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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine PICCOLI OMICIDI QUOTIDIANI

LO STRANO CASO DI CAMILLE DE BENOIRES

Teatro Degli Opposti : l’arte di essere golosi.

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35 minuti

Pubblicato il 01 febbraio 2020 in Thriller/Noir

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LO STRANO CASO DI CAMILLE DE BENOIRES

Teatro Degli Opposti : l’arte di essere golosi.


Sinossi.

Due free-lance del giornalismo e le rispettive ‘amabili’ consorti s’incontrano per scambiarsi opinioni su alcuni casi di cronaca quando incappano in un fatto a dir poco ‘curioso’ che occupa in quei giorni le pagine dei giornali. Poco più, poco meno di una soap-opera dove ognuno vuole dire, e dice, la propria contrastante e ‘indiscreta’ opinione.


Interpreti:

François, giornalista free-lance.

Michaela, sua moglie, attrice in una Compagnia teatrale.

George, giornalista free-lance.

Anne, sua moglie, redattrice di ‘Fashion’.

Camille de Benoires, diva del teatro.

Charles Vilaret, autore e regista di grido.

Alain Foulquier, giovane intervistatore.

Auguste Bonmarcé, Commissario investigatore.


Parigi: Interno - Salle Hôtel de Flandres.

Interpreti: Camille de Benoires e Alain Foulquier


- Camille de Benoires?

- Oui! - risponde lei, sentendosi chiamare per nome, volgendo sorpresa lo sguardo verso il banco della réception dell’Hotel de Flandres.

- Bonjour Madame, il mio nome è Alain Foulquier, le ho telefonato più volte per un’intervista, si ricorda di me?

- O si, certo. È per Le Figaro, o sbaglio?

- Non esattamente Madame! E questi sono per lei, aggiunge l’intervistatore porgendole un piccolo bouquet di anemoni freschi.

- Un omaggio davvero incantevole!

- Non mi dica che è venuto fin qui per strapparmi un’intervista che comunque non ho intenzione di rilasciare – aggiunge, abbandonandosi a un’incoraggiante perplessità che lascia intravedere nel semplice formulare la sua risposta.

- Perché no, Madame? O forse dovrei chiederle, perché non a me? - azzarda l’intervistatore, quando i suoi occhi incontrano quelli di lei.

- Perché sarei tentata di raccontarle tutt’altra storia da quella che si aspetta da me. E non sarebbe giusto. Lo dico a lei come lo direi ai miei fan, a tutti coloro che vedono nell’attrice di teatro la musa di ogni segreta aspirazione. Ma, mi tolga la curiosità, perché tiene poi così tanto che le rilasci un’intervista?

- Sembra che la sua recente interpretazione abbia lasciato attonito il pubblico dello Châtelet, come del resto è accaduto anche a me l’altra sera. Dunque, vorrei scoprire le ragioni del suo successo.

- Come ha potuto affermare Oscar Wilde – “Chi dice la verità, prima o poi viene scoperto, chi mente, invece, può sempre sperare di farla franca” – soprattutto se lo fa apertamente come me, ogni giorno, sulla scena. O forse come sta facendo lei in questo momento. Mi sono sempre chiesta che divertimento si prova a entrare nella vita degli altri in maniera così frivola e superficiale, che è poi quanto al massimo si può ricavare da un’intervista rilasciata a titolo di pura cortesia.

- Vuole dire che non si sente gratificata dal successo ottenuto?

- Tutt’altro. Ne sono lusingata. Soprattutto quando il pubblico si diverte! All’occorrenza riesco ad essere ancora più me stessa, e quando ci riesco, le assicuro mon frère, mi diverto non poco.

- Allora perché non ci sediamo da qualche parte, Madame? Sarei lieto di offrirle un aperitivo, visto che siamo vicini all’ora del pranzo?

- Mais oui, molto volentieri!

- Vogliamo accomodarci al bar dell’Hotel, oppure preferisce andare da qualche altra parte?

- Lascio a lei la scelta.

- Del resto, come rinunciare a qualcosa di cui sentivamo entrambi l’impellente bisogno? Che ne dice di trovarci un posticino comodo dove parlare indisturbati?

- Soltanto se mi promette che non trasformerà un semplice aperitivo in un’inevitabile intervista.

- Promesso!

- Detto così può sembrare un gioco, vediamo: le dernier jeu dans la ville.

- O piuttosto un modo per adescare le falene?

- A differenza delle farfalle, le falene volano di notte, e qui c’è fin troppa luce.

- Vuole essere un complimento?

- Comme elle préfère, Madame.

- Poiché intendo accettare il suo invito mi chiami pure Camille.

- Comme elle désire, Madame. Pardon, Camille.


Londra: Interno di elegante abitazione.

Interpreti: George, Anne.


- Camille de Benoires è davvero una donna eccezionale George, prima ancora di essere un’attrice grandissima e straordinaria, di grande spessore. Lei il teatro ce l’ha dentro, fa parte delle sue funzioni cerebrali e corporee, un tutt’uno con la necessità di nutrirsi, di lavarsi, di amare. Per lei avere caldo o freddo, ridere e piangere, non sono soltanto sensazioni o suggestioni, bensì emozioni, trepidazioni che lei prova sulla pelle in ogni momento sulla scena e nella vita.

- Oh Anne, lo pensi davvero?

- I suoi monologhi poi, che siano leggermente frivoli o profondamente impegnati, provocano nel pubblico una dedizione incredibile, che sia finzione o inganno, non ha importanza se è lei sulla scena. E l’applauso esplode spontaneo, assordante, e dura anche fino a cinque uscite consecutive.

- Mon Dieu, rientra certamente fra le persone che sfuggono al mio controllo.

- Che dire poi di Charles Vilaret, autore e regista di grido, che scrive le commedie solo per lei, anzi, appositamente per lei, direi.

- Se non è Feydeau non ho il piacere di conoscerlo.

- Oh George, sono certo che lo conosci. Non puoi non conoscerlo, le sue piece sono state rappresentate anche nei nostri teatri più volte. Stento a credere che tu, appassionato di teatro come sei, non ne abbia vista almeno una nella vita.

- Dici che sarebbe una così grave perdita?

- Credo di si!

- Dimmi almeno il titolo di uno dei suoi lavori.

- Che so, “Péché de gorge”, ovvero Peccati di gola, per esempio.

- Non mi sembra d’averla mai sentita.

- No George, credo di no, è l’unica che non hanno ancora dato qui a Londra. Però, potresti averla vista a Parigi?

- Non mi è capitato di andare alla Comédie Frances di recente. Quando sono a Parigi preferisco di gran lunga l’Opéra. Ma solo perché trovo i francesi noiosi a teatro, très, très lent.

- Sono d’accordo con te George.

- Perché me ne parli allora?

- Perché forse non sai che è stato trovato morto.

- Interessante, c’entro qualcosa io?

- Non sei tu che stai raccogliendo dalla cronaca storie per quel tuo libro “Dark frame & Yellow melon”?

- Si, ma come fai a saperlo… chi te lo ha detto?

- Ma tu George, l’altra sera mentre cenavamo al The Dove, non lo ricordi? E dire che ci hai tenuti tutti appesi per ore a sentire le tue cazzate scrittorie.

- Ti prego, risparmiami le parolacce. Non nego di aver alzato un po’ il gomito ma questo non vuol dire che le mie storie prese dalla cronaca siano meno “interessanti” di tante altre.

- C’è che tu raccogli solo quelle più curiose.

- Questo dovrebbe servire a dimostrarti quanto è curiosa la vita, e quanta fantasia c’è in questa realtà che chiamiamo esistenza.

- Davvero insospettabile! George.

- Cosa?

- Che il tuo ego conosca di queste profondità.


Parigi: Interno - Commissariato Gendarmerie

Interpreti: Alain Foulquier, Auguste Bonmarcé


- Commissario Auguste Bonmarcé?

- Mais Oui!

- Lasci che mi presenti, il mio nome è Alain Foulquier, sono un free-lance del Le Figaro, vorrei farle qualche domanda riguardo il caso Vilaret.

- Prego, si sieda.

- Charles Vilaret, dopo aver preso parte alla “prima” della sua commedia è stato trovato impiccato sul palcoscenico del teatro in circostanze oscure, può dirmi qualcosa in proposito?

- Ha già detto tutto lei, o sbaglio?

- Lei ha il dubbio che si tratti di un omicidio “colposo e predeterminato” ?

- Al momento stiamo controllando gli alibi degli attori che hanno preso parte alla commedia, quelli degli addetti ai lavori e dei tecnici del teatro, dei quali vengono controllati tutti gli spostamenti scenici.

- Interessante, come dire che si fa un ulteriore replica della commedia a porte chiuse?

- Non è detto che sia l’ultima.

- E come la definirebbe, una seconda prova generale?

- Direi piuttosto una successiva replica alla “prima”.

- Divertente, ricorda da lontano “La sera della prima” sa, il film di Cassavettes!

- Non l’ho veduto. Dovrei trovare il tempo anche per andare al cinéma.

- Peccato, certe volte aiuta.

- A fare cosa?

- A comprendere il tessuto psicologico nel quale si consuma un omicidio.

- Chi ha parlato di omicidio?

- Tuttavia, trattandosi di un “possibile” omicidio, va con se che qualcuno deve pur averlo compiuto?

- In verità un certo fermento aleggia all’interno della compagnia.

- Vede, come le dicevo.

- Vedo cosa? In verità nessuno della compagnia sembra avere una vera ragione che lasci pensare una qualche intenzione di volerlo morto.

- Ha pensato a qualcosa di più “personale”?

- Per esempio?

- Che so, sembra che Camille de Benoires, la protagonista della commedia, avesse in piedi una storia affettiva con il regista, la sua gelosia è conosciuta finanche dagli inservienti dell’albergo dove spesso risiedono, per aver riordinato più volte la stanza messa a soqquadro dalla sua furia.

- Di fatti, per il momento è la principale indagata, sebbene abbia un alibi di ferro. Sembra che quella mattina non si sia recata in teatro per le prove, come faceva ogni giorno, bensì presso il Centro Estetico dell’albergo per essere massaggiata alla schiena.

- Immagino a causa dell’immobilità del personaggio che porta in scena.

- Lei come fa a saperlo?

- Ops, mi scusi.

- Il tutto confermato dagli inservienti. Ma questo non lo scriva, ne vale la mia reputazione.


Londra: Interno di elegante abitazione.

Interpreti: George, Anne.


- George, hai letto i giornali di oggi?

- Non ancora Anne. Mi sono perso qualcosa di interessante?

- Beh, credo che dovresti leggere il France Soir. Sai, quella storia del regista francese trovato morto, ci sono delle novità a riguardo. La notizia la trovi nella pagina della cronaca, in basso a sinistra.

- Già che ci sei, non potresti dirmi anche di che si tratta?

- Sembra si sia impiccato, anzi è stato suicidato sul palcoscenico del teatro.

- Nientemeno! Deve proprio averla fatta grossa?

- Secondo il reporter sembra che il Commissaire Auguste Bonmarcé, che si occupa del caso, si sia trovato di fronte a un delitto che all’apparenza sembrerebbe quasi perfetto.

- Delle due una. O è perfetto o non lo è. Il “quasi” non centra.

- Puntiglioso e rompipalle, come al solito. Mettiamo bene in chiaro una cosa, ti interessa che te ne parli, oppure..?

- Chissà poi come avrà fatto?

- Fatto cosa?

- A impiccarsi e a farsi impiccare allo stesso tempo.

- Vogliamo dire che l’hanno fatto suicidare?

- Non quadra.

- Sembra che nel caso traspaia una sorta di risentimento generale. Che i componenti della compagnia ce l’avessero con lui, per il fatto che si trovava a condividere con loro una parte, del resto assai breve, di deus ex machina, condizionante la sopravvivenza “psicologica” dei protagonisti. Una parte mancante nel testo teatrale portato in scena, eppure presente nella sceneggiatura originale.

- Ma chi ha scritto la commedia, Freud?

- No, lo stesso Vilaret!

- Anche qui delle due l’una. O siamo davanti a un pazzo oppure a un mostro d’ingenuità. Cioè, questo si scrive la commedia che lo porta a impiccarsi, o meglio, a farsi impiccare dai componenti della compagnia che portano in scena la sua commedia?

- A quanto pare, è andata proprio così.

- Ma non avrebbe fatto meglio a cacarsi addosso quella notte? Perché una cosa del genere immagino la si concepisca al buio, quando per una ragione qualsiasi non si riesce a dormire e si liberino gli scheletri dagli armadi.

- Ci sei, George. Anch’io penso si tratti di uno spauracchio notturno, ma la difficoltà degli inquirenti sta tutta lì, nel decifrare di chi è lo spauracchio, soprattutto chi lo ha agitato dei due.

- Hai detto due di numero?

- Ho proprio detto due, George. Lui, il regista intendo, perché non ne poteva più dei capricci di lei. Oppure lei che si ribellava alla sua dispotica presenza.

- Lei chi? Scusa ma devo essermi perso qualcosa.

- Ma come chi? Ovviamente Camille de Benoires, la protagonista di quella orripillante commedia noir. Te ne ho parlato, ricordi? … una donna che ogni sera viene sbranata dai suoi ospiti

- Sì, mi sembra di sì.

- Sembra avesse in piedi una storia affettiva con il regista, del quale era molto gelosa. Tutti lo sapevano. Infatti, per il momento è la principale indagata, sebbene abbia un alibi di ferro. O almeno, così sembra.

- Questa poi, che tutti sapessero della gelosia di Vilaret, non ne fa necessariamente una criminale.

- L’anomalia pare sia insita nella trama di quell’insolita commedia: “Peccati di gola”, per il fatto che ogni sera, si consuma sulla scena il pluriomicidio di tutti gli attori.

- Mi stai dicendo che ogni sera vengono uccisi tutti gli attori della compagnia? Non c’è che dire, i francesi hanno sempre fatto le cose in grande, rammenta la rivoluzione. Anche se non ti nascondo che trovo la cosa un po’ esagerata.

- Ma George, trattasi di teatro.

- Beh, allora … come dire, Noblesse oblige!


Parigi: Interno - Salle Hôtel de Flandres.

Interpreti: Camille de Benoires e Alain Foulquier


- Madame de Benoires, pensa che quanto accaduto possa influire sul futuro della commedia di cui è protagonista? – chiede Alain Foulquier del Le Figaro seduti al tavolo mentre sorseggiano l’aperitivo a base di champagne.

- Credo che quanto dice la Gendarmerie riguardo a Charles Vilaret sia irrispettoso e scorretto, comunque la commedia non ne risentirà. In fondo la gente a teatro si diverte, e non manca chi prova dell’entusiasmo per la mia parte. Glielo assicuro.

- Mi annoveri pure tra i suoi fan più conclamati, Camille. Tuttavia lasci che le ponga un’altra domanda. Questa volta più riservata. Nel caso si arrivasse ad accusarla di omicidio, non teme di dover affrontare un processo che la esporrebbe comunque negativamente all’attenzione dell’opinione pubblica?

- Ma andiamo, da quando in qua la gente si è lasciata intimorire da un personaggio negativo? A mio avviso il volto crudele della passione, che sia al cinema come al teatro ha procurato da sempre una selvaggia attrazione nelle persone. E io sono pur sempre la Matrigna di Biancaneve, o no?

- L’ho vista sa, in quella parte. Semplicemente strepitosa. Ma non ha ancora risposto alla mia domanda.

- Dovrei?

- Beh, direi di si!, in un certo senso.

- Perché dovrebbero accusare me di un omicidio che non avrei avuto neppure la forza di compiere? Si vede che non è stato a teatro recentemente. In quel teatro intendo. E neppure conosceva Charles Vilaret. Un pezzo d’uomo … sotto tutti i punti di vista. Dipende sempre dal verso in cui si guarda un uomo, talvolta si può anche andare incontro a delle vere sorprese.

- Se lo dice lei, ne sono personalmente convinto.

- Vogliamo salire in camera mia e poterne parlare con più tranquillità? L’aria qui comincia a rarefarsi. Questo hotel in questa stagione è sempre così pieno di visitatori.

- Come preferisci Camille, hai detto che posso darti del tu, vero? Da sempre ho un debole per la seduzione, anche quando non ci si lascia intervistare e, soprattutto, non si risponde apertamente alle mie domande.

- Entra Alain, accomodati pure, penso di ordinare il pranzo in camera, chiedo per due?

- Sì, ma solo se il letto è per due.

[…]

- Sai Camille, vuole il caso che quel giorno fossi qui, personalmente, per intervistarti, ma tu non c’eri. Poi ti ho visto prendere l’ascensore in tutta fretta. Ma a quel punto ormai dovevo andare, anch’io ero in ritardo.

- Quale giorno?

- La mattina che hanno trovato Vilaret.

- No, certo, avevo passato la mattinata al Centro Estetico dell’albergo, è lì che mi ha raggiunta la notizia. Credimi, sono rimasta sconvolta.

- Oh, ne sono certo.

- Quindi tu potresti testimoniare ch’ero qui, presente in Hotel intendo?

- Mais oui, ed anche che ci siamo … avevi una relazione con lui.

- Tu come lo sai.

- Noi giornalisti della cronaca, veniamo sempre a sapere tutto. Si dice pure che eri ossessionata dal fatto che alla fine della stagione teatrale, ti avrebbe lasciata per un’altra più giovane e più avvenente.

- Solo chiacchiere. Comunque sei scortese, come tutti … dopo.

- In verità non so cosa potesse trovare in una donna molto più giovane di lui, quando aveva te … davvero tutto … vuoi mettere, col tuo portamento aristocratico, il tuo temperamento sregolato e carnale.

- Adesso mi piaci, peccato non esserci trovati prima.

- Siamo sempre in tempo per recuperare, non credi?

- Dipende da quanto impieghi a ricaricarti.

- Sono pronto, non vedi, e tu che aspetti a saltarmi sopra.

- Prendimi Alain, sono tua!

[…]

- Camille, ho saputo che forse ci sarà un’altra “prima”, esclusivamente per gli inquirenti. Non avendo potuto essere presente quando siete andati in scena, sarei compiaciuto di assistervi ora.

- Non penso si possano fare inviti. Detto tra noi non mi sembra il caso, comunque stiamo a vedere.

- Ma vi assisterei in qualità di reporter, come stampa qualificata.

- Non credo sia possibile, molto dipende dal Commissaire Auguste Bonmarcé che segue l’inchiesta, credo dovremo mostrargli solo i movimenti scenici, non di recitare il testo. Io non ho problemi, il mio ruolo di protagonista è molto statico, in breve sono bloccata su di un grande letto per tutto il tempo.

- Un ruolo che devo dire ti si attaglia alla perfezione.


Parigi: Salle Hôtel de Flandres.

Interpreti: Camille de Benoires, Auguste Bonmarcé.


- Allô, prêt le Madame de Benoires?

- Oui!

- Il y a ici monsieur le Commissaire de la Gendarmerie qui demande d'elle. Est-ce que je le fais monter? – ingiunge al telefono l’addetto alla conciergerie.

- In che senso mi scusi?

- Sembra abbia un mandato!

- Beh, allora sì, lo faccia pure salire, merci.

[…]

- Lieta di riceverla Commissaire - pronuncia Camille con voce suadente nel farlo accomodare.

- Può chiamarmi Auguste quando non sono in servizio.

- Alors, Auguste? Finalmente si è deciso a farmi visita privatamente. A cosa devo quest’onore?

- Alla sua bellezza Madame. Sono un suo fanatico ammiratore e sono qui per restituirle un oggetto che le appartiene e che senz’altro vorrebbe riavere, questo – e così dicendo apre il pugno della mano e mostra il ciondolo d’oro con cammeo di sua appartenenza.

- Oh! – esclama sorpresa Camille, portandosi distratta la mano al collo.

- Vilaret la teneva stretta nel pugno quando l’abbiamo tirato giù da quella scomoda posizione. Deve avergliela strappata quando si è trovato a cadere nel vuoto. Perché è così che è andata. O forse, vi è stato spinto. L’unica cosa che non riesco a capire è il perché lei si trovasse lassù?

- Gli avevo chiesto di vedere la scena dall’alto, se non era il caso di mettere un grande specchio inclinato che rendesse l’ampiezza del letto ancora più evidente dalla platea.

- È stata quindi una sua idea. O piuttosto quella di qualcun altro?

- Lei dimentica che siamo una Compagnia di guitti Monsieur le Commissaire, il nostro è un lavoro d’equipe, l’idea di ognuno viene valutata e avallata da tutti se può servire allo scopo di migliorare la messinscena.

- E chi mi dice che quella fosse una semplice messinscena?

- lo dico io, non le basta? – aggiunse Camille sedendosi accanto a lui.

- C’è forse una ragione che non conosco del perché l’abbia fatto?

- Fatto cosa? Mi sta forse incolpando di aver ucciso Vilaret?

- Non propriamente, ma intravedo buone probabilità.

- Gradisce qualcosa da bere Auguste, tengo sempre dello champagne in fresco per i miei ospiti? – dice Camille alzandosi dal divano e andando a prelevare dal frigo-bar il secchiello col ghiaccio.

- Aspetti, l’apro io – dice Auguste raggiungendola, facendosi il più vicino possibile col proprio corpo, da farle sentire l’afrore del maschio che lo infervora.

- Non mi restituisce il mio bijou? Tengo davvero molto di riaverlo.

- Quando ne avrò abbastanza di lei! – esclama Auguste afferrandola in modo rude tra le braccia e baciandola.

- Quanto ardore inaspettato in un uomo che sembrerebbe tutto d’un pezzo – sostiene Camille lasciandosi avvolgere dal suo abbraccio.

[…]

- A quando la replica Auguste?

- Tutte le volte che ne avrai voglia.

- Intendo quando andiamo in scena con la commedia?

- Temo che non ci sarà alcuna replica.

- Non è una buona ragione. Sai meglio di me che il pubblico viene a teatro per vedere affermati i propri sensi di colpa, le sue basse voglie, i suoi misfatti, le sue caustiche frustrazioni. Dopo quanto accaduto la commedia avrà senz’altro un grandioso successo. Ne sono sicura..

- E magari, sulla scia del risalto dato dalla stampa la vorranno a Londra, a Milano, a Copenhagen, finanche a Mosca. O se mi piacerebbe andare a Mosca! E a New York tanbien!

- Auguste, lascia stare quel brutto mestiere che fai, ho giusto bisogno di qualcuno che ricopra il ruolo di Vilaret, che si occupi della regia, e soprattutto di me. È nell’andare in scena che ognuno si trova a determinare la propria esistenza, che trova ciò che da sempre rincorre, cioè, la propria entusiasmante affermazione.


Londra: Interno di elegante abitazione.

Interpreti: George, Anne.


- Questa cosa che ormai a teatro, come al cinema, tutto è concesso mi lascia attonito. Non ci rendiamo conto di aver perso il senso della realtà. Sembriamo tutti fuori, dico davvero.

- Non ricordo tu l’abbia mai avuto George.

- A che cosa ti riferisci Anne?

- Al senso della realtà. Da sempre sei fuori come una tenda da sole, o se preferisci come un davanzale all’ultimo piano.

- Se ti riferisci alla mia pelata, sono d’accordo con te.

- Comunque è meglio se ti ripari, ultimamente devi aver preso un colpo di sole alla testa.

- Vuoi dire un’insolazione?

- Si, a furia d’inseguire i tuoi piccoli e assurdi omicidi ovunque, sembri diventato un melone, anzi quel yellow melon che hai pensato bene di mettere in cornice.

- A proposito, che dicono i nostri amici di Parigi della vicenda Vilaret, ci sono nuovi risvolti?

- Ho chiamato François, ti saluta. Pensa, mi ha chiesto cosa ne pensi tu.

- Io?

- Sì tu, sembri incredula che l’eco dei tuoi disordini mentali non sia giunto oltremanica.

- Beh, non è che ci voglia molto, basta alzare la cornetta del telefono, come fai tu et voilez, le jeu sans fers, e tutti sanno.

- Non vuoi sapere cosa mi ha detto?

- Certo che si!

- Vuole il caso che quello stesso giorno un giornalista, un certo Alain vattelappesca, il quale ripetutamente le aveva chiesto un’intervista che lei non gli aveva ancora concessa, si sia recato personalmente al suo albergo per la stessa ragione, quando, di ritorno dal Centro Estetico per dei massaggi, Camille lo incrocia nella hall dell’albergo e rimasta folgorata dalla sua mascolinità, ha insistito perché salisse in camera sua, dove parlare in tutta tranquillità. Una volta lì gliel’ha concessa.

- Che cosa?

- L’intervista George, l’intervista.

- Sei certo che non parlasse d’altro. Sai, conoscendo François, mi pare strano che abbia potuto parlare dell’intervista.

- Vedo che siamo alle solite George. Quando la smetterai d’essere supercritico nei riguardi di chicchessia.

- Non di “chicchessia” , non so dove tu abbia preso una simile parola, ma dei tuoi amici francesi. Penso si offenderebbero se tu li appellassi in quel modo.

- Perché invece quello che tu dici di loro è acqua zuccherata, vero?

- Sono sempre più propenso a pensare che tu beva cicuta a colazione. È così?

- Qualunque cosa sia, alla fine gliel’ha data. Possiamo andare avanti con la storia, sil vous plais?

- Va detto che gli investigatori navigano nel buio. Domani probabilmente ci sarà il confronto dei testimoni, in occasione della ricostruzione dei fatti accaduti la sera precedente il ritrovamento, cioè direttamente in teatro, sul palcoscenico dove è stato poi scoperto il cadavere di Vilaret.

- Ti prego risparmiami i particolari in cronaca.

- Pare che il Commissaire Auguste Bonmarcé abbia intenzione di visionare l’intero spettacolo per la ricostruzione dei fatti. Quindi, è probabile che andranno in scena con la commedia.

- Senza il regista?

- Ovviamente!

- Allora chi interpreterà il suo ruolo, il Commissaire?

- Non saprei, di solito il regista non prende parte alla commedia. Aspetta, ma tu stai bluffando George. Tu hai visto la commedia, non dire di no, altrimenti come fai a sapere che sul finale il regista entra in scena?

- Infatti non lo so.

- Come fai a dirlo se potrebbe essere l’unica commedia al mondo in cui il regista si è ritagliato una piccola parte per sé?

- Che questo Vilaret fosse un po’ megalomane?

- Devo ammettere la tua infallibilità George, per essere un pazzo visionario sei formidabile.

- Piuttosto, hai pensato di chiedere a Michaela i biglietti per la replica?

- Perché, siamo in partenza per Parigi?

- Direi proprio di sì, non mi perderei un’andata in scena per nessuna ragione al mondo.

- Quindi presto si parte, e per oggi mi senbra che basti così. Vado a fare i preparativi.


Parigi: Interno elegante abitazione.

Interpreti: François e Michaela, George e Anne.


- Carissimi, accomodatevi pure, “la nostra casa è la vostra casa” – dice Michaela nell'accoglierli.

- Ciao François, come va?

- Cosa bevi George?

- Del bianco fresco, grazie.

- E tu?

- Altrettanto François, sei molto gentile.

- La cena sarà pronta tra poco – dice Michaela – nel frattempo parlatemi della vita londinese, come va?

- Well, it’s all in the game! – dico io.

- Vuoi che ti racconti dell’ultimo ricevimento offerto dalla Regina Madre, o degli ultimi scandali a Buckingham Palace? Ovviamente scherzavo.

- Well, all you want. Piuttosto ditemi di voi.

- Si, diteci come sono andate quest’anno le vacanze? – soggiunge François.

George sembra tu abbia preso molto sole, sei ancora abbronzato, o…

- Come qualcuno dice, sembra tu abbia preso un’insolazione. Forse è così.

- Buon per te, io sono rimasto a Parigi tutto il tempo e guarda qui, sono bianco cadavere.

- Non dire così François, siamo in partenza per il Portogallo, un viaggio lunghissimo che ci porterà fino a Santiago di Compostela – interviene Michaela.

- Ma non è in Spagna? – mi chiedo dubbioso, senza tuttavia porre la domanda. Immagino non avevate di meglio dove andare.

- George, per favore! – vengo regolarmente redarguito da Anne.

- Non preoccuparti François, quest’anno è di moda il colore delle lenzuola, sembra voglia dire che non hai trovato il tempo per fare altro.

- È così! Seppure non è vero, me la posso sempre vendere per buona – replica François.

- Novità riguardo il caso de Benoires?

- Sai, di quel giornalista? Ha poi pubblicato l’intervista che la de Benoires dice di non avergli mai rilasciata.

- L’avevo pur detto io che non si trattava dell’intervista.

- George!!!

- Comunque sia, il capo-redattore, saputa la notizia dell’avvenuta morte dell’autore/regista, l’ha voluta inserire nel borderò il giorno stesso del suo funerale, a grandi titoli, con tanto di foto di scena ed un primo piano della Camille de Benoires, malgrado gettasse una luce effimera sul teatro francese in generale, che il giornalista definiva “non pertinente all’attuale tendenza letterario-teatrale di cui Vilaret era la massima espressione”.

- Tutto questo in contrasto con il suo stesso Editore, il quale non voleva pubblicarlo, perché lo riteneva denigratorio del buon nome di quel teatro in particolare, di cui era lui stesso assiduo frequentatore e buon amico del gestore.

- Cosa questa che ha fatto incavolare tutti quanti, dall’Editore di Le Figaro, al Commissaire Auguste Bonmarcé della Gendarmerie, agli Avvocati, me compresa – aggiunge Michaela.

- Per non dire poi di Camille de Benoires, che è andata su tutte le furie.

- Scusa Michaela, tu per quale ragione te la sei presa?

- Ti ricordo George che anch’io faccio quel mestiere e guarda caso faccio parte di una Compagnia teatrale.

- Già! Dunque chi meglio di te può immaginare com’è andata. È questo che vuoi dire?

- Tu capisci il danno economico e psicologico che tutto questo comporta anche a lunga scadenza per chi svolge questo lavoro?

- Non esattamente, ma non l’hai ucciso tu Vilaret, giusto?

- Giusto! Ma il Commissaire Auguste Bonmarcé, illuminato dall’intervista apparsa sulla stampa, si procura il copione della commedia e comincia a rivedere le diverse posizioni all’interno di ogni singola parte, attraverso i risvolti psicologici rivelatigli dagli stessi attori. Ciò che in qualche modo fomenta una sorta di malessere ormai diffuso tra molti di noi.

- Molti dei quali prendono ad esternare una qualche insofferenza per il continuo soccombere della profonda ingiustizia psicologica che sono costretti a subire ogni giorno dal singolo regista. Ne viene fuori che la faccenda del movente passionale, attribuibile alla primadonna, infine non è che il risvolto di una rivalsa sentita da tutta la Compagnia. Ma scherziamo?

- Non ti seguo Michaela – dico, rivelando una incomprensione di fondo per la tutta la faccenda, mentre gli altri mi guardano come fossi un marziano.

- Fatto è che in questo modo non vengono messe agli atti le problematiche e le incomprensioni dell’una e dell’altra parte, che pure ci sono nel lavoro, pur continuando entrambi a condividere lo stesso sentimento d’amore che li tiene uniti.

- Basta così Michaela altrimenti mi scoppia la testa.

- Si certo, tra l’altro ho dimenticato di andare a controllare l’arrosto, speriamo bene. Già è tanto che non si senta odore di bruciato.

- Sentiamo cosa ne pensa François.

- Per quello che ne posso dire io, ci si trova davanti ad un rebus inquietante, nell’incertezza a chi attribuire l’omicidio, sono del parere che una ragione deve pur esserci, e se c’è deve poter venire fuori – dice convinto.

- Davvero non mi è chiaro François, pensi sul serio che nell’impossibilità di trovare un movente si debba necessariamente incolpare qualcuno all’interno della Compagnia? A me scusa, non sembra il caso. Senza un vero movente non s’arma la mano di alcun omicida.

- Che io sappia, nessuno ha mai parlato di omicidio. Piuttosto di suicidio guidato.

- Fa la differenza?

- Non v’è dubbio che fa la differenza. Solo leggendo il testo della commedia puoi comprenderlo, come dire, è peculiare della sua messa in scena, del ruolo che il regista si è ritagliato per sé. Il quale, riversando su tutti gli attori protagonisti, un non indifferente condizionamento psicologico, ha finito per creare una sorta di psicosi collettiva che li vede tutti coinvolti. Bada bene non singolarmente, bensì interagire tutti di conseguenza, nessuno escluso, e dare adito all’unico movente vero, che forniva loro la ragione che li ha spinti all’intimazione del suicidio/omicidio: e/o dell’umana legittima difesa, davanti all’incombente paura della morte che ha innescato in loro.

- Opto per la cena, sento un certo languorino per quell’arrosto che Michaela ci ha preparato. Con la promessa di leggere il copione in seguito, se ne hai una copia a portata di mano, intendo.

- Certo che ce l’ho, infatti ti avrei consigliato di leggerlo dopo aver cenato.

- Sentiamo, e per quale sconosciuta ragione?

- Cannibalismo George, e visto che abbiamo carne per cena, ho pensato che forse era meglio soprassedere dal farlo prima.

- Gulp! Ma che succede, cos’è questo fumo?

- François, vieni per favore – lo chiama Michaela con una certa urgenza.

- Spiacente ma l’arrosto è andato - dice François sconsolatamente dispiaciuto. Non ci resta che raggiungere il più vicino ristorante.

- Non te la prendere, non è il caso. Tanto più che non avevo voglia di mangiare carne stasera, dico io per niente rammaricato.

- Oh, per questo c’è un buon ristorante di pesce proprio qui all’angolo – soggiunge Michaela di ritorno dalla cucina con le braccia spalancate nel vuoto.


Parigi: Camera d’albergo Hôtel de Flandres.

Interpreti: George e Anne.


- George, hai letto della svolta presa oggi dal caso Vilaret?

- No, sono stato occupato con il Louvre.

- A proposito, come sta la Gioconda?

- È fuori, sempre in giro per il mondo. Oltremare credo. È “peggio” della peggiore cortigiana.

- George, un po’ di rispetto, si tratta pur sempre di un’opera d’arte. Tu ami l’arte, vero George?

- È il mio pane quotidiano, ma questo non c’entra, stiamo comunque parlando di una puttana. È dal cinquecento che se la spassa per le corti europee, sorridendo per giunta.

- A quanto pare non è la sola. Se ci tieni a saperlo ha trovato in Camille de Benoires una degna antagonista.

- Dici sul serio?

- Sermbrerebbe che il Commissaire, conforme a una sorta di “etica non etica” discutibilmente deontologica quanto personale, ha dichiarato il caso chiuso, con la seguente motivazione: “per cause non determinate dalla volontà di alcuno, tuttavia contingenti con lo svolgersi della rappresentazione in atto”, cui hanno fatto seguito le sue dimissioni. Dopodiché sembra che abbia intenzione di occupare il posto che era già di Vilaret nella Compagnia e andare di nuovo in scena.

- Lo immaginavo, al dunque gliel’ha data!

- George, ma che dici!

- Ti dico che gliel’ha data.

- Niente di tutto ciò trova conferma nella realtà.

- Perché non mi credi?

- Tu stai leggendo vero?

- Si certo, lo sto leggendo su Le Figaro. Ciò non vuol dire che non sia attendibile.

- Non quadra.

- Che vuoi dire, hai un tuo personale sospetto?

- A questo punto chiunque avrebbe potuto indurre Vilaret al suicidio e al tempo stesso commettere un omicidio.

- Che dici?

- A quanto sembra manca il movente, nessuno avrebbe messo in atto una simile macchinazione.

- Non c’è un movente perché non può esserci. In quanto, essendo entrambi sdolcinati fan dell’attrice, possono aver voluto togliere di mezzo Vilaret per subentrare al suo posto.

- Entrambi chi?

- Ma George, Alain Foulquier, il giovane intervistatore e lo stesso Auguste Bonmarcé, il Commissario investigatore, non ti sembra un valido movente?

- Non necessariamente, prendi ad esempio quell’Alain vattelappesca, potrebbe essere stato lui spinto da Camille de Benoires e aver successivamente avallato la messinscena dell’intervista. Cosa che per la stessa ragione, può essere riuscita al Commissaire Auguste Bonmarcé, con l’aggravante che avrebbe abusato del potere datogli dal ruolo che gli compete.

- Quindi, secondo te, ci sarebbe un mandante, aspetta, tiro a indovinare: Camille de Benoires?

- Non necessariamente, poiché come risulta dall’epilogo di quella sera, scritto di pugno dal Vilaret a bordo della sceneggiatura, egli si assume la responsabilità d’essere il mandante del proprio suicidio e della propria condanna a morte.

- Ma che dici?

- Te lo leggo, vuoi?

- Visto che ci sei.

- Allora "Prima della Prima: il caso Vilaret".


Parigi: Interno della Comédie Frances.

Interpreti: Charles Vilaret e alcuni manichini spogli in scena.


Il regista entra in scena preso dai pensieri, fa avanti e indietro con una mano sulla fronte, poi sulla bocca, quindi rivolto al pubblico:


- Di certo vi state domandando io chi sono? Io sono il regista metafisico di questa che immaginate sia una rapprensentazione, una messinscena, nient’affatto! In realtà dovevate assistere al funerale collettivo di una Compagnia teatrale, ove era esplicita la cieca conservazione della vita contro la perdida di senso del ‘serio’ e del ‘comico’ insito del fare ‘teatro’. Perché ciò accadesse è stato per me necessario farla finita di pensare ad un ‘primato della vita’, lasciando il posto all’interiorità primaria del regista, tendenzialmente proiettata a concludere l'azione treatrale con qualcosa di fortemente drammatico che tuttavia facesse ridere.

(pausa)

Ora io, ecco, se non dormo sono un uomo finito, se non mangio poi ... E Iddio sa se non avrei fatto a meno volentieri di invitarli alla cena imbandita sulla scena di questa incredibile commedia che in primis avevo pensato di offrire a tutti loro, cioè a tutta la Compagnia, quando è sopravvenuta in me un’inversione di forma che teatralmente parlando ha rivoluzionato il tutto, cioè uno spostamento di significato essenziale che ha dato a “Peccati di Gola” un significato sconvolgente. Quale esso sia stato è addirittura superfluo narrarlo adesso che tutto è avvenuto, perché in verità in chiusura dell’ultima scena tutti avrebbero dovuto essere defunti.

(pausa)

Ma loro continuavano a parlare, e straparlavano a cascata, scambiandosi battute a vanvera, confondendo i dialoghi previsti dal copione, blaterando cose di nessun interesse: e ‘gradisca un altro bicchiere’, e ‘un’altra tazzina di caffè’, e 'lei di qui e lei di qua', 'ma che gran donna', 'che squisitezza di carni'. Così che nella mia testa, a un certo punto, l’affabulazione li ha trasformati in despoti osceni, sono diventati divoratori, hanno travisato l’identità che nel testo avevo assegnato loro, rivelando ciò che di più infimo è nella natura umana, cannibalizzando insieme a Camille la loro stessa esistenza. E' accaduto così che volendo riappropriarmi della mia interiorità, quella di un ... io sì di un despota del 'goloso impenitente', incapace di condividere il ben che minimo pasto con chiunque, neppure con i miei commensali teatrali, mi sono lasciato prendere la mano, e ho pensato di ucciderli tutti.

(pausa)

Sono arrivati in teatro per le prove più o meno puntuali, alle nove e mezza, allorché è iniziato il banchetto senza che dessero il che minimo segno di abbandonare l'orrendo festino. Intanto si erano fatte le due di notte, e non sembravano affatto intenzionati a volersene andare. Io non riuscivo a staccare la mente dall’orologio, dato che non potevo guardarlo: la buona educazione innanzi tutto. Certo avrei potuto comportarmi da villano e dir loro in qualche modo di andare via, ma non è nel mio stile, non riesco a farlo. Così che ogni forzatura era in me causa di dolore, una condizione di chiusura nei loro riguardi che «..diventa un ‘fuori’ dalla messinscena, che diventa innanzitutto apertura, poi uscita, eccesso, generosità o eroismo, ma, ancor più lontano, abbandono, esclusione, esilio.» (A.Artaud)


(quindi rivolto a un manichino che immagina gli parli)


- A lei, che gliene pare, è una scusante che regge?

- Non si comprende il perché li ha invitati? (voce fuori scena)

- Li ho invitati a cena perché non potevo farne a meno, perché sono una persona beneducata, e avendo degli ospiti a tavola non potevo esimermi di invitarli.

- Mi scusi, chi glielo imponeva? (voce fuori scena)

- In realtà nessuno, la mia educazione. Dovevo assolutamente farlo, v’immaginate voi tirarla una sera dietro l’altra, con i costi di un menù tanto ricercato, e le orate al sale, e lo champagne, e i 'baci di dama', e le castagne al brandy? Quand’io mangio non più d’una zuppa di cipolle, che tra l’altro è la mia specialità. Così, ho pensato di mettere una buona dose di assenzio nel brandy, e mi sono detto ‘amen’: Voi può darsi che siate di una pasta diversa, ma io sono così. Che posso farci?”.

(pausa)

- Non regge! Vuol dire comunque che se non è stato lei a ucciderli, chiunque di loro avrebbe potuto rivolgerle la stessa cosa. (voce fuori scena)

- Allora mi sono detto perché non il regista? Perché non Vilaret medesimo?. Quindi ...

- O anche, perché non tutti i componenti la Compagniua insieme? (voce fuori scena)

- Perché no. Come dice Oscar Wilde: - «Chi dice la verità, prima o poi viene scoperto, chi mente, invece, può sempre sperare di farla franca

- Venga al dunque? (voce fuori scena)

(pausa, poi rivolto al pubblico)

- Ora io, come vedete, a un certo punto tutto mi è stato più chiaro ma, agli occhi dei componenti la Compagnia, devo aver premeditato di ucciderli tutti quanti per davvero. E quanti di loro hanno intuito la mia proposizione, mi hanno imposto il suicidio. Pertanto, alla fin fine, si può sostenere, con un po’ d’enfasi, che si è trattato d’una legittima difesa da parte di entrambi.

- Dunque? (voce fuori scena)

- Beh, prima che loro mi suicidassero, li ho uccisi io ... Quindi tutti colpevoli, nessun colpevole.


Parigi: Camera d’albergo Hôtel de Flandres.

Interpreti: George e Anne, raggiunti da François e Michaela.


- Comunque sia … - sto per dire la mia quando vengo interrotto da Anne.

- Non siamo qui per fare il processo alle intenzioni, vero George?

- No, ma talvolta penso, che deve pur esserci qualcosa di meglio di una società di opposti, fatta di sprechi e lussi sfrenati, di mortalità per fame e di gole profonde, composita di numerosi detrattori e troppo pochi ammiratori, aggiunge Michaela.

- Ciò, sebbene la gola rimane l’eterno mistero, la nostra esperienza più intima, che qualcuno ha paragonato con altri aspetti della nostra vita, come ad esempio il sesso, anche se la gola, per chissà quale imperscrutabile motivo, rappresenta la punizione o forse la ricompensa per la nostra dissolutezza sessuale. Non è forse così, domanda François.

- Beh, non c’è di che stupirsi ch’io parli qui di queste cose, ma il sesso entra abbastanza bene in quest’analisi. Io no. Non riesco proprio a stupirmene. Con il benessere che incalza, la soglia dell’intelligenza è calata talmente che tutti siamo diventati intelligenti, aggiungo in fine.


(tutti in scena raggiungono il proscenio)


- Regista: Voi tutti potete anche non essere d’accordo, ma il destino dell’umanità intera, in fondo lo facciamo noi teatranti, ogni sera sulle tavole di ogni palcoscenico che si apre nel mondo. E anche se la vostra educazione adesso vi impedisce di fingere qualche sbadiglio, che è poi il modo più corrente tra persone volgari, vi dico che infine ognuno ha una sua etica da rispettare … pertanto vale quanto volevasi dimostrare, che ...


“Infine anche l’assassino si riposa, il goloso mai”.




FINE





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