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Una storia di IBonamiciFredducci

Questa storia è presente nel magazine STORIE INTERESSANTI

La Ragazza Che Cadde Dal Cielo - 4a parte

71 visualizzazioni

11 minuti

Pubblicato il 27 agosto 2020 in Avventura

Tags: #dispersa #giungla #incidente #miracolo #sopravvissuta

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1 Gennaio 1971, sera. Juliane sta per passare la sua seconda notte nel capanno che ha trovato vicino al fiume (assieme ad una barca con tanto di motore), ma il suo corpo e la sua mente non ne possono proprio più: ha chiuso gli occhi e si è arresa, cullandosi nel pensiero di morire.

E’ certa che prima o poi qualcuno arriverà ma, come sempre lucida e realista, sa che non le resta più molto tempo e ed è pronta…

Sente voci nella foresta.

Voci e rumori provengono dalla direzione in cui si trova il sentiero.

La ragazza apre gli occhi ma non vede niente anche se è convinta di essersi svegliata e di essere abbastanza lucida; le voci ed i rumori di passi e rami spostati sono sempre più forti.

Ovviamente pensa che si tratti dell'ennesima allucinazione, ma dal sentiero appare un uomo, seguito da altri due!

Per lei è come vedere apparire 3 angeli...

Non riesce a dire niente e, appena la vedono, i 3 si prendono uno spavento immenso!

Effettivamente, quando sei un indigeno che vive nella foresta amazzonica ed hai un capanno sperduto nella giungla più profonda, tornarci dopo una giornata di lavoro e trovarci dentro una strana ragazzina non è la cosa che più ti aspetti…

Juliane ha visto 3 angeli e loro hanno visto un demone… Per essere più precisi credono che sia Yemanjá, ovvero uno “spirito del fiume”: secondo la leggenda è bionda e gli occhi ancora completamente rossi della giovane (nonostante siano passati 11 giorni dall’incidente) hanno fatto il resto.

La scena è comica: lei che si mette seduta e prova ad avvicinarsi e quelli che, atterriti, indietreggiano.

La giovane Tedesca recupera in un momento lucidità e forze e li tranquillizza, raccontando immediatamente chi è e quello che le è successo (parla uno spagnolo perfetto, naturalmente).

I 3 taglialegna (non sono pescatori, come riportato in molti testi) hanno sentito alla radio la notizia del volo LANSA 508 precipitato nella giungla e si tranquillizzano subito, meravigliandosi ovviamente di come quella fanciulla, dopo essere uscita praticamente indenne da una caduta di migliaia di metri, sia sopravvissuta 11 giorni nella foresta.

Nonostante l’incredibile gioia e forse proprio per quella, Juliane piomba di nuovo sdraiata e si sente mancare.

I tre la rifocillano (hanno diverso cibo con loro) e le prestano le prime cure: puliscono tutte le sue ferite con la benzina e gliene versano ancora nel buco sul braccio, togliendo altre larve. Juliane si sente riavere: quella sera aveva accettato con serenità di morire, e invece è stata salvata!!!

Dormono tutti e 4 lì al capanno e, al mattino seguente, i 3 taglialegna portano Juliane sulla loro barca (dopo aver rimontato il motore) e navigano il fiume in direzione della corrente, come effettivamente la ragazza stava facendo da giorni. Ci vogliono ben 11 ore per raggiungere il loro villaggio più vicino: per una persona normale sarebbe una cosa quasi da uscire di testa, ma Juliane lo ricorderà come un viaggio bellissimo. Viste le condizioni in cui versava se non l’avessero trovata la nostra Juliane non avrebbe mai potuto farcela a raggiungere il villaggio, neppure se fosse davvero riuscita a prendere quella barca.

Incrociano diverse imbarcazioni in quel lunghissimo viaggio a ridottissima velocità e tutti si spaventano nel vedere quella strana creatura dai capelli biondi e gli occhi rossi: si scansano accelerando e chiunque la vede pensa che sia Yemanjá.

Finalmente arrivano al villaggio ed uno dei 3 corre a chiamare una missionaria che svolge le sue mansioni lì ed è pure una pilota e, col suo piccolo piper, fa la spola con una cittadina nei pressi di Pullcapa, dove le sue colleghe gestiscono un ospedale: è lì che la porta.

Il tragitto in aereo dura solo 15 minuti ma, dopo quello che le è successo sul volo 508, non è un’esperienza esaltante per Juliane. Viene ricoverata e subito le estraggono le ultime larve dalla ferita. Il giorno dopo il ginocchio col crociato strappato (che non c’è verso di sapere se fosse il sinistro o il destro) si gonfia in un modo incredibile e le viene la febbre alta (fino a 40!), ma naturalmente la quasi indistruttibile diciassettenne migliorerà rapidamente.

Il padre la raggiunge, ma la raggiungono anche la polizia e i giornalisti: la convalescenza della giovane viene disturbata da continue interviste e richieste di aiuto dalle Forze dell’Ordine, che vogliono raggiungere il punto dove è caduto l’aereo.

Juliane riesce ad indirizzare le Autorità verso la zona giusta e quindi iniziano le operazioni di ricerca e recupero dei cadaveri; nessun pezzo del Lockheed L-188 Electra viene portato via dalla giungla, tranne la scatola nera ed il registratore di cabina.

Il 13 Gennaio viene ritrovato il corpo di sua madre: in seguito si stabilirà che anche lei era sopravvissuta allo schianto, ed è morta qualche giorno dopo. Verranno recuperati quasi tutti i cadaveri delle altre 91 persone che si trovavano sul volo LANSA 508 e si certificherà che altre 14 persone non erano morte sul colpo ma nei giorni successivi, aspettando i soccorsi.

Juliane inizia a ricevere lettere da tutto il mondo e non capisce per quale motivo la gente la tratti come un’eroina o un simbolo di speranza e del fatto che i miracoli esistono. Non si sente una miracolata e tantomeno un’eroina: le è venuto naturale fare tutto quello che ha fatto. In seguito racconterà che la maggior parte delle lettere erano indirizzate solo a “Juliane, Perù” e comunque le arrivavano!!

Alla LANSA viene ritirata la licenza due settimane dopo l’incidente e la Compagnia fallisce; comunque non avrebbe avuto più aerei con cui volare!

Juliane viene dimessa dall’ospedale nel Marzo del 1972: la foto postata nella prima parte di questo racconto la ritrae sul piccolo aereo che la stava riportando a Lima, dove torna a scuola.

La ragazza vorrebbe dimenticare tutto quello che le è accaduto e cercare di elaborare il lutto per la scomparsa della madre, ma i giornalisti e gli ammiratori non la lasciano sola un attimo: le sono sempre addosso a Lima e la vanno a cercare perfino a Panguana. Suo padre decide che la figlia deve andare a vivere in Germania con sua nonna e sua zia e così Juliane abbandona disperata il Perù: aveva comunque in programma di studiare ancora due anni a Lima e poi andare all’Università in Germania, ma non pensava di abbandonare subito Panguana ed i suoi amici di Lima...

E’ decisa a chiudere tutti i rapporti con il padre ma nel 1974 anche lui torna in Germania, e i due si riappacificano.

Juliane si laurea in biologia all’Università di Kiel e nel 1980 torna a Panguana per 18 mesi, per studiare i pipistrelli (sarà proprio il padre a convincerla): scoprirà 52 nuove specie e prenderà un Dottorato all’Università di Monaco.

Nel 1989 inizia a lavorare allo ZSM ( Zoologische Staatssammlung München), uno degli istituti di ricerca zoologica più importanti del mondo, dov’è tutt’ora condirettore dell’Istituto e Direttore della Biblioteca del Museo: no, non è una semplice bibliotecaria come si può leggere in giro sul web.

Si sposa con Erich Diller, anche lui biologo (esperto in vespe) e in seguito utilizzerà solo il cognome del marito per sfuggire alla fama.

Gli incubi non la abbandonano mai, così come il dolore per la scomparsa della madre. Dall’istante in cui è stata risucchiata fuori dall’aereo è diventata fredda, apparentemente inscalfibile dagli eventi e incapace di provare emozioni...

Nel 1998 il famoso regista tedesco Werner Herzog la contatta e la convince a volare con lui in Perù per girare un documentario sulla sua avventura e ricostruire quello che ha passato. Il documentario “Wings of Hope” esce nel 2000 e, anche se pare del 1980, è obbligatorio vederlo: lo trovate su Youtube ed è solo in inglese con sottotitoli automatici nella stessa lingua, ma Herzog e la doppiatrice di Juliane (lei parla spagnolo e tedesco da madrelingua, ma non l’inglese) parlano un inglese perfettamente comprensibile; altrimenti c’è una versione con ottimi sottotitoli in spagnolo.

Herzog le racconta che c’erano anche lui e la sua troupe, quella mattina del 24 Dicembre 1971 , all’aeroporto Chavez di Lima ma non solo: avrebbero dovuto prendere il suo stesso volo!!! C’erano oltre 150 persone in attesa di partire col volo 508 ma solo 86 passeggeri si sarebbero potuti imbarcare. La Lansa non avrebbe potuto fare due voli perchè aveva a disposizione un solo aereo (altri due erano precipitati e un terzo era in riparazione da millenni) che dopo avrebbe dovuto tornare a Lima per volare a Cuzco, quindi 60 persone sarebbero rimaste fuori. Herzog sfiorò anche un gomito di Juliane quando provò a corrompere l’addetto di terra per assicurarsi un posto ma, alla fine, lui e la sua troupe furono lasciati a terra mentre gli 86 che potevano imbarcarsi esultavano perché avrebbero potuto passare il Natale coi parenti, non sapendo che non lo avrebbero fatto mai…

Il documentario, per Juliane, rappresenterà una specie di terapia. Incontrerà anche Marcio Ribera, l’unico ancora in vita dei 3 taglialegna che, quella sera del 3 Gennaio, la trovarono nel loro capanno. Il povero Marcio in “Wings of hope” appare ancora convalescente perché un mese prima, spedito proprio da Herzog in cerca del relitto per girare il documentario, è stato punto da una razza (che ha trafitto pure lo stivale di gomma che indossava)! Dopo la puntura Marcio rimase 3 giorni moribondo sulla riva del fiume prima di vedere una barca e chiedere aiuto; ma non volevano farlo salire a bordo perché non aveva soldi ed alla fine pagò il passaggio lasciando in pegno il proprio fucile che fu ricomprato da Herzog e riportato al legittimo proprietario proprio da Juliane. Nonostante si aggiri tra i rottami, ripercorra il cammino che fece da ragazzina e incontri Marcio dopo tanto tempo Juliane, in “Wings of hope”, appare ancora freddissima...

Nel 2000 Hans, il padre di Juliane, muore ad 87 anni e lei decide di succedergli alla guida della stazione di ricerca di Panguana. [Mantiene questo ruolo tutt’oggi assieme al marito, col quale si reca due volte l’anno alla stazione da 20 anni, bevendo vino rosso e prendendo sonniferi se le prende troppo male per il lungo volo intercontinentale]. Riesce ad ingrandire la base da 460 a 1730 acri e, dopo una lunga lotta col governo Peruviano, finalmente nel 2011 Panguana diventa Ufficialmente una Riserva Naturale.

Sempre nei primi anni del 2000 inizia a raccogliere materiale per scrivere la propria autobiografia, dove naturalmente racconterà anche la terribile avventura che l’ha vista protagonista e ritrova diverse lettere che il padre aveva scritto a sua madre o sua sorella (la nonna e la zia di Juliane, dalle quali era andata a vivere nel ‘72). In una di queste missive Hans, dopo aver visto il cadavere per effettuare il riconoscimento il 14 Gennaio, ipotizza che Maria, sua moglie e naturalmente la madre della protagonista della nostra storia, sia morta più o meno il 6 Gennaio e quindi abbia passato 14 giorni nella foresta sperando di essere soccorsa: per lui si era rotta il bacino o il collo, e non poteva muoversi.

Questa lettera getta nella disperazione la povera Juliane, che comunque termina il proprio libro “When i fell from the sky” che esce nel Marzo 2011 firmato col proprio cognome e diventa un best seller, vincendo anche diversi premi.

Juliane Koepcke adesso ha 65 anni ma, per il mondo intero, resterà per sempre “la ragazza che cadde dal cielo”...ma come ha fatto ad uscire quasi indenne da una caduta libera di 3200 metri? Lei stessa ha incontrato un’altra fila di sedili, ancora occupata da 3 donne, che si erano schiantate di testa al suolo penetrando il terreno come proiettili per oltre un metro!!! Beh...ha retto gli 11 giorni nella foresta grazie agli insegnamenti dei suoi genitori ed all’esperienza nella giungla maturata a Panguana (oltre alla fibra ed al sangue tedeschi, notoriamente belli forti); ma è uscita viva dal volo grazie alla combinazione fortunata di diversi fattori:

  1. il fatto che si trovasse su un posto esterno e non centrale alla fila l’ha fatta scendere a spirale (“come le foglie di acero quando si staccano dai rami”) e questo già ha diminuito la velocità di caduta

  2. ha di certo incontrato delle correnti ascensionali molto forti che l’hanno rallentata moltissimo

  3. è “atterrata” in un punto dove i rami degli alberi si intrecciano tra di loro formando una fitta rete, che ha assorbito gran parte della forza dell’impatto, ammortizzando l’atterraggio

  4. incredibilmente ha toccato il suolo nella giusta posizione e anche le zampe della fila dei sedili e il telaio hanno quindi assorbito ancora un po’ di energia: se fosse atterrata di testa non avrebbe penetrato il terreno di un metro come le sfortunate passeggere da lei incontrata, ma sarebbe certamente morta comunque.


Juliane Koepcke non ricevette mai aiuto o sostegno psicologico dopo quanto le accadde e dovette trovare da sola la forza di risollevarsi ed andare avanti: quello che ha vissuto l’ha segnata e cambiata per sempre ed è per questo che non si sente né un’eroina né un simbolo di speranza. Tutt’ora convive col rimorso pensando a sua madre da sola, immobile per giorni e giorni nella foresta; non avrebbe potuto fare nulla ma questo ovviamente non basta a farla sentire meglio. Si sente ancora colpevole anche per il fatto di essere stata l’unica sopravvissuta: continua a chiedersi “perché io? Perchè SOLO io??”.

-Nelle notti passate da sola nella foresta dicevo a me stessa: “Se uscirò viva da tutto questo farò qualcosa di importante per la natura e per l’Umanità”. Quelle erano belle parole ma appunto solo parole: se ci penso adesso mi chiedo se ce l’ho fatta. Ho raggiunto i traguardi che mi ero imposta? Ho fatto qualcosa di importante? Questo è un altro modo per sentirmi colpevole...-

FINE

Juliane in ospedale: si nota ancora l'occhio sinistro malridotto
Juliane in ospedale: si nota ancora l'occhio sinistro malridotto
Altre immagini di Juliane durante la convalescenza
Altre immagini di Juliane durante la convalescenza
Juliane con Werner Herzog nel 1998 durante le riprese di "Wings Of Hope" davanti ad uno dei frammenti del Lockheed 188 Electra del volo 508
Juliane con Werner Herzog nel 1998 durante le riprese di "Wings Of Hope" davanti ad uno dei frammenti del Lockheed 188 Electra del volo 508
Juliane fotografata in mezzo ai frammento del volo LANSA 508, sempre nel 1998
Juliane fotografata in mezzo ai frammento del volo LANSA 508, sempre nel 1998
Marcio Ribera, il primo uomo che Juliane vide sbucare fuori dal sentiero la sera del 3 Gennaio 1972]
Marcio Ribera, il primo uomo che Juliane vide sbucare fuori dal sentiero la sera del 3 Gennaio 1972]

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