinanza di un giudice proprio come lei. Ho provato a suicidarmi decine di volte, ma mi sono sempre fermato sul più bello. Pregavo per mio padre, e speravo che in sogno venisse lui a darmi qualche suggerimento. E una bella notte con i lampi venne a trovarmi sul serio. Non era invecchiato di neanche un capello bianco e sembrava se la passasse piuttosto bene. Mi diede quello che potrebbe sembrare un ordine, ma in realtà era un prezioso consiglio paterno. Mi disse che non potevo fare finta di niente, avrei dovuto agire, ed agire in modo netto si intende. Netto come il taglio di un coltello ben affilato. Mia moglie avrebbe rimpianto per sempre tutto il dolore che ha portato nella mia vita. Non avrei mai dovuto sposarla lo so, ma ormai era troppo tardi. Era troppo tardi per tutto. Se non potevo godermi io il sorriso di Maria, allora anche Bonnie avrebbe dovuto imparare a farne a meno. La mattina dopo mi alzai felice dal letto, e corsi in cucina alla ricerca di un coltello che valesse la pena dell’opera d’arte che avrei disegnato la sera di quel nuovo giorno. Ne trovai uno che faceva al caso mio, molto spesso e seghettato, perfetto per tranciare il corpo di mia figlia in più parti abbastanza piccole da bollirle nelle pentole. Pensai al fatto di bollire mia figlia e fui subito colto da un momento di incertezza. Mio padre nel sogno mi aveva detto di mangiarla, ma non mi aveva suggerito un metodo di cucina preciso. Gli sarebbe piaciuto così oppure avrebbe preferito una cottura, per esempio, al forno? Non lo sapevo, avrei dovuto aspettare un’altra notte per chiederglielo, ma alla fine mi convinsi che contava il fine piuttosto che il mezzo. La mia missione era semplice in effetti, mi lasciava molta libertà e l’idea che ci fosse così tanto da improvvisare mi faceva sentire ancora di più l’ansia da prestazione. Passai la mattinata a pulire e disinfettare il mio coltello, e il pomeriggio mi dedicai alla musica di Handel ignorando le chiamate del mio capo. Era un lunedì, mi sono dimenticato di dirlo forse. Sarei dovuto andare a lavoro, ma non c’era niente di interessante da fare lì e sicuramente non avrebbero sentito la mia mancanza per un giorno. La musica classica è sempre stata una manna per la mia salute psichica, mi rilassava i muscoli del cervello e sembrava perfino che migliorasse la mia vista e l'olfatto. Ne feci il pieno, riposai sul divano fino ad ora di cena, e mi preparai per andare a cenare anche io. Trovai un vecchio giubbotto nell’armadio e lo preferii agli altri per la sua grande tasca sul lato destro e per il colore scuro. Andai in bagno a liberare i canali e mi risciacquai la faccia un’ultima volta. Una volta pronto montai in macchina e percorsi molti isolati fino all’abitazione della nuova famiglia della mia ex moglie. Sapevo dove abitasse grazie allo stesso amico in comune che mi aveva raccontato del suo tradimento. Il mio investigatore privato è stato un vero campione, e il suo motto è proprio questo: esiste sempre un amico in comune tra te e la persona con chi vuoi che ci sia un amico in comune. Ora di cena era passata da un pezzo e la mia pancia iniziava a brontolare e le luci delle case erano spente nel silenzio di una tranquilla stradina della periferia ricca americana. La mia macchina nuova era un catorcio, aveva un difetto al motore e faceva un rumore insopportabile, ma fortunatamente nessuno dalla casa mi sentì anche se parcheggiai direttamente nel loro giardino. Trovai le chiavi di riserva sotto il vaso che mi era stato indicato ed entrai con massima disinvoltura dentro la casa della mia ex moglie, siamo solamente all’inizio della notte. Salii le scale in punta di piedi, come i ninja dei film, e raggiunsi la camera di Bonnie. Lei dormiva sbavando contro il petto del suo nuovo amore, mentre lui le russava nei capelli. Li guardai per qualche secondo attraverso uno spiraglio creato dalla porta lasciata chiusa a metà. Sembravano così sereni e pensai che il suo nuovo uomo non fosse, in fin dei conti, così tanto più bello di me. Aveva pochi capelli anche lui e il suo russare era così fastidioso che pensavo avesse drogato Bonnie per farla dormire. Passai oltre e trovai subito, affianco la camera degli sposi, la stanzetta di Maria, la mia piccolina. Entrai nella camera senza far rumore come solamente i raggi di Sole sanno fare. Mi fermai in contemplazione del sangue del mio sangue, ma non avevo tempo da perdere, come i soldati nazisti che poterono osservare la torre Eiffel solamente un attimo prima di tornare alla loro missione. Avevo anche io una missione. Le tolsi il cuscino da sotto la testa, lei aprì faticosamente gli occhi e, prima che le se li stropicciasse, come una furia la soffocai mettendole il cuscino in bocca in modo che i suoi lamenti fossero attutiti dalla morbidezza della piuma e non svegliasse la madre prima del momento giusto. Fece molta resistenza, aveva davvero una gran voglia di vivere, altra caratteristica che non aveva ripreso da me. Fui colto da un piacere indescrivibile, un’erezione giovanile quasi, dalla pianta del piede fino all’ultimo capello con la vertigine. Sarebbe troppo facile dire che ci sente un Dio quando si prende la vita di un'altra persona, ma diciamo che per il mio ego comunque non è stato male. Presi la mia bambina in braccio e nel massimo rispetto della quiete pubblica tornai al piano terra e distesi Maria sopra il tavolo della cucina. Avevo il sangue alla testa, a quel punto ero completamente fuso ed irrecuperabile, non ci vedevo più dalla fame. Mio padre ne aveva parlato così tanto, con una tale gioia e passione, che non mi sembrava vero che le mie papille fossero così vicine alla carne tenera dei fanciulli. Trovai nella tasca destra il grande coltello e feci a pezzi quel bel corpino. Ottenni porzioni delle giuste misure e le misi nelle pentole cariche di acqua con un poco di sale e diedi fuoco ai fornelli. Un profumo che fa impazzire gli uomini di mondo conquistò la cucina, se non l’intera casa, e i fumi del piano cottura sembravano riflettere tra i giochi di giochi e le ombre l’intera vita della mia bambina. A momenti svenivo, mi stava scoppiando il cuore e le gambe mi tremavano. Inalando i vapori della piccola Maria ho provato una sensazione simile allo sniffare la colla, sentivo la testa leggera come la terra sulle tombe degli innocenti. Incominciai a girare per il piano in trepidante attesa e mi imbattei in uno stereo con affianco un’alta colonna di dischi. Non potevo credere ai miei occhi. Mia moglie aveva fatto benissimo a lasciarmi per il suo nuovo marito, finalmente lo avevo capito. Questo signore possedeva tutti i CD di Handel e Bach, una collezione così completa che potrebbe stare in un museo. Mi veniva da piangere, e non sto parlando dell’aglio che avevo appena tagliato per cucinare al meglio mia figlia. Mi trovavo davanti ad un vero spettacolo. Scelsi un disco nel mezzo e feci crollare l’intera torre. Infilai il CD nello stereo, alzai il volume al massimo e mi accesi una sigaretta lasciata sul tavolo della sala. Fumai davanti ai fornelli e mi sembrava che stesse procedendo tutto per il verso giusto, mancava poco. Mia figlia era a un passo dall’impiattamento. Abbassai la testa e chiusi gli occhi un attimo per un colpo di tosse in arrivo. Quando li riaprì, mi ritrovai la mia ex moglie e il suo nuovo marito davanti. Urla, sputi, lacrime, insulti, sangue, sudore, e la polizia che dopo pochi minuti venne, allertata dai vicini,a salvarmi dalla furia omicida del compagno di Bonnie. Avevo la faccia spaccata e un occhio fuori dall’orbita, ma non ho potuto fare a meno di vedere la verità sul più bello, poco prima che l’ambulanza mi portasse in ospedale. Mia figlia stava in piedi, con il volto rigato dalle lacrime, abbracciata da sua madre, nel giardino della casa, lontana dalla puzza della cucina. Ho realizzato il tutto in un istante, e l’istante dopo ero già cieco anche dall’occhio non fuori dall’orbita. La frenesia del momento e la lontananza del ricordo del viso di mia figlia mi hanno tratto in inganno. Avevo ucciso, ridotto in tranci e quasi mangiato la piccola Daisy, la figlia del nuovo compagno di Bonnie. Dormiva nella stessa camera di mia figlia, e la sfortuna ha deciso che cadesse lei tra le mie mani. Le ho inflitto pene senza senso, e ora Maria, la sua sorellina bastarda, è in guardia da questo mondo orrendo. Non solo non ho provato la tenera carne dei bambini quella sera, ma ho anche sbagliato vittima. Mio padre nel cielo non potrebbe essere più addolorato di così. E a me non importa, trovo godimento al pensiero del suo dolore. Io sono una sua vittima, signor Giudice. Non ho più la vista e rischio la pena di morte, ed è tutto per colpa sua. Mi ha dato delle speranze di plastica, mi ha convinto di poter fare cose per le quali non ho il talento. Non sono stato un buon padre, ma è per colpa di mio padre.

Chiedo la grazia a lei, prima ancora che al cielo.


Voce fuoricampo: “la corte si aggiorna, è ora della pausa pranzo”





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