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Una storia di Gauguin

Il sole del Sud

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6 minuti

Pubblicato il 24 novembre 2019 in Storie d’amore

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Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?

Brillano tra le foglie cupe le arance d’oro,

Una brezza lieve dal cielo azzurro spira,

Il mirto è immobile, alto è l’alloro!

Lo conosci tu?

Laggiù! Laggiù!

O amato mio, con te vorrei andare!


Conosci tu la casa? Sulle colonne il tetto posa,

La grande sala splende, scintillano le stanze,

Alte mi guardano le marmoree effigi:

Che ti hanno fatto, o mia povera bambina?

La conosci tu?

Laggiù! Laggiù!

O mio protettore, con te vorrei andare.


J. W. Goethe, Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni? – 1795


Prologo

​​​​​​​

Alzai le braccia fino all’altezza delle spalle e sentii i palmi delle mani che venivano sfiorati dal grano maturo, pronto per essere mietuto. Inspirai sentendo l’odore della terra e le narici seccarsi al passare dell’aria calda. Troppo calda. Era la fine di giugno e tutto aveva assunto il caratteristico colore rossastro della terra. Quando il sole era alto in cielo, il suolo sembrava iniziasse a bruciare, diventava incandescente e la gente usciva da casa per rifugiarsi nei bar a bere birre ghiacciate, giocare una partita a carte e prendersi un po’ di fresco dal ventilatore. Le fattorie si animavano più del solito, i contadini iniziavano a rimboccarsi le maniche per combattere contro quel sole così aggressivo ma così vitale e la voglia di scappare dal paese e correre al mare era tanta e sempre forte. Camminavo lenta in mezzo al campo, giallo come il Sole e forte come la Terra, dirigendomi verso la masseria dove lavoravo. Lì passavo le giornate a raccogliere frutta e verdura, a impastare, a lavare panni e a fare commissioni per Nilda, la padrona.

Era una donna robusta, tutta d’un pezzo, dagli occhi dolci e le mani vigorose. Indossava sempre abiti blu o azzurri, decorati da piccoli fiori, e sopra aveva un grembiule bianco di stoffa grezza, sporco di farina e uova. La sua giornata tipo prevedeva ore e ore passate a impastare e infornare pane, pizza e pasta per le ordinazioni dei ristoranti per i quali lavorava come fornitore.

Fausto, suo marito, si occupava dei macchinari per la preparazione del grano, degli animali e di gestire i suoi dipendenti quando, ovviamente, non si trovava chino su qualche verdura o arrampicato su di una scala a raccogliere frutti. Era un uomo basso, molto più vecchio di Nilda, dai capelli scuri per la sua età, le mani grandi e la pancia gonfia. Era solito vestirsi di marrone: scarponi di cuoio marrone, pantaloni di stoffa marrone scuro dentro i quali era infilata una camicia ingiallita e tenuti su da un paio di bretelle verdi scuro il lunedì, martedì e mercoledì, mentre nei giorni restanti indossava una grossa cintura di cuoio nero. Era un uomo pragmatico, abitudinario e di poche parole, severo ma mai cattivo.

Quando il sole calava, la luce s’indeboliva, quando tutto diventava arancione e quando le cicale frinivano in coro, vedevo Fausto ritornare dai campi con sotto al braccio gli avanzi del suo pranzo avvolti in un fazzoletto di stoffa. Camminava guardandosi attorno, come a non voler essere colto nel momento in cui si chinava e lasciava i rimasugli nella ciotola del cane. Temeva che questo puro gesto di dolcezza lo facesse sembrare un debole. Era compito mio e di Rita andare a nutrire gli animali domestici, un lavoro da donne e che di certo non meritava il tempo del padrone di casa. Ma quanto può uno stereotipo fermare un istinto? Quanto il “si fa così” riesce a trattenere la natura dell’uomo? Gli occhi di Fausto brillavano quando il bastardino usciva dalla cuccia e iniziava a scodinzolare in segno di gratitudine. Allungava la grossa mano e picchiettava lievemente sulla testa dell’animale che, soddisfatto, si accingeva a divorare il pasto extra. Poi si voltava, spesso sospirava e trascinava i piedi stanchi in casa, dove la moglie lo aspettava davanti alla cena e un buon bicchiere di vino.

Io assistevo silenziosa alla scena seduta su di una balla di fieno nascosta dietro al trattore di Fausto. Alla fine della giornata, dopo aver chiuso i magazzini e salutato Rita e Nilda, andavo ad appollaiarmi lì per non perdermi il dolce rituale e per rilassare le gambe prima di montare in bici fino a casa.

Portavo le ginocchia al petto e vi ci appoggiavo il mento, chiudevo gli occhi e lasciavo che il profumo degli alberi di limoni, poco distanti, m’inebriasse le narici. Sentivo in lontananza il vociare gracchiante della radio di Fausto: «... trovato in questa Renault... è difficile la pietà, la commozione e lo sdegno di fronte ad un’immagine di questo genere ... contribuito alla guida del Paese per trent’anni ... è stato proclamato uno sciopero generale in tutto il Paese ... », le parole mi arrivavano sempre sconnesse e ogni volta finivo per non ascoltare più, indipendentemente dal peso della notizia, infilavo una mano in tasca e tiravo fuori il frutto della giornata: mentre li raccoglievo per la masseria, sceglievo il più bello e quello che sembrava essere il più buono e lo conservavo per la sera. Un giorno avevo tra le mani una pesca, un giorno una pera, un altro un’arancia e via dicendo: uno per ogni stagione.

Rita mi sgridava ogni volta che mi vedeva ficcare della roba in tasca. La sua amica Olivia, molti anni prima, era stata licenziata perché si chiudeva in magazzino a mangiare la frutta, quando non si dedicava al furto di altri oggetti in giro per la masseria. Ma la storia della frutta, chissà come mai, era particolarmente rimasta impressa nella mente di Rita:

«Una svergognata golosa, ecco cos’era, la povera Olli», diceva sempre quando aveva terminato la ramanzina per me.

«È solo un frutto Rita, stai tranquilla!» rispondevo ridendo.

La ragazza sbuffava, tornava a fare il suo lavoro e sghignazzava. Era una giovane donna dai capelli biondo cenere, gli occhi castani e le labbra sottili. La pelle scura la proteggeva dai raggi solari durante il lavoro e i calli alle mani le impedivano di pungersi con gli arnesi che armeggiava. Aveva un corpo esile e muscoloso avvolto in abiti larghi e ariosi, per contrastare l’afa estiva. Si calava sulla testa un cappello di paglia con un sottile nastro bianco che si era legata da sola dopo averlo sfilato da una vecchia gonna, giusto per renderlo “più carino”, e ogni tanto si fermava per sventolarsi con una mano. I rivoli di sudore le scorrevano sul collo e finivano nella pudica scollatura mentre il suo perfetto volto si contraeva attorno agli occhi, che teneva strizzati per l’eccessiva quantità di luce, e si concentrava a svolgere il suo lavoro ignorando il caldo, la stanchezza, la fame e la fastidiosa sensazione di appiccicaticcio causata dal sudore.

Era più grande di me di due anni. Alle feste di paese era la ragazza che, forse per la sua casta purezza, attirava l’attenzione di tutti i giovani spavaldi che saltavano giù dal muretto su cui stavano a bere birra e le chiedevano di ballare. Lei accettava quasi sempre, lasciava che la corteggiassero per poi tornare a casa da sola, mandando all’aria tutti i piani dei desiderosi ragazzi.

«Perché non ti trovi un uomo?» le chiedeva Nilda quando stendevamo la pasta.

«Perché sto bene così, non mi serve qualcun altro che mi dica cosa fare e quando farlo», era la sua risposta.

Non la biasimavo. Io, purtroppo, non l’avevo capito quando avrei dovuto.


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