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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TRAVELOGUE

Ker Ys

(..una leggenda celtica della Cornovaglia).

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11 minuti

Pubblicato il 11 febbraio 2019 in Viaggi

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Cornovaglia terra di antiche leggende.
Cornovaglia terra di antiche leggende.

Ker Ys: una leggenda celtica della Cornovaglia.


Narra una nota leggenda celtica della scomparsa di ‘Lyonesse’, un tratto di terra che un tempo collegava la Cornovaglia alla Bretagna e le numerose terre che, secondo la tradizione, compongono oggi le isole Scilly. La tradizione medievale descrive un’antica terra situata oltre Land's End, la punta sudoccidentale d'Inghilterra. Chiunque, in una giornata limpida, spazi con lo sguardo verso le Isole Scilly, non avrà difficoltà a immaginare che fra queste e il continente sorgesse, in un remoto passato, un fiorente paese. Si trattava, citando il poeta inglese Lord Alfred Tennyson, della “terra perduta di Lyonesse (Lethosow) dove oggi si stende solo il burrascoso mare”. In questo luogo che sembra esistito veramente, alcuni ricercatori hanno rinvenuto sott’acqua un anello di massi di grandi dimensioni che fa pensare a una possente costruzione, forse un monumento preistorico o un castello medioevale.
Il primo accenno scritto a una terra scomparsa al largo della costa della Cornovaglia è contenuto nell'Itinerario di Guglielmo di Worcester, del XV secolo. Egli parla di “boschi, campi e numerose chiese parrocchiali, attualmente tutti sprofondati, tra il Monte e le Isole Scilly”. Ma, a questo paese sommerso, egli non assegna alcun nome, anche se alcuni studiosi collegano a questa leggenda, tramandata inoltre in famose ballate e fiabe celtiche, il ricordo di una città mitica il cui nome ‘Ys’ (pronunciato anche ‘Is’ o ‘Ker-Ys’ in bretone) è quello di una città mitica edificata sulla riva del mare nella baia di Douarnenez in Bretagna, da Gradlon re di Cornovaglia per la bellissima figlia Dahut, “la buona strega”, in grado di realizzare con l’aiuto delle ‘fate del mare’ spettacolari città dalle mura di cristallo.

Si vuole che l'isola governata da Gradlon si trovasse sotto il livello del mare e per questo motivo attorno alla città il re aveva fatto costruire un sistema di dighe che la proteggevano dai flussi dell'oceano, e come gesto d'amore nei confronti della figlia le aveva dato le chiavi che le permettevano di aprire le dighe a suo piacimento. Ma, poiché Dahut osò sfidare le leggi patriarcali rendendosi sovrana e conducendo una vita dissoluta con un giovane straniero giunto sull’isola, fu condannata dalla legge divina e da quella degli uomini a perire insieme a lui: “E il mare, ovunque dilagando, devastò completamente il territorio di Lyonesse, e molte altre vaste zone”.

Un’altra versione della stessa leggenda narra che il giovane straniero fosse quel Tristan de Lyonesse (legato alla saga arturiana) dietro il quale pare si nascondesse il demonio e che, innamorato di Dahut, una volta impossessatosi delle chiavi delle dighe della città, le aprì, permettendo all'Oceano di sommergere l'isola con tutte le sue cose. Solo re Gradlon in sella a un bianco destriero che precedeva le onde riuscì a salvarsi, raggiungendo la costa e portando con sé Dahut, ma durante il tragitto Iddio gli ordinò di gettare in mare la figlia perché posseduta dal demonio, ed egli così fece. Si vuole che proprio Dahut, per adattarsi alle acque dell'Oceano, si trasformò in una splendida sirena che con il suo dolce e ossessivo canto, riusciva a incantare i marinai. In seguito i pescatori del luogo che nelle notti di luna piena passavano vicini alla spiaggia dove un tempo sorgeva il castello di Ys vedevano una morverc'h (a mermaid), una bellissima sirena che pettinava i suoi lunghi capelli dorati cantando alle onde che avvolgevano i suoi piedi questa ballata:


“The Breton legend of Ker-Ys” (The Fortress of the Deep)”


Ocean, beautiful one of blue, embrace me, roll me on the sand

I am thine, lovely Ocean blue

Born upon amidst thy waves and foam was I;

As a child I played with thee

Ocean, magnificent Ocean, blue

Ocean, beautiful one of blue, embrace me, roll me on the sand

I am thine, lovely Ocean blue

Ocean, arbiter of boats and men, give me thy wrecks

Gold-trimmed, jewel-bedecked treasure fleets

Bring handsome sailors to my gaze,

To use and then return to thee

Ocean, beautiful one of blue, embrace me, roll me on the sand
I am thine, lovely Ocean blue.


Oceano, bellissimo blu che mi abbraccia, che mi rotola sulla sabbia
Io sono tua, e tu il bell’Oceano blu

Nata tra le tue onde di schiuma son io;

Come un bambino che giocai con te

Oceano, magnifico Oceano blu

Oceano, bellissimo blu che mi abbraccia, che mi rotola sulla sabbia
Io sono tua, e tu il bell’Oceano blu

Oceano, arbitro di barche ed uomini che mi porti i doni dei tuoi naufragi

Flotte di tesori d’oro, e di gioielli-adornate

Tu che porti i bei marinai al mio sguardo fisso,

Ch’io possa usare e poi ritornare a te

Oceano, bellissimo blu che mi abbraccia, che mi rotola sulla sabbia
Io sono tua, e tu il bell’Oceano blu.


Nel ciclo arturiano, ‘Lyonesse’ è il nome della terra d'origine dell'eroe Tristano, nipote di re Marco e amante della moglie di questi, Isotta. Poiché Marco era sovrano della Cornovaglia, Carew e un altro autore ritennero che la "terra perduta" locale e Lyonesse fossero un solo e unico luogo. I medievalisti non accettano questa ipotesi e sono dell'opinione che ‘Lyonesse’ sia la forma corrotta di un nome più antico assegnato al paese di Tristano, “Loenois”, attualmente Lothian, in Scozia. Tale collocazione concorda con il fatto che il nome Tristano apparteneva a un principe dei Pitti delle Terre Spezzate presenti sul territorio già nelI' VIII secolo. In un’altra leggenda si dice anche che nelle notti quiete le campane di ‘Ker Ys’ possono essere sentite suonare dolcemente ancora nel vento: come in questa antica canzone qui trascritta in gaelico:


Gweles-te morverc'h, pesketour

O kriban en bleo melen aour

Dre an heol splann, e ribl an dour?

Gwelous a ris ar morverc'h venn,

M'hle c'hlevis 0 kannan zoken

Klemvanus tonn ha kanaouenn.

(traduzione ‘poetica’ in italiano)


Didst tu che vedi nel mare, o pescatore

lei che pettinò le sue chiome d’oro

come il sole che risplende dall'orlo dell'acqua?

Io la vidi nel mare pallida

Io ricordo d’aver udito la sua canzone

nell'aria, l'angoscia del suo lamento.


Una leggenda ascritta a ‘la dame du lac’ vuole che Dahut “la buona strega” viva ancora nel suo meraviglioso castello (di cristallo) in fondo al mare aspettando il momento adatto per tornare alla luce e, quando questo avverrà, Ys sarà la più bella città mai esistita al mondo: “che non teme pari”. L'antiquario Richard Carew, nativo della Cornovaglia, fu il primo a identificare il regno svanito nel mare con l’Avalon della leggenda di Artù. L'opinione è riportata in Britannia di William Camden e nello Studio della Cornovaglia (1602), dello stesso Carew: "quando Lyonesse fu sommersa dalle acque, solo un uomo di nome Trevelyan riuscì a fuggire su un cavallo bianco". Da quel giorno sullo stemma della famiglia che porta il suo nome fu rappresentato un cavallo bianco che emerge dalle onde.

Che si parli della terra scomparsa di ‘Lyonesse’ o della magnifica città di ‘Ys’ non lo sappiamo ancora, di certo quel tratto di terra fu un tempo occupata dai Celti, un popolo dalle origini ancora sconosciute, probabilmente giunto in Bretagna attraverso il Reno o la Moldava, stabilitosi dapprima nella Gallia Cisalpina e Transalpina, là dove il nome di Galizia ricorda i Galati o i Galli; per poi giungere in Inghilterra e in Irlanda fino alle Isole Ebridi. Una crescita demografica attiva e la necessità di nuovi spazi abitativi, li spinsero a maturare uno spirito bellicoso che, unito alla notevole capacità nel forgiare i metalli, probabilmente li portò a sciamare verso il Mediterraneo e il Mar Nero, fino in Asia Minore. Un elemento basilare accomuna oggi tutti questi territori così diversi tra loro, rintracciati nelle lingue neo-latine, questo è il ‘gaelico’, una lingua che pure rientra nella grande famiglia cosiddetta ‘indo-europea’.

Gli odierni filologi pensano sia comparsa primaria tra i Balcani e il Mar Nero, poi dispersa per ragioni che sono tuttora sconosciute, formatasi su un ceppo linguistico primitivo, così come arcaica risulta essere la loro struttura sociale, diversificatasi gradualmente nel tempo, dando forma ad altri ceppi distinti, di cui, il più antico, è sicuramente attribuibile ai Pitti, un gruppo celtico che in illo tempore occupò la Scozia. Si tratta del “Popolo Dipinto” o Pitti come sono chiamati comunemente i membri di questa razza, di cui sono rintracciabili incisioni su steli di pietra, entrate a far parte del patrimonio archeologico celtico tuttora allo studio. I Pitti, in effetti, al tempo dell'arrivo dell'uomo nelle Terre Spezzate facevano parte del popolo degli Adusti, giunto dall’estremo sud e stabilitosi dapprima negli odierni territori di Meridia e poi spintosi verso nord fino ad incontrare gli Elfi.

L’incontro con un popolo così arcano e potente affascinò parte degli antichi Adusti e li spinse ad una sorta di venerazione nei loro confronti. Alcuni Adusti vedevano negli Elfi degli Dei in terra, la testimonianza diretta dell’esistenza di un mondo magico e spirituale che permea quello reale: “…ecco, Amici, ecco perché i nostri Padri amarono il popolo che negli occhi ha il colore del Cielo. Essi posseggono la forza e l’onestà delle fiere, odono i sussurri degli alberi e la loro voce ha la potenza del Vento. Sono semplici, rifuggono la civiltà, e come fanciulli che ascoltano le storie degli anziani per dimenticarle non appena il sonno giunge a chiudere i loro occhi, i Pitti rimangono per sempre giovani…” (cif. Vedi Terre Spezzate in wikispaces.com). Sembra vivino ancora oggi tra le gelide nevi di Altabrina, nella profondità delle selve di Neenuvar e in una piccola comunità nei fitti boschi di Corona del Re vive un popolo, di piccola corporatura ma di grande coraggio, misterioso ed alieno agli occhi degli Uomini.

Le saghe legate alla tradizione orale ascritte all’antica religione celtica rivelano in primo luogo la venerazione delle ‘forze della natura’ trasformate in divinità dei monti, delle foreste, dei fiumi e del cielo, oltre a combinazioni mostruose di animali ed esseri viventi, inclusi quelli vegetali, che davano luogo a tutto un mondo metafisico straordinariamente variegato. Nella mitologia celtica infatti, fanno la loro apparizione divinità con tre facce, dei con le corna di cervo e un serpente ‘favoloso’ con la testa di montone, liocorni ed altri animali fantastici la cui nascita mitica è spesso raccontata in varie forme e talvolta interpretata allegoricamente e misticamente.

Dello stesso parere era indubbiamente Marcel Proust che, nelle prime pagine della “Recherche: Dalla parte di Swann”, fa dire al narratore, lui meme: “Trovo del tutto ragionevole la credenza celtica secondo la quale le anime di coloro che abbiamo perduto sono imprigionate in qualche essere inferiore, un animale, un oggetto inanimato, perdute davvero per noi fino al giorno, che per molti non arriva mai, nel quale ci troviamo a passare accanto all’albero o a entrare in posseso dell’oggetto che ne costituisce la prigione. Allora esse sussultano, ci chiamano, e non appena le abbiamo riconosciute, l’incantesimo si spezza. Liberate da noi, hanno vinto la morte, e tornano a vivere con noi”.
Non mancano in queste leggende inoltre agli ‘spiriti’ spaventati e agnostici dell’orrore, le ‘fate’ anche dette ‘madri’, le cui capacità di trasformazione messe in relazione con la più arcaica credenza della reincarnazione di cui narrano alcuni poemi orali attribuiti al poeta di lingua gallese Taliesin (534 - 599) attivo nel basso medioevo, del quale sono sopravvissuti alcuni manoscritti che probabilmente riportavano tradizioni conosciute molto tempo prima, e trascritte nel ‘Libro di Taliessin’:


Sono cambiato più volte

fui salmone azzurro, poi cane

poi cervo e capriolo di montagna.

Fui martello nella fucina.

Per un anno e mezzo fui gallo. . .


Ancora oggi si ritrovano tracce di questa credenza arcana del folklore celtico e nelle fiabe inglesi di spettri e di magie, e sempre risalta la convinzione profonda riferita all’immortalità dell’anima che trasmigra dall’agonizzante per volare nelle regioni eteree sotto l’aspetto di un uccello o di altro animale mitico dotato di ali, che ritroviamo nei molteplici reperti archeologici (ori e bronzi) di ottima fattura, tra cui si denotano affascinanti figurazioni stilizzate di figure umane (per lo più guerrieri) che rivelano una raffinatezza di esecuzione e un disegno estetico relativo a mondi immaginari, orientati a testimoniare una certa trasfigurazione della realtà. Così come in molte miniature e incisioni in oro, nei manoscritti irlandesi e britannici, nei reperti ornati delle croci celtiche e nelle steli scolpite nella pietra, e sulle lapidi tombali.
La biografia di Taliessin è quantomeno oscura e di difficile ricostruzione, oltre a ciò che è contenuto nelle sue stesse opere, sappiamo infatti molto poco riguardo alla sua vita. Molte sono le presenze del suo nome nella letteratura popolare. La tradizione, le cui fonti scritte si attestano al XVI secolo, vuole che Taliessin fosse un ‘bardo’ nelle corti di almeno tre re britannici della zona del Galles. Secondo la leggenda egli fu nominato "Capo Bardo di Britannia" ed era perciò responsabile di giudicare le competizioni di poesia tra tutti i bardi della Britannia. Il suo nome si trova come Taliessin nella raccolta ‘Idilli del re’ (Idylls of the King) del già citato Lord Alfred Tennyson e in alcune opere posteriori. Taliessin, il cui nome significa "fronte raggiante", era il figlio adottivo di Elphin che più tardi divenne re del Ceredigion, dove si vuole si trovi la sua tomba, in cima a una collina. Della quale si dice, che se un viandante riposi nelle sue vicinanze il giorno dopo si risveglierebbe o poeta o completamente pazzo. Il villaggio di Tre-Taliesin, situato ai piedi della collina sepolcrale, prese questo nome, in onore del bardo, solo nel XIX secolo.


Un viaggio in Cornovaglia vale un incontro con la natura del luogo e con la leggenda.



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