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Una storia di CinziaPerrone

Gli occhiali magici

Ogni magia ha il suo prezzo

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10 minuti

Pubblicato il 02 dicembre 2018 in Fiabe

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C’era una volta in un piccolo villaggio costiero del sud Italia, una giovane madre che viveva da sola con il suo bambino, un tenero frugoletto biondo che ancora stentava a camminare.
Quel bambino era l’unica cosa che le rimaneva del suo unico e grande amore che, aimè, l’aveva lasciata molto prematuramente.
Aveva sposato, dopo essersene innamorata perdutamente, un giovane e affascinante pescatore di un villaggio vicino.
Alto, energico, con un sorriso coinvolgente e uno sguardo intenso, seppe catturare l’attenzione della donna, fin dal loro primo incontro.
Si videro per la prima volta durante una funzione religiosa nella chiesa del villaggio di lei, dove era solita andare tutte le domeniche mattina.
Anch’egli rapito dall’avvenenza e dai modi gentili della ragazza, e resosi conto di non esserle indifferente, non esitò a fermarla e a presentarsi, naturalmente nei modi in cui si conviene ad un gentiluomo.
Dopo neanche un anno di assidua frequentazione e un fidanzamento lampo di pochi mesi, il pescatore e la sua bella convolarono felicemente a nozze.
Una volta sposati i due non vedevano l’ora di completare e sugellare la loro lieta unione con l’arrivo di un figlio. Infatti, solo dopo un mese la donna fu incinta e entrambi impazzirono di felicità per l’attesa di quel dono d’amore.
Ma un destino scellerato e infame, in una notte scura e tempestosa, si portò via l’uomo; in una sfortunata pesca notturna la sua barca, non riuscendo a resistere ai flutti del mare in tempesta, si ribaltò portando giù negli abissi con sé tutto il mal capitato equipaggio.
La donna piombò nella più cieca disperazione: non riusciva a darsi pace per la sua enorme perdita e non capiva come avrebbe potuto continuare ad andare avanti senza il suo grande amore.
Furono giorni difficili, la depressione sembrava non darle tregua, la sua vita aveva perso senso, e con lei anche tutto il resto; la casa, la famiglia e finanche il suo bambino, già orfano di padre nella sua pancia.
Quella che si era annunciata come la più dolce delle attese, stava rischiando di trasformarsi in una lenta agonia per la donna.
Ma fortunatamente, il tempo le diede agio di riflettere e la donna capì che il suo grande amore in realtà non l’aveva mai lasciata, pulsava in lei attraverso il battito del loro bambino; l’ultimo dono più grande che le aveva fatto, incarnazione del loro amore.
Solo quello le avrebbe dato la forza e il coraggio necessario per andare avanti e continuare a vivere, e solo quello ora sarebbe diventato il bene più prezioso della sua vita da curare e proteggere da qualsiasi cosa e ad ogni costo.
Fu così che diede alla luce un bel maschietto sano e corpulento, e lo chiamò Paolo come suo padre.
Ora la donna e il suo piccolo vivevano soli nella loro casa, in un’atmosfera di armonia e serenità, tutto quello che secondo la tenera madre non sarebbe mai dovuto mancare al suo bambino.
Erano felici, nonostante il vuoto che portavano dentro entrambi; sua madre aveva cresciuto il piccolo Paolo nel ricordo amorevole e gioioso di suo padre, e quando parlava di lui a suo figlio lo faceva sempre col sorriso sulle labbra, senza versare mai una lacrima.
Ma Gertrude, questo era il nome della donna, era anche una madre affettuosa e presente, oltre ogni limite; la sua triste storia l’aveva legata a doppio filo a suo figlio: come biasimarla!
L’importante comunque era che insieme riuscivano ad avere una vita allegra e spensierata, nonostante le difficoltà economiche che la donna dovette affrontare all’indomani della morte del marito.
Era riuscita a procurarsi i soldi necessari per vivere lavando e stirando il bucato dei signori del villaggio, ed anche se fu duro abituarsi a quell’attività, almeno per i primi tempi, ormai s’era fatta le ossa alla fatica.
Un giorno però, l’ennesima sventura stava per rompere gli equilibri che la povera Gertrude aveva a fatica creato. La donna, recatasi per un controllo dal medico del villaggio, poiché da tempo soffriva di una brutta tosse, ebbe la triste notizia di essere affetta da un male incurabile e che la sua dipartita non avrebbe fatto attendere molto; le restavano al massimo un paio d’anni, nella più rosea previsione.
Il pensiero di lei andò subito al suo amato figlio, che dopo il padre, sarebbe stato derubato anche da sua madre da un destino troppo crudele; sua madre, che era l’unica persona che gli era rimasta, l’unica luce che illuminava il suo cammino, che lo curava e lo proteggeva.
Questi erano i pensieri che turbavano la donna; l’angoscia per il futuro di suo figlio, no di certo la paura della morte!
Ma si propose con gran caparbietà di porre un rimedio a questa triste situazione, a costo di scendere all’inferno e fare un patto col diavolo.
Infatti ella pensò subito di rivolgersi al vecchio stregone del villaggio, da cui tutti si tenevano alla larga, anzi, a dire il vero, tutti gli abitanti del villaggio si guardavano bene anche dal solo nominarlo; aveva la reputazione di uno che praticava la magia nera, e si sa che quel tipo di magia è molto rischiosa perché ha sempre un prezzo da pagare.
Ma alla donna tutto questo non interessava minimamente; lei sarebbe andata avanti perseguendo il suo proposito, non aveva niente da perdere e avrebbe pagato qualunque prezzo.
Non poteva immaginare che il prezzo lo avrebbe pagato suo figlio.
Una volta giunta dal vecchio stregone, gli espose minuziosamente la sua situazione e il suo intento, cioè di non voler lasciare suo figlio solo e senza alcuna protezione.
Lo stregone, dopo averci pensato un po’, tosto esclamò di avere qualcosa che facesse al suo caso; andò a rovistare in un vecchio baule impolverato, rilegato in un angolo nascosto della sua casa, e in un attimo tirò fuori un paio di occhiali.
La donna si chiese a cosa mai potessero servire un paio d’occhiali; il vecchio le si avvicinò, avendo intuito le sue perplessità, le elencò con dovizia le proprietà magiche di quelli che a un comune osservatore sembravano solo dei banali e semplici occhiali.
Avrebbero potuto chiamarsi occhiali della felicità, perché avevano la peculiarità di deformare la realtà sempre in positivo agli occhi di chi li portasse, riuscendo a captare quale fossero i desideri e le aspirazioni del suo portatore. Quando si dice “vede solo ciò che gli fa comodo”; proprio così, quegli occhiali avrebbero protetto Paolo nel corso della sua vita da qualsivoglia delusione, da ogni dolore, da tutte le amarezze che il destino può avere in serbo, avvolgendo il suo sguardo, e di conseguenza il suo cuore, in un alone di positività assoluta.
Gertrude non doveva preoccuparsi neanche della misura di quel paio di occhiali, perché essi magicamente si sarebbero adattati a chiunque li avesse indossati, in tutti i sensi.
Fu così che la donna afferrò gli occhiali e corse a portarli al figlio, avendo secondo lei sentito abbastanza e lasciando lo stregone lì impalato al centro della stanza intento a continuare nella sua spiegazione.
Non gli diede il tempo di spiegarle che quegli occhiali, poiché infondevano solo ottimismo e positività, avrebbero potuto non far percepire un reale pericolo a colui che li portasse.
Gertrude era ormai lontana e felice, conoscendo solo i benefici che avrebbero portato a suo figlio, ignorando le possibili conseguenze negative.
La madre chiamò il figlio a sé per parlargli con la dovuta serietà per dargli tutte le spiegazioni del caso.
Paolo si mostrò da subito preoccupato e ansioso, ma Gertrude lo tranquillizzò; gli diede gli occhiali e si fece giurare che li avrebbe sempre indossati, in qualsiasi momento, senza fare domande perché doveva fidarsi di lei, che lo stava facendo unicamente per il suo bene.
Il ragazzino avrebbe voluto parlare e fare mille domande, tanto era stupito da quel discorso della madre, ma in ossequio alla promessa fattale, indossò gli occhiali e tacque.
La fine di Gertrude non tardò ad arrivare, e proprio in quella circostanza gli occhiali palesarono il loro grande potere: Paolo non versò una lacrima per la morte della madre, anche se il suo animo continuò ad essere amorevole e compassionevole verso la donna fino alla fine, il suo cuore era incapace di soffrire e straziarsi dal dolore.
Era come se vivesse tutto con un metodico distacco, senza mai un coinvolgimento emotivo; non era diventato né arido e né cattivo, perché la sua personalità era rimasta inalterata da quella sorta di incantesimo continuando ad essere il ragazzo dolce di sempre, ma la sua anima non avrebbe mai arso al sacro fuoco della passione sia nel bene che nel male.
Il tempo passò inesorabilmente, Paolo ormai un uomo felice e allegro, aveva mantenuto fede alla promessa fatta alla madre e continuava a portare assiduamente gli occhiali.
La sua vita scorreva senza intoppi: mai un litigio, mai un’inimicizia, mai un’ingiustizia, almeno ai suoi occhi, che continuavano sempre a sorridere.
Nonostante fosse cresciuto da orfano in un collegio di religiose del villaggio, era un giovane sereno, contento e lavoratore.
Quel sorriso perpetuo sul volto di Paolo, attirò le attenzioni di una fanciulla del paese che aveva pressappoco la sua età.
I due cominciarono a frequentarsi e così a poco a poco, si conobbero meglio, accorgendosi di piacersi.
Ella fu subito presa da quel giovanotto affascinante così piacevole e rassicurante, nonostante le dure prove che aveva dovuto affrontare nella sua vita.
Nato orfano di padre, poi orfano di madre, cresciuto in solitudine contando sulle sue sole forze, eppure così pacato, senza una briciola di risentimento contro la vita; per la ragazza tutto questo appariva più che ammirevole da parte sua.
Qualsiasi altra persona al suo posto, ella pensò, si sarebbe imbruttita e inaridita: lui no.
Questa riflessione di lei non faceva altro che aumentare a livelli esponenziali il fascino di Paolo e il suo sentimento nei suoi confronti.
Finalmente i due si sposarono con estrema gioia di tutti, dato che Paolo era ben visto da tutti, e quindi anche dalla famiglia della sua sposa.
Ma avvenne ciò che malauguratamente lo stregone aveva presagito come eventualità e che la povera Gertrude non aveva ascoltato per la troppa fretta di correre dal figlio.
Un giorno mentre Paolo era nel cantiere in cui lavorava come carpentiere navale, ci fu un tremendo crollo delle impalcature dove si trovavano alcuni operai tra cui lui.
Paolo non aveva percepito il pericolo e cadde rovinosamente nel vuoto con gli altri compagni.
Nella caduta perse gli occhiali che andarono distrutti, e Paolo sempre memore di quel giuramento chiuse gli occhi istintivamente, dopo di che piombò in uno stato di incoscienza.
Si risveglio in ospedale in condizioni gravissime accanto a sua moglie. “Apri gli occhi Paolo”, furono le parole tremanti di lei; lui per amor suo aprì gli occhi e gli apparve la donna che aveva sposato e ne sentì subito la mancanza, in un misto di amore struggente e dolore lacerante.
Iniziò a piangere, non l’aveva mai fatto e fu strano vederlo piangere anche per sua moglie.
Pensò a sua madre, a come l’avesse protetto anche dopo la morte, a come quegli occhiali gli avessero impedito di piangerla come meritava, e per questo cominciò ad odiarli.
Era la prima volta che provava un sentimento ostile verso qualcuno o qualcosa; intanto continuava a guardare la sua amata, non più con un distacco amorevole, ma terrorizzato dal pensiero di perderla, bruciando di desiderio per lei.
Le sue ultime parole furono all’incirca queste: non sento più il distacco dalla vita ma un totale attaccamento ad essa, e mentre soffro per questa morte inaspettata gioisco ora più che mai attraverso i ricordi di una vita vissuta a metà, e tu mia cara non sei stata mai così bella ai miei occhi.
In quel momento la donna ormai in lacrime capì che era arrivato il momento, quindi si affrettò a sussurrargli qualcosa all’orecchio.
Poi Paolo serenamente spirò, col sorriso più bello che avesse mai fatto durante la sua breve vita con gli occhiali magici.


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