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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine PICCOLI OMICIDI QUOTIDIANI

A Mysteries Collector / 2

Mavruz in Me : La Stanza dei Giochi Impossibili.

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23 minuti

Pubblicato il 09 ottobre 2020 in Horror

Tags: #Esorcismo #Esoterismo #Mistero #Nero #Parapsicologia

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Mavruz in Me
Mavruz in Me

A Mysteries Collector / 2

Mavruz in me : La Stanza dei Giochi Impossibili.



Nessuna leggerezza appare così colma di particolari da occultare ciò che allo stesso tempo, si nasconde e si rivela all’interno della costruzione parzialmente elaborata di questa magione che mi detiene prigioniero. Per quanto, nella sua pur lineare oggettività, il tratto risulta qua e là rimarcato da altra mano che insinua nel disegno architettonico una visibilità terribile e nefasta che oltraggia il segno originario, senz’altro più deciso e scaltro, nella contrapposizione dei ‘vuoti’ e dei ‘pieni’ strutturali a sostegno dell’intera costruzione onirica.

In questo labirinto di pensieri e di sentenze da cui emerge un 'mistero irrisolvibile', il significato strutturale, 'nonostante la ragione e nonostante il credere e il progresso', non trova una conoscenza utile a dare una risposta univoca di verità assoluta. È nondimeno nei ‘vuoti’ mai inondati di luce che non sia l’opaco candore della carta, sulla quale, soggiace un neutro, indistinto sentore; che nei ‘pieni’, non sempre oscurati da spesse ombre, aleggia un lucore sommesso di fiamma perennemente accesa. Solo dietro una finestra che mai s’oscura, lontana dagli sguardi impropri, s'avverte un’esperienza lata che sempre si rinnova a determinare la triste fatalità del destino, similmente a una ‘entità’ che s’agita, a voler impedire lo svelarsi di un antro medianico che la ragione sottrae alla vista.

"È probabile dunque che anche il credere dipenda da qualcosa, non da un procedere metodologico, ma piuttosto da un diverso sentire che riporta ai sentimenti e alle emozioni. […] Come posso pensare la verità, se è irraggiungibile? E, senza questo punto di riferimento, non solo avverto qualche dubbio, ma tutto lo diventa fino a poter concludere che tutto ciò che dimostro e in cui credo è errore."(Andreoli)

Qualcosa di funesto che fa del mio Signore un pericolo per la mia stessa sopravvivenza, onde ‘sottrarmi alla vita’ o ‘fuggire dalla vita’ ha per me un significato comunque inconfutabile, sebbene diverso, che si rivela in me nel riconoscimento del suo essere anfitrione di se stesso, mentr’io, Mavruz, chiuso in me stesso, altro non sono che il suo miserabile servo.

«Sei tu Mavruz, il cane infedele che avanza?», biascica il mio Signore dal giaciglio del suo putrido letto, in uno dei suoi rari momenti di affettiva lucidità che, in fondo, se non ciò che è stato e che di volta in volta crede di essere, egli è anche tutto quello che gli altri pensano ch’egli sia.

Son io, Mavruz, chiuso in me stesso, il giullare maldestro, maschera e volto di quel goffo e impacciato Rigoletto che sulla scena reclama la propria identità, quasi fosse il massimo della determinatezza o, in assoluto, il fondo della generale stupidità davanti ai Cortigiani che lo denigrano; coi quali però il mio Signore, intrattiene un rapporto di parità, considerandoli in cima alla catena gerarchica del potere, la cui autorità gli consente l’oppressione dell’umanità deferente che egli pur brutalizza servendosi della sferza dentro e fuori del suo letto di goduria. Del resto invano la filosofia, da sempre incita a considerare le qualità pregresse come anteriori al diritto come alla pena, “..la ‘volontà’ può acconsentire, l’anima, l’intelletto, mai” (Poe). Pur tuttavia ogni singola posizione, ritagliata su posizioni diverse, non esclude l’ambivalenza dell’appiattimento e della condivisione di una duplicità umana che, in qualche modo, è anche divina, almeno stando all’insegnamento ricevuto dal mio lussurioso Signore, al fine di imprimerlo bene nella mia mente.

«Sei tu, Mavruz?»

Sì mio Signore, son io Mavruz, chiuso in me stesso, filosofo del residuale, che imprime d’orrifico l’anima immorale, e che parlando di sé, si autodefinisce figlio del “..fascino irriguardoso e contiguo dell’animalità, l’aggressività e la virulenza animale che ri-emerge nella passione umana” (Bataille). E nonostante in me parli la voce della ragione, tutto quanto ‘appare’ in superficie, partecipa di una contiguità attraversata dalla perversa natura del mio Signore, composta della stessa materia gassosa dei suoi escrementi che sostano nella stanza e che l’avvolgono di mefitiche esalazioni.

«Sei tu, Mavruz, perfido infame?»

Son io Mavruz, chiuso in me stesso, l’abile banditore, che chiama a raccolta e accoglie i ‘compagni di giochi’ del mio Signore, troppo vecchio e acciaccato per partecipare ai festeggiamenti, e troppo giovane per rinunciarvi definitivamente. In verità, neppure io, non avendo particolari obblighi perché debba farlo, non vi prendo parte lasciando che la mia vita mi sfugga solerte dalle mani. Più semplicemente non voglio allontanarmi dal mio Signore, ecco tutto. Del resto, in questa mia mancata dipartita, si racchiude il senso pieno del mio restare. Quand’anche sappia già, di non poter continuare a starmene nascosto nell’ombra più a lungo, che il segreto che oggi non può essere svelato, infine sarà manifesto.

Ciò nondimeno aspetto che uno sguardo benevolo giunga a destarmi attraverso l’intercapedine dei muri di questa mia prigione … che “..l’umanità sia vissuta solo di ciò che è avvenuto nel periodo assiale, di ciò che già allora è stato pensato e creato” (Benjamin) nel bene come nel male? – mi chiedo, usando parole non mie, riferite alla contemporaneità cosmica in cui vedo bruciare tutto nel fuoco dell’inferno. È dunque del fuoco la macchia rosso sangue che dilaga all’interno di questo oscuro maniero/cattedrale/castello ove, il mio Signore ed io, restiamo invisibili al passare inesorabile del tempo che già il respiro affanna … quella dunque, l’unica finestra dal vetro infranto che apre verso l’interno della stanza, e che il fuoco, tornato ad ardere nel camino, ravviva di un colore arcano, come di brace.

Quasi che il defunto pur avendo conclusa la sua permanenza neppure si accorge di guardare il suo cadavere. Da cui, il fetido afflato dell’orrore che lo abita, la malvagia disposizione che porta alla condanna, alla pena, al castigo del reo che approfittando della penombra, pur cerca di penetrare nel pretestuoso principio di morte che domina questo spurio feudo di sale.

«Maaaavruz!, ti ho detto di mettere altra legna sul fuoco, fa freddo in questa stanza!»

Adesso vogliate scusarmi, se non m’intrattengo oltre … che già il mio Signore mi chiama. Mi incorre l'andare …

«Cosa c’è ancora, mio Signore?»

«Ho freddo, metti dell’altra legna sul fuoco, o finirò per bastonarti ben bene. Tu non vuoi ch’io ti bastoni, vero Mavruz?»

«No, mio Signore, sono certo che presto troverò pur qualcosa da ardere», rispondo, e so già che finirò per bruciare i suoi papiri che lascia sparsi dovunque, sopra il letto, sul pavimento, nei cassetti della sua mente visionaria e allucinata, scritti per lo più in una lingua che non è la mia, fatta di oscuri richiami incomprensibili, di citazioni arcane, di simboli alchemici e metafore di un’arte sacrificale, misteriosa, che espone seni tagliati e spade conficcate in petto, teste mozzate e violenze carnali, crocifissioni e torture, da riempire tomi di letteratura criminale. Una ludoteca dell’orrore che il mio Signore si compiace di ostentare davanti alle mostruose divinità che presidiano i cancelli dei cimiteri e le porte degli inferi, esigendo tributi di sangue per la bieca devozione che lo spinge all’adorazione del male.

Del resto si sa che quand'anche la legna arda troppo in fretta, brucia altresì velocemente e più rapidamente si consuma. E quando la fiamma che l’avvampa si assopisce sotto la brace, più non basta a illuminare la stanza dove, del buio avvezzo, più s’addensa lo spirito del mio Signore che ostinato si concede i dettami di un più alto sapere, dimostrando di non essere poi quella bestia immonda, o solo quel despota incontenibile che abita il lato oscuro delle cose … che … ma aspettate, se avete ancora la pazienza di ascoltare ciò che ho da dire, vi narrerò di altre inammissibili cose che la ragione fin qui mi ha suggerito di tacere.

«Maaaavruz!!!!, Maaaavruz!!!!!!!, cos’è che crocchia nel fuoco, fai qualcosa, mi disturba!»

«No, mio Signore … non ce n’è più nella legnaia

«Non è la legna, dunque, cos’è?»

«Sono i suoi orrifici pensieri, le sue idee malsane, i suoi scandalosi comportamenti, le sue utopiche congestioni, che scrive sulla carta da culo, le sue morti e resurrezioni, mio Signore», dico a mezza bocca.

«Si può sapere che vai bofonchiando?»

«Niente, mio Signore, riflettevo sull’esistenza, su un’intuizione … »

«Un'intuizione, tua?»

«Sì mio Signore, onde separare la morte coatta dall’infame destino, affrettandone il tempo affinché sopraggiunga la vostra resurrezione.»

«Forse non sei poi così ignorante, Mavruz, poiché …“ gli dèi (beati) sono senza destino (perché immuni), e la felicità e la beatitudine, così come la disgrazia e la sventura, al pari dell’innocenza e della colpa, per loro si conducono fuori della sfera del destino, per essere altro” (Jaspers).

«Beh, se non altro essere al servizio di un così colto Signore quale voi siete, qualcosa m’insegna …»

Ma forse una ragione infine c’è seppure dei suoi costrutti non mi è dato sapere e, non arrivo a comprendere cosa mi riserva il futuro, o più semplicemente, questa continua astrazione inconscia del presente, ove pur se oggettivamente non muore nessuno, la stanza pullula di cadaveri eccellenti.

«Mavruz, infame villico, non senti che bussano alla porta?»

Chi mai osa disturbare il mio Signore a quest’ora, in questa notte gelida d’inverno?, mi chiedo, tuttavia senza muovermi dal mio angolo buio.

«Maaaavruz, vai ad aprire ti ho detto, bastardo infame!!!», grida ancora il mio Signore.

«Vado, vado, ma che mi si dia almeno il tempo!»

Apro, o meglio, fingo di aprire.

«Prego, entrino pure», giusto in tempo che l’ora di cena s'appresta, mi dico, inchinandomi ai fantasmi degli dèi che non chiedono d’essere annunciati.

Prego entrate pure. Il mio Signore vi aspetta inquieto.

Uno dopo l'altro, sfilano gli dèi nascosti che stanchi dell’attesa: Anubis per primo si fa avanti, il verde “signore dei morti che presiede alla mummificazione dei cadaveri” e regna negli antri più bui del profondo, dal quale si diparte la ‘nave’ per l’al di là. Ed ècco Seth, nelle sembianze di animale, un dio violento dalle caratteristiche ctonie, “signore del male” e del temporale (neshemi), delle scure nuvole di tempesta (qeri) come “vento funesto”, o tuono (nhemhem), considerato come il ruggito del cielo che spaventa.

E ancora Baal, il nano assetato di sangue che genera paura, e il Minotauro, uscito dal suo labirinto di mostruosi dubbi. Lo seguono le Gorgoni e le Arpie che abitano gli antri nascosti, anch’esse accorse a governare un sì devoto discepolo. E il peculiare Dioniso, e il perfido Apollo, i Dioscuri, Giano bifronte e le Erinni ivi condotte da Medusa, che solitamente procurano gli incubi e governano i turpi appetiti sanguinari del mio Signore. Una turpitudine di gente senza domani, senza più dove, venuti a trasformare questi momenti bui e desolati in un carnevale di putride carogne assatanate, che nell’ipocrisia dei loro esseri pur recano doni: un velario di lino bianco, un panno candido da sudario, onde nascondere il letto-baldacchino-santuario del mio Signore agli occhi indiscreti, per ungerlo con gli odorosi oli e le erbe aromatiche che s’addicono alla sua turpe magnificenza.

Quand’ecco si dispongono ai bordi del suo trono-capezzale-cesso, di morbidi cuscini e lame affilate di emorroidi sanguinolente, onde il sacrificio al dolore è pari alla felicità che pur è data a ognuno, e che anch’io mi porto dentro, ma che essi in fondo, nel porgere tali servigi, in realtà negano al mio Signore.

«Dove sei tu, viscido verme indegno della mia prodigalità?»

Son qui Mio Signore! Mavruz, chiuso in me stesso, l’abile banditore, che accoglie i sempiterni dèi “compagni di giochi” del mio Signore, troppo vecchio e acciaccato per assistere ai festeggiamenti, e ancor giovane per rinunciarvi definitivamente. Del resto anch’io, non intendo arrendermi, semplicemente non mi decido ad allontanarmi dal mio Signore, ecco tutto! Questa mia mancata dipartita in fondo, è tutto il senso del mio restare, una lunga attesa senza tempo.

Una moltitudine di gente assurda, da trasformare questi bui giorni in un carnevale di putride carogne assatanate che avanzano recando nelle mani il velario di lino bianco, il panno candido del sudario, onde nascondere il letto/baldacchino/santuario del mio Signore agli occhi indiscreti, per ungerlo con gli oli odorosi (puzzolenti) e le erbe aromatiche (marcescenti) che s’addicono alla sua invereconda maestà. Ed ecco già si dispongono ai bordi del suo trono/capezzale/cesso, arredato di morbidi cuscini e lame di vetro affilato, onde sacrificare al dolore, quella godimento compiaciuto che reca solo l’esercizio sadico del potere. Ché, nell’accordargli tali servigi, in realtà negano al mio Signore la sua potestà regale, trasformando la sua pur dignitosa eloquenza, in affabulazione di ricattabile succube.

«Maaaavruz!, bastardo indegno della mia prodigalità, sei tu o chi altro?», tuona ancora il mio Signore.

«Noi!», improvviso, perché sospetto abbia sentito il fetore di quelle visite nauseabonde.

Chiede il mio Signore, in uno dei rari momenti di lucidità. Sono io, Mavruz, chiuso in me stesso, il giullare maldestro, goffo e impacciato come quel Rigoletto emaciato che sta per andare in scena e che da sempre reclama la propria identità: maschera, o volto?

«Voi o chi altro?»

«Sì, noi», a domanda rispondo.

«“Cortigiani vil razza dannata”, siete voi, dunque, presi a soggetto di questo destino infame, che mi accordate l’incombenza della pena.»

«Sì, noi!»

Rispondono all’unisono i fantasmi presenti e al tempo stesso assenti, mostrando in volto una parvenza di cadaveri che, quand’anche siano chiamati sulla scena, per la sventurata fine che li aspetta, vanno incautamente nudi in giro per la stanza. Che solo il corpo nudo partecipa della colpa e della pena in ragione dell’apparenza, che alcun bene può venire dall’accettazione di “un castigo meritevole di una colpa ingiustificata”.

Ed è come se m’abbandonassi ai ‘giochi impossibili’ di un’altro io, virtuoso o virtuale ch’io sia, quegli stessi che il mio Signore ha inventato per sopravvivere, e che pure non gli danno la certezza di un’esistenza vissuta per intero, nello stesso momento in cui la vive. E che lo vedono proiettato altrove, in un non-luogo in cui siamo entrambi disperatamente proscritti, al pari di un’ingannevole illusione. Che accettare l’impossibilità di formule certe, equivale a credere di essere padroni di tutto e, in qualche modo, di poter assurgere all’immortalità, quando invece non si è padroni di niente, e si è perennemente soggetti al ruolo di mortali.

Maschere che mostrano nei loro volti parvenza del suo e del mio stesso volto, avvalorando, per quanto impossibile possa sembrare, come “..ogni azione tragica, per quanto sublime inceda sui suoi coturni, getta un’ombra di sottile ironia, nel suo contesto più proprio” (Eco), il cui solo alitare provoca in lui un freddo gelido lungo la schiena e negli inconfessati anfratti della sua anima nera.

Onde alcun bene può venire dall’accettazione di “un castigo meritevole di una colpa ingiustificata” a causa del suo falsato rapporto con la ‘verità’. Quello stesso castigo accordatomi ‘per una colpa non commessa’ esercitata dal potere sovrumano, quasi divino del mio Signore che io solo mi porto dietro. Egli “..sa di essere migliore dei suoi dèi, anche se questa conoscenza gli toglie la parola, che rimane pressoché muta” al cospetto della volontà suprema: “Ciò non significa che la concatenazione di colpa e castigo sia improvvisamente disciolta nella purezza, anche se purgata e riconciliata, dell’uomo nei confronti del puro dio” (Jaspers), contro la simulata innocenza del mio Signore.

«Maaaavruz!, serpe velenosa che mi porto in seno, fai presto, servi da bere ai nostri graditi ospiti.»

«Da bere, Mio Signore?»

«Ave felix creatura / quam produxit vitis pura / omnis mensa stat secura / in tua presencia / … / Vinum bonum cum sapore / bibit abbas cum priore / …» (anon. Medievale), ergo canta il mio Signore.

«Sì, versa loro un poco di elisir, ma prima metti del veleno, che liberarmi voglio di questo consiglio immondo, senza consenso.»

«Se è questo che vuole il mio Signore, l’accontento subito.»

In fondo è come se mi abbandonassi ai ‘giochi impossibili’ di un ‘io’ virtuoso e virtuale, che di volta in volta si re-inventa la propria sopravvivenza, e che mai ha la certezza di un’esistenza vissuta per davvero. Allo stesso modo che nell’assemblaggio di un puzzle in cui è in palio il raggiungimento di un’immagine, dove le tessere non sono proprio la copia conforme della figura che si vuole portare a compimento, per cui il ‘gioco’ non permette il raggiungimento dello scopo prefissato. Quasi che l’immortalità voglia giocare lo scherzo di uscire dal gioco, mentre entrambi, il mio Signore ed io, viviamo proiettati altrove, in quel non-luogo che s’esprime oltre il bordo del foglio di carta, a cui pure disperatamente aneliamo, nell’ingannevole illusione dell’attesa.

«Un gioco?, forse!», che il mio Signore utilizza per affogare nel male i conflitti che ne possono scaturire nel tempo piano della sua cattività.

Dire di aver perso la cognizione del tempo sarebbe un’affermazione iniqua e senza significato, almeno per me, cui il riposo mi è da sempre negato, giacché vedo passare il tempo nella vana illusione di chi ciò che sono, o che forse sono diventato, quando, “..già avverto la vita scorrere lungo un corso d’acqua che si disperde nella pianura senza riuscire a fondersi nel fiume della realtà” (Rella). Forse dopo tanti secoli di silenzio coatto, questo può sembrare un misero tentativo di riscatto, mentre è la volontà di liberarmi d’ogni incombenza e fare spazio dentro me, rendere concreta e più visibile la mia fine.

«Mavruz, sei tu che brontoli, pusillanime nullafacente?»

Sono io, Mavruz, chiuso in me stesso, succube occulto che rispondo, benché nessuno mi costringa a farlo, per quanto mi porto dentro la consapevolezza di voler comprendere quanto di male ancora persiste nel profondo del mio Signore, e conseguentemente di me. E seppure sbiadito come può essere un vecchio fotogramma che sbianca se esposto alla luce, sono convinto che non ciò che inizia debba necessariamente conoscere una fine. O almeno, non ciò che non consegue a un prima e un dopo, senza concatenazione tra causa ed effetto, porti infine a una unica folgorante consapevolezza di ‘essere’ se stessi. Quella stessa che si va definendo in me, riferita al mio Signore, di un esemplare originante, quasi di ‘logos’ allo stato nascente, o forse di ‘archetipo’ linguistico raccolto alla fonte, prima d’ogni inquinante contaminazione ‘moralmente positiva’, altresì ‘negativamente amorale’.

«Che cosa resta di ciò che muore, se davvero qualcosa muore?», mi chiedo, ancorché oscurato nella penombra della stanza, mi ritrovo a rincorrere gli spauracchi orridi che occupano le notti insonni del mio Signore

Così come a ripetere i gesti istrionici di un fare teatro a braccio che non prevede copione, come egli stesso dice: «Fatto per gioco, forse, o ancor più per noia..», che anche la noia è figlia del tempo che passa, e talvolta può essere mortale.

E se lo è per gli umani, ancor più dev’esserlo per i falsi déi e quei meschini eroi che, solo perché entrati nel mito, si sentono immortali. Allora bisogna fermarlo il Tempo, lasciare che l’ora sfugga al quadrante, che arrivi la quinta stagione del sacro vincolo che tiene la Terra legata e pur indipendente dagli altri pianeti che compongono il cosmico universo. Che nessuno è quel che veramente crede di essere, benché ognuno è particella cosmica dell’intero creato.

"Ecco il senso profondo di quel «qui e ora», hic et nunc. È un errore credere che il saggio sia colui che pensa, al contrario è proprio colui che attiva tutto quanto gli è possibile per incontrarsi con il mondo che in quel momento è in relazione con lui." (Andreoli)

Ciò fa sì che il processo del consenso che da sempre riservo al mio Signore, mi porti incondizionatamente a sottomettermi al suo volere, all’autorità che egli rappresenta, al potere che egli detiene, trascurando, a lungo andare, se ciò possa condizionare o meno la mia stessa esistenza.

In realtà non conosco un modo alternativo di condurmi, né mi sento così preparato da perseguire altro costrutto architettonico diverso da quello disegnato dal mio Signore, capace com’è di polarizzare e manipolare gli altri contestualmente alle proprie idee, e di volgere al proprio scopo i suoi iperbolici giochi di potere.

«Maaaavruz! Maaaavruz!!!» - grida il mio Signore, interrotto da uno colpo di tosse cui segue un fiotto di sangue che imbratta le federe dei cuscini.

«Maaaavruz!, sei tu?, rispondi maledetto demonio..»

Domanda il mio Signore, sempre con lo stesso modo adirato, anche se finge di non saperlo, che sa dov’io mi trovo in ogni istante, percepisce ogni mio spostamento, ogni mio sospiro, mostrandosi talvolta magnanimo davanti alla pochezza di voler essere me stesso, che egli considera insurrezionale, dicendo «..che perseguo un comportamento non adeguato a una falsa moralità, per quanto tediosa e obsoleta possa sembrare.»

«Maaaavruz!!!»

Grida ancora il mio Signore con quanto più fiato ha in gola, a voler viziare i miei fermi propositi di moralità nei suoi confronti, coi suoi fanatismi di violenza volti ad attuare il male, che per la sua collera grondano sangue le pareti dell’intera costruzione. Dacché, l’io pur smisurato che in lui si rivela per effetto di un’inflazione irrefrenabile che non concede pausa alcuna, torno a inseguire il suo infinito ‘’ pur senza raggiungerlo. E qui egli si perde, s’abbandona, declina, affidando all’io virtuale di realizzare una ipotetica fuga attraverso la manomissione delle lancette del Tempo che si annuncia solo momentanea, ma che pure, egli dice, gli permette di superare il varco, rosso di sangue, dell’unica finestra presente nella ‘stanza’, e involarsi nel pieno della luce da cui pur egli proviene, in quanto angelo caduto e meta determinata del suo massimo ego.

Ma il peggiore dei mondi possibili è immerso in una luce sospesa, rifratta, che passa attraverso le masse gassose che stanno più in basso e che riflette dell’instabilità dell’intelligenza e delle fobie che colgono le menti più sane, i raptus sessuali improvvisi e violenti che gli consentono di perpetrare tutti i connubi possibili, da cui uomo/donna/uomo, donna/donna, uomo/animale, donna/animale, uomo/uomo, aggressività, ostilità, violenze, stupri, omicidi e altri orrori e nefandezze d’ogni tipo, tali da superare ampiamente ciò che la mente umana è in grado di escogitare.

«Mavruz, dove sei, figlio di cane?»

Chiede il mio Signore con aria dismessa e pur interrogativa, mentre con lo sguardo vaga per la stanza in tutte le direzioni che la sua bussola visiva gli permette, quasi a voler spaziare in ogni angolo della Terra, alla ricerca di altari da profanare, anime candide da violare, corpi nudi da oltraggiare, sempre godendo della propria libidine cieca, come dentro una camera oscura, insieme d’inviolabile segretezza e di contiguità. Una fascinazione allucinata che ogni volta apprende dalla sua immaginazione malata, o forse da un certo tipo di spalto da cui osserva i comportamenti umani, capta i segreti occulti e gli spiriti malsani. Così come, struttura nelle strutture, assorbe i suoni e le voci di quanti pongono l’affabulazione al servizio della vanità, della dissolutezza delle proprie perversioni, della corruzione dei costumi, della depravazione carnale, per cui sesso e tedio, concatenazione e promiscuità, egli si concede ampiamente, fra relativi sforzi a tenere, la debolezza di cedere alla propria indefinibile malvagità.

«Maaaavruz!!!»

Grida di nuovo il mio Signore con la libidine alla bocca che lo fa vacillare come sospeso a incerta altezza, da una parete all’altra delle incontenibili architetture che appaiono e scompaiono nel buio flessuoso della sua immaginazione, dove l’io convinto, spazia in bilico a poter cadere, negli spazi in ombra, a vuoto. E, prima ancora ch’io risponda, già la sua voce violenta il silenzio …

«Mavruz, fai in fretta, portami una coperta di umana speranza di morte, che mi sento gelare!»

Impreca, contro me, Mavruz, chiuso in me stesso, che non arrivo, che non lo ascolto, che non ubbidisco ai suoi comandi …

Già, perché non arrivo? Eppure sto arrivando … ma non importa, mi dico, quando aggrappato a numinoso lume penetro lo spessore del buio, lascio che lo spirito mio greve affronti il primo passo in equilibrio, dal nero al bianco dal bianco al nero e viceversa, su ogni riquadro del pavimento, sulla scacchiera oscena delle sue utopie. Troppe volte i miei occhi arrossati e stanchi per il troppo vedere, hanno germogliato lacrime di vana speranza, dove l’io suggestionato, ha creduto ancora, che domani, forse, trasparenze di luce, avrebbero sostituito le cupe zone d’ombra in cui sono recluso.

«Mavruz bastardo infame, ho sete, portami del brandy caldo, e che sia di quello buono!»

Ed ècco che ligio al dovere gli verso da bere. Il liquido rovente l’infiamma, gli gonfia la gola. Tossisce e scatarra il mio Signore, ciò nonostante trova ancora la forza per formulare un’altra comanda.

«Mavruz, maledetto presto portami dell’acqua!»

«Dell’acqua, mio Signore?»

«Ho detto dell’acqua, come te lo devo dire?»

Ma nello stesso istante in cui gli porgo da bere si accorge che quello che ha in mano non è un calice d’acqua cristallina e pura che desidera portare alla bocca: “..che tutto ciò che è immondo lo inquina, corrompe il suo corpo, altera la sua anima” – dice, se mai ne abbia avuta una.

«Mavruz, non è la solita roba schifosa che mi dai per medicina, cos’è?»

«È un giorno liquido mio Signore, uno dei tanti che andiamo consumando insieme.»

«Che mai dici, verme immondo!»

«Se l'osservasse meglio, s’accorgerebbe quanto, di ciò che detiene, è conforme a un gran bel giorno, mio Signore.»

«Mavruz, si può sapere che vai farneticando in quella tua testa matta?»

«Altro non è che un giorno infrangibile, un nonnulla nel contesto globale contenuto nella coppa dell’infinito, mio Signore.»

«Puah, ne verrebbe fuori la vita.»

«È sicuro di volere dell’acqua da bere mio Signore?»

«No, morirei affogato. È questo che vuoi, liberarti di me?»

«No, mio Signore, lo giuro.»

«Maledetto spergiuro! Impostore, vai via figlio di Caino!»

«Vuole uno specchio onde accudirsi per la cena mio Signore?!»

«Non lo voglio, mettilo subito via, che di riconoscere temo la falsa ipocrisia di chi mi circonda

«O forse, di vedere riflettere se stesso, mio Signore?»

«Ho detto di no, non voglio misurare “chi sono io” alla pari con “chi sei tu” o con “chi sono gli altri”… voi umani siete tutti uguali, tutti fatti della stessa perfida pasta, umile in quanto volgare

«Non è che un “gioco delle parti”, mio Signore, dove esperienze cumulative sono messe in conflitto con le proprie, specialmente quando contrastano posizioni di padronanza e di potere sulla semplicità e l’umiltà degli altri, con picchi di ostentata determinazione

«Pari alla tua stupida e inutile ambizione Mavruz, sempre chiuso in te stesso, onde ciò che non sei, si confonde con ciò che vorresti essere. E, poiché, come tu pensi, sono un falso dio, mi compete tutto ciò che partecipa dell’umanità come chiunque altro, con le stesse nefandezze, le turpitudini e le scelleratezze dei molti.»

«È solo la possibile alternanza fra costituzione e alienazione, mio Signore, onde surclassare il senso visivo, vuol significare riconoscersi un’identità diversa, in ragione di attribuzioni e conferimenti, affinché tutto volga al proprio divenire

«Entrambe rappresentano uno status giuridico, l’avvenuta attestazione di una condizione sociale diversa, non già per ciò che si è, bensì per ciò che ognuno pensa di rappresentare, che mi sembra alquanto presuntuoso. Sempre che tu sia Mavruz …»

Son io, Mavruz, chiuso in me stesso, supremo ministro elevato alla preminenza divina, rondella e bullone della macchina mangiapersone, mio Signore.


«Finis nusquam …»






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