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Una storia di Tatanka056

Libera la mente

Emozioniamoci.

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26 minuti

Pubblicato il 22 aprile 2020 in Tecnologia e Innovazione

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Le emozioni sono fondamentali nella nostra vita. Tuttavia siamo spesso portati a considerare alcune emozioni più adeguate rispetto ad altre: alcune “positive”, altre “negative”; alcune “giuste”, altre “sbagliate”. In realtà questo etichettamento non è corretto.

Tutte le emozioni che proviamo sono importanti, anche la tristezza: sono state fondamentali per l’evoluzione della nostra specie e svolgono ancora adesso funzioni indispensabili per la nostra sopravvivenza e qualità di vita. Ad esempio, ci forniscono informazioni relative a situazioni che potrebbero essere pericolose o dannose per noi; sono strumenti utili per valutare le situazioni; possono agire come segnali per capire ciò di cui abbiamo bisogno, che ci piace o che desideriamo; possono suggerirci se avvicinarci o allontanarci da una certa situazione; oppure fornirci informazioni su come stiamo e sull’energia che abbiamo.
Sono, quindi, mezzi fondamentali per prendere decisioni ed effettuare scelte che siano “giuste” per noi in uno specifico momento, consentendoci di organizzare il nostro comportamento in maniera coerente con quello che va bene per noi.
Nonostante questo, però, tendiamo spesso a svalutarne l’importanza, assumendo atteggiamenti che non ci consentono di stare in contatto con alcune di loro. E questo vale, soprattutto, per quelle che tendiamo a considerare “negative” o “spiacevoli”. Tra queste troviamo la tristezza.
In relazione all’evoluzione della nostra specie la tristezza ha rivestito un ruolo fondamentale. La tristezza può, infatti, essere considerato un segnale che il nostro sistema di attaccamento si è attivato. Il sistema di attaccamento ci consente di segnalare all’altro il bisogno che abbiamo della sua presenza in momenti di difficoltà e costituisce le fondamenta delle nostre relazioni affettive più importanti.
Una delle funzioni principali della tristezza risiede proprio nel segnalare, alle persone a noi vicine, il bisogno della loro vicinanza, del loro sostegno, aiuto o conforto in momenti di difficoltà. E il pianto stesso, che può essere un indicatore di tristezza intensa, aiuta a esprimere agli altri ciò che proviamo e segnala loro questo bisogno di vicinanza e aiuto.
La tristezza riveste, quindi, un ruolo centrale nello sperimentare il supporto da parte degli altri, oltre che nello sviluppo e nel mantenimento delle nostre relazioni. Altra funzione importante svolta dalla tristezza è quella di consentirci di “raccoglierci”, promuovendo la riflessione e l’analisi profonda e autentica sugli eventi della nostra vita, con la possibilità di cercare un senso a quello che ci accade o al nostro dolore; e può favorire la riflessione anche su temi di vita più generali e esistenziali.
La tristezza è, quindi, fondamentale per elaborare gli eventi spiacevoli che ci accadono, ma ha anche la potenzialità di agire come stimolo al cambiamento: starci in contatto ci consente di farle svolgere la funzione di segnalarci che qualcosa non va, rifletterci e trovare un senso; ma anche di sollecitarci ad un cambiamento teso a raggiungere un equilibrio e un assetto che siano migliori per noi, mostrandoci nuove prospettive prima magari non visibili.
Ma ciò che pensiamo della tristezza, così come delle altre emozioni, e quindi le nostre valutazioni e credenze in merito, influenza la nostra disponibilità a starci in contatto ed esprimerla agli altri. La nostra cultura spesso ci porta a considerare la tristezza come un qualcosa che è meglio nascondere, non mostrare. E questo è vero soprattutto in certi ambiti di vita, dove la sofferenza propria e altrui sembra essere poco tollerata o accettabile. Ci troviamo spesso immersi in contesti competitivi che non favoriscono la libera espressione di emozioni che potrebbero farci apparire deboli, fragili, non abbastanza performanti o vincenti.
Quando l’espressione di emozioni come la tristezza viene considerata un rischio per essere valutati così dagli altri, possiamo sentire l’esigenza di nasconderla o mascherarla, soprattutto quando non sono presenti eventi oggettivi esterni significativi che potrebbero giustificarne la presenza, come una grave malattia, o la perdita di una persona a noi vicina.
Ma le motivazioni che possono sottostare alla poca disponibilità a stare in contatto con la tristezza ed esprimerla all’esterno possono riguardare anche altri piani. In alcuni casi si possono avere credenze relative al fatto che mostrare tristezza potrebbe significare mostrarsi non sufficientemente interessanti o attraenti per gli altri. E magari per questo anche essere lasciati soli.
Inoltre, nelle persone che hanno sofferto di depressione, è frequente il timore che sperimentare tristezza possa significare ricadere nel disturbo. E lo stesso timore può essere sperimentato da chi, pur non avendo sofferto di depressione in prima persona, ha avuto l’esperienza del disturbo in famiglia o in persone a lui vicine. In questi casi si può anche non essere disponibili a contattarla per timore di non poterla gestire, controllare o tollerare. O pensare che se si inizia a sentire la tristezza si potrebbe essere tristi per sempre.
La tristezza, come ogni altra emozione, è caratterizzata dall’essere uno stato transitorio. Vale però la pena sottolineare che la durata delle emozioni può essere influenzata da diversi fattori. Tra questi troviamo la valenza soggettiva dell’evento che le ha provocate e i meccanismi di rimuginio e ruminazione.
Tali meccanismi possono incrementare i pensieri relativi all’evento che ci ha fatto provare tristezza, facendoci sentire ancora più tristi, in un circolo vizioso che, oltre ad influenzare la durata dell’emozione stessa, potrebbe abbassare anche significativamente il nostro tono dell’umore o mantenere un disturbo depressivo quando presente.
Per consentirci di sentire la nostra tristezza ed esprimerla all’esterno, dobbiamo poi anche consentirci di dire a noi stessi e agli altri che, quantomeno in uno specifico momento, siamo vulnerabili, che abbiamo bisogno di qualcun altro, che non siamo totalmente in controllo. E questo non è facile per tutti: si può infatti avere paura di provare tristezza, se nella nostra storia di vita abbiamo imparato presto che, se abbiamo bisogno di qualcuno disponibile a sostenerci, non avremo la possibilità di trovarlo. E quindi si può imparare presto a non stare in contatto con questa emozione e negarne l’esistenza, per proteggerci dal rischio di non trovare qualcuno disponibile a sostenerci e fornirci aiuto quando ne avremmo bisogno: così si impara a “non sentire” e a fare tutto da soli, si crede di non aver bisogno di nessuno e di essere autosufficienti qualunque cosa accada.
In conclusione, la paura di sentire e stare in contatto ci porta spesso a vivere evitando le nostre emozioni. Ma questi meccanismi hanno costi importanti. È vero che contattare quello che sentiamo può essere a volte faticoso, doloroso, metterci davanti a problemi da affrontare. Ma è anche vero che non contattarle significa vivere una vita non piena.
Quali emozioni non sentiamo dipende da diversi fattori tra cui le caratteristiche del contesto in cui siamo cresciuti, la cultura di appartenenza, caratteristiche personali fra cui il nostro genere sessuale. Comunque, se anche inizialmente tendiamo a non contattare un tipo di emozioni in particolare, col passare del tempo tale difficoltà può generalizzarsi alle altre, impedendoci di assaporare il gusto di tutta la nostra vita.
Per cercare di non stare in contatto possiamo usare diverse strategie: non ci fermiamo mai impostando la nostra vita in modo da avere sempre qualche attività da svolgere e non avere spazi per connetterci con noi stessi e sentire autenticamente; assumiamo farmaci; tratteniamo quello che proviamo non consentendoci di sentirlo fino in fondo e impedendo alle emozioni di svolgere le funzioni per le quali esistono; o, ancora, assumiamo convinzioni che svalutino l’importanza che le emozioni rivestono per affrontare problemi e scelte rispetto al pensiero logico e alla razionalità.
Queste strategie possono anche essere funzionali e utili in alcuni momenti specifici. Ma non possono diventare il modo abituale di gestire la relazione con quello che proviamo nel tentativo di eliminarlo; anche perché le emozioni, tristezza inclusa, non sono eliminabili dalla nostra esperienza.
Tali atteggiamenti e comportamenti hanno il costo di farci perdere informazioni fondamentali per la nostra qualità di vita, influenzando in maniera negativa i livelli di soddisfazione che percepiamo. Inoltre ci impediscono di apprendere strategie adeguate per gestire le emozioni stesse: e questo può essere molto problematico, in quanto, quando alcuni accadimenti ci metteranno necessariamente nella condizione di sentire, non avremo gli strumenti idonei da utilizzare.
Così, non consentirci di sperimentare la tristezza ci priva della possibilità di imparare a gestirla: non ci consentiamo di sperimentare il fatto che abbiamo tutte le risorse necessarie per fronteggiarla o almeno imparare a maneggiarla. Non riusciamo a vedere che la tristezza è solo tristezza. E non la accettiamo come parte della nostra vita, una naturale fase di passaggio.
Tutti questi meccanismi possono indurre addirittura allo sviluppo di una vera e propria fobia per gli stati interni dolorosi. Per questo diventa fondamentale consentirci di esplorare gli stati emotivi dolorosi o di cui abbiamo paura. Ascoltarci, connetterci alle sensazioni fisiche e stare in contatto con quello che proviamo ci consente, infatti, di utilizzare i segnali che percepiamo in maniera per noi vantaggiosa e positiva, anche in termini di evoluzione personale, e ad averne sempre meno paura.

L’era digitale nella storia


La mia relazione potrebbe provocatoriamente essere vista invertendo il titolo del convegno: l’era digitale nella storia, ovvero come nella storia della psicologia umana si colloca l’era digitale. Non intendo inoltre parlare di nuove tecnologie, semplicemente perché queste non sono tali specie per i ragazzi di oggi; parlerò piuttosto di tecnologie, di come e se sono cambiati gli stili di apprendimento, comunicazione e socializzazione tra i giovani. Partirei da Facebook e dai timori che suscita: ci sono sempre pregiudizi verso giovani e tecnologie; non mi piace che si tenda a creare una cultura della paura. I cambiamenti cognitivi avvenuti soprattutto nei bambini sono molto legati anche ai pericoli, ma non voglio che si demonizzi il mezzo; è vero piuttosto che lo usiamo male.


Un confronto


Si pensi alle differenze tra un bambino nato oggi e uno nato 50-60 anni fa; il cervello di questi due bambini è diverso nello sviluppo, perché è qui che sono cambiate le cose, ma il nativo digitale è ancora un homo sapiens. Un bambino di 3 anni, 50 anni fa, era attratto da certi rumori, ad esempio le pentole adoperate dalla mamma in cucina; oggi viene più attratto dalla tv, perché il cervello umano è attratto dallo stimolo più intrigante e interessante. Ancora: 40-50 anni fa nonni e genitori raccontavano ai bambini delle fiabe; oggi, solo l’8% del mondo degli educatori lo fa. Il bambino di allora ascoltava, sviluppava la propria capacità di ascolto, di gestione delle emozioni e della paura, un’immaginazione creativa, ma anche l’attesa, la gestione del tempo; oggi un bambino di 6 anni non ascolta fiabe, tuttavia, seguendo la TV o internet, alcune capacità cognitive non si sviluppano, ma altre sì: la memoria, la ricerca viso-spaziale e altre funzioni… Così, all’ingresso a scuola, se un bambino di 50 anni fa, nell’accostarsi a un maestro era abituato a sentire un adulto parlare; oggi, non essendoci più questa consuetudine, un ragazzino entra a scuola per trovarvi un insegnante che gli parla per 6 ore, senza che possa “spegnerlo” o “cambiare canale”, cosa che però rientra nello stile cognitivo del bambino! Tanti insegnanti, perciò, dicono che i bambini sono iperattivi, ma non è così. E nella didattica dell’era digitale si pone una sfida molto importante per gli insegnanti. Un altro esempio: a 10,11, 12 anni, alle scuole medie, nella preadolescenza, i ragazzi si avvicinano ad alcune tematiche: sessualità, amore, emozioni. Un tempo, magari all’oratorio, un ragazzino poteva incontrare qualcuno da cui rimaneva colpito, provava a parlarci, cercava di instaurare una relazione ed era faticoso. Oggi c’è uno strumento come facebook (ovvero “catalogo”) per cui è assai facile “sfogliare” il catalogo e vedere che fa un ragazzo: viene meno la mediazione data dal tempo, ma anche l’approccio alla sessualità: basta scrivere una parola come ad esempio “mele” su google e vi troverete il mondo! L’accesso alla sessualità è assai più facile per non dire della scuola. Ancora, per scrivere la vostra tesi, avrete dovuto prendere un treno, girare per delle biblioteche, scrivere; oggi tutto ciò non serve più, c’è tutto in internet, la fatica viene meno e si passa al più facile “copia e incolla”. Baumann sostiene che il problema non è tanto la società liquida ma orientarsi davanti a questa mole di informazioni: la scuola deve appunto aiutare a orientare.


Ascolto e attenzione


Questi sono cambiamenti evidenti, che nascondono un cambiamento cognitivo molto importante: la generazione di oggi è meno predisposta all’ascolto e al confronto, all’esame orale i ragazzi vanno molto in difficoltà, sono più propensi a scriversi piuttosto che a parlarsi, passano ore su social networks, giochi on line, ecc. Per giunta, nella loro scrittura ordinaria internet e gli SMS hanno portato le abbreviazioni, ma hanno modificato anche la struttura logica del testo. Tuttavia, la loro capacità di orientarsi nello spazio digitale è immenso rispetto alla nostra, hanno sviluppato un’abilità di learning by doing e sono abilissimi nel multitasking, che non dobbiamo temere. Il ragazzino che oggi studia ascoltanto l’I-pod, si concentra egualmente, cosa che è molto studiata dagli neuro scienziati, perché l’attenzione è un’abilità cognitiva importante e le ricerche ci dicono che il multitasking non implica scarsa attenzione, anche se questo va insegnato e moderato. Per questo, ci sono tre opzioni: negare il digitale a scuola; trasferire tutta la didattica nella tecnologia; una strada più equilibrata di integrazione. L’approccio dev’essere integrativo, non possiamo cioè chiedere ai ragazzi di non fare cose che fanno nella loro quotidianità. In quanto all’equilibrio – uno psicologo americano parla di approccio ecologico alla tecnologia –, la scuola ha una mission educativa per cui deve sviluppare tutte le attività cognitive dei ragazzi. C’è poi il problema delle emozioni: i ragazzi di oggi non vedono nell’insegnante una figura autoritaria-autorevole come un tempo, né la famiglia vi contribuisce. Un tempo la didattica si fondava sulla trasmissione orale, la trasmissione del sapere era diretta. Se il ragazzino capisce che, dal punto di vista cognitivo, il concetto di autorità sta nella rete non posso combattere arrabbiandomi con lui, ma devo iniziare a far capire che quanto si trova in internet può essere sbagliato e che internet non è uno strumento ma un ambiente, una struttura generata da infinità di connessioni virtuali, mentre la memoria lo è. Se facciamo nostre queste consapevolezze, se capiamo che internet è un ambiente, il passo successivo è far capire che bisogna introdurvi delle regole; tuttavia, le ricerche ci dicono che non si fa questo ragionamento nell’ambiente internet. Un esempio sul concetto di autorità: mentre un tempo un’intera rete sociale, magari anche sbagliando modalità, sosteneva una persona anoressica dicendogli che l’anoressia andava combattuta, oggi in internet quella stessa persona troverà centinaia di migliaia di contatti di soggetti come lui che sosterranno che a sbagliare sono gli altri: è tragico, ma dal punto di vista cognitivo ha ragione lui. Quanto manca oggi è la trasmissione del valore della relazione. Quelli che facebook chiama “friends” non lo sono, sono contatti; ciò che chiamiamo conoscenza su internet non lo è, è informazione … il problema non è facebook ma come lo si utilizza e il fatto che nessuno educa ragazzi caratterizzati da stili cognitivi e di apprendimento tanto diversi dai nostri. Non lo facciamo perché nessuno lo ha fatto con noi, manca modello educativo di riferimento.


Identità e senso critico


La costruzione dell’identità è sempre in movimento, ma oggi ne abbiamo anche una digitale, che non va contrapposta a quella concreta. Il fatto è che l’identità digitale non viene costruita solo da noi, ma anche da quello che gli altri dicono di noi, così che gli altri si fanno un’idea di noi senza conoscerci. Anche nella didattica c’è una variazione: al manuale si contrappongono i materiali che troviamo in rete – l’archivio storico di un quotidiano, ad esempio – che incidono sulla percezione della verità. Oggi si lancia senza riguardi una notizia apparsa in facebook e questa diviene vera, nessuno ne verifica la fondatezza. Questo perché manca il senso critico. In realtà internet ha diffuso a un grande senso critico, con la messa in rete di milioni di documenti, e questo è un paradosso storico. All’insegnante oggi spetta soprattutto favorire lo sviluppo del senso critico, interessa sviluppare le competenze per arrivare al contenuto, per orientarsi nella mole di informazioni che si trovano nella rete. Un altro problema è quello relativo alla memoria: o piuttosto alle capacità di attenzione, perché la prima è legata alla seconda. Se la mia attenzione si disperde, la mia memorizzazione scarseggia; per lavorare su questa, occorre far ricorso alle emozioni. Per far sì che non si usi il cellulare in classe, basta ricorrere a un esempio per far capire che quando questo avvenga, l’insegnante ci rimane male, come un amico che non ci ascolta perché sta contemporaneamente utilizzando il telefonino.


Una riflessione finale


Su internet non si scrive a matita, ma con l’inchiostro: lo sviluppo del senso critico non serve solo a favorire l’apprendimento, ma ad aiutare i ragazzi a orientarsi nell’ambiente internet e nella loro vita.


Nell'era della tecnologia c'è ancora spazio per le emozioni?


Oggi è largamente diffusa l'idea che la tecnologia abbia talmente invaso e stravolto la vita delle persone da non lasciare più spazio neanche a ciò che rende gli esseri umani tali: le emozioni.

Innanzitutto, è lecito evidenziare il fatto che la tecnologia abbia ripercussioni non indifferenti sugli individui, dai giovani ai più attempati. Come nascondere l'isolamento ontologico provocato dalla stessa? I più, sono ormai così condizionati dall'uso del telefono tanto da preferire essere attivi sui social anziché curare i veri e propri rapporti umani, quali la conversazione, il confronto e, perché no, anche la discussione. Molte sono le esperienze che lo attestano: al bar, ad esempio, quale uno dei luoghi più frequentati dai giovani, o nei ristoranti, i capi sono tutti chini ad osservare lo schermo, non curanti della realtà che li circonda. Un altro eclatante esempio che vale la pena prendere in considerazione, è quello della “Realtà aumentata”. Si tratta dell’arricchimento della percezione sensoriale umana mediante informazioni che non sarebbero percepibili con i cinque sensi. Si utilizzano occhiali a proiezione sulla retina, auricolari e guanti che aggiungono informazioni multimediali alla realtà già normalmente percepita, facendo immergere così in una sorta di reale videogioco in cui si può direttamente interagire. Il risultato è un tangibile allontanamento dal reale che può provocare uno smarrimento dovuto alla mancata capacità di riadattarsi alla vita quotidiana, che in alcuni casi ha spinto al suicidio.


Ciò non toglie che nella maggior parte dei casi la tecnologia non è così potente da atrofizzare la mente umana, non è in grado di privare l’uomo dei sentimenti, i quali lo differenziano completamente dalle macchine, rendendolo non un burattino che esegue schematicamente i compiti affidati, bensì quell’essere magnifico quale è. Di fatto oggi la scienza sta cercando un modo per rendere i robot sentimentalmente attivi, ed è in questo senso che la filosofia supporta la ricerca: i filosofi contribuiscono all’avanzamento tecnologico giacché sono considerati gli unici in grado di percepire la natura delle emozioni, se cioè esse sono dovute a particolari meccanismi della mente, perché vengono provate e cosa permette di patirle. Un tema simile è affrontato, ma non ben risolto, nel film AI: Intelligenza Artificiale, che concerne la costruzione di un robot in grado di amare: creando ciò, il costruttore raggiunge l’apice dell’egocentrismo, non essendo necessario che l’uomo ricambi l’amore della creatura. È pur sempre vero però che un robot amoroso porterebbe ad un conflitto di natura morale: da un lato la consapevolezza di aver di fronte una macchina (non degna d’amore) e dall’ altro il suo comportamento affettuoso che, unito al suo aspetto antropomorfo, spingerebbe alla proiezione emotiva e al coinvolgimento. Del resto anche nel rapporto amoroso tra umani la proiezione svolge un ruolo fondamentale: non ci s’innamora di una persona, ma dell’immagine che si ha e che si costruisce della stessa.

Comunque sia, se dovesse instaurarsi un rapporto amoroso bilaterale, ne deriverebbe per l’umano un’assunzione di responsabilità nei confronti dell’essere amato, anche se è una macchina. Come afferma Antoine de Saint-Exupéry nel Piccolo Principe, non c’è amore senza assunzione di responsabilità. Allora, come si esprimerebbe questa responsabilità nei confronti del robot amoroso? E che forme potrebbe rivestire l’amore per un robot, al di là del semplice rifiuto di considerarlo “solo” una macchina? Forse si potrebbero trovare risposte nel film L’uomo bicentenario in cui il protagonista robot ha come massima aspirazione quella di divenire umano, ma non gli basta essere amato da una donna poiché la sua intenzione è quella di provare sentimenti, così che tutto il mondo riconosca la sua nuova natura e possa considerarlo un uomo. Questo per evidenziare che nonostante la grande la perfezione delle macchine, la vera superiorità è della razza umana e consiste nella sua imperfezione.

D’altro canto, l’amore rimane ancora un impulso prettamente umano, giacché è la razza umana la vera e propria artefice di questo sentimento. Sono l’amore, l’affetto, la bontà, e tutte le virtù a dare forza ad un individuo e a convincerlo che vale la pena tirare avanti e vivere la vita appieno ogni giorno, del domani non v’è certezza. Per questo, in un mondo dove la tecnologia compie grossi passi in avanti e tiene legata a sé le persone come gli schiavi della caverna platonica, l’emotività è l’unica via di fuga per continuare, come un tempo, a valorizzare l’uomo per ciò che è, evitando di essere offuscato dalla banalità dei social e da quella realtà oramai virtuale che cerca di innestarsi nella società.

Vantaggi della tecnologia:


La società in cui viviamo basa i suoi sistemi di comunicazione sulla televisione e sulla rete, pertanto ogni aspetto della nostra vita dipende fortemente dal mondo digitale.


Anche l’intrattenimento, oramai, è fortemente digitalizzato; una volta, ad esempio, un passatempo molto gettonato era la lettura di un buon libro, mentre oggi non si può fare a meno dei videogiochi o dei video di YouTube.


A causa di ciò, come spiega Pennac nel suo libro “Come un romanzo”, le persone non hanno bisogno di immaginare nulla, perché tutto è già stato stabilito da chi ha prodotto quel video o quel film; la lettura di un libro, invece, richiede anche la capacità di immaginare la storia che si sta leggendo, e in questo modo ogni lettore sperimenta un’atmosfera che è soggettiva, e dà adito a tante interpretazioni diverse.


La nostra realtà è quindi così digitalizzata che anche i bambini, fin da piccoli, vengono abituati a usare un computer e navigare in rete; con il computer possono disegnare, imparare nuove cose, divertirsi giocando con i videogiochi, ma tutto questo può creare in loro una dipendenza, una sorta di ossessività, come afferma Papert nel suo libro “I bambini e il computer”.


Saggio breve sulla poesia nella società delle comunicazioni di massa


Quali sono i vantaggi della tecnologia:


Tuttavia, per un bambino il computer e la rete possono rappresentare un modo per “fuggire” dalla realtà, qualora le condizioni sociali dell’ambiente in cui vive non soddisfino le sue esigenze; questo è uno dei fattori che maggiormente determina un eccessivo attaccamento alla rete, non solo per i bambini, ma anche per i più grandi.
Soprattutto per gli adolescenti, questa “fuga” è resa possibile dai social network come Facebook o Twitter, che permettono di “restare in contatto con le persone della propria vita” condividendo foto, video, stati e quant’altro.



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Affidandosi eccessivamente ai social network, però, si rischia di dimenticare la vita vera, preferendo vivere in una dimensione irreale nella quale si hanno tanti “amici”, senza magari avere anche un solo amico vero nella realtà.
La tecnologia è quindi usata molto spesso in maniera errata e senza una moderazione. Tuttavia, essa può offrire molte possibilità agli utenti di oggi, come per esempio permettere i contatti fra persone geograficamente distanti l’una dall’altra, permettere la condivisione istantanea dei dati, essere un mezzo per la diffusione di notizie in tutto il mondo. Anche Facebook, Twitter e gli altri social network possono essere molto utili in questo senso, e inoltre permettono agli utenti di sottoscrivere importanti petizioni semplicemente cliccando un tasto.


Vantaggi della tecnologia nelle scuole


La tecnologia è anche diventata, soprattutto in questi ultimi tempi, un importante strumento per gli studenti e per tutti coloro che hanno voglia di imparare nuove cose; l’azienda informatica che più si è mossa in questo senso è la Apple, che dedica una parte delle sue applicazioni agli studenti universitari e liceali.


Nella rubrica “Tuttoscienze” del quotidiano “La Stampa” Ruffilli prende in considerazione gli iPod e i Podcast, due delle invenzioni a marchio Apple che hanno riscontrato più successo.
I Podcast sono dei file audio o video di breve durata, solitamente qualche minuto, che trattano degli argomenti più svariati e possono essere prodotti dalle stazioni radio, dalle università, dalle istituzioni o semplicemente dai cittadini. Gli iPod, invece, permettono di ascoltare musica, di guardare video e, se dotati di connessione a internet, di scaricare ed eseguire i Podcast.


Vantaggi della tecnologia moderna


Ma non soltanto i Podcast offrono possibilità per lo studio; un’altra delle innovazioni Apple sono le applicazioni, disponibili per strumenti con questo marchio di fabbrica, che vengono utilizzate per approfondire una specifica materia scolastica oppure per elaborare dati immessi dall’utente.
La più importante delle applicazioni di questo tipo è iTunes University, con la quale le più importanti università del mondo rendono disponibili parte dei loro corsi, che vengono filmati e condivisi tramite quest’applicazione. In questo modo, non solo si possono approfondire le proprie conoscenze in un particolare ambito, ma si possono anche sviluppare le proprie abilità nelle lingue straniere (le università italiane non partecipano ancora a quest’attività di condivisione).


Uso o abuso della tecnologia?


Smartphone e tablet fanno ormai parte del nostro quotidiano, senza il loro contributo tecnologico ci sentiremmo smarriti, incapaci di trovare soluzioni in breve tempo perché abituati ad averle dal web in nanosecondi senza spremerci minimamente le meningi o cercando le risposte in enciclopedie o libri.

L’immediatezza è essenziale. Qualsiasi cosa deve essere smart per essere presa in considerazione e questo metodo è uno degli obiettivi che si pone la tecnologia quando vengono creati prodotti così, e sempre più, all’avanguardia.

Il cellulare è diventato il nostro miglior amico, il confidente per eccellenza! Tramite esso ci interfacciamo con gli altri, lo usiamo come ‘scudo’ nella battaglia che è la vita quotidiana, principalmente caratterizzata da una realtà artefatta e basata sull’apparire, sull’assomigliare agli altri e non sull’essere autentici, unici.
Siamo così vincolati dal cellulare che lo trattiamo come l’oggetto a noi più prezioso tanto che “Gollum e il suo tesoro, ci fanno un baffo”! La batteria del cellulare è diventata per noi un’ossessione, deve essere sempre al di sopra del 50%, altrimenti è panico! Quindi la controlliamo ogni ora, assicurandoci di avere una power bank in borsa pronta all’uso. Siamo così accorti per queste cose che non ci rendiamo conto di come ne stiamo diventando schiavi.


Quando arriviamo nei locali non guardiamo il locale in sé, le persone presenti ma il tavolino strategico che abbia una presa elettrica vicina da poter così ricaricare la nostra ‘creatura’.

Le uscite di gruppo stanno diventando delle uscite di coppia: tu e il tuo smartphone assieme ad altre ‘coppie’ uguali a te. Zero dialogo. Alcun volte ce ne accorgiamo criticando gli altri quando lo fanno ma non ci rendiamo conto che anche noi siamo così. Chi di più e chi di meno, ma tutti.


Camminiamo come zombie, non ci guardiamo attorno ma registriamo la nostra posizione e se qualcuno ci contatta dicendo che era lì anche lui, ci rammarichiamo nel non averlo incontrato, magari ci siamo anche andati a sbattere contro ma avendo gli occhi fissi sullo schermo non ce ne siamo accorti.
Ci scusiamo addirittura della mancata occasione fissando ipotetici caffè che sappiamo tutti, a meno che non sia per caso, non prenderemo mai. Perché? Non c’è tempo. Ma per una partitina a candy crash, beh quello si trova sempre.


La comunicazione nelle chat è frenetica e interattiva (anche se l’italiano si è ormai suicidato da tempo), invece nella vita reale è misera, povera di collegamenti o addirittura priva di discorsi di senso compiuto.


Se ci sono da articolare due parole in pubblico il massimo che ti possa uscire dalla bocca è un breve ed apatico saluto e stop. Logicamente il tutto avviene in una frazione di secondo perché, soprattutto noi giovani, ci sentiamo tutti manager, dove ogni minuto è prezioso… Quindi il mini saluto è per noi “ok”, basta e avanza, in fin dei conti siamo stati educati con la persona incontrata e allo stesso tempo non ci siamo staccati dalla chat di whats app o dal postare frasi poetiche delle quali, pur non conoscendone l’autore, ci fanno sentire più ‘ganzi’ (in Toscana si dice così), cioè più “intellettual-fighi”.


Per non parlare poi delle fotografie dei piatti che ci vengono serviti nei ristoranti, durante gli aperitivi o alle feste, noi dobbiamo postare tutto! Nei social la nostra vita è aggiornata giorno per giorno anzi, minuto per minuto, per sentirci così più popolari, dei viveur che stanno sempre sul pezzo o che addirittura riescono ad anticipare le mode.

Le nostre foto profilo? Tutte diverse, tutte ritoccate e così perfette che neanche Mario Testino potrebbe fare meglio. Ma perché ci ostiniamo a falsare la realtà? Perché non ci andiamo bene per come siamo?


Questo è uno degli interrogativi più controversi che riguardano la società attuale ed a cui è difficile dare una risposta.
Se uno domandasse in giro quali siano le cose più importanti e che porterebbe sempre con sé, escludendo alcune risposte filosofiche, il telefonino o il tablet prima o poi saltano sempre fuori; fanno parte di noi, del nostro quotidiano.
Siamo tutti degli smartphone-addicted! Non conosciamo tutte le potenzialità del telefonino ma sappiamo benissimo usare filtri, contro filtri e postare a gogò nei vari social.

Bisognerà quindi ‘disintossicarci’ da questa dipendenza perché dobbiamo essere sempre più consapevoli e convinti che una parola scambiata vis-à-vis è migliore che leggerla nello schermo, che il piatto è meglio assaggiarlo caldo e non freddo e che se si dovesse spegnere il cellulare a causa della batteria scarica, beh non muore nessuno.
Le relazioni umane, quelle vere, senza l’utilizzo di apparecchi tecnologici, sono il vero ‘must have’ per avere un futuro migliore.

Ma scusate, quando non c’erano i telefonini, e-mail o videochiamate, come si faceva? Si scrivevano le meravigliose lettere. Sembrano passati secoli ed invece non è poi così lontana quell’epoca!
L’impegno nel non sporcare la carta pregiata, la cura nello scrivere affinché la scrittura potesse essere leggibile, la capacità di condensare tutti nostri pensieri e sentimenti in un foglio di carta, erano essenziali per poter far arrivare una parte di noi stessi al destinatario.
E dopo che avevi imbucato la famosa lettera cosa accadeva? Iniziavi a contare i giorni, immaginavi vari scenari di risposta e rimanevi in trepida attesa dell’arrivo del postino che ti dicesse, come avviene ora con Maria De Filippi: “C’è posta per te”.
Beh non voglio sembrare nostalgica del passato, o retrograda, ma, alcune volte, bisognerebbe riflettere su questo cambiamento radicale nella comunicazione con gli altri; siamo infatti passati dall’essere troppo metodici a superficiali. Siamo addirittura arrivati anche ad usare la comunicazione tecnologica in modo negativo e cattivo con atti di bullismo cibernetico.


Ma ci rendiamo conto della nostra regressione o no?!
I bambini adesso non chiedono più un gioco da tavolo, le bambole, le macchinine per giocare con il vicino di casa (Esiste un vicino di casa? Esistono altri bambini?) ma smartphone, tablet e giga di internet.


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