scrivi

Una storia di Koneman1981

Allegria di contribuenti

-

381 visualizzazioni

3 minuti

Pubblicato il 04 marzo 2019 in Poesia

0



Ci potremo ancora dilungare

a fondo, respirando piano il piacere

goduto nel farlo

di guastare la mattina

con tanta allegria da asporto?

null’altro che cupole

sono vissute sulla nostra testa,

campanili mortali caricati davvero

che ci invitavano a piegarla,

cervice all’aria

aperta

e cagliosa al passaggio

della nostra figura

nel loro sguardo di latta impolverata

un abiurare al giuramento

al sussurro ingiungente

lo vedevi colare

come un solco di falce

sulla spugna del nostro avanzare

in una fedeltà serena

sottile filo di vite

allo scorrere giudice

di un rigoglioso ruscello


dapprima di granito,

il granito è eterno

ci accarezzava le tempie

da pistolettare con cura

in caso di forte crisi digestiva

d’apparato...

oibò ma ora ognuno ha la propria

di bolla smaltata;

di porfido islamico?

arenaria giudaica?

pronata nel fango, a farci affondare

una volta per tutte…

non basta un tessuto

bianco inerte

a soffiare via

il mondo complicato

dai nostri poveri occhi globosi.


anche la ceramica ha la sua atomica,

bello mio.

e se il cespuglio è sicuro,

perché da poco innaffiato

cosa potremo dire noi

poveri contribuenti!

dello sfacelo comune e generale

di ogni ordine e grado?

forse che abbiamo

un posto in prima.



perché seminare il bene

razzolare il meno peggio

racimolare l’unguento

dall’uomo felice?

tastarne la voluttà nel blocco

cementizio, attento scatarrato

di sementi vuote, lattiginose

annegate nella fermentazione,

imputridite nell’assuefazione

alla piazza del frumento

mangia in fretta cresci presto,

ke ripasso … senza impegno

lasciato a parte

ogni sdegno da disegno,

o prezzo di ribrezzo

furioso da labiale molle, suppellettile

imbellettata da schifare, bestemmia

da cacciare in gola, da assorbire

in papille molli, cedevoli

al regno che sta morendo

a milioni

in amicizia, beninteso?

sono piccole le mani

di coloro che vivono, ma forse

domani, non saprei

se più

urlano nel cieco dirupo

dello stinco livido

e insensato di una vecchia

carrucola mondiale

dall’ammasso creaturale

senza una virtù


recuperate il maltolto!

se avete tempo tra un tempo

e l’altro della partita

che non tornerà in giornata

una sciccheria la chiappetta

sulla grappetta di carne

di mio marito, oh cielo,

che dito! Carnoso quasi capillare

tentacolare nello strappo

del frutto dal ventre

quasi testicolare direi

ma nulla da fare

da mangiare e foraggiare

limpido scoraggiare

in testa di scimitarre

arrugginite dal compromesso

storico come la cancrena

della nostra arca societaria,

tanto a fondo perduto

che di quanto tu pensi

non v’è rimasto

che l’unto primordiale…


e se invece dicessi

che non è vero niente

che tutta questa girandola

di gente, di colla agglutinante

non porta a nulla

senza sentirne le campane

dal loro suono stridente

altalenante

abbacinante /se vi pare;

sculettante di felicità

bruciante

per le schiere a testuggine

lucenti e carezzanti,

trremolanti nei lividi inferni

che ci chiudono a cuore

nelle strade d’infanzia

cosparse di benzina


e se nell’umore di misera topina

pieghi la testa sul forno

quello acceso verso Cracovia

allora te ne accorgi

vedi le fiamme sulla salita

la città dei bambini quasi trovata

che sfila turrita

di madide catene, salve

ma che nulla risolve, impura

di ogni nostra virtuale paura;

tanto più che magrebini

son questi istinti

di declinazione, non fissa

in tanto epocale esposizione,

che a trattarla farebbe male

se non la cedessimo

all’exportatiòn

senza exploitatiòn

per carità!

della popolassione minacciata

da un furore di fornicazione

che gode la liberazione

dal labbro bagnato

di guardone,

o virgulto belato!


ma quant’è in pregio

l’orgoglio e il furore

la passione la farneticazione

da recinzione scura

imperlata di vipere

protetta dalla persecuzione

del comun dolore e rinata

nel tempo dei giochi –

la recriminazione

simulata, vinta in mortale ironìa

verso gli ultimi rintocchi.


Vergogna?

mi alzo e maledico

mille volte e poi cinquanta

senza per questo rincuorarti

della morta sostanza, della rivalsa

del ciuffo d’erba, accarezzato piano

piano

secondo volo attraverso il corpo

brucia calore il sole terso;

brama doppiezza

magone di falloppio, come voragine

a cartagine, il blu assassino

su un grattacielo

sott’acqua; e non so

se ne ho

più la forza



esimentissimo!

reverendissimo…

gorgogliantissimo

morigerato florilegio

di compost ambientale

riuscirai?

in cotanto spazio

di croce monumentale

ad accreditarti per la fine

in preparazione –

credo di no, un no che sia

un no

a denti scoperti, piccoli

guance di garzone

incendiate dal freddo,

sulla strada

cara e risaputa

di un altro bastone

padronale.


gennaio 2003


ffff





Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×