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Una storia di Barbarella49

Uno strano caso

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7 minuti

Pubblicato il 17 marzo 2021 in Fantascienza

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Luca disse a John: "Non ce la faccio più, ho freddo".

"Cerca di resistere, siamo quasi arrivati. Anch'io ho freddo e sono esausto".

Il viaggio per raggiungere le isole Svalbard fu lungo, prima presero un aereo per Oslo, poi un secondo volo per Longyearbyen, la capitale dell'arcipelago e infine si imbarcarono su una nave rompighiaccio. Là si era in pieno inverno e il sole non si faceva ormai vedere da mesi: era la lunga notte artica. Le isole Svalbard erano avvolte nella nebbia, un panorama sterile si presentò ai viaggiatori. Dovunque lastroni di ghiaccio e lande desolate. Piramide sorgeva alle pendici del monte, spettrale, imponente e maestosa.

"State attenti agli orsi", li aveva avvisati la guida e aveva raccomandato loro di munirsi di fucili per difendersi.

Si avvicinarono a quell'insediamento semi abbandonato, un tempo abitato da minatori; imbracciavano fucili, il rischio di essere attaccati da orsi polari era molto alto. Diversi turisti avevano perso la vita, per questo motivo.

" Ce l'hai con te?" chiese Luca a John.

"Si certo, eccolo" . John tirò fuori dalla tasca del suo zaino uno strano oggetto cilindrico. Anche Luca tirò fuori il suo e anche Steven.

" Il microchip ce l'hai?" , chiese di nuovo Luca.

"Si certo, lo vuoi vedere?"

"No, non importa" , rispose Luca.

"Questa storia ha dell'incredibile!", continuò John.

"Menomale che non siamo soli, insieme forse possiamo farcela".

Ciascuno di loro ripensò a quello che era successo un mese fa.

Luca aveva rinvenuto, nel corso di uno scavo a Taranto uno strano cilindro. Lo scavo era stato fatto per studiare la causa di un forte inquinamento, che aveva provocato la nascita di 600 bambini malformati. Analizzato l'oggetto nel suo laboratorio Luca si era reso conto di trovarsi di fronte ad un esemplare unico nel suo genere. Nel toccarlo Luca aveva subito una forte ustione alla mano, che giorno dopo giorno era andata peggiorando sempre di più. Accanto al suo dito mignolo era nata un'escrescenza. Analizzò anche questa e si rese conto che si trattava di una vera e propria mutazione genetica. Era un biologo e non conosceva nessun essere vivente sulla terra che presentasse un simile patrimonio genetico.

Steven un geologo, trovò il cilindro nel cono di un vulcano spento in Nuova Zelanda, lo portò a casa e il giorno dopo guardandosi allo specchio, vide una trasformazione stupefacente.

I capelli ormai radi e in gran parte imbiancati dal tempo erano incredibilmente rinfoltiti e avevano coperto le profonde stempiature che aveva da qualche anno a quella parte. Le rughe che aggrinzivano la fronte si erano distese in pochi secondi e avevano lasciato il posto ad una pelle giovane e liscia.

A trovare il cilindro di John, un ingegnere elettronico che viveva negli Stati Uniti, fu la figlia che lo portò subito a far vedere al padre. John lo aprì, dentro trovò un microchip e lo inserì nella macchina che aveva ideato per estrapolare da questi dispositivi più dati possibili. Immediatamente un ologramma venne proiettato sulla parete. John rimase basito. Una strana creatura apparve nella stanza: aveva un corpo mostruoso con tanti tentacoli azzurri luminescenti, la testa però era quella di un essere umano. Iniziò a parlare nella sua lingua, mentre i tentacoli oscillavano pericolosamente verso di lui. John pensò più volte di scappare ma era come bloccato, le gambe non rispondevano più. Era caduto in una trance ipnotica, dove le uniche cose che sentiva erano le parole della strana creatura. Sconvolto com’era riuscì a carpirne solo qualcuna: "Cilindri, mutazioni genetiche, cloni, Aldebaran…" Poi lo strano essere indicò un punto sul muro, dove aveva trascritto qualcosa d’importante. Infine svanì nel nulla. A John gli ci volle un po’ per riprendersi, quindi spinto dalla curiosità lesse quello che gli aveva lasciato scritto nel punto indicato. Riuscì a decifrare lo strano messaggio. Diceva di recarsi a Piramide, un insediamento semi abbandonato in Norvegia, dove gli alieni avevano la loro base operativa segreta. John quello stesso giorno controllò il suo computer e lo sguardo gli cadde su di un appello lanciato su Instagram da un certo Luca, biologo italiano che chiedeva se qualcuno avesse trovato degli strani oggetti di forma cilindrica in prossimità di una zona dove era stato rilevato un inquinamento più alto del normale.

Era così che si erano conosciuti John, Steven e Luca.

Con circospezione i tre uomini aggirarono l'edificio. Fuori da questo, delle guardie vestite con divise militari imbracciavano delle mitragliatrici. Avrebbero sparato su di loro a vista. Meglio nascondersi, per il momento. L'occasione per entrare si presentò loro quando un orso minaccioso si avvicinò alle guardie, le quali per difendersi si distrassero abbastanza da permettere ai tre uomini di entrare. Lo spettacolo che si presentò ai loro occhi fu impressionante. L'interno era imponente e dopo un lungo corridoio si aprivano le stanze; alcune enormi, altre più piccole. In una di queste videro delle cabine di vetro, al cui interno c'erano dei corpi, presumibilmente umani, che galleggiavano nell'acqua, in una sorta di liquido amniotico. A controllarli una giovane donna bionda molto avvenente. John si stropicciò gli occhi incredulo. Non poteva essere vero! Sua moglie Barbara? Era uno scherzo o era proprio lei? Iniziò a spiarla. In effetti le assomigliava parecchio, gli stessi capelli biondi, gli stessi occhi azzurri limpidi come due laghetti di montagna, gli stessi modi di fare, le stesse movenze. Era lei! Non c'era alcun ombra di dubbio. Cosa ci facesse in un posto come quello era una domanda alla quale non riusciva a dare una risposta.

Forse era sotto l'effetto di allucinazioni provocate da qualche sostanza inalata in quella specie di bunker.

Non era facile nascondersi alla vista delle guardie superaccessoriate, così quando a John cadde inavvertitamente il cilindro che teneva nella tasca dei pantaloni, che batté con un colpo sordo per terra, il suono di una sirena cominciò a diffondersi ed era così alto e acuto che dovettero tapparsi le orecchie. Erano stati scoperti! Presto li avrebbero catturati e così fu. Vennero portati in una stanza, al cospetto di tre individui, due extraterrestri, con il corpo di piovra e la testa umana e la moglie di John.

John guardava sbalordito quella che fino a poco tempo fa era stata sua moglie, una donna che amava e con la quale aveva messo al mondo una figlia.

Barbara iniziò a parlare. Spiegò che anche lei era un'aliena. Lei e la sua gente provenivano dalla lontana Aldebaran, una stella arancione, nella costellazione del Toro. La loro stella era prossima alla morte e quindi avevano deciso di viaggiare nello spazio, per trovare un altro posto dove vivere. Avevano avvistato la Terra, da loro ritenuta adatta per i loro scopi e avevano deciso di insediarsi lì. Ma siccome non avevano un aspetto umano cercarono un posto disabitato, che avrebbe accolto i loro esperimenti e lo trovarono a Piramide. Iniziarono a rapire i primi esseri umani e a fare prove e alla fine riuscirono a clonarli, sostituendosi via via a loro. Gli alieni iniziarono a vivere nel mondo senza che nessuno se ne accorgesse. Gli unici che sapevano, i grandi, i potenti della terra preferirono stare zitti, anche perché gli extraterrestri avevano minacciato di distruggere il pianeta, se avessero svelato i loro piani. Le uniche prove di questa colonizzazione erano contenute nei cilindri rinvenuti dai tre uomini: in realtà ne esistevano quindici in tutto, tre per tipo: cinque in grado di produrre mutazioni genetiche, cinque che contenevano l'elisir dell'eterna giovinezza e cinque contenenti istruzioni in codice per produrre dei cloni, principalmente di umani, ma anche di animali.

I tre uomini si guardarono tra di loro. John era sconvolto, non solo aveva sposato un'aliena, ma non si era mai accorto di nulla.

La implorò di ripensarci, perché loro erano una famiglia, se non lo voleva fare per lui, ma almeno lo facesse per la figlia.

Barbara pensò a cosa avrebbe potuto fare, per il bene comune. Ma doveva decidere alla svelta. Non voleva che sua figlia venisse a sapere la verità e così per la prima volta si vergognò di se stessa.

«Come aveva potuto fare una cosa simile?» pensò.

Certo era condannabile per quello che aveva fatto, ma aveva agito per un bene comune, per salvare gli abitanti della sua stella.

Da comandante prese la decisione che reputò più giusta. Ciò che stava per fare aveva un prezzo molto alto. Lanciò uno sguardo d'intesa a suo marito e disattivò il controllo delle guardie.

Quindi aspettò che i tre uomini uscissero.

A quel punto chiuse gli occhi, premette un bottone ed una nuvola di luce, seguita da un enorme boato, avvolse la struttura facendola esplodere.


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