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Una storia di Veronicadegregorio

LIKE ERGO SUM: L'IDENTITA' NELL'EPOCA DEI SOCIAL

Come soddisfare la "likemania" e ritrovarsi like sotto un post

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7 minuti

Pubblicato il 13 dicembre 2018 in Humor

Tags: #follia #mediocrit #social #virtuale

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Mi ritrassi sulla sedia e ritirai le dita dalla tastiera del computer. Ero impietrita. Quell’” Ahi , Ohi, Ohi,” mi aveva annichilita. Non stavo sognando, non pagavo i postumi di qualche calice di troppo, né avevo mai sofferto di allucinazioni. Eppure, sul punto di esprimere un apprezzamento per un post su Facebook, sfiornadolo per errore, il pollice pro di quel “like” aveva reagito con un’esclamazione di dolore. La ragione m’impediva di credere a ciò che le mie orecchie, perfettamente pulite e funzionanti, avevano registrato. Una spiegazione che conciliasse l’impossibilità di quella risposta alla sollecitazione del mio indice sulla tastiera e la incontrovertibile realtà della sua esistenza, ci doveva pur essere. E poiché (e, specie in quel caso, per mia fortuna) sono una scettica, decantato il legittimo smarrimento, riuscii a trovarla. Era molto più semplice di quanto l’apparenza permettesse di supporre. Doveva trattarsi dell’ultima diavoleria inventata dai cervelli della Silicon Valley, al servizio di Zuckeberg. Finalizzata a rendere più interattiva e seducente la permanenza nel mondo virtuale più esplorato del pianeta, associava a ciascuna delle sei piccole icone simboleggianti altrettante possibilità di giudicare un post, un’espressione vocale corrispondente. L’entusiasmo per la spiegazione si sgonfiò subito. Qualcosa non tornava. La voce dolorosa di quel “like” manifestava l’opposto del suo significato. Mi arrovellavo il cervello quand’ecco che il deus ex machina di una vocina svelò l’arcano. Inutile precisare che, nel frattempo, lo stato perfetto dell’udito e la mia lucidità non avevano subito variazioni. Quel pollice pro, non solo aveva reagito piagnucolando, ora addirittura mi chiamava. “ Pss! Veronica, sono io, guardami, non mi riconosci?” Inforcai gli occhiali ( problemi di presbiopia ) e, avvicinata la faccia a quel minuscolo simbolo blu, lo esaminai perbenino. Due occhietti neri e supplichevoli, m’imploravano aiuto. Sobbalzai dalla sedia. “Ma non è possibile. Come diavolo è finita là dentrò?” Non potevo crederci. La signora Menardi Paola, mia conoscente e vicina di casa, si era trasformata da essere umano in un “like” dolorante su un social. Roba che neanche Delillo, negli stati allucinatori più profondi, sarebbe riuscito a immaginare. La mia incredulità s'incrementava con la scoperta di dettagli che, anziché disconoscere, confermavano l'identità celata da quel simbolo. “ Mi aiuti ad uscire da qua dentro, La prego”. Nessun dubbio o tema di smentita, giuro sullo scarafaggio di quel gran genio di Kafka che era proprio lei. Insieme agli occhietti, spalancati come quelli di un coniglio davanti a un faro e grazie alle costose mani di un chirurgo plastico, anche la bocca era proprio la sua. Per merito delle stesse mani sapienti, e solo dopo un paio d’ore di sosta sul lettino di una clinica specializzata, si era trasformata in una inquietante ventosa che, quando la signora Paola svoltava un angolo, come un soldato, ne anticipava la presenza, sbucando in avanscoperta prima di lei. Solo per educazione, e a fronte dei miei solitari 23 contatti Facebook, ero finita nell’esercito dei suoi quattromilanovecentonovantanove “amici” ( si fa fatica anche a leggere il numero) che, con suo grande rammarico, non aveva potuto aumentare, per via del raggiungimento del limite massimo consentito. Cinquantenne, il suo status di single le concedeva la discutibile libertà, di pubblicare selfie ammiccanti e in pose maliziose, senza necessità di spiegazioni a un partner rompiscatole e geloso. Anche quando andava al cesso, esclusa la parte meno seducente e più spicciola della faccenda, un autoscatto non mancava mai. Posizionatasi davanti allo specchio, scimmiottava pose plastiche e smorfie ridicole fino a quando non fosse convinta di aver trovato quelle giuste. Era un’attività che la sfiancava. Ma a lei non importava. Anche nel milionesimo selfie doveva essere perfetta, la più perfetta, così come il soddisfatto confronto con i ridicoli punteggi delle avversarie “laiccomani” le dimostrava. Controllava in modo ossessivo la perfezione del trucco di occhi e bocca con una lente d’ingrandimento, usava panciere che le impedivano di respirare per nascondere la pancia e studiava le luci per per ombreggiare il naso. Grasso e carnoso, aspettava che quel gran mago della chirurgia plastica le confermasse un appuntamento per risolvere la faccenda. Ma le richieste per i servigi del costoso professionista erano davvero tante e, nel frattempo, non le restava che arrangiarsi, giocando con luci e inquadrature. Finalmente, dopo una carrellata di tentativi : click”, l’ennesimo selfie con il suo benefico ritorno ( non capisco perchè, visto che la parola esiste, lo chiamiamo feed-back) era pronto, soprattutto a sollecitare la gratitudine della canea inseguitrice e vojeur di followers assatanati. Il giorno in cui la signora Paola entrò in quel centro commerciale fu la sua rovina. Ne avevano parlato tutti i media del mondo. Alle tre del mattino, del tredici dicembre del 2019 a Webland, nella gigantesca area di un complesso industriale dismesso, unico, primo e ultimo al mondo, il “Megagalattico Market dei Like” apriva i suoi battenti. Scarpe, cravatte, cinture, prosciutti, dolci, mele, patate,astucci di trucco, gioielli, gelati, borse, cuscini, deodoranti, mobili, giocattoli, computer, telefonini, preservativi, calendari, orologi e perfino le facce dei commessi ( quelli però non si potevano comprare), avevano la forma di “like”.Insomma un mondo di like dove se ne poteva fare scorta senza limiti, a seconda dei gusti, delle necessità e a prezzi ridicoli, senza iva, e anche in offerta tre per due. L’unico limite era il numero di volte concesso per gli acquisti. Gli acquirenti erano milioni e milioni. Per accontentare tutti, il “Gran Consiglio di amministrazione di Like” stabilì che ciascuno degli interessati entrasse in quel luogo appagante e fantastico una sola volta nella vita. La signora Paola che di quella marea umana scalpitante era la prima, si presentò con un tir con doppio rimorchio. Lo aveva parcheggiato di fianco a un’uscita posta all’estremità dell’edificio, per non intralciare il traffico. Impossibile fare l’elenco di quanto, in quel mezzo così capiente, riuscì a caricarsi. Il numero dei prodotti “like” era davvero impressionante. Affittato un campo da calcio per poterli sistemare, li scaricò dal camion e li dispose sul cerchio degli spalti. L’opera, piuttosto faticosa, richiese un paio di giorni. Ma ne valeva la pena. Questo pensava la signora Paola, sedendosi al centro di quello stadio occupato da migliaia e migliaia di fantastici ed esultanti like, tutti e solo per lei. La sua vita fu completamente trasformata. Si nutriva, si dissetava, si dedicava alle abluzioni e alle incombenze fisiologiche senza schiodarsi da quella postazione. Aveva piantato una tenda, allestito una piccola cucina e un bagnetto per vivere la sua esperienza in modo totale e in tutta libertà. Senonché accadde un imprevisto. Qualcuno di quei like, sentendosi sprecato e orfano di qualcun altro più meritevole, cominciò a protestare “ Voglio tornare al di là di un computer” minacciò uno bello grosso, stampato sul cotone di un vestito. E vedendo che la signora Paola restava insensibile alla sua richiesta scese dagli spalti, rinnovando con tono minaccioso la sua richiesta. Fu il finimondo. Tutti gli altri like, seguendo l’esempio del loro fratellino, si accalcarono giù per i gradini e invasero il campo. Urlavano come pazzi, rivendicando il loro ritorno su Facebook. La signora Paola, convinta che, in quanto umana, avesse più potere di quei cosi virtuali, non raccolse. Restò impassibile al centro dello stadio, seduta a darsi il rossetto, certa che con quel gesto dall’intenzione seduttiva, avrebbe piegato al suo volere tutti quei like sovversivi e ristabilita la loro sudditanza. Ma così non fu. In quel parapiglia generale, fu soffocata da like furibondi che, finalmente liberi, fuggivano da tutte le parti, lungo le vie virtuali di chip e tastiere. Uno di essi, conteneva delle unghie colorate. S’avvinghiò alla gonna della signora Paola e la portò con sé. E’ il racconto che quella disgraziata mi fece per spiegarmi come diavolo fosse finita sotto un post, dentro un simbolo blu e minuscolo. “ Le piace questa storia? Mi metta un like- m’ingiunse sensuale, "poi, aggiunse arrogante, " mi liberi da qua. Faccia presto”. L’accontentai subito. La guardai un’ultima volta in quella strana forma virtuale e pigiai l’indice sulla tastiera. Quel post sotto il quale la signora Paola, trascinata dalla volontà di qualcun altro, era finito, riguardava le vicissitudini amorose che una illustre sconosciuta in cerca di vacua fama, aveva rivelato in un talk televisivo. Dell'epifanica e improbabile etoile, non m'importava un fico secco. Nella maniera più assoluta. E scelsi il pollice versus.

Veronica de Gregorio

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