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Una storia di CinziaMarchese

Il weekend dei ricordi

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8 minuti

Pubblicato il 07 febbraio 2019 in Storie d’amore

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Il telefono squillò e il suo trillo mi fece sobbalzare come ad anticipare eventi nefasti.

“Pronto, si, dimmi… Cosa? E solo ora mi avvisi? Dabbene, metto qualcosa nel borsone e sono lì da voi”. Riagganciai e, con la mano ancora attaccata alla cornetta, mi accasciai sulla poltrona di fronte la finestra. Mia cugina Sara mi aveva comunicato la morte di nostro nonno materno Gennarino: il problema che era già spirato da tre giorni, ed io l’avevo appreso solo adesso. Certo, avevano cercato in tutti i modi d’avvisarmi, ma ero fuori per lavoro, un viaggio all'estero per conto della società import-export che da qualche anno mi aveva assunto come interprete: tra riunioni, cene e trasferte era stato difficile rintracciarmi a tempo debito. Avevo ancora in un angolo del mio monolocale il trolley colorato che mi aveva regalato mio fratello al compleanno: “Vedrai, ti sarà molto utile, e così mi penserai più spesso…”. Aveva ragione! Ultimamente erano poche le occasioni per stare tutti assieme: lui con la famiglia risiedeva nella Bella Napoli <città do sole e do mare>, ed io avevo dovuto <emigrare> a Milano, invogliata dalle varie proposte lavorative che da qualche tempo vagliavo, essere quelle dal successo garantito. Guardavo fuori dalla finestra e il tempo leggermente nebbioso, mi riportava alla mente il mio recente viaggio in Irlanda: accidenti, ma siamo solo agli inizi di Ottobre! Chissà se ci sarà il sole questo weekend ad Arezzo…

Ero lì che dovevo ritornare, nelle verdi colline della Toscana ridente, nella casa di campagna dove il nonno aveva scelto di finire i suoi giorni…dopo i dolori che l’avevano segnato, profondamente nell'animo. Scrollo di dosso quel senso di frustante malinconia che puntualmente mi assale ai rientri in Italia, e in un battibaleno sono pronta con il borsone a tracolla per partire: mi avvio alla macchina e parto sotto una coltre grigio-azzurrina. Il viaggio fu tranquillo, il traffico scorrevole considerando il weekend: le ore trascorsero abbastanza velocemente intervallate da due soste in autogrill, mezzo pacchetto di sigarette divorato nervosamente, e un flash pazzesco di ricordi che si affollavano nella mente. Fotogrammi che riaffioravano nitidi: io, piccola e curiosa nella stalla con il nonno a guardare il vitellino appena nato; nonno e le margheritine di campo che mi lasciava sul cuscino; io, nascosta dietro la porta della biblioteca a sbirciare mentre lui leggeva e scriveva per ore. A volte lo sorprendevo seduto nella sua morbida poltrona, in mano il ritratto della nonna pettinata con una foggia antica: aveva le lacrime agli occhi e i fogli ingialliti gli scivolavano stanchi tra le dita…Era su quei fogli che con gesto liberatorio nero su bianco riversava tutti i suoi sogni infranti. Sì, tutto mi è chiaro, ora ricordo: la mia prima piccola poesia su un pezzettino di carta dedicata a lui, al mio mentore, solare e affettuoso, e nello stesso tempo silenzioso e distante. La mia vena poetica trasmessomi dal suo DNA…Imboccai finalmente il viale alberato del casolare, nelle prime ore del meriggio, c’era un bel sole tiepido: mi vennero incontro mia zia gemella e mia cugina Sara. Erano come le ricordavo, intimamente vicine a me, in quei gesti affettuosi che mi mancavano da troppo tempo: ero di nuovo in famiglia, poiché mamma e papà mi avevano lasciato già da un po’ d’anni, rapiti dal male del secolo. Chiacchierammo tutto il pomeriggio attendendo l’arrivo degli altri cugini e di mio fratello: il notaio era stato chiaro, la lettura del testamento alla presenza di tutti gli interessati <ultime volontà del nonno>. Prima dell’imbrunire, mia zia e mia cugina mi lasciarono da sola per andare giù in paese a fare delle commissioni: niente di più bello, poter gironzolare nel casolare indisturbato. Passeggiavo nel salone attiguo alla veranda facendo scivolare le dita lungo i cassettoni legno massello abbelliti da cornici in argento: mi sorrideva il nonno, la mamma e la zia piccoline con i vestitini bianchi inamidati, poi una donna, dai riccioli morbidi che da una crocchia ricadevano sulle spalle scoperte, la nonna Maria, occhi sognanti e sguardo innamorato. Salii la scala a chiocciola e spalancai la porta della cameretta che mi ospitava bambina: aveva l’odore di lavanda come allora, chiudendo gli occhi, seduta su quel letto, mi cullai in silenzio…Un passerotto cinguettò alla finestra e trasalii… “un momento, ora si va in soffitta, anfratto dei segreti”, dissi tra me. Filtrava ancora un po’ di luce dalla piccola vetrata ed il fascio rischiarava la penombra che di mistero, da anni, ornava le mie fantasie: un baule polveroso, le mappe di un tesoro in fondo al mare, il libro delle pozioni magiche… Scavavo tra le cianfrusaglie e all'improvviso scricchiolò sotto i miei piedi un asse di legno divelta: la sollevai e scoprii una pergamena arrotolata stretta in un cordoncino rosso. La srotolai con delicatezza e incredule lessi il titolo <Novella – I fuochi fatui di Gennarino Cortesi>. Era del nonno…M’adagiai su uno stuoino di gommapiuma, accesi una candela profumata e cominciai a decifrare quella grafia così aggraziata dei pennini di una volta: “Andavano così…smemorati,ebbri come libellule nell'aria, belli, ricchi solamente della loro gioventù fremente, niente vedendo, nulla sentendo, solo il battito folle dei loro cuori…” Era la storia d’amore del nonno e della sua Maria … “Una trattoria campestre accolse gli innamorati sotto la frescura d’un pergolato, un merlo lanciava appassionatamente al cielo, la sua canzone di libertà e d’amore. Mangiavano lentamente, il tempo trascorreva troppo in fretta, dovevano lasciarsi perché si amavano troppo, la miseria, la disoccupazione lasciava Gennarino Cortesi esule sulle strade del mondo solamente così avrebbe potuto sposare la sua Maria.

Un gruppo di posteggiatori entrò nel locale, una musica dolcissima salì nell'aria profumata: E Napule chest’è, cheste po’da’; e da’speranza a chi nun spera cchiù… Tra le lacrime, un lampo di gioia:la loro città divina, l’ineguagliabile per sofferenza, generosità e bellezza,la città delle sirene e dei superbi straccioni,inviava loro,nell’ora amara del distacco, un messaggio di fede e di speranza sulle ali di una canzone. Uscirono a malavoglia per ritornare a casa, la luna inargentava le viuzze del vecchio quartiere, svelandone crudamente la povertà, si rifugiarono nell’ombra del portoncino di Maria, ivi si abbracciarono fino a farsi male e il giovane dopo un rauco balbettio di giuramenti e promesse portò via all’innamorata l’animo con un bacio che era un morso rovente, e fuggì per non urlare al mondo il suo dolore. Senza più sangue nelle vene, spettrale, barcollante Maria tentò di inseguire l’amato, ormai un ombra sgusciante tra il dedalo delle viuzze, poi si accasciò sullo scalino, singhiozzando forte”. Tirai un sospiro, “Oddio, che commozione! Ma sto facendo tardi…”, replicai a me stessa, ma, continuai a leggere rapita. “Il tempo, forse l’unico galantuomo, balsamo per tutte le ferite passava lento ed inesorabile: cartoline con paesaggi dolci e aspri, con francobolli di strana foggia, lettere frementi e malinconiche cantavano al suo animo in attesa, la passione dell’esule che invocava disperatamente Napoli e Maria, mentre intanto il gruzzolo messo da parte per poterla sposare cresceva. Maria preparava il corredo per se e per le sue bambine (Gennarino le aveva lasciato compagnia, ma non sapeva…), che nacquero sanissime nonostante la donna impallidisse e le bruciassero gli occhi per le lunghe ore di faticoso e malpagato lavoro di ago sotto la scarsa luce.

Una violenta polmonite portò via la bella orlatrice mentre sulla sua bocca invocava disperata il nome del suo amato. La mamma di Maria si prese cura delle povere infanti mentre il ferale messaggio inseguì l’esule di città in città, finché spietato, lo raggiunse in una severa città teutonica e spezzo il suo volo: fu una larva d’uomo che prese la via del ritorno, sceso alla stazione ferroviaria, si sentì come ubriaco facendosi sospingere e urtare tra la folla fin quando non salì su una carrozza direzione cimitero. Arrivato, si aggrappò alle sbarre del monumentale regno dei morti: gli occhi aveva accecati dalla febbre del dolore, e le fiammelle vacue ombreggiavano la sua stessa immagine che, per incanto, si mescolò alla sua dolcissima Maria. Era lei che veniva all'appuntamento, era lei che si allacciava alla sua ombra come quella sera nel portone di casa nel momento dell’addio. Era Maria, pura e ardente, liberata oramai dalle sofferenze della carne che al contatto dell’ossigeno che è vita palpitava lievemente: nei fuochi fatui. Divorato dalla febbre, delirante, l’infelice svenne, mentre il cocchiere preoccupato della lunga attesa lo raccolse, cercando di farlo rinvenire per portarlo dalla mamma sua che non gli aveva ancora detto che Maria lo aveva reso padre. Il rumore degli zoccoli, monotono risuonava nella grande pace, cullava l’esule partito giovane e giunto incanutito alla meta…per sempre esule senza il suo grande amore”. All'improvviso un soffio spense la candela, e il panico s’impossessò di me assieme ad uno strano torpore…

Il trillo del telefono, come un insetto molesto, mi fece sobbalzare su dal letto del mio monolocale, al centro di Milano: “Pronto, si, ciao dimmi…Lo sapevo…no, scusa volevo dire…me lo sentivo sai? Era un presagio…Non preoccuparti verrò lì, al più presto”. Mia cugina Sara aveva appena comunicato “il nonno è morto, da tre giorni” Come, di nuovo? Che razza di sogno è questo, eppur sembrava vero…

E mentre mi affannavo nei quesiti, sul comodino una candela spenta rendeva omaggio, con i suoi effluvi profumati, a una pergamena stretta con cordoncino rosso, come il suo cuore, e un mazzetto di margheritine gialle…

Pungevano nei miei occhi a tal visione, timide e incredule lacrime pensando all'ultimo gesto d’amore che il nonno ebbe, da esule, anche per me…. Perché la sua triste storia fosse un monito ai posteri affinché non trascurassero gli affetti più importanti in nome del dio denaro, poiché a tutto c’è rimedio nella vita, anche se in miseria ma alla morte, no…


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