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Una storia di Lagambadijohnsilver

Una sincera storia d'amore

Come raccontare male una relazione realmente avvenuta

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38 minuti

Pubblicato il 16 giugno 2020 in Storie d’amore

Tags: #Amicizia #Aneddoti #Memoria #RIflessione #Scrittura

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È un banalissimo momento di distrazione durante una videolezione a due settimane da un esame non poco importante. Al posto di seguire e interessarmi alla spiegazione che i miei genitori mi pagano con le tasse universitarie, mi perdo nella lettura di un ebook scaricato un paio di giorni fa, “Vizio di Forma”, di Thomas Pynchon. Il vero titolo ha un altro significato ma ciò non mi tange, non mi interessa, come non mi interessa sapere che “Il giovane Holden” in realtà si chiama “The Catcher in the Rey”, sequela di parole che di per sé non ha un senso compiuto o una possibile traduzione, ma in grado di acquisire il suo motivo di essere nel corso dell’opera. Eppure lo so. Sono circa alla quarta/quinta pagina, Doc sta ancora conversando amabilmente con Shasta e ascolto una compilation jazz creata automaticamente da Deezer basandosi sui miei gusti, quindi Keith Jarrett, Bill Evans e altra gente di cui non riesco a ricordare i nomi, quando d’un tratto guardo le notifiche sul telefono e una parola cattura il mio interesse: “alpaca”. Sul gruppo di facoltà stanno discorrendo se l’immagine di un camelide presente su una sbobina corrisponda maggiormente a quella di un cammello, di un dromedario, di un lama o di un alpaca. Il cov229E, così si chiama il virus in questione che causa problemi respiratori e robe varie, è trasmissibile all’uomo non solo tramite i pipistrelli, bensì pure i camelidi sono veicoli di tale patogeno, tuttavia io ancora non lo so. Sono catturato, divertito e confuso, perché è ridicolo che tra ragazzi studenti universitari di medicina, su un gruppo quasi costituzionale con più di un centinaio di partecipanti, si parla tanto animosamente se l’immagine di un animale ruminante sia quella dello stronzo che vomita pure o dell'altro che riesce a stare per molto tempo nel deserto immagazzinando acqua nelle gobbe. Dopo poco, nel mezzo di una pausa, entra mia madre a chiedermi di comprare la carne degli hamburger per la cena mentre lei rimane a casa, deve badare il fortino perché nel nostro giardino stanno armeggiando quelli dello spurgo. Ho trattenuto il piscio per tutta la notte per evitare di tirare giù l’acqua nel cesso e vederla risalire dalla doccia. Odio questo tipo di situazioni. Comunque silenzio il portatile e stacco gli auricolari dalla porta jack per fargli penetrare quella del mio cellulare, una sverginazione avvenuta anni fa ma ancora così soddisfacente. Mi faccio strada fuori dalla porta con la mascherina sul volto e un paio di guanti da sala operatoria che ormai sto usando per la terza volta, non voglio ammalarmi di Covid 19 per essere stato poco prudente e poi lì dal macellaio sono particolarmente onesti e non fanno entrare le persone senza mascherina dato che è in corso una pandemia globale. Fortunatamente non trovo la fila fuori. Mentre torno a casa rifletto su “L’uomo che fissa le capre”, un bellissimo film che ho rivisto un paio di giorni fa su un gruppo di soldati Jedi (così vogliono farsi chiamare), un battaglione americano composto da fattoni new age che speravano di sviluppare superpoteri psichici da mettere al servizio del governo statunitense e della madre terra. Vorrei possedere anch’io un’arma non letale (ma particolarmente dolorosa) come loro, con cui difendermi o almeno minacciare chi mi disturba. Questo mi fa balenare in mente il ricordo del coltello di Pica, che il soldato della marina già citato ha sempre portato con sé, nascosto sotto forma di carta di credito. Pica lo mostra a tutti ogni volta che si sente preso in giro, così, per sfogo e necessità di sentirsi più grosso. Ah Pica, Pica e la Medi. Si sono separati un paio di giorni fa. È stata una storia d’amore che ho potuto osservare molto da vicino. Ero amico di entrambi già da diversi anni e ci frequentavamo anche abbastanza spesso. È una di quelle storie di cui mi piacerebbe molto scrivere, raccontare, partendo dal mio limitato punto di vista fino a spaziare nell’universalità dei sentimenti umani. Avrei iniziato con il messaggio che mi aveva mandato la Medea, anzi, la notifica del messaggio, e la data: “Sono le 11:57 del 27 maggio 2020. Noto sullo schermo del mio telefono un messaggio, molto semplice e diretto, “Io e Lore ci siamo lasciati”.” Un inizio che ti butta nel pieno dell'azione, diretto, ma in fondo poco potente e piuttosto banale, magari nel ‘800 sarebbe stato di impatto se avessero avuto i cellulari, ma oggi è materia per libretti di seconda mano, comprabili a due euro al mercatino tra i piccoli brividi e la collezione harmony. Poi giunge in soccorso il contesto, perché il contesto è la parte più importante dell’introduzione: “Il mittente è la Medea, una mia amica di vecchia data. Mi aveva già detto in privato qualche giorno fa, appoggiata al suo motore dopo un sabato sera con gli amici, che erano in pausa. Era la terza volta in pochi mesi che riscontravano una crisi. La loro era una delle relazioni più longeve che conoscevo all’epoca, si frequentavano da ormai 3 anni e mezzo, e avevano avuto degli alti e bassi, però generalmente erano uno di quel tipo di coppie che si equilibrano vicendevolmente.” Anche questo è banale, mi esclude e mi include implicitamente in maniera tediosa e ridicola. Se fossi nel lettore, mi chiederei “Ma che cazzo frega all'autore della loro relazione?” e forse sarei già giunto alla conclusione che in realtà a chi scrive piace la protagonista, anche se in questo caso non è così. Per rimettere in piedi il teatrino, dopo l’accenno alla durata del loro rapporto, arriva il flashback, le origini, dove tutto ha inizio. Con l’aria di chi finge disinteresse, partirei da una data lontana, importante soltanto per me, per cercare di presentare al meglio i personaggi in gioco. Purtroppo fallisco, finendo per rendere questa parte solo un pretesto per allungare il brodo. “Per avere un quadro completo bisogna iniziare dalla notte rosa del 2016, una data lontana e dimenticabile. Fu la sera in cui conobbi Lorenzo Picariello. Conoscevo già la Medea da circa un anno, non bene però, eravamo soltanto vicini di ombrellone e io non sono mai stato un tipo da andare spesso al mare.” Non tutti sono tenuti a sapere cosa sia la notte rosa, il capodanno dell'estate, una delle feste più godute e sentite dai Riminesi e, più in generale, dagli abitanti della riviera romagnola. Cade il primo weekend di Luglio e da venerdì a domenica si tengono concerti, spettacoli e soprattutto tanto casino sulla spiaggia. Il clou sono i fuochi di artificio la prima sera, il venerdì a mezzanotte. Un excursus riguardo questa forse sarebbe troppo dispersivo, pertanto a questo punto mi concedo solamente due strade: descrivere superficialmente almeno uno dei personaggi in gioco in quel preciso momento o parlare con un atteggiamento profondo di me stesso, andando a creare un'altra digressione inutile e fuori luogo. Per sventare un’ulteriore impennata di incoerenza di intenzioni, mi rifugio nella prima noiosa e in fondo poco affascinante alternativa. “La Medea era in un periodo molto particolare della sua vita, non era già un’adulta consapevole e coscienziosa, ma nemmeno una bambina infantile. Si trovava in quella fase adolescenziale in cui si inizia a sperimentare e si ricerca qualcosa di complesso che ancora non si è in grado di comprendere.” Forse penso davvero quello che dico, per quanto suoni fastidiosamente banale l’ho scritto io e devo accettarlo, devo accettare che attualmente non so fare di meglio. Magari nell’azione rialzo un po’ l’asticella, lo stimolo, l’interesse, perciò mi ci tuffo a capofitto evitando completamente di scendere nei dettagli sulla situazione psicologica di una ragazzina di 16 anni, anche perché sarebbe pura vanità da parte mia pretendere di comprenderla abbastanza da saperla spiegare. “Lei mi invitò a passare la serata con lei e i suoi amici e io non avevo di meglio da fare. Nel gruppo eravamo io, Jules (un ragazzo che avevo conosciuto da non molto con cui la Medea aveva avuto una relazione poco tempo prima, oggi mio grande amico), sua sorella Siria, Martina e Jessica e ovviamente la Medea. La sera iniziò con il ritrovo al bagnino 14 e la cena al McDonald sulla spiaggia. Nonostante la fila, riuscimmo a prendere ognuno ciò che voleva e a trovare posti per sederci. Cercai di iniziare un approccio amichevole nei confronti di Jules, lo conoscevo molto poco e non sapevo bene di cosa parlare con lui. La Siri si messaggiava con quello che sarebbe stato poi il suo fidanzato per diverso tempo, Alessio, un Riccionese poco benvoluto dal fratello maggiore e dal resto della famiglia. A Jules invece interessava Jessica, fisicamente parlando, la conosceva da anni e con la solita grazia di chi non sa affermare direttamente l’intenzione unica di una sveltina, preferiva fare il simpatico, ma lei era un’oca e anche un gatto che cade l'avrebbe fatta ridere. La Medea è allergica a certe sostanze presenti nel formaggio del Mc, perciò ordinò un piatto di insalata e mi convinse di mangiarne i pezzi di parmigiano in mezzo. La Martina intanto si distraeva come meglio poteva”. È difficile uscire dall’angolino appena costruito, la cena al Mc, in essa sono già rappresentati quasi tutti gli scadenti equilibri e contrasti del primo episodio, del flashback di esordio, perciò a meno che non avvenga qualche fatto eclatante raro nella vita di una persona qualsiasi, d’ora in poi la narrazione sarà sempre più lenta e pesante. L’azione è già compiuta o, per meglio dire, non c’è mai stata. Però manca qualcosa, anzi, qualcuno, la cui presenza potrebbe essere la mia ultima spiaggia, l’ultima speranza di riaccendere il fuoco della mia storia, del mio punto di vista su una storia d’amore a me non così indifferente. “Uscimmo dal locale dopo esserci saziati. Mentre le ragazze facevano non so cosa al parchetto dietro al posto, io e Jules andammo a sgranchirci le gambe sulla spiaggia. Ruppi il ghiaccio parlando di Call Of Duty, non c’è niente di più universale tra i membri maschili della mia generazione che discorrere di videogiochi. Ogni tanto Jules cacciava un occhio al telefono, si era sentito con un suo amico nel pomeriggio che ci avrebbe raggiunto tra tre quarti d’ora in piazzale Kennedy, davanti al giornalaio, per poi continuare la passeggiata sul marciapiede davanti ai bagnini in attesa dei fuochi. Recuperate le ragazze, ci incamminammo. La Medi e Jules scottavano, tra i due si sentiva molto bene una tensione, un attrito. Come potevo immaginare, in quel periodo stavano cercando di riprendersi senza riuscirci, anzi, pareva quasi che si fossero rimessi insieme e rilasciati di nuovo da poco. Con un atteggiamento entrambi da prime donne nel medesimo istante, nessuno dei due era disposto a cedere la ragione all’altro anche riguardo la minima questione e questo rendeva urticante l’aura che li circondava. Raggiunto il punto di ritrovo, dopo non molto arrivò un tizio in moto, sembrava un po’ sfigato in quel periodo, con un’aria a tratti entusiastica e in altri da so-tutto-io. Pica, la sua prima impressione non fu pessima ai miei occhi, e nemmeno anonima, ma sicuramente non destò il minimo interesse nella Medi, che continuò a chiacchierare con le ragazze mentre io fraternizzavo con i due compagnoni. Si conoscevano bene, andavano a scuola insieme e io mi impegnai non poco a non essere fuori luogo.” Ho tutti gli attori del caso sulla scena e questo non farà altro che infossare ulteriormente i miei passi nelle sabbie dell’inutilità. I propositi iniziali ormai sono completamente infangati dal mio egocentrismo e non vi è soluzione, posso soltanto portare a compimento questa fase del mio racconto. “La Siri si stava annoiando non poco e non vedeva l’ora di vedersi con Alessio. Per sua fortuna in poco arrivammo alla panchina dove il suo principe azzurro la attendeva, non lontano dagli scogli su cui io e i ragazzi volevamo guardare i fuochi d’artificio della riviera. Per sua sfortuna con noi c’era la Medi, che per fare invidia a Jules, ormai completamente disinteressato a lei, decise di rimanere col gruppo di ragazzi più grandi di un paio d’anni, i Riccionesi, provandoci proprio con Alessio. Le due ragazze restanti, la Martina e Jessica, preferirono rimanere con le altre piuttosto che passare la notte rosa con un trio di maschietti arrapati come il nostro. E niente, ci guardammo i fuochi sugli scogli parlando di come giocare bene a Call of Duty 4 Modern Warfore con il telecomando della Wii sia da pro gamer e anche commentando la condotta disdicevole della Medi. Tornado indietro la recuperammo mentre troieggiava spudoratamente ancora con quel gruppetto e in poco terminò la serata. Questo fu il loro primo contatto. La Medi non si accorse minimamente di lui e Pica le diede della troia senza nemmeno sapere chi fosse, solamente per un disprezzo intrinseco nei confronti dei Riccionesi.” Così termina il primo flashback, la cui utilità è scarsa se si vuole essere gentili, perché in realtà la migliore definizione sarebbe “assente”. Tuttavia mi ritorna alla mente il motivo originale, mi ricordo perché ho scelto di partire da qui, dal nulla: volevo affermare e dimostrare che i colpi di fulmine non avvengono a causa di un legame esistente a priori tra due persone, un’attrazione trascendentale quasi divina, bensì origina da una quantità immensa di cofattori, che a volte fanno innamorare soltanto uno dei due soggetti e solo raramente entrambi. È un miracolo del Caso in miniatura, non il motore eterno del Fato. Loro non si sono amati dal primo momento che si sono visti, non hanno prontamente sentito l’impulso di pomiciare e scambiarsi fluidi, anzi non si sono nemmeno considerati l’un l’altro, però questo non ha impedito poi lo sbocciare e la crescita di un rapporto molto duraturo e in definitiva anche fondante del nostro gruppo di amici. Ma nella mia stupidità o superbia, al posto di essere chiaro negli intenti e spiegare questo concetto, lo lascerei lì, implicito nel racconto, come se dovesse essere il lettore a coglierlo, cosa che non è assolutamente tenuto a fare. Successivamente continuerei nel flusso di memoria alla seconda data importante, in questo caso un po’ meno opinabile riguardo la sua effettiva rilevanza. “Non passò molto da quel capodanno dell’estate che arrivò quello d’inverno. Il 31 Dicembre 2016. Non avendo mai preso parte ad un pigiama party, accettai curioso l’invito della Medea e compagnia ad una festa con posto letto nella taverna dei Bartolini. Tra gli altri invitati si annoveravano anche Jules, la Vale, la Maani, mi pare Mark, Ore, la Marti, Jaq e l’Ines, la Gilli, la Babi e Giova. Un gruppo pieno e funzionale. Mi pare comprammo alcolici di nascosto, dopotutto era capodanno e volevamo sbronzarci, come ogni combriccola normale di ragazzini tra i 15 e i 17 anni. In quel periodo tutte le ragazze si erano innamorate o si stavano innamorando di Jules, infatti dopo la Medi, la Vale e la Marti stavano soffrendo per i suoi rifiuti. Mark invece veniva tormentato dalla Maani senza sosta e tra Giova e la Gilli pareva ci fosse un’intesa particolare. Insomma, il classico giro di relazioni intrinseco ad una parrocchia. Io sapevo tutto perché tutti sapevano tutto e per non sapere qualcosa dovevi aver vissuto sotto una roccia e non aver parlato con nessuno per più di una settimana. Mi credevo il tipo più maturo del gruppo, perché ero già stato “schedato” dai pulotti, che avevano beccato me e altri miei amici minorenni a bere superalcolici spudoratamente in pubblico e a causa di questo evento mi davo delle arie. In poco avevo legato con Jules, perché avevamo una sorta di simpatia reciproca a pelle, e del resto conoscevo a sufficienza tutti gli altri presenti.” Dato che questo evento è più importante, posso permettermi di narrare di più rispetto al precedente episodio e parlare anche di me senza sentirmi remore. Infatti, a causa degli avvenimenti della serata, posso saltare ad un punto interessante senza apparire patetico o paraculo. “La festa non iniziò nel migliore dei modi, perché la Medi, che doveva portare le casse di suo padre (il quale per hobby fa il DJ) per la musica, arrivò a casa Bartolini in anticipo e non trovò nessuno. Le ragazze arrivarono tutte insieme tipo 5 minuti dopo, erano andate al cinema con i biglietti in sconto militare della Vale e non avevano invitato la Medi. Questo la fece sentire sfruttata e un po’ rigettata dal gruppo, cosa che effettivamente era, dati i suoi trascorsi con Jules e il fatto che tutti si erano schierati con quest’ultimo al termine della relazione, senza che io ne sapessi nulla. Ad aggravare la sua situazione psicologica, era stata usata e lasciata da poco da un ragazzo più grande mio omonimo, poco simpatico ma per lei molto attraente. All’oscuro di buona parte di questi trascorsi, di cui divenni conscio solo dopo il passaggio da semplice amico a confidente della Medea, io non feci particolarmente caso al clima presente in quella taverna.” Il piccolo excursus sulla sua situazione psicologica, d’obbligo ad ogni nuovo capitolo, insapora bene questa insipida solfa di situazioni poco importanti rispetto alla scoperta, all'apice, al momento della unione. Per questo, ora riscaldato da una condizione di potere, posso continuare la narrazione senza farmi domande sul giusto o sbagliato. “Usciti verso le 11, iniziammo il pellegrinaggio d’obbligo verso la piazza Cavour, il centro focale dove si va sempre a capodanno nel mio piccolo mondo. Nel retro del teatro Galli, che finalmente si apprestava alla sua ricostruzione dopo decadi di declino e silenzio, si teneva un concerto di non mi ricordo chi. Lì incontrammo le scadenti seconde scelte della Vale e dell’Iso, due ragazzi magari creativi e a prima vista simpatici ma a dir poco unti.” Perché l’acidità? È forse dovuta al fastidio per la sgradevole azione perpetuata dalle ragazze nei confronti della Medi? In realtà no, è proprio perché questi due ragazzi sgradevoli avrebbero poi bidonato meschinamente le due dirette interessate, dimostrando il classico stereotipo del maschio che ha voglia solo di scopare, cosa che a dir poco detesto. Senza lasciarmi distrarre, ormai è giunto il momento del ritorno di fiamma dell’eroe della ballata. “Jules come l'altra volta invitò il suo amico Pica, solo che in questa occasione la Medi non aveva delle amiche su cui appoggiarsi, perciò preferì passare la serata con noi maschi. Finalmente conobbe il ragazzo che sarebbe stato il coprotagonista della sua vita per i seguenti tre anni. Egli aveva sempre la sua aria un po’ disperata e affannata, con quel pizzico di misterioso e riservato che hanno tutti i ragazzini un po’ insicuri. Non capirò mai davvero perché alle donne piace quel modo di essere, posso solo teorizzare che forse gli pare spontaneo e la spontaneità è la cosa a cui le donne tengono di più nel lungo termine, mentre detestano chi gli spiattella in faccia tutta la propria verità per poi stravolgerla continuamente per divertimento e manie del controllo, mettendole in perpetua difficoltà interpretativa come fa il sottoscritto.” Sì, è tipico di me inserirmi a forza in ogni descrizione, come se fosse sempre un confronto, una competizione, perché ho bisogno di mettermi contro qualcuno, alludendo alla mia finta superiorità e in fondo miseria umana patologica. Per nobilitarmi d’animo, mi congratulo dando il premio del più scaltro dei coglioni al protagonista maschile, che molto probabilmente meriterebbe un narratore migliore di me, e continuo il racconto cercando un linguaggio più scientifico e difficilmente negabile. “Insomma, come al solito Pica si sentiva solo e oltre alla voglia arrapata lasciava trasparire una lieve malinconia e finta sicurezza. Evitò abilmente le battute un po’ cringe tipicamente sue, che aveva fatto anche la sera della notte rosa, e riuscì a giocare le sue carte buone senza sprecare quelle migliori, mentre d'altro canto alla Medi bastò avere una vagina tra le gambe, oggetto divino che a un istituto tecnico come quello frequentato da Jules e il suo amico scarseggiava drasticamente. Cosa può volere di più un ragazzo che snerda dalla mattina alla sera sui videogiochi di una ragazza interessata a ciò che dice lui? Cosa può desiderare una ragazzina con il cuore spezzato sia da un uomo di merda che da amicizie false oltre ad un nuovo cazzo solo per lei, che la vizi e sevizi a seconda delle circostanze? Durante il ritorno a casa si appartavano più indietro rispetto al gruppo e una volta arrivati, mentre ci stavamo tutti sbronzando dentro, loro due si stavano già limonando fuori dalla porta della taverna.” Ed è tutto qui, il gioco è fatto. Ma io, che sono invidioso della felicità altrui, racconto pure di un breve dopo, prima della prossima fase. “Nei giorni successivi la Medi mi scrisse di aver parlato molto per telefono a questo misterioso individuo e di esserci uscita di nuovo. Aveva creduto alla balla che lui le aveva raccontato di non essere la sua prima, e giustificò il fatto che non limonava particolarmente bene con il fatto che fosse in astinenza da diverso tempo." Perfetto, ho appena dato alla Medi della credulona e a Pica dello sfigato, tuttavia forse è più onesto dire che lei è comprensiva e lui solamente un po' insicuro, infatti "Questo non impedì che si mettessero insieme. A fine Gennaio erano ufficialmente fidanzati e si erano già visti i rispettivi genitali, dopo un mese e mezzo le rispettive verginità erano ricordi lontani, volati via sul vento della passione.” Dopo che una relazione comincia cosa c’è da raccontare di particolare? Tolstoj diceva che “tutte le famiglie felici sono simili fra loro, mentre ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”, e credo proprio che in fondo sia vero "a suo modo". Sono banali le storie d’amore una volta in compimento. Non sono più per strada a portare a casa gli hamburger senza spezie. Sono seduto davanti al computer, in ansia dopo pranzo per un messaggio preoccupante. Una sbobina di un paio di mesi fa, da me redatta con altri due compagni, è stata segnalata. Per chi non sapesse cosa sia una sbobina, essa si presenta sotto forma di un documento testuale scritto da uno studente universitario, più precisamente una sua personale, seppur il più oggettiva possibile, trascrizione diretta della registrazione di una specifica lezione di una qualsiasi materia del suo corso di laurea. Generalmente sono pratica comune nel corso di medicina, dove tutti gli studenti del corso si concordano sui turni e si dividono in gruppi. Ritornando a noi, anche se la mia parte non è stata criticata, devo dare una mano a ricontrollare quella incompleta per velocizzare il lavoro, e se c’è una cosa che odio è proprio fare un lavoro che era già finito. Ma l’ansia sale perché non ne ho il tempo né la voglia, preferisco scrivere una storia di questo tipo con la colonna sonora di “Fratello, Dove Sei?” di sottofondo, film molto particolare dei fratelli Cohen, e intanto le ore passano e dal gruppo sbobine vogliono risultati. La gente non ha idea di quanto ci voglia per trascrivere anche solo la registrazione di un quarto d’ora in italiano corretto senza ripetersi continuamente o tagliare qualcosa di completamente inutile. Ma resta comunque più facile di riprendere in mano una storia d’amore dopo che i protagonisti si sono conosciuti e innamorati. Tutte le favole infatti terminano con il "felici e contenti" per un buon motivo, perché poi che sia andare in vacanza, visitare posti, fare solo sesso sfrenato, etc, se una coppia è felice non c’è niente da dire, niente di interessante. Il momento di tenerezza acquista tale denominazione solo in seguito ad un contrasto con un altro momento di dolore e tristezza o rabbia. Per questo mi limiterei al tentativo di un approccio a tratti alterni ironico, cinico e acido. “In poco si presentarono anche alle rispettive famiglie e il loro rapporto passò da una fase di simbiosi all’unione in unico individuo, schivando a pelo la possibilità di un unico profilo facebook, morte sociale di ogni relazione. La loro presenza nel gruppo separata era inesistente e spesso ciò recava fastidio.” I primi scricchiolii non sono mai tra la coppia, bensì con gli amici, che ancora non si sanno rapportare adeguatamente con l’idea della coppia insieme oltre un certo punto. Di solito però questo punto si supera piuttosto bene. Il massimo della banalità invece si raggiunge quando l’abitudine supera l’affetto, alla prima vera crisi. “Mia madre mi raccontò che fu invitata al compleanno della madre della Medea, l’Iris, la quale ovviamente aveva invitato anche la figlia e il fidanzato. Erano giunti in quel periodo di mezza relazione quando il sesso non basta più e gli atteggiamenti reciproci diventano quasi un fastidio, la crisi tra il sesto e l’ottavo mese. Per questo lì furono odiosi, uno nei confronti dell’altra, sembravano quasi una coppia di mezza età scontenta della propria vita ma che non sa bene cosa farne. Più precisamente mia madre mi disse che era palese non stessero bene insieme e che tuttavia volevano comunque far credere il contrario.” È più facile dando il ruolo di portatore dell’opinione nefaste, costringerlo a essere il messaggero della tempesta. Non sono io a dire che sono diventati pallosi, anche se lo penso e mi stavano davvero sul cazzo in quel periodo, erano noiosi e insopportabili oltre il limite. Felicemente anche il peggio finisce, e, dopo venti di bufera, torna sempre a splendere il sole sulla vallata. “Fortunatamente riuscirono a superare agilmente la crisi di mezza relazione. Entrambi ricominciarono a ritagliarsi i propri spazi e per un bel po’ fu la pace. In quel periodo io avevo iniziato a frequentare una ragazza della mia scuola e l’unico evento particolare che mi vien da citare fu quando io e la Medi organizzammo una gita a quattro per la mostra del Mast a Bologna. Mi divertii nonostante la timidezza della mia compagna, che sinceramente mi metteva un po’ a disagio. La Medi e Pica invece furono perfetti. Tuttavia questi idilli non durano per sempre, e nel passaggio da adolescenza a età adulta si perdono molte libertà.” L’elemento perturbante entra in gioco nella mia mente, però ormai è tardi, è ora di cena, mia madre ha cucinato quegli hamburger che avevo comprato prima, ne sento il profumo dalla mia stanza. Stasera devo guardare con mio fratello un film in inglese con sottotitoli in italiano, “The Importance of Being Ernest”, perché poi egli dovrà farne una videorelazione da mandare alla sua prof di Inglese. Non amo particolarmente Oscar Wilde e il Decadentismo, tuttavia credo che le sue commedie siano geniali e la trasposizione cinematografica di questa è effettivamente piuttosto divertente. Non ci ho mai pensato, tuttavia è effettivamente possibile che anche il nome abbia un ruolo importante nell’innamoramento, se una persona si chiama in maniera orrenda perde anche parte del suo fascino. Chissà se è stato così anche per Pica e la Medi. L’amore non è sempre per forza un sentimento con ragioni forti, profonde o importanti, questo valore glielo diamo noi perché non ne sappiamo spiegare la potenza, la sua capacità intrinseca di corrompere motivazioni a volte, razionalmente parlando, più consistenti, piegandole ai suoi capricci più infantili. Eppure è lui a farci sentire pieni, completi, e senza ci sentiamo spaesati, circondati dal vuoto e moriamo, come dimostrò mi pare uno studio inglese del '800 in cui un gruppo di neonati vennero nutriti e cresciuti senza calore umano, perendo poi nel giro di qualche mese. Quale migliore ragione per evadere di prigione e rischiare il cappio al collo se non quella di riconquistare la propria moglie? O quale per rifarsi battezzare per cambiare nome e farsi accettare da una donna di cui si è follemente innamorati? Perché salvare il pianeta e usare le proprie capacità per un bene superiore di cui non si ha certezza? Cosa rende un piacere l’attesa della morte se non la possibilità di passarla con qualcuno che ci ami e che amiamo a nostra volta prima del grande ignoto? Tra questi pensieri, forse poco sinceri e sicuramente privi di originalità, mi appresto ad andare a dormire. Domattina riprenderò a scrivere sperando di essere più ispirato. Purtroppo non lo sono, dopo dieci ore nel letto non so cosa dire e non mi resta di continuare, posticipando ancora l’uscita della sbobina corretta. “Pica proveniva da un istituto nautico, un tipo di scuola superiore che ti prepara ad un futuro nel mare o nell’esercito. Jules infatti, suo compagno di classe, era interessato ai concorsi per carabinieri ed arme varie e Pica, non da meno, si iscrisse al test di ingresso per la marina e fu ammesso. La Medi invece, diplomata ad un liceo artistico, decise di rimanere sulla strada intrapresa anni prima e iscriversi ad un corso universitario di design.” Qui già molti intuiranno come andrà a finire, uno di qua, uno di là, si sono allontanati e detti addio. Mi è sempre parsa una interpretazione semplicistica, perché non è la distanza fisica ad allontanare le persone. Anche se essa è una causa scatenante di una crisi, la colpa non è della lontananza, bensì della vita, delle esperienze che non vengono condivise e con cui si cresce e matura divisi e indipendenti. Così si crea il dubbio sul perché dopo due lunghi anni si frequentino sempre le stesse persone e si comincia a pensare che forse sia ora di cambiare, di respirare un’aria diversa. Guardo il telefono. Dopo mesi di silenzio, due gruppi diversi di amici mi cercano per fare un giro. Questo è incredibile, proprio oggi, con questo principio di ispirazione ancora in testa, non ho la benché minima voglia di uscire, di frequentare qualcuno che mi vuole bene o che mi ride alle mie spalle, che in fondo sono un po’ la stessa cosa. Polisaccaridi e Disaccaridi idrolizzati, 20 pagine di anatomia da imparare al giorno per l’esame tra meno di due settimane e quella dannatissima sbobina che intanto hanno pubblicato senza che io facessi la mia parte, imbarazzante. Non voglio rispondere, neanche se fosse Dio in persona a scrivermi su Whatsapp. Abbiamo, plurale maiestatis, un declino e una fine da scrivere. “Aprile e Maggio 2019 furono mesi molto duri. Erano terrorizzati dalla data della partenza che si avvicinava inesorabile. Pica non poteva cedere al suo sogno e la Medi voleva incoraggiarlo, però erano consapevoli che una relazione mantenuta tra Rimini e Livorno, con solamente un quarto d’ora di chiamata per parlarsi al giorno, era a dir poco nulla. Avrebbero dovuto resistere un mese e mezzo così, poi sarebbe stato spostato a Ravenna, dove comunque sarebbe potuto uscire dalla caserma solo con il permesso, circa per due giorni a settimana. Da tutto il tempo insieme a questo scorre in mezzo un oceano di scale di grigi e lo shock fu potente. La Medi in quel periodo una volta lo tradì, gli fu infedele con un coglione che voleva solamente scoparsi, cosa che tra le nostre amicizie so solamente io. Tuttavia non lo reputerei un vero e proprio tradimento, dato che non c’era amore, era solo come se avesse usato un dildo umano per sfogarsi in un momento di stress. Quando Pica venne a Ravenna, per un po’ sembrò quasi che le cose fossero tornate alla normalità, uscivamo sempre tutti insieme e i due scopavano assai, o almeno è quello che raccontano tuttora. Poi arrivò settembre, le problematiche diventarono palesi, Pica la dava per scontata, la Medi voleva essere ascoltata anche quando non ce n’era ragione, iniziavano le prime discrepanze e lei lo voleva lasciare. La Medi non credeva che la situazione potesse migliorare, tuttavia la paura umana della solitudine e di doversi dividere gli amici (dato che lui non era ancora pronto e lei gli avrebbe spezzato il cuore, causando quindi per forza una divisione in due fronti) la fermarono e decise di attendere ancora un po’. Con me ne parlò e non poco, ma io mi lasciavo scivolare addosso tutto quel flusso di parole che mi pareva più un insieme di superficiali critiche, in realtà causate da frustrazioni distanti dal piano relazionale. Avevo torto. Passò Natale, il capodanno, e i primi mesi del 2020. Di colpo una pandemia globale metteva in ginocchio tutta la nazione ed eravamo tutti costretti alla quarantena forzata. La paranoia per la malattia saliva e anche tra fidanzati non ci si poteva vedere. Questo fu un colpo di grazia. Quando venne nuovamente permesso, si incontrarono e fecero l’amore, però terminato l’amplesso lui si addormentò e lei capì che la loro relazione era diventata solo sesso spicciolo, ovvero non certo quello che di cui aveva bisogno. Dopo poche settimane fu Pica a chiedere una pausa e la settimana successiva si sono lasciati. Per come mi è stato raccontato, non ci furono particolari recriminazioni, perché non c’era odio, solo il desiderio di stare bene, anche se questo avesse significato dirsi addio.” A questo punto un lettore attento si è accorto di come un avvenimento avvenuto nel presente (in quanto ho usato il tempo presente della coniugazione verbale per la frase iniziale della data del momento in cui mi è arrivato il messaggio) è narrato qui alla fine come qualcosa di lontano e passato con un passato remoto, forse solamente per dargli un non-so-ché di epico e drammatico. Questa incongruenza temporale, tipica di ogni scrittore inesperto e illetterato come me, non cambia comunque il succo del discorso. Si sono mollati, fine, bisogna trovare una morale a tutti i costi? A volte le cose accadono soltanto perché devono accadere. Tra un po’ è ora di pranzo e mia madre ha appuntamento dal parrucchiere, perciò ha lasciato i soldi a me e mio fratello per ordinarci del sushi ad asporto. Per paura di non avere la salsa di soia, nome peraltro di una droga di un buon libro di fantascienza americano che purtroppo non leggerò mai, già compresa nel pacchetto ordinato di nigiri al salmone e hosomaki, la vado a comprare al conad superstore dietro casa. Ci vado a piedi, con mascherina e guanti che uso per una quarta volta. La strada più veloce per arrivare al supermercato passa davanti all’abitazione di una mia vecchia conoscenza che preferirei non incrociare. Era un'altra bella ragazza dalla mia scuola, a cui penso di esser parso attraente durante il periodo più buio della mia vita, la seconda superiore. A parte il fatto che in quel periodo ero orrendo e depresso, questa persona mi è particolarmente antipatica e si comporta, a parere di tutti, in maniera spocchiosa. Non sono certo al 100% mi venisse dietro, tuttavia, oltre alle valentine consegnatemi dalla sua migliore amica, la quale si riferiva spesso ad una ragazza misteriosa, in queste alludeva al fatto che sapesse dove abitassi, perciò doveva per forza abitare vicino a casa mia. Andando per esclusione ho finito per convincermi fosse lei. Infatti a suo tempo misteriosamente imparò il mio nome prima che io sapessi del suo. Poi però mi ha sempre disprezzato come faceva con tutti gli altri. Risposi alle valentine solo una volta con una lettera particolarmente perversa e strana proprio per inquietare la mittente, perché non volevo avere a che fare con gente timida. Io detesto le ragazze timide. Fortunatamente non la incontro e compro la salsa di soia. Torno a casa e non la incontro di nuovo e sono tutt’a un tratto felice, molto felice, sereno. Tornato a casa mangio il sushi mentre penso che non è finita, no, la storia della Medi e Pica merita un epilogo migliore. Ancora non so cosa sia successo dopo, posso solo dire che hanno pianto mentre si lasciavano, perché è stata la relazione più importante delle loro vite fino ad ora. È durata tre anni e 5 mesi, non sono pochi in un totale di 20 anni. È quasi un sesto. Ed è finita. Senza odio, senza rancore. Ho scritto un bel messaggio alla Medi, un po’ banale, che però a lei è piaciuto per spiegare chiaramente come stava, come si sentiva e come per quanto faccia male va bene così, ma ora non posso accedere su Whatsapp per recuperarlo, altrimenti dovrei rispondere al gruppo sbobine e io la sbobina non l’ho neanche iniziata a ricontrollare, mentre loro l’hanno già mandata sul drive. Domattina forse sarà la volta buona e la farò prestissimo, poi la manderò dicendo che mi si era bloccato il telefono. Stasera ho altri impegni, devo andare ad un aperitivo a casa di vecchi amici. Non volevo andarci fino a poco fa, e invece ora, durante il tragitto per comprare la porchetta per stasera a cena, mi rendo conto che nonostante il mio amore profondissimo per la porchetta, la piada e la mozzarella di bufala, oggi devo uscire. Mi aiuterà a pensare, a entrare in quel mood riflessivo da scrittore che mi aiuta a darmi abbastanza arie da riuscire a scrivere qualcosa di inutile e imbarazzante credendo di essere stato un genio. Dopo l’apericena un altro gruppo mi ha chiesto di fare un giro e sarà quel che farò, oggi mi sento libero e padrone del mio destino. Ma che futuro ha la mia ambizione? Che spazio trova la mia interpretazione in quei territori intimi che sarebbe perverso e sbagliato invadere? Mi rendo conto ora che probabilmente gli scrittori quando raccontano dell’amore, delle relazioni tra partner e amanti reali e loro diretti conoscenti, o le hanno vissute essi stessi in prima persona o sono esseri sgradevoli che non mi piacerebbe conoscere. C’è una morale, c’è sempre una morale, anche quando non la si trova, la solitudine del vuoto, le beffe del caso, il desiderio di raccogliere il latte versato nella speranza di un futuro migliore e la maturità di lasciarlo lì e andare avanti. Una frase un po’ superficiale detta da un uomo superficiale, ma simpatico, era “il lavoro dello scrittore è quello di dare un senso compiuto a ciò che si vede tutti i giorni, a ciò che pare impossibile o fin troppo comune" e io a questo aggiungerei "perché chiunque è in grado di lasciare il tutto al caso, mentre lo scrittore deve dare sempre una propria interpretazione o almeno concedere uno spunto illuminante e unico al lettore sufficiente perché egli stesso possa farsi autonomamente un’opinione”. Lo dico e spero non sia vero, la scrittura è così soggettiva che con tale definizione chiunque ogni volta che racconta un proprio aneddoto può essere etichettato come scrittore, basta dare un senso compiuto. Non riesco ancora a emanciparmi e continuo a dire cose già scritte sul rapporto di due persone, da me usato strumentalmente per perdere tempo. “Cosa resta non è dimenticato, non sono rovine di un passato glorioso ormai finito e decaduto, ma è un monumento a ciò che si può aspirare ad essere, felici nella condivisione, felici con qualcuno, anche tra le mille complicazioni che questo implica.” Scrivo questo che sono ancora sobrio e non ho paura di fare più schifo di quanto già faccio, perché almeno è spontaneo, almeno un po’. Non mi rallegra vedere due persone a cui voglio bene lasciarsi, ma mi riempie il cuore di empatia e di una dolce malinconia pensare che forse è giusto così. Sento che la morale è quella di ogni storia, ovvero che ognuno a modo suo può cercare il sé migliore che trova e non deve aver paura di essere meno o più di quel che è realmente. Dopo la serata come al solito mi adagio nel letto in attesa della mattina. Al mio risveglio mi ricordo che è il compleanno di qualcuno, di un mio amico, Rob, compie i 21 anni, la maggiore età negli stati uniti, per bere alcolici e votare credo. Mercoledì mi pare festeggi il suo compleanno, mi ha mandato la notifica su Whatsapp, che io nel frattempo non ho ancora aperto da diversi giorni. A questo punto gli altri hanno già corretto e mandato la sbobina senza il mio aiuto, tra una settimana tornerò online e aspetterò l’anno accademico a venire prima di scrivere sul gruppo. Tra qualche giorno è finita la scuola anche per mio fratello, ha passato il pentamestre (all’artistico sono “speciali” e quindi dividono l’anno in maniera asimettrica) tristemente, davanti ad uno schermo per seguire lezioni e verifiche, lontano dai suoi compagni di classe con cui è tanto amico. Questo 2020 finora fa proprio schifo e tra un po’ uscirà la nuova generazione di console che costeranno un botto, quindi la doccia di merda vera è ancora per strada. Tra qualche giorno Rob diventa grande. Che gli regalo quest’anno? Mi piacerebbe regalargli un libro, tuttavia di recente non ho letto nulla di interessante, cioè ho iniziato ieri “Vizio di Forma”, il primo libro che leggevo da ormai troppi mesi. Mi faccio sempre un po’ schifo quando penso di regalare libri che non ho ancora letto a qualcuno. L’ho fatto, però non con persone colte come Rob, perché regalare un libro che non hai letto ad un lettore incallito è come tirare un pugno in faccia ad un pugile, puoi farlo ma aspettati un confronto che non sei in grado di affrontare. Per chi fa di un’attitudine una passione, come il leggere o il dipingere, tutto ciò che fai tu riguardo alla materia di suo interesse diventa occasione anche di competizione, o almeno così la percepisco io. In questo momento per la prima volta in tanti anni mi sento di aver perso di fronte ad una persona della mia età nel campo della letteratura, o almeno nel suo campo di letteratura, perché di libri che lui non ha letto e invece io sì ce ne sarebbero a bizzeffe, ma di quelli a lui gradevoli penso di essere assai carente. Vorrei regalargli una graphic novel, ma costa troppo e arriva tra troppo tempo. Un libro di Kurt Vonnegut sarebbe una buona idea, tipo “Mattatoio N.5”, tuttavia io non l’ho mai letto, perciò mi scarico il pdf e mi metto a leggerlo senza perdere tempo. Ogni volta che apro un libro o un ebook da un anno a questa parte vivo la stessa esperienza: leggo una pagina o due, penso a quanto deve essere bello scrivere la propria storia così come fanno questi grandi autori moderni, quindi chiudo il tutto e apro sul pc l’ennesimo file in cui sto fingendo di raccontare qualcosa, sul più o sul meno. Rileggo la storia di Pica e la Medi con sottofondo Thelonious Monk e mi fa schifo. È insulsa, finisce senza niente né di universale né di particolare, è solo una sequenza di eventi appiccicati l’uno all’altro così, per noia e sfizio di provare a scrivere qualcosa di semplice e compiuto per una volta, sperando di non scadere troppo nel racconto breve o banale. Dopo un po’ di rabbia e autocommiserazione, ricomincio a pensare razionalmente e capisco che finora ho sempre sbagliato l’approccio. La verità è che io non ho mai voluto raccontare la storia di Pica e la Medi e mi vergogno troppo per dare valore al mio punto di vista secco e chiaro sulla vicenda, ma allo stesso tempo sono stato felice con loro, loro due intesi come coppia, e ho paura di perdere il ricordo della loro gioia che mi è parsa così pura, tranquilla e spensierata. Per “evitare di essere banale” ho saltato completamente momenti meravigliosi, come tutte le cene a casa di Jules, tutte le volte che mi hanno supportato in qualcosa anche di inutile ma pur sempre mio e il fatto che se oggi abbiamo creato un bel gruppo di amici, equilibrato, leggero e divertente, con cui uscire a giocare a poker o qualsiasi altra cosa, sicuramente buona parte del merito va dato a questa unione, perché proprio la distanza di provenienza dei due fronti ha portato all’incontro tra due mondi che soltanto io e Jules non saremmo stati in grado di far conciliare, quello della parrocchia e quello dell’istituto nautico. Per spiegare meglio la situazione, oggi il gruppo è composto da circa 10 membri, a cui possono aggiungersi altri all’occasione, di cui 3/4 hanno frequentato il nautico e 2/3 la parrocchia, più due jolly, io, che di fatto non faccio parte di nessuno dei due, e Jules, di entrambi, e le fidanzate di qualcuno. Se la Medi e Pica non si fossero fidanzati io sicuramente avrei conosciuto tutti in ogni caso, perché Jules mi ha sempre coinvolto molto nelle sue uscite, tanto che ho legato un po' persino con la compagnia di amici della sua ex fidanzata, però probabilmente non si sarebbero conosciuti loro vicendevolmente. Un’altra dura verità è che io faccio schifo a raccontare i momenti felici, perché sono così perfetti da parermi intangibili proprio a livello letterario, quando invece molti autori di successo riescono a imbrigliare tale sentimento con parole uniche ed eterne, facendolo sembrare facile. A mio parere solamente la loro lettura è alla portata di tutti, la stesura è tutt'altra cosa. Mi giro verso la porta aperta di camera mia. Mia madre è uscita da poco per andare dall’estetista, in questo periodo sta facendo un trattamento che la costringe ad andare un tot di volte a settimana. Sulla cassettiera di fianco alla mia scrivania, di fianco al disco di Mario Kart che devo restituire a Rob e i cavi della stampante, c’è l’astuccio della pipa regalatami da mio padre e quel che rimane del sacchetto di tabacco da pipa comprato da Cesa su a Bolo. Vorrei accendermela e fumare un po’, mi rilassa e mi placa la mente, oppure mi fa venire i giramenti e poi il mal di testa, dipende dalle volte. Dovrei leggere il pdf del “Mattatoio N 5”, ho meno di dieci ore che poi la consegna del libro sarà in ritardo per il compleanno. 300 pagine di file. Non ce la farò mai, ma posso provarci, al posto di star qui a scrivere su qualcosa di cui non so parlare, anche se mi piacerebbe. Però mi rimane la frase finale, a effetto, che ora come ora voglio stoni completamente con il racconto, che sia incoerente per un mio personale ludibrio. “In questa storia d’amore, fatta di superficialità, dolcezza, finti tradimenti, influenze generali, centri di gravità e tiri e molla insistenti, cosa c’è di sincero? La mia ammissione di aver cambiato tutti i nomi e qualche data solo per non essere troppo riconoscibile se qualcheduno dei coinvolti verrà mai a sapere dell’esistenza di questo mio scritto.”


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