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Una storia di Chrisma

La sigaretta alla fine della giornata

Una Camel in quel di Syracuse, 1998

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5 minuti

Pubblicato il 02 gennaio 2019 in Storie d’amore

Tags: #america #lavoro #sigarette #silenzio #tranquillit

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La quinta volta che Emily decise di dover smettere di fumare fu verso la fine dell’estate del millenovecentonovantotto.

Quel mattino la sua vecchia Chevrolet Celebrity aveva deciso di fare harakiri; la chiave girava nel blocchetto d’accensione, quell’ammasso di ferraglia prodotta quindici anni prima tossiva senza riuscire ad accendersi e un delicatissimo porca troia s’era inserito nel diastema tra gl’incisivi della bella.

Beh, bella… il martedì non era bella. Il martedì era accettabile.

La passeggiata fino alla fermata del bus fu piacevole, nonostante la pioggia che cadeva incessante. Stringeva il manico del suo grande ombrello verde, camminando sui marciapiedi di cemento scuro. Evitava le pozzanghere, qua e là vi era qualche mozzicone di sigaretta.

Per lo più fumate da donne. O da uomini col rossetto.


Il bus non era particolarmente pieno, quel mattino. Tralasciando i pendolari, non tutti avevano voglia di andare a fare un giro in centro, a Syracuse, con quel tempaccio.

Trovò posto sui sedili di dietro. Accanto a lei, un uomo di colore dalla folta barba (con qualche pelo bianco nel mezzo, sul mento) dormiva pesantemente, col volto sul vetro.

Lei non ci fece caso, scavò nella borsa e prese il walkman che aveva comprato col primo stipendio che aveva ricevuto lavorando da Pott’s, una tavola calda su James Street.

Gli America cantavano A Horse with no name, mentre le automobili che aveva attorno fremevano nel traffico colmo dell’ira dei piloti, con cappi al collo di cotone ed elegante raso, rossi, gialli e blu.

I tassisti invece erano calmi. I numeri sul tassametro giravano e a loro andava bene così.

Emily si guardava bene dal poggiare la chioma corvina del suo carré sui finestrini sporchi; rimaneva dritta e batteva il tacco e la punta a ritmo di musica, alternandoli ordinatamente.


Arrivò a destinazione.

Il grande palazzo della Bank of America incombeva su tutta la zona. Pochi metri più avanti, le vetrine di Pott’s inondavano di luce gialla, calda, il marciapiede su cui si affacciava il locale.

Entrò, si cambiò, infilando quella divisa a quadri gialla e rossa che tanto le stringeva sull’addome, e che non le piaceva per nulla, e si trovò costretta a scusarsi per il ritardo col signor Pott (il Pott di Pott’s) vedendolo sorridere gentilmente.

Era un brav’uomo, lui, con le grosse guance perennemente arrossate e i folti baffi a nascondergli le labbra.

- La macchina… - si era giustificata lei.


La giornata passò lentamente, ma non ci fece caso.

Aveva finito il suo pacchetto di Camel e aveva chiesto a un passante l’accendino due volte, perché il suo si era esaurito.

Apatica, rifiutò il passaggio del suo capo, che aveva richiamato la sua attenzione battendo con le nocche dell’indice sul vetro della sua Delorean (proprio come quella del film). Il pullman sarebbe passato circa dieci minuti dopo, non prima che il suo walkman avesse terminato la cassetta inserita.

Gliel’aveva regalata sua sorella Samantha. L’aveva portata da un robivecchi di Albany, qualche mese prima.

È stato un affare, Milly! Ti sentivo cantare sempre quel laaa laaaa laaa lalala in bagno e ti ho pensata”.

Era stata stranamente gentile. Samantha era sempre stranamente qualcosa.

Non ci pensò oltre.


Arrivò sul vialetto di casa che il sole già era calato. Il turno pomeridiano le lasciava addosso un odore orribile di bagel e caffè, che puntualmente doveva levarsi con una più che desiderata doccia.

Verso mezzogiorno, la pioggia aveva lasciato spazio a un sole caldo, rimasuglio dell’estate più calda degli ultimi quarant’anni.

Come ogni anno.

Almeno non si bagnò.

La chiave girò rapida nella toppa; guardò l’auto in panne e pensò che almeno qualcosa funzionasse bene, in quella casa.

Appese il cappotto senza fare attenzione, le chiavi caddero dalle tasche, lei le vide ma rimandò il recupero dal pavimento al giorno dopo.

Il solito silenzio di chi viveva da sola. Lo adorava.

Quella calma, quella tranquillità che aveva bramato tutto il giorno, avvolta nel grembiulino sporco di ketchup, era finalmente a sua disposizione.

E la prima cosa che fece fu levare le scarpe.

Sospirò. Il pavimento era fresco, lei bollente.

Andò verso la cucina, aprì l’anta di un mobile, prese lo scatolo dei maccheroni al formaggio e lo versò in una tazza.

Il suo microonde cantò per quattro minuti. Il vapore che l’accolse fu seguito dal profumo della cena. La mangiò in silenzio, leggendo una parte di A sud di nessun nord.

Venti minuti in cui le pagine sfregarono rumorosamente tra di loro, e il cibo fumante pareva continuare a cuocersi anche nella scodella di ceramica che aveva comprato per tre dollari da Ulysses, il re degli utensili che si trovava su Curtis Street.

Bevve tre bicchieri d’acqua fresca e guardò la birra solitaria nel frigorifero.

Si spogliò strada facendo, aprì l’acqua della doccia e vi s’immerse.

Rinfrescò le carni, rilassò i nervi.

Tutto sembrava così leggero.

Tutto sembrava così pulito.

Senza neppure infilare slip e reggiseno, mise la vecchia e lunghissima maglietta della Nike che Randy, il suo ex fidanzato, aveva lasciato lì. Bianca. Aveva un buco sotto l’ascella.

Tornò in cucina, Emily, andò dalla Bud nel frigorifero. La stappò con una forchetta sporca e raccolse il pacchetto di sigarette dal tavolino.

La brezza che la colpì non appena entrata in camera la fece sorridere. Una goccia di condensa le cadde sul piede scalzo, che poco dopo si poggiò sulla ringhiera del suo balcone.

Agile, la piccola Emily, nel buio della notte di Syracuse, poggiò i piedi sulle tegole calde.

Avanzò, salì fino alla sommità del tetto, stringendo la bottiglia e le sigarette.

Si sedette sul colmo e prese un sorso dorato dalla bottiglia.

Quindi accese la sigaretta, e si guardò attorno: tutto così immobile, tutto così fermo.

Gli America continuavano a cantare nella sua testa.

Avrebbe voluto fermare il tempo.


Qualcuno poi tossì. Si voltò alla sua sinistra, c’era il figlio dei vicini, Max.

Lei sorrise, silenziosa, portò il dito alla bocca e fece sshh.

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