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Una storia di GeorgeDebilatis

FIOCCHI NEL CERVELLO

FAIDA E CIGLIA SBATTUTE

140 visualizzazioni

4 minuti

Pubblicato il 18 marzo 2020 in Horror

Tags: #amore #faggi #genesi #odio #soledinotte

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Non era particolarmente coraggioso, anzi aveva

una paura fottuta mentre aspettava che il tizio

venisse a fargli la posta.
Aveva messo da parte lame, un'ascia e un piccola
falce per difendersi, e lì aveva aspettato tutta
la notte senza che il tizio passasse ad ucciderlo.
Era naufragato silenziosamente con i suoi terrori,

e senza un goccio né di alcol né di sedativo

a lenire le contraddizioni di un ammazzasette.


Lui non credeva nei sollievi artificiali e praticava

uno stretto vegetarianesimo, perché detestava

gli umani più di qualsiasi altra forma vivente.

Suonava in una band di death metal ed era
in quell'ambiente che era nata la conoscenza
con il tizio che ora voleva fargli la pelle.
Le ragioni?

Nemmeno lui le ricordava più... Era una
questione di rivalità e di accuse rimpallate,
di essersi venduto e di avere svenduto l'intera
scena.


Dopo due notti consecutive insonni e agitate,

con le porte sbarrate e fugaci sguardi dalle

finestre al buio, aveva deciso di affrontare
l'alce per le corna e gli aveva telefonato,
dandogli appuntamento in un bosco
per chiarimenti, per discutere.


Era arrivato in macchina con una mazza
da baseball scassata, due coltelli, una
baionetta e la solita ascia nel bagagliaio.

Più un alibi costruito insieme a un suo amico.
Aveva beccato il tizio, e quando aveva chiesto

"Perché mi vuoi uccidere?" Questi l'aveva colpito

alla testa con un pugno. Allora lui s'era trascinato

verso il bagagliaio, lo aveva aperto e aveva tirato

fuori la baionetta.
S'era messo ad inseguire il tizio dandogli, ogni
30-50 metri, una coltellata nella schiena o sul collo.

Il tizio era corso verso alcune case abitate, suonando
come un pazzo ai campanelli e urlando che lo stavano
uccidendo. Poi, dopo mezz'ora di fuga disperata
e coltellate, era crollato al suolo dentro una piccola
radura ancora punteggiata dalla neve.
In quel posto lui l'aveva colpito, stanchissimo,

con una baionettata al cranio.


Sperava fosse l'ultima, e comunque ne aveva abbastanza.
L'ultimo lasso di tempo era stato sconvolgente,
come certi sogni dove ti muovi al rallentatore,
e non sai se sei la vittima o il carnefice, e non sai

quando è il momento di svegliarti. Ma durante
gli attimi successivi al fatto non riusciva più a riaversi:

si pizzicava le braccia furiosamente sopra l'avversario
caduto, ma non usciva dall'incubo. Si dava sberle sulla faccia
ma il tizio era lì al suo fianco, che ancora si lamentava,
e non si decideva a morire, nonostante mezzora quasi grottesca

di agonia, fendenti mollati a casaccio, e affondi scheggiati.


Lui decise di allontanarsi dal posto, non curandosi più

se il tizio avrebbe impiegato dieci minuti o un intero giorno

a morire.
Pulì la baionetta su un pezzo di stoffa e la rimise nel bagagliaio,
dopo avere percorso almeno un chilometro alla ricerca
della sua macchina. Era stranito e confuso.
Nello strano balletto avevano girato in tondo,
s'erano spinti al largo, avevano rinculato e arretrato.
Come due comici nella secca notte norvegese avevano
abbozzato e improvvisato, fatto da spalla e protagonista.

Ed ora forse uno stava morendo ma l'altro, ipnotizzato
e assassino in pectore, non stava decisamente meglio.
Spalancò la porta del malandato pick-up verde e vide
qualcuno. Sentì chiaramente qualcuno.
Percepì qualcuno al posto di guida che gli stava
sussurrando delle cose. DOVEVA Essere ancora lui.

Senza riflettere a lungo, e senza armi da taglio,
si girò rivolgendo la schiena a quella presenza
e iniziò a cercare sul terreno. In uno stato di ipnosi
prossimo alla narcolessia, sollevò dai pressi
della radice di un faggio un bel ciottolo arrotondato.
Né grande né minuscolo. Tornò indietro,
spalancò nuovamente la porta principale
del pick-up e cominciò a menare colpi
a casaccio; finché non sentì il braccio
indolenzirsi.


Poi si accasciò con i guanti insanguinati
lungo lo sportello del grosso veicolo.
Lo svegliarono con un iniezione di vecchia
metedrina. Gli dissero che aveva ucciso
due persone. Le guardi forestali e i membri
dei corpi addestrati gli facevano ossessivamente
cenno con le dita: DUE .2. Lui ebbe l'impressione
che facessero il segno di vittoria, e per definire
il suo stato sollevò il pollice: UNO, 1.
Ne aveva ucciso solo uno.
Ma sulla camionetta delle squadre speciali
uscì dai meandri del suo stesso cervello.

Vide una luce, e alla fine della luce
la sua compagna di ventidue anni
che lo aveva accompagnato fino
al luogo dell'imboscata.
Allora rammentò quello che nella
furia aveva completamente rimosso.
Lei. E suo figlio da sei mesi nella
pancia di Gunhild. E pianse come
un ruscello nel disgelo; poi, quando
aveva esaurito le lacrime, rise a lungo.
A brevi intervalli soffocati.

Nella cella di massima sicurezza
del carcere di Trondheim informarono,
più tardi, Espen Jacob Halvorsen che
la sua compagna si sarebbe salvata,
ma il bambino, Mathias, era perduto.
Lui chiese carta e penna, poi si mise
al tavolino di zinco per inviare
dal cervello e dall'anima (in cui credeva)
una preghiera a qualcuno. QUALCUNO.
Qualcuno alla guida del suo pick-up.

Adesso.


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