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Una storia di GiovanniBeria

Questa storia è presente nel magazine Spunti di scrittura: #incontrialbar

Il bar di Alfredo

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3 minuti

Pubblicato il 23 gennaio 2019 in Storie d’amore

Tags: #incontrialbar

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Alla domenica mattina mi fermavo sempre al bar di Alfredo. Ha i tavolini fuori, in estate. È proprio sulla piazza della chiesa e alla domenica mattina mi rilassava star lì seduto a guardare la gente che andava alla messa. Io non ci vado in chiesa. Non perché non ci creda, è che non mi va. O meglio, c’ho creduto, un tempo, in Dio; o forse ho creduto di crederci, per abitudine, per imposizione, piuttosto. I primi tempi, quand’ero piccolo, per paura dell’inferno. Mi viene rabbia e tenerezza, ogni volta che ci penso: al vestito bello da indossare, che mi impalava per tutto il giorno; la cravatta con l’elastico, che gli amici tiravano per farmi dispetto. Non li rimpiango, quei tempi.

Mi fermavo al bar di Alfredo, perché mi divertiva guardarli, quegli stessi amici, alla domenica mattina, che con la moglie, figli, genitori e via di seguito, entravano tutti compiti in chiesa. Io me ne stavo seduto al tavolino, con la tazza del caffè fumante, e il giornale. Non lo leggevo, il giornale. Mi serviva da schermo per poter osservare il via vai. Le donne, soprattutto. Vestite anche loro a festa, con gli abiti colorati, magari non proprio adatti alla cerimonia religiosa. Ma, tant’è, adesso non si fa più caso all’abbigliamento.

Ci andavo al bar di Alfredo alla domenica mattina, perché non c’era più Luisa.

Luisa, la figlia di Maria, l’amica di mia madre, che adesso è tornata da Roma; da un mese. Da Roma, dove se n’era andata per lavoro. La ditta, in cui ha lavorato per tre anni, ha chiuso. Le è andata male anche con l’uomo che l'aveva convinta a tanto. È tornata smagrita, più vecchia dei suoi trentacinque anni.

Era a casa mia, con sua madre, due sere fa. Mia madre mi aveva detto che era tornata, ma non l’avevo ancora incontrata, e poi non mi andava di farlo: era stata lei che mi aveva lasciato.

Mi aveva sorriso; si era alzata per darmi due baci sulle guance, e poi era rimasta ferma, davanti a me, quasi aspettasse qualcosa. Io le avevo detto che mi faceva piacere vederla. Lei era ritornata a sedersi e io ero andato in bagno. Mi sono guardato allo specchio, forse, per cinque minuti, forse di più. Tremavo e volevo spaccare qualcosa. Non mi decidevo a tornate di là. Poi mia madre ha bussato alla porta, dicendomi che se ne stavano andando. Ho risposto solo che me le salutasse.

La sera dopo mi ha telefonato. Mi ha chiesto se potevamo vederci. Sono andato a prenderla sotto casa. La madre era alla finestra e mi ha sorriso. Mentre l’aspettavo, mi sono sentito addosso gli occhi di tutte le persone della via, quasi dovessi sentirmi in colpa per quello che era successo; per il trambusto della sua partenza, per la delusione che il suo ritorno aveva portato, per non aver fatto nulla che impedisse tutto questo. Quando è scesa, finalmente, mi è sembrata diversa da quella sera in casa mia, come se il tempo non fosse passato da quando era partita. Quella volta aveva detto che ci saremmo tenuti in contatto, e invece dopo le prime telefonate non si era più fatta trovare.

Siamo andati al bar di Alfredo. Ci siamo seduti fuori: era una serata fresca, dopo il caldo del giorno. Il bar di Alfredo era il nostro bar; il bar di noi amici, finché tutti non si sono fatti una famiglia, tranne io e Luisa. Avevamo ordinato l’aperitivo, il nostro solito. No, è stato Alfredo a dire, vi porto il solito. Sembrava felice di vederci insieme, come se non fosse successo niente. Ma lui è sempre così, affabile con tutti. Luisa aveva chiuso gli occhi e sospirato. Un lungo respiro ad assorbire odori e rumori della nostra piazza, di un tempo che forse in quel momento si era fermato a cancellare un suo sobbalzo, un errore a cui voleva rimediare. Era questo che pensavo, mentre osservavo Luisa che, ad occhi chiusi, cercava la mia mano

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