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Una storia di AndyArton

Questa storia è presente nel magazine Descendio

Capitolo 2

Benjamin Dancy

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8 minuti

Pubblicato il 08 gennaio 2021 in Fantasy

Tags: #fantasy #guerra

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Con le prime luci dell’alba iniziarono ad essere accompagnati fuori dalla tenda medica i soldati ancora vivi. Gli altri venivano afferrati per le braccia e le gambe e portati via, Henri provava a non immaginare le fosse comuni scavate lì vicino. Quando chiuse gli occhi dell’ultimo paziente, Dumont uscì dalla tenda e respirò profondamente l’aria secca del mattino.

Era in guerra da un mese, otto giorni e due ore e non aveva mai trascorso una notte come quella.

Si passò le mani sul viso per cacciare via la stanchezza, avrebbe dormito volentieri un giorno intero, ma capì di dover rimandare non appena riaprendo gli occhi si ritrovò davanti un soldato semplice, poco più di un ragazzino. «Dottor Dumont, il generale Gamp e il colonnello Dancy richiedono la sua presenza» comunicò svelto con timbro militare.

Dopo qualche secondo di silenzio in cui cercò di leggere dalla sua espressione cosa lo aspettava, Dumont congedò il ragazzo con un cenno distratto. Sperava che non si trattasse di un richiamo disciplinare per la condotta che aveva avuto la notte precedente.

S'incamminò verso la tenda del generale, vicino l'ingresso sentì le voci agitate dei due uomini. Erano entrambi piegati sulla cartina di Wyd. Accanto a loro c'era un soldato di basso grado, Boyle, uno degli specialisti che si occupavano dell'artiglieria, ricordava di avergli estratto un proiettile da un braccio.

«… devono essersi infiltrati di nascosto per far esplodere delle miscele. Le esplosioni sono avvenute tutte in punti strategici dell’accampamento, in modo che il vento potesse diffondere le fiamme» concluse l’artigliere senza scomporre la posa militare, sembrava un ragazzino davanti la cattedra del suo professore.

«Qual è il bilancio dei danni?» chiese il generale senza sollevare lo sguardo dalla cartina.
«Tutta la zona sud ovest dell’accampamento è stata bruciata, signore»

«dov’era il radiotelegrafo» osservò amaramente Rufus.

«Si, signore»

Ci fu qualche secondo di silenzio, durante il quale Henri si decise a far presente il suo arrivo «Generale, Colonnello» disse in segno di saluto accennando appena con la testa. I due alzarono lo sguardo su di lui nello stesso momento, erano completamente diversi eppure in loro c’era qualcosa di simile. Rufus Gamp era un uomo alto e massiccio, quasi imponente, aveva la barba fatta e un’espressione severa, lo fissava con le sopracciglia nere calate fin sopra gli occhi scuri, come fossero impegnate a sorreggere da sole il destino di quella guerra.

Benjamin Dancy invece era più smilzo, aveva un aspetto più sciatto, portava la giubba da campo aperta davanti una maglietta verde, una barba incolta che seguiva i lineamenti della sua mascella. Sottili ciuffi castani ricadevano sulla fronte ampia e pallida, arrivando a sfiorare appena gli occhi chiari. Eppure, nonostante ciò, stringeva nello sguardo la stessa sfumatura grave e autoritaria del generale.

«Prego entri dottore» lo incitò il generale, mentre il colonnello si sollevava per incrociare le braccia davanti il petto. Henri avanzò piano fino alla cartina, dove diversi segni rossi tracciavano l’andamento della guerriglia intorno al campo.

«Boyle può andare» l'artigliere fu congedato così, poi il generale Gamp si rivolse al dottore al dottore «quali sono le condizioni della truppa?»

«Non ho ancora avuto il tempo di fare una stima adeguata, ma almeno un terzo degli uomini arrivati alle tende è fuori pericolo, alcuni però, sono feriti gravemente, avranno bisogno di diversi giorni di convalescenza prima di poter tornare a impugnare un’arma» sentenziò Henri, senza fare riferimento ai restanti due terzi portati via dalla sua tenda, immobili come sacchi di patate.

A quelle parole il colonnello abbassò la testa. Il generale sospirò lanciandogli un'occhiata, ma alla fine spezzò il silenzio grave, «quanto tempo?».
«Non saprei dire, andiamo da ustioni di primo grado fino a quelle di terzo e anche piuttosto estese, la maggior parte di loro impiegherà almeno.... almeno una ventina di giorni per rimettersi in piedi» non era una buonanotizia, Henri non riuscì a mantenere lo sguardo e lo rifugiò in un punto imprecisato della cartina.
Il colonnello abbattè un pugno contro il tavolo con violenza. Henri sobbalzò. La sorpresa dovette trasparire nella sua espressione perché Dancy immediatamente recuperò la sua postura rigida, «mi scusi, dottore»

«Un po’ di contegno, Ben, maledizione sei un colonnello» mormorò Rufus nella sua direzione.

«Come fai ad essere così calmo tu? Quei bastardi hanno fatto saltare in aria metà dei nostri uomini, hanno distrutto il radiotelegrafo e fatto terra bruciata dell’accampamento. Vogliono rallentarci o isolarci, qualcosa mi dice che qui fuori stanno organizzando già un altro attacco e non sarà affatto una festa di benvenuto».

Rufus si passò una mano sulla barba tornando ad osservare la mappa con aria pensosa «Manda al generale Hall tre dei tuoi uomini a tre ore di distanza, digli che non possiamo muoverci da qui per almeno altri dieci giorni e che abbiamo bisogno di rifornimenti e truppe fresche. Appena possibile riprenderemo il rastrellamento fino alla città di Coille, da lì cercheremo di metterci di nuovo in comunicazione con lui»

Dancy annuì deciso, mentre Henri intimamente ringraziava di non doversi rimettere in marcia tanto presto.
«Invia anche due squadre di ricognizione, vediamo se scoprono qualcosa. Ora andate» ordinò senza riuscire a nascondere una certa stanchezza nel tono di voce, forse come Henri temeva che chiunque avrebbe mandato sarebbe tornato solo come un cadavere.

Una volta fuori dalla tenda il dottore osservò il colonnello allontanarsi, rimase immobile per qualche secondo poi lo chiamò mentre gli correva dietro.

«Colonnello! Colonnello, aspetti... ieri notte, io non…» iniziò non appena gli fu di fronte, l’uomo però lo fermò con un cenno della mano. «Ieri notte ha fatto ciò che doveva, dottore. Abbiamo visto entrambi troppi uomini morire per non sapere quanto sia importante tenersi stretta la propria vita» sentenziò portandosi una mano nella tasca interna della giubba, per tirarne fuori una fiaschetta di metallo.

«Beve un sorso con me, dottore?» chiese.

«Sì... certo», Henri cercò di nascondere la sorpresa di vedere la fiaschetta, ma persino lui si rese conto che gli era sfuggita per un istante, Dancy però fece finta di niente.

«E mi chiami Ben», svitò la fiaschetta e prese un lungo sorso. «D'accordo», annuì senza aggiungere parola. Quando Dancy prese un sorso strinse le labbra in un’espressione disgustata, «dannazione, siamo nella terra del whiskey e non abbiamo nemmeno un goccio di alcol decente, le vere vittime di questa guerra sono i campi di segale che bruciano».

Henri si concesse di sorridere sotto i suoi folti baffi. Prese la fiaschetta che il superiore gli stava porgendo, «credevo stessimo combattendo esattamente per questo» osservò passandosi il beccuccio sotto il naso, emanava un pungente odore di alcol.

«Non sia così ingenuo, dottore, crede davvero che la guerra sia scoppiata perché quelli di Wyd non vogliono pagare le tasse sugli scambi commerciali? Si figuri, è tutta una questione di politica. E di soldi. Come sempre. Scommetto che il Reggente voleva mettere le mani su Wyd già da un bel po’ di tempo e quella manica di idioti gli ha dato il pretesto perfetto per farlo»

Il dottore buttò giù un sorso dalla fiaschetta, ma s'interruppe con un tossire strozzato, «è davvero tremendo, come fa a berlo?» era talmente pungente che la voce si era arrochita.

«Ad un certo punto ci si abitua, non ricordo nemmeno che sapore abbia dell’alcol decente»

«Alla fine della guerra potrebbe venire nella mia tenuta a Soleil, facciamo dell’ottimo champagne, dopo non vorrà bere altro, glielo assicuro»

Ben annuì rimettendo la fiaschetta nella tasca della giubba, Henri notò in quel momento che aveva uno sguardo malinconico, «certamente, quando la guerra sarà finita mi tenga da parte una bottiglia».

«Ben, posso chiederle se ha qualcuno ad aspettarla a casa quando la guerra sarà finita?» Henri si sorprese per aver proferito ad alta voce quella domanda, rimase perplesso al punto da non risucire a tenere il silenzio, «scusi, non deve rispondere se sono stato inopportuno» indagò il volto del colonnello, ma lo vide sorridere.

«Non si preoccupi, doc. Non ho nessuno, mia madre è morta qualche settimana fa, di vecchiaia, non si deve preoccupare. Servirò il mio paese finchè sarà necessario, poi non so cosa farò, tutto quello che mi è rimasto è un vecchio amico e qualche stecca di sigaretta», lo disse come fosse una battuta, ma anche se continuava a sorridere nello sguardo rimaneva quella nota di tristezza.

«Parla del generale?», ancora una volta la sua curiosità ebbe la meglio, ma non provò a correggersi, si aggrappò alla cintura della sua divisa come potesse aiutarlo a rimanere calmo.

«Sì, parlo di lui. Ci siamo arruolati insieme, ma ha fatto carriera più velocemente di me, colpa del mio pessimo carattere probabilmente», rise di nuovo scuotendo la testa, «i generali non sopravvivono più a lungo dei soldati seplici di questi giorni, i ribelli non fanno distinzioni. Però, tra tutti i superiori che ho avuto Rufus è sicuramente quello che rispetto di più, la vita è troppo breve per seguire gli ordini di qualche idiota blasonato».

Henri annuì anche se Gamp era stato l'unico generale con cui aveva mai lavorato aveva sempre nutrito una fiducia cieca nei suoi ordini, come se rispettarli pedissequamente potesse tenerlo più al sicuro. Anche se fino a quel momento avrebbe detto che si sarebbe comportato allo stesso modo con qualsiasi generale adesso per un attimo tentenna. «Gamp è sempre... molto ragionevole» ammise come se avesse dovuto riflettere su quell'ultima parola, ma per qualche ragione scatenò un'altra risata da parte di Ben.

«Probabilmente è il genere di complimento che Rufus apprezzerebbe», assestò una pacca sulla spalla del dottore che cercò inutilmente di dissimulare l'imbarazzo. Come fosse stato un saluto Dancy si allontanò senza aggiungere altro, lasciò Henri immobile a guardarlo andare via.


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