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Una storia di MirianaKuntz

Real Humans

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9 minuti

Pubblicato il 30 settembre 2019 in Fantasy

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Corinne si era ritrovata speciale, di colpo. Era sempre stata una ragazza piena. Piena di sorrisi, piena di impegni, piena di sentimenti buoni, piena di gioia pura. La cosa che più la rendeva sazia rispetto ai suoi commensali nel mondo, era però l’amore. L’amore era per lei importante come la luce lo è per i fiori, le persone, le cose e gli alberi. Senza amore la sua pienezza diventava mezzo vuoto e poi mezzo pieno, e quell’incompleto salire e scendere da una clessidra di vetro malconcia, la faceva sentire piuttosto rotta. Motivo per cui aveva scelto di amare, ed amare tanto. Non si risparmiava, non si dava mai a metà, e mai a troppa gente. È così che amò il suo unico uomo, come se non ce ne fossero altri in tutto il pianeta. Bob era leale ma non abbastanza, generoso ma non a sufficienza, innamorato, ma forse in un modo insano di esserlo: lei lo amava e lui guardava i temporali, per ogni temporale che lo affascinava, guardava un minuto in meno della sua donna. Lei odiava i temporali, le portavano via un sacco di cose, le giornate in barca, la bella stagione, le scarpe leggere, e i vestiti di cotone, ma più di tutto, le portavano via il suo sguardo.

Un giorno di inverno, il temporale sembrò smettere di affascinarlo, Bob girò la faccia dal lato di Corinne, si stiracchiò, strinse i denti e le sorrise, con i denti stretti come un’inferriata di neve. A lei sembrò concentrato tutto in quel momento. Non era mai successo, pensò tra sé e sé. Bob ama i temporali, o forse adesso, ama più me.

Senza nemmeno pensarci, presa dall’euforia, prese un coltellino da burro, si fece un buco nel petto, e si tirò via il cuore. Sul comodino c’era uno scatolo ricamato per i gioielli, rovesciò via tutto, alla rinfusa, in mezzo alle stringhe e ai cappelli, e ci ripose il cuore, chiudendo il piccolo baule con mezzo giro di chiavistello.

-è tuo- disse a Bob portandosi una mano alla camicia da notte, quasi come a coprire il buco lasciato da quell’operazione chirurgica fatta alla buona.

Bob sorrise, di nuovo, senza capire granchè di quel regalo. Un baule resta un baule, anche con dentro un cuore, lo ripose sul comodino, e con un bacio svogliato mise a dormire Corinne, che ansimava di dolore in mezzo al sangue e alle ossa.

Non morì. Il mattino dopo aveva il sangue incrostato sui vestiti e la gola secca, ma non era morta. Tastò il buco che aveva in alto a sinistra. Niente. Il vuoto assoluto, come un tunnel che affaccia su una super strada di piombo. Sentiva un leggero sollievo provenire dalle carni scoperte, come se l’aria accarezzasse il bruciore della pelle interna, come se il sole volesse guarirla da quel gesto innamorato e folle insieme.

Alla sera ci fu un altro temporale. Bob tornò alla finestra ad osservare i fulmini e i piccoli tornado al di là della collina. Il baule non c’era più sul comodino.

-dov’è?- chiese Corinne preoccupata

-cosa? Rispose l’uomo

-il mio regalo-

-è caduto, si è rovesciato, il chiavistello si è incastrato, non avrebbe potuto contenere più niente.-

-conteneva già qualcosa-

-a me non è sembrato.-

L’uomo non aveva mosso il suo sguardo dal vetro, nemmeno ascoltando le parole agitate della ragazza. Poi per la prima volta aprì la porta di casa, dopo le undici, e sparì. Il temporale l’aveva affascinato fin in fondo, e se l’era portato via, per sempre.

I pettegolezzi girarono in fretta nel paesello. Corinne era per tutti un fenomeno da baraccone. La donna senza cuore che ancora respira parla e mangia del pane. La stolta che non ha nemmeno un cervello per immaginare che idiozia possa essere regalare il proprio cuore. La pazza che alla fine li avrebbe uccisi tutti.

Proprio lei che si era sentita piena di tutto per ogni anno della sua vita, si trovava a sentirsi vuota nel petto, e ad esserlo anche per tutti. E’ facile parlare di un pezzo che manca, ma è difficile sentire che un pezzo manchi davvero. Corrine avrebbe voluto morire, ma senza cuore non si può nemmeno morire. Mise casa sottosopra, rovistò nelle cose di Bob, pianse per la sua assenza infinita, e poi per il fatto che alla fine, nonostante quel prezioso regalo lui avesse preferito i temporali a lei.

Il baule non si trovò, il cuore nemmeno.

Senza cuore non si muore, ma non si può nemmeno vivere. Era questo quello che si ripeteva la giovane ogni notte e ogni mattino. La gente era sempre più feroce, e la casa sempre più piccola.

Fu un anno difficile, un anno fatto di nascondigli sotto il tavolo, e di tende abbassate. Spesso pensava che Bob sarebbe tornato, o che la gente avrebbe smesso di chiacchierare sul suo conto, non successe nè una né l’altra cosa. Ma una cosa successe, al paese accanto per una sola sera, ci sarebbe stato il circo.

Non ci era mai stata al circo, sua madre, quando ancora era in vita, teneva da parte i soldi per i lacci delle scarpe, per le stoffe da cuscino, per l’olio di ricino, ma non per il divertimento. Corinne poteva giocare con le galline nel giardino, o con la figlia della vicina. Quello era divertimento massimo, e soprattutto a costo zero. Mai una festa, mai un film, ma soprattutto mai il circo.

Di sera era più facile andarsene in giro, Corinne si mimetizzava bene nell’ombra con i suoi capelli scuri e il viso smunto. Era un’ombra tra le ombre, e questo la faceva sentire al sicuro.

Lo spettacolo si sarebbe tenuto in un grande piazzale del paesello accanto. Il tendone era inconfondibile con le sue strisce e i suoi colori. Pochissimi animali, poca gente in realtà, ma di una bellezza straordinaria, che in pochi riuscivano a capire.

La gente andava a vederli perché il biglietto costava solo tre monete, e perché era facile insultare qualcuno che è diverso, e che ti appare meno importante di te. Corinne prese posto in uno delle sedute avanti. Le luci erano bellissime e colorate, nell’aria un profumo strano di paglia e fieno.

Lo spettacolo si chiamava -real humans- col tempo Corinne avrebbe capito il perché di quel nome.

Per gli spettatori era solo un modo per sentirsi superiori, per vedere nel diverso il male, e per insegnare ai figli cosa è brutto e cosa non lo è.

Il primo ad entrare in scena fu un uomo ingobbito. Il suo corpo era deforme, la sua faccia era allegra. La seconda cosa sembrava compensare la prima, tanto che nessuno proferì cattiverie o domande. Chi presentava aveva il compito arduo di essere forte e centrato, di non farsi intimorire. Il suo -signore e signori- fu squillante e deciso. I signori e le signore si misero a sedere in modo composto, curiose delle cose che sarebbero accadute.

Le prime ragazze ad esibirsi furono due gemelle perfettamente identiche. Uguali anche nella loro malformazione, tre braccia al posto di due. Questo le rendeva più agili degli altri sul trapezio e nei cerchi sospesi nell’aria. In alcuni momenti le loro braccia erano così veloci che non le si vedeva più. Due scintille sospese nell’aria, con tre braccia e due facce perfettamente identiche. La gente le chiamava le -trimostro- perché era più facile così.

Corinne le guardava estasiata, il loro terzo braccio non la disgustava, tutt’altro, l’affascinava oltre ogni misura.

Dopo di loro fu la volta dell’uomo di fuoco. Qualunque cosa toccasse veniva completamente incenerita. Non portava nemmeno vestiti, ma il suo corpo si era così bruciato con il suo stesso calore, che alcuna parte poteva più distinguersi: né genitali, né petto. Lui era completamente nero e ambrato, tranne che stranamente sul viso. Il viso era di uno scuro che riesci ancora a vedere, leggero nella parte degli occhi. Era divertente per il pubblico perché l’uomo non riusciva a bere o mangiare senza che qualcuno facesse centro nella sua bocca. Non potevano vedergli le parti intime, e questo li faceva arrabbiare. Lui non poteva toccare acqua, perché si asciugava in un secondo di orologio e non aveva mai potuto toccare nessuno, perché il fuoco brucia, e nessuno vuole morire bruciato.

Il mutaforme era la cosa che tutti odiavano di più: un essere che non è nè donna né uomo, nemmeno essere umano in verità, a volte animale, a volte un oggetto.

Ciò che non è definito né definibile rende la gente insicura. Corinne guardava tutto quello come una possibilità infinita di essere ciò che ti rende felice. L’essere si mostrò dapprima come una donna bellissima, e poi subito dopo in un uomo grasso e puzzolente, simile ad un signore seduto nel pubblico. In quel momento l’ira degli altri si scatenò in un tiro al bersaglio caotico e pericoloso.

Lattine, pezzi di vetro, persino ortaggi. Il mutaforme scappò strisciando sottoforma di lucertola da bosco. Corrine si alzò in piedi, fuori si sentiva il casino del temporale. Il tendone del circo perse il suo tetto. La gente cattiva fuggiva e gridava, qualcuno era ancora fermo sulle sedie a lanciare coltelli e posate, come ad un tiro al macello.

Corinne guardando quegli uomini cattivi, pensò che – gli esseri umani reali- fossero quelli dello spettacolo perché non poteva essere umanità quella negli occhi di gente fradicia di pioggia che ancora tira coltelli, perché vuole uccidere chi è diverso. Un bambino incitava suo padre a colpire il bersaglio, la sua cattiveria sembrò ancora più spaventosa di quella dell’adulto.

Corinne corse nella parte posteriore del tendone, gli altri artisti non ancora esibiti, stavano riponendo le loro cose alla svelta nel baule di legno di scena.

La pioggia scrosciava e metteva paura.

-portatemi con voi- gridò la giovane portandosi i capelli fradici all’indietro

-non è un posto per gente normale questo-

-è proprio per la gente normale invece-

-va a casa ragazzina-

-non ho una casa-

-va in chiesa allora- rispose nuovamente l’uomo ingobbito

-sono come voi-

-dicono tutti così, ma ci pagano tre denari per prenderci in giro-

Corinne squarciò il vestito che indossava all’altezza del petto. Un buco tondo come una mano serrata.

-non ho niente, puoi toccare-

L’uomo si avvicinò sbalordito

-com’è possibile?-

-è stato un regalo ad un essere umano come quelli, se vogliono prendermi in giro quanto meno pagassero i tre denari- gridò la ragazza piangendo

L’uomo le lanciò una maglietta di ricambio, a riprova che sarebbe partita con loro.

Le carovane erano lunghe e larghe, simili a stanze portatili. Ognuno di loro aveva una carrozza personale, con mobilio e vestiti. Una casa più casa di come non l’avesse mai avuta sulla terra ferma.

-Ciao- disse agli altri raggiungendo la carrozza comune.

Messi lì vicino quegli esseri umani reali non facevano paura, quanto piuttosto simpatia. Sorseggiavano una tisana calda, e parlavano di come domani la città sarebbe stata più bella dopo la pioggia.

Le sorrisero tutti, anche l’uomo gobbo.

Mai tazza di tisana fu più buona di quella, mai pioggia fu meno spaventosa di quella, e mai volta Corinne si sentì più piena di così, nemmeno quando in tutti quegli anni aveva avuto un cuore nel petto.


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