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Una storia di AlessandroCiviero

Segni di vita

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25 minuti

Pubblicato il 01 aprile 2021 in Fantasy

Tags: #incantesimo #parco #passeggiata #realt #sogno

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Avevo provato degli strani presagi.

La giornata era cominciata proprio bene. Una di quelle giornate di primavera, con un sole allegro ed una luce intensa che regalava alle cose e alle persone dei colori vividi, dei volti rischiarati. Allora decisi di fare una passeggiata al parco.

Nella mia città c’è un grande parco, con viali alberati, slarghi ampi e spaziosi in cui non è raro vedere gente che fa un sacco di cose: jogging sui vialetti , prendere il sole sui prati, mangiare un gelato passeggiando, leggere un libro all’ombra di alberi carichi di fogliame, gettare becchime ai piccioni (anche se è vietato) restando seduti sulle panchine, amoreggiare in angoletti appartati… tutte cose molto usuali.

Nel parco c’è anche un laghetto piuttosto grande, contornato da viottoli romantici decorati da aiuole di glicini e rose, e sponde erbose ornate da salici piangenti dai tronchi inchinati verso l’acqua, lambita in certi tratti dalle lunghe fronde.

Un chiosco di legno verniciato di bianco e con delle decorazioni in ferro battuto, antico per la forma e in stile liberty, che ricordavo esserci sempre stato nei pressi dell’imbarcadero, fungeva sia da ristoro, con un piccolo bar, sia da punto d’informazioni e noleggio delle due barchette attraccate al molo. Per pochi soldi si poteva usufruire di una delle imbarcazioni a remi ed inoltrarsi fino al centro del lago, per ottenere un’ulteriore senso di quiete e isolamento.

La mia passeggiata si rivelò più faticosa del previsto, e ad un certo punto mi sentivo un po’ accaldato e assetato. Non c’era niente di meglio che prendere qualcosa al chiosco.

Il baracchino è gestito dai membri di qualche associazione, perché il parco è di proprietà pubblica, e di solito ci sono un paio di ragazze retribuite dal comune, o volontari del servizio civile. Quel giorno invece, con mia grande sorpresa, oltre la mensola dell’apertura che dava sulla piazzola, c’era la figura un po’ dimessa e curva di un’anziana donna.

La signora sembrava alquanto avanti con l’età e si presentava proprio come una simpatica ed arzilla nonnina, sia nell’aspetto fisico, sia per com’era vestita. Indossava un abito a fiorellini piccoli e multicolore che risaltavano sullo sfondo nero. Il girocollo era ornato da un colletto di cotone immacolato, con il bordo di pizzo. Aveva un viso magro ed esangue ed i capelli raccolti in un crocchia elaborata e sostenuta da un pettinino che sembrava d’argento, dello stesso colore dei suoi capelli. Gli occhi della vecchietta erano intelligenti e vispi, talmente cerulei che erano quasi trasparenti. Non so per quale motivo, ma rivolgermi all’anziana del chiosco mi diede una sensazione di disagio. Questo fu il primo presagio.


«Buongiorno!»

«Buongiorno.»

«Mi dia dell’acqua minerale…», avevo talmente sete che pregustavo il frizzante sulla lingua.

«L’acqua in bottiglia è finita.» Mi rispose gentilmente la vecchietta.

«Oh… dell’acqua naturale…», le dissi allora.

«Il chiosco non ha il rubinetto.» Rispose lei in tono che non ammetteva repliche.

«Va bene una birra, purché sia fresca.» Avevo solo una gran voglia di bere qualcosa.

«La portano nel pomeriggio.» Guardai la vecchietta con occhio sospettoso, per capire se mi stesse prendendo in giro, e lei aggiunse: «La birra è solo per l’apertura serale.»

«Allora che cosa c’è da bere?» Le chiesi seccato.

«Succo d’albicocca.» Rispose prontamente. Anche se la cosa mi suonava strana, le dissi di darmi il succo d’albicocca, pur sapendo che non avrebbe placato la mia sete, essendo zuccherato.

L’anziana donna prese un bicchiere capiente, lo mise sulla mensola e, con gesti lenti e impacciati, trasse dal sottobanco una bottiglia di vetro con un’etichetta d’aspetto un po’ vintage, la stappò e riempì il recipiente fino all’orlo. Poi fece un gesto d’assenso con la testa e mi sorrise, quasi invitando a dissetarmi. Il liquido nel bicchiere non era il classico succo di frutta con polpa, ma uno sciroppo che versandolo aveva prodotto una schiuma giallognola.

Alzando le spalle, afferrai il bicchiere e bevvi il succo dall’intenso sapore dolciastro, ma che almeno era fresco. Poggiai il bicchiere alla mensola e dissi all’anziana gestrice del chiosco che intendevo noleggiare una barca per il laghetto.

Lei mi guardò con i suoi occhi traslucidi ed umidi, come per accertarsi di aver capito bene, poi si spostò dal lato del chiosco dove c’era il botteghino, con passo incerto e leggermente claudicante, costringendomi a seguirla presso la vetrinetta con affissi gli adesivi e le indicazioni turistiche. Sporse il biglietto dalla feritoia del botteghino ed io pagai, compresa la consumazione dello sciroppo che già dava la fastidiosa sensazione di legare la bocca. Prima che mi allontanassi, l’anziana nonnina disse qualcosa dietro il vetro del chiosco:

«E’ sicuro di uscire con la barca? Sta per piovere.»

Non ero certo di aver capito bene, perché la voce della vecchietta era lieve ed attutita dal vetro del botteghino. Comunque mi guardai intorno e alzai gli occhi al cielo. Era una chiara giornata di primavera ed il sole splendeva gaiamente con una luce fin troppo abbagliante.

Allargai le braccia leggermente, come a rispondere con l’evidenza che un giorno radioso come quello non sarebbe certo cambiato improvvisamente in peggio.

Sorridendo voltai le spalle all’anziana donnina, lasciandola ai suoi patemi. Ed ebbi il secondo presagio.


Notai, anche se non immediatamente, che lo spiazzo antistante il chiosco era deserto. Non solo. Allargando lo sguardo nei dintorni ebbi come la sensazione di trovarmi solitario immerso nel luminoso verde del parco. Era un’impressione che mi dava un senso di disagio. La percezione era che fossero improvvisamente spariti tutti. Niente più podisti del jogging, ragazzi che prendevano il sole sul prato, bambini che mangiavano il gelato, lettori all’ombra degli alberi o i pensionati che gettavano le molliche ai colombacci. Sparite anche le coppiette di ragazzi solitamente nascosti ad amoreggiare dietro le siepi o negli angoli più nascosti.

Non ci pensai e mi avviai verso il breve imbarcadero di legno dov’erano ormeggiate le barchette per andare sul lago. Sentii le tavole del molo scricchiolare sotto i miei passi, ma anche questo rumore mi sembrò del tutto imprevisto. Era come amplificato, accresciuto di volume ed intensità, anche se indossavo delle scarpe con suola di gomma.

Salito sulla barca, le strane percezioni rimanevano. Lo sciabordio dell’acqua placida e piatta del lago addosso alla carena e attorno ai pali dov’era avvolta la cima era rotondo, leggero e penetrante. Quando sciolsi la corda, essa ricadde sul fondo della barca con un colpo secco, ruvido e greve, che quasi mi diede fastidio. Raccolsi i remi, sedendomi sull’asse che scrocchiò come fa il legno ben vecchio. Respirai l’aria tiepida e tersa, che sentivo riecheggiare del canto degli uccelli, dello stormire arioso delle fronde degli alberi attorno al lago, e addirittura il ronzare nervoso e limitrofo di qualche insetto. Erano tutti rumori molto netti e ben definiti nell’aria primaverile, che a me pareva statica e priva di vento. Magari mi sbagliavo.

Spinsi la barca scostandola dal molo e tuffai i remi in acqua, accomodandoli poi sui sostegni di metallo. Cominciai quindi a remare con calma, allontanandomi dal molo lentamente. Con movimenti rotatori del polso e l’altalenare della schiena, pescavo l’acqua con dei brevi ciaf-ciaf… i remi si imperniavano sullo scalmo provocando un rumore sordo e ritmato: rrr-rrr.

Accompagnato dai quei suoni naturali e dal rollio delle remate mi trovai in breve al centro del lago urbano, ma mi sembrava di essermi allontanato miglia e miglia dalla città. Feci girare la barca su se stessa, lavorando con il remo di destra, mentre tiravo su l’altro, poi mi fermai.

I raggi del sole riverberavano sullo specchio tranquillo dell’acqua appena increspata. Alle orecchie giungeva anche uno sciacquio simile al rumore insistente di una cascatella, che forse si trovava sulla sponda opposta del laghetto, proveniente dal rivolo di un torrentello che scavalcava la sponda appena un po’ scoscesa e si riversava nel bacino, muovendo leggermente lo specchio d’acqua. Era strano che sentissi così nitidamente quel piacevole rumore, accompagnato ancora dal cinguettio degli uccelli nascosti tra i rami degli alberi, assieme al fruscio delle foglie. Tirai i remi in barca e mi lasciai scivolare dalla panca, fino a sedere sul fondo della natante, che si faceva cullare dal lago.

Guardandomi attorno, ora che potevo spaziare a trecentosessanta gradi sul perimetro del lago e avere una visione completa dell’intero perimetro del parco, mi assalì nuovamente quella strana sensazione che avevo provato poco prima. Sentivo di essere rimasto completamente solo all’interno di quel spazioso e ridente parco pubblico. La cosa non poteva essere vera, per cui ritenni che si trattasse di una momentanea ed irrazionale percezione.

Rilassandomi, provai a stendermi sull’incavo dello scafo, appianato dalla presenza di una coperta di lana grezza. Il mio sguardo si perse nel cielo azzurro e limpido, ancora rischiarato dal sole di una piacevole giornata primaverile. Respirai a fondo, intrecciando le mani dietro la nuca, e con un sorriso sereno mi godevo quell’attimo di placida quiete.

Non durò a lungo, perché un altro presagio mi colse alla sprovvista.


Non so quanto tempo rimasi con la faccia rivolta al cielo e le mani dietro la nuca, sperimentando l’emozione di essere in un luogo completamente fuori dal mondo, privo di altri esseri umani. Non so nemmeno se, ad un tratto, mi fossi appisolato o che altro potesse essere successo. Improvvisamente sentii dei rumori, quasi degli strepiti, che non avevano nulla a che vedere con i segnali e i suoni della natura che fino a quel momento mi avevano avvolto e accompagnato dentro ad un alone confortante ed accogliente. Il cielo si era fatto improvvisamente più scuro e grigio, anche se non s’era rannuvolato. Piuttosto era come se qualcuno avesse d’un tratto smorzato la luce.

Provai a sollevarmi distendendo le braccia lungo i fianchi e facendo capolino oltre il bordo della barca. Quello che vidi e che mi circondava non era affatto quello che mi sarei aspettato.

I colori e l’atmosfera intorno al lago erano radicalmente cambiati. Tutto era avvolto da una patina grigiastra, probabile riflesso della luce diversa che ora il cielo smorto e plumbeo irradiava ovunque, come su una lastra di metallo. Il mondo sembrava in bianco e nero. I colori erano sbiaditi, se non del tutto scomparsi. Anche il paesaggio e il contorno degli oggetti e della natura circostante era indistinto.

Improvvisamente, un senso di inquietudine cominciò a confondere le mie sensazioni, a pervadermi anche fisicamente, prima allo stomaco e salendo poi nauseante fino alla testa.

Ricominciai a sentire nuovamente dei rumori cupi, dei fragori che non assomigliavano a tuoni, ma erano indistinguibili. Non era il rumore del vento tra le foglie degli alberi; sembrava tutt’altro, prodotto da macchine artificiali e non aveva nulla di naturale.

Ovviamente fui preso dallo spavento, nell’immediato, che però scacciai aggrappandomi all’altrettanto istintivo senso di razionalità. Ma il velo di irragionevolezza e sorpresa non svaniva, non indietreggiava, e calava su di me come un sudario di angoscia. E tutto questo era molto di più di uno strano presagio. Si trattava della distorsione della realtà, della proiezione di una specie di incubo sulle cose e sulla natura.

Cercai di afferrare i remi e scavalcarli fuori bordo, ma i bastoni risultavano estremamente pesanti, come fossero stati di pietra o marmo e non di solido e leggero legno di faggio. Sforzandomi poggiai i remi agli scalmi, e le pale vennero quasi inghiottite dall’acqua che era diventata densa e scura come fosse un pesante olio minerale. Spinsi con tutta la forza che avevo ma la barca sembrava impantanata in una melma paludosa. Cercai di stare calmo, ma i brandelli di razionalità che ancora resistevano avvinghiati alla convinzione di essere cosciente e padrone di me stesso, stavano lentamente cadendo a pezzi e scivolando lungo la corteccia del mio cervello. Non mi rendevo ancora conto che quello era solo l’inizio.


La patina grigiastra che aveva sbiadito i colori e privato la nettezza del profilo delle cose avviluppava tutto quello che riuscivo a vedere dal centro del lago. Per quello che ne sapevo, la cupola scesa dal cielo metallico poteva aver racchiuso dentro la propria aura sinistra e smorta il mondo intero. Dentro a questo cosmo informe e incolore sembrava che la vita fosse sospesa. Erano spariti gli animali, infatti non c’erano più cinguettii e frullare di ali; gli insetti non volavano, le foglie degli alberi non stormivano, i cani non abbaiavano in lontananza. Ciò che mi sgomentava maggiormente era l’assenza totale di altre persone. Avevo una strana sensazione di solitudine, ma, poiché non si trattava di un isolamento cercato e desiderato, provocava un’insana emozione di paura.

Panico. Si chiamava così, perché alla sensazione di sgomento si affiliava l’angoscia e l’apprensione di trovarmi in una situazione di pericolo imminente. Stavo per essere sopraffatto dal panico.

Incurvandomi su me stesso e concentrandomi sull’unica cosa che avevo intenzione di fare, e cioè spingere la barca verso la sponda del lago il più in fretta possibile, cercavo anche di scacciare l’inquietudine provocata dall’ambiente circostante. Il tentativo fallì.

L’atmosfera apatica, inattiva e deforme cominciò a rianimarsi, ma certamente non nel modo che mi aspettavo. Sentii nuovamente quegli indistinti strepiti e rumori che sembravano come degli arcani moniti prelusivi a qualcosa di terribile e irrimediabile. In una situazione normale avrei potuto definirli come tuoni, ma questi rumori non avevano il fragore dei tuoni. Sembravano mormorii cavernosi che risalivano da grotte oscure e misteriose, gorgoglii di tumulti nascosti, brontolii prodotti da fiere ostili.

Il cielo intanto si faceva sempre più cupo, anche se il suo colore era indistinto. L’acqua del lago, nera ed oleosa, aveva preso quasi la stessa consistenza delle sponde, ma queste non erano verdeggianti o colorate di vegetazione, erano anzi prive di vita. Anche l’erba, gli alberi, i glicini, le rose e i salici morivano dentro ad una cupa ombra metallica.

I rumori si fecero meno indistinti e più minacciosi, e sembravano avvicinarsi giungendo da un punto indefinito della cupola di acciaio in cui s’era trasformato il cielo. Calò una nebbia sempre più fitta, lentamente ma inesorabilmente, e la cosa di cui mi resi conto, dopo che questo successe, era che non capissi più da che parte dovevo remare per raggiungere la sponda.

Nel giro di pochi minuti mi trovai dentro ad una patina impenetrabile ed incolore, avvolto nel banco di nebbia più fitto che avessi mai visto in vita mia. Non c’era umidità, non c’era temperatura, non c’era il minimo rumore, non esisteva alcun movimento; non provavo nessun particolare fastidio, tranne il totale disorientamento, e l’inspiegabile ed indescrivibile certezza che il tempo si fosse fermato.

Non si può far comprendere a parole questo tipo di impressione, in quanto si tratta della completa assenza di percezione. Quando manca il tempo, ecco che compare il nulla, ed il nulla è una cosa che per sua natura non è concretizzabile. Io vi ero immerso come un corpo in un liquido. Nel nulla non vale il principio di Archimede. L’essere immerso in una non materia ovviamente non riceve nessuna sollecitazione proveniente dall’esterno e tende a disgregarsi.

Cercando di elaborare ragionamenti logici circondato dall’illogico, tentavo di non perdere anche l’ultimo barlume di razionalità. Poi i rumori proruppero nel silenzio assoluto e il velo del nulla si squarciò.


La cupola di metallo si frantumò come fosse stata di cristallo e luce e frastuono m’investirono, trovandomi in piedi sulla barca, anch’essa momentaneamente sparita nella bolla d’inconsistenza, ed ora riapparsa per frenare la mia caduta di spalle. Picchiai la testa sull’asse di legno, per fortuna di striscio, ed ebbi la vista accecata dall’improvvisa nuova luce che mi circondava. Non so se dissi qualcosa, ma se lo feci, fu solo per proferire qualche improperio.

Mi tirai su alle svelte, mentre la barca ballonzolava pericolosamente sulla superficie del laghetto, tanto da rischiare di capovolgersi. Allargando le gambe e cercando di afferrare i remi provai a mantenere il natante in equilibrio sull’acqua di nuovo liquida. In qualche modo inspiegabile ci riuscii ma non mi feci troppe domande e iniziai a remare verso qualsiasi sponda del lago. Non vedevo l’ora di mettere i piedi sulla terra ferma ma ciò che vidi, ancora una volta, bloccò tutta la mia foga e rimasi come impietrito, alzandomi in piedi sull’imbarcazione, come se questo avesse potuto aiutarmi a vedere meglio.

Tra i cespugli che avevano ripreso rigoglio e colore sembrava essere tornata la vita di prima. Mi sbagliavo. Non era la vita di prima. Negli angoli appartati tra le siepi di lauro e le cortine di bosso, dove spesso si appartavano le coppiette di adolescenti o giovani innamorati, alcune donne in abiti succinti e volgari si atteggiavano a pose esplicite e ammiccanti, come prostitute lungo viali periferici che stanno adescando clienti. Non era un’impressione. C’erano veramente delle prostitute, all’interno del parco, nel pieno esercizio della loro arte oscena. Assieme a loro intravidi anche uomini dall’aspetto bieco che s’incamminavano lungo i vialetti e altri personaggi non meno raccomandabili, con tutta l’aria di tossici e sbandati di periferia.

Ero talmente sconcertato che scossi la testa come se ciò avesse potuto farmi capire quello che stava succedendo, o meglio avesse scacciato la strana visione evidentemente partorita dalla mia fantasia.

Tutto rimase com’era e assunse un’evoluzione grottesca. A un certo punto, mentre alcune donne del tutto lascive e volgari si appartavano con i maschi poco raccomandabili, una di loro cercava di eludere quella situazione, schivando le avances e sgusciando dalle grinfie di altri infimi individui. Scappò, traballando su dei tacchi vertiginosi, verso l’ampio prato verdeggiante e immenso nella luce del sole, oltre le siepi.

Sulla distesa erbosa altre stranezze attendevano il mio sguardo e la mia sorpresa. Distesi sul prato non c’erano giovani baciati dal sole in maglietta o smanicati leggeri ma uomini e donne emaciati e malandati, che dal sole cercavano una qualunque specie di ristoro e consolazione. I loro volti afflitti e gli incarnati pallidi erano inequivocabilmente in cerca d’aria e di ristoro. Il contrasto tra il loro affanno e lo splendore della giornata circostante strideva alla vista e graffiava nel profondo.

L’aria non era statica, e un vento sferzante si sollevò con impeto improvviso, squarciando il silenzio imperante. La comparsa di uomini in uniformi mimetiche, armati fino ai denti, usciti improvvisamente da chissà dove, accompagnata da elicotteri a bassa quota con fragore di motori e folate di vento, spazzò in un attimo il prato abitato dagli estemporanei infermi. I militari scorrazzarono sprezzanti e invadenti tra gli uomini e le donne degenti, senza curarsi di loro, calpestando e stracciando con i loro anfibi pesanti l’erba morbida e lasciando alle loro spalle terra smossa e solchi profondi. Abbassai repentinamente la testa e chiusi gli occhi, mentre le enormi macchine militari mi volarono sopra la testa, rischiando nuovamente di ribaltare la mia barchetta.


Ancora miracolosamente in piedi sul lago, alzai lo sguardo aspettandomi qualsiasi cosa, ora che non potevo più meravigliarmi di nulla. Sul viale alberato che dallo spiazzo antistante al lago conduceva all’ingresso del parco, alcuni uomini elegantemente vestiti e visibilmente danarosi si scambiavano strette di mano e valigette dalla foggia futuristica, di metallo riflettente, che potevano contenere qualunque cosa: valuta pregiata, segreti militari, documenti compromettenti, droga o armi, organi di contrabbando… qualunque cosa. Non c’era più limite ormai a ciò che ritenevo lo sfogo più insolente e terribile della mia immaginazione.

Quegli uomini in giacca e cravatta, distinti e signorili, avevano volti sfuggenti, segnati dalla più turpe e gelida indifferenza verso il mondo che li circondava. Erano come fantasmi che attraversavano ignari la realtà, perdendosi nel sub-mondo da loro stessi creato e maneggiato. Come fantasmi salirono nelle scure berline che, chissà come mai, avevano avuto accesso al parco, e in un attimo sparirono per sempre dalla mia vista. Sparirono, ma io continuavo a sapere e a comprendere che c’erano e ci sarebbero sempre stati, in qualche parte del mondo o dei possibili mondi.

Un po’ distante da questa scena che si evolveva verso il termine, altri protagonisti fuori luogo prendevano il sopravvento, intenti alle loro attività e alle loro vite stonate all’interno del bucolico riquadro del parco cittadino che naturalmente non li avrebbe mai visti protagonisti.

Una persona in abiti dimessi, anzi del tutto laceri, stava frugando nel cestino della spazzatura, che non sembrava affatto pieno ma egli continuava a cavarne fuori una quantità di roba che ammassava a terra. L’uomo era talmente intento in quella specie di numero da prestigiatore che non si accorse o non si rese conto che un gruppo di giovani di bell’aspetto lo prendevano in giro, sghignazzando alle sue spalle come iene fameliche che giravano in cerchi concentrici e sempre più stretti attorno alla preda. Giovani dalle facce lisce e glabre, giovani dai volti rassicuranti ma con occhi feroci. Ebbri d’alcool, bevuto dalle bottiglie di champagne e birra che ciascuno teneva in mano, erano anche ubriachi della loro baldanza, giovinezza e spregiudicata spensieratezza.

Una volta troppo vicini a colui che disprezzavano, essi inciampavano nell’immondizia accumulata dal barbone e ci finivano dentro, mentre un altro cerchio di giovinastri belli, puliti e alticci iniziavano ad accerchiarli a loro volta, in una reiterata successione che non aveva fine, come fosse un paradossale caleidoscopio di cose e persone che inghiottivano loro stesse.


Distolsi lo sguardo per mantenere un barlume di equilibrio in quello che sembrava un definitivo delirio della mente e dei sensi. Sopra la mia barca che ancora mi teneva lontano da quegli strani avvenimenti, come prove di una vita aliena da quella a cui ero abituato, continuai a guardare con stupore e sconcerto la trasformazione nel parco cittadino in un circo di misfatti e clamorosi avvenimenti. Gli alberi scossi dal vento innaturale provocato dagli elicotteri, il prato verde che prima era stato un’improvvisata corsia d’ospedale e poi un campo di battaglia. I vialetti pedonali, sordide vie del mercimonio umano e disumano, pullulavano ancora di vita con l’andirivieni di strani ragazzi dall’aspetto dimesso ed estemporaneo di vecchi punk che stavano forse ancora cercando quel rock rivoluzionario che probabilmente nemmeno i loro genitori, tanti anni prima, non erano riusciti mai a trovare nella musica, né nelle loro vite. Anch’essi sembravano avulsi dall’ambiente che gli circondava e in perenne ricerca di qualcosa che non avevano mai avuto e che probabilmente non avrebbero mai trovato.

Questi ragazzi, tra i quali una coppia che spiccava tra gli altri e mi sembrava molto unita, mi diedero una piacevole sensazione di normalità e di fuga dalla follia che apparentemente si era impossessata del mondo che mi circondava. Anch’essi, però, prima che potessi capire che fine avessero fatto, sparirono tra gli alberi del parco in lontananza.

Sulla collinetta, dall’altro lato del lago, ora c’erano altre figure che attirarono la mia attenzione, distogliendola dai ragazzi punk. Una troupe cinematografica stava girando in un set esterno. C’erano macchinari, luci, giraffe coi microfoni che sovrastavano gli attori e tutto si svolgeva sotto la guida e la supervisione di tecnici e del regista. Anche questo nuovo fatto era del tutto fuori luogo, non perché fosse una scena inadeguata o strana, ma perché, fino a pochi istanti prima, non avevo notato assolutamente nessun movimento da quel lato del parco. Comunque, all’apparenza, tutto sembrava normale e filare liscio, come se il parco della città in cui vivevo fosse stato scelto dalla casa produttrice di qualche fiction televisiva per filmare alcuni esterni. Già intuivo che questo schema sarebbe stato spezzato improvvisamente, ma non potevo prevedere in che modo la stranezza si sarebbe rivelata.

Dalla parte opposta, sull’altura in contrapposizione alla collinetta dove giravano il film, scorsi la sagoma scura di qualcuno che si ergeva in sella ad una cavalcatura, con busto ritto e spalle che si stagliavano contro il cielo che cominciava a scurirsi. Quest’individuo pareva scrutare guardingo ciò che accadeva dall’altra parte.

Mi sedetti lentamente sulla panca della barca a remi, che sollevai e calai in acqua, sicuro che qualcosa stesse per accadere. I rumori che avevo sentito fino a quel momento, terribili e sferzanti, oppure subdoli e misteriosi furono sostituiti prima dall’accecante bagliore di un lampo, poi dall’improvviso rombo di un tuono.


La pioggia cominciò a cadere improvvisamente, copiosa, inaspettata, annunciata dall’unico tuono breve e terribile, ma soprattutto fitta. Vidi solo che gli attori e le maestranze sul set si dispersero in fretta. Uno dei protagonisti salì sull’unica automobile che c’era sulla cresta della collinetta e con quella, senza curarsi di evitare l’attrezzatura e nemmeno le persone, partì lungo la discesa, tanto che in breve si sarebbe inabissato nel lago con il piccolo SUV che sobbalzava sul terreno scosceso. Dall’altra parte notai che il cavaliere sulla collina, avviato il motore della motocicletta, con il faro acceso, si gettava in picchiata verso la sponda già fradicia del lago. Non ebbi il tempo e la pazienza di vedere cosa sarebbe accaduto. Ero completamente bagnato e tentavo, con grande sforzo, di remare verso riva mentre l’acqua del laghetto ribolliva colpita dalle grosse e intense gocce di pioggia.

Remavo nel turbine dell’acquazzone e la pioggia creava già una pozzanghera sul fondo della barca, in cui i miei piedi nelle scarpe estive stavano sguazzando. Cominciai ad agitarmi e non prestai più attenzione al rumore dei motori proveniente dalla sponda opposta del lago. Improvvisamente quell’immagine e i propri echi sparirono dietro il velo della pioggia. Non avrei mai saputo se quei mezzi lanciati nella loro folle corsa si sarebbero incrociati, scontrati, collusi o se fossero finiti strepitosamente dentro il lago con ignote conseguenze. La pioggia calava un sipario liquido e definitivo su quella storia.

L’acqua che cadeva da un cielo invisibile dilavava ogni cosa facendola sparire dietro un’umida e impenetrabile cortina cancellando dalla realtà e dalla memoria ciò che, poco tempo prima, la nebbia fitta e grigia aveva partorito dal suo seno lattiginoso.

Io disperavo di vedere oltre la sponda della barca sballottata dalle onde e dal sobbalzare dello specchio d’acqua che ora mi sembrava diventato un mare senza orizzonte, una landa inanimata, completamente contrario a ciò che s’immagina quando si pensa al concetto di deserto.

Eppure la riva non doveva essere distante; l’antico imbarcadero dal molo di legno vecchio ma bel verniciato non poteva essere sparito. Ormai, nella mia testa, ogni congettura era inane, ogni sforzo era volto al nulla e il livello della pioggia sotto i miei piedi incrementava lentamente ma inesorabilmente.

Lo scroscio di pioggia si fece ancora più sferzante, ancora più battente, tanto che davanti al mio sguardo non vidi che acqua. La mia testa si piegava sotto le gocce torrentizie, con i capelli incollati alla sommità che scendevano lungo le tempie; rivoli copiosi rigavano le guance ed il collo penetrando sotto i vestiti, lungo la schiena fredda, le gambe intorpidite e i piedi nel guazzo sottostante.

Le braccia vogavano con stolida meccanicità e le ossa dolevano talmente tanto che mi sembravano gridare pietà e anelare ad un pallido e consolatorio raggio di sole.


Il calore di un polveroso raggio di sole si fece macchia rossa oltre le palpebre chiuse e quando riaprii gli occhi la luce troppo intensa me le fece sbattere più e più volte.

Un robusto signore mi sosteneva e si caricò il mio braccio destro inerte sulle sue spalle per sostenermi, mentre diceva ad un ragazzino, dalla faccia divertita e l’espressione interrogativa, di afferrare la mia mano sinistra per aiutarmi a non cadere, quando alzai la gamba dalla barca ondeggiate per metterla sul tavolato del molo.

Il sole spendeva alto, facendo tornare armoniosamente i colori su ogni cosa. La primavera profondeva i suoi accenti ed i suoi apostrofi tra i rami frondosi degli alberi, nel cinguettare dei passeri, nel cullare tranquillamente le acque del laghetto, nel rinfrescare l’aria con un pizzico di vento.

Il parco era immerso nella vitalità di quello stesso mattino. C’erano i fanatici del jogging che si erano fermati in un surplace ansimante ad ammirare la strana situazione. Gli anziani lo stesso, ma con le mani dietro la schiena e senza ansimare. I ragazzini finivano i loro gelati e ridevano divertiti dal ridicolo personaggio. Le mamme facevano finta di sistemare il parasole delle carrozzine e le coppiette se ne andavano alzando le spalle, mano nella mano, a cercare posti meno frequentati. Chi leggeva disteso sul prato tornava alle pagine del libro, chi prendeva il sole ne approfittava per girarsi supino o prono. La curiosità scemò in fretta.

Qualcuno si stava ancora chiedendo come avesse fatto quell’uomo uscito in barca ad essere completamente fradicio sotto a quel piacevole sole del meriggio, alto sul cielo terso e lindo che non aveva il minimo accenno di nuvola. Qualche altro mi chiedeva se stessi bene; chiedeva se avessi bisogno di qualcosa o cosa mi fosse successo. C’era chi congetturava, chi ridacchiava, chi sentenziava. In un batter d’occhio diventavo l’ubriacone che era caduto nel lago, il pescatore che si era ribaltato con la barca, il maldestro suicida salvato dall’omone coraggioso.

Io invece avevo in mente solo una cosa: succo d’albicocca.

Con un comportamento quasi brusco ed ingrato abbandonai le cure delle persone gentili e curiose, cercando con lo sguardo il chiosco bianco in stile liberty, per ritrovare la vecchietta dagli occhi glauchi, lasciando impronte sullo spiazzo davanti alla finestra del bar che dava sullo spiazzo illuminato dal sole. Stavo ancora gocciolando di pioggia che nessuno aveva visto, grondando di acqua caduta da un cielo diverso da quello in cui tutti eravamo sovrastati, e cercando di ricomporre una caricatura del mio viso che non sembrasse né troppo stravolta, né eccessivamente bizzarra, anche se sapevo che sarebbe stato difficile.

Mi avvicinai al vecchio chiosco di legno, appoggiai le mani al bancone che dava all’esterno e scrutai nella penombra del bar, cercando la figura dimessa e ricoperta di fiorellini variopinti sull’abito nero e il colletto fuori moda di una vecchietta dai capelli canuti, ma trovai il sorriso largo e gaio di una ventenne dalla pelle abbronzata e dai lucenti riccioli bruni, che con occhi giovani e brillanti e la voce squillante mi chiese se volessi qualcosa da bere. Indossava una maglietta a maniche corte bianca che risaltava sulla pelle abbronzata e morbida, su cui c’era il logo di un’associazione no profit con la scritta variopinta: “Segni di Vita”.


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