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Una storia di Giadajoeycazzola

Questa storia è presente nel magazine Storie di una fotografa con la passione per la scrittura

La luna splende ancora

Storia di un'epidemia, una sognatrice e un vecchio.

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14 minuti

Pubblicato il 26 marzo 2020 in Altro

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Il tappeto era di quelli con le frange e i brillantini, un tappeto da quindicenne con una discreta femminilità.

Accanto c’era un topo, non vivo naturalmente. Era un giocattolo di pezza ma fatto bene, molto realistico. J non ricordava nemmeno di averlo.

Accanto al topo, una valigia fucsia, piccola, acquistata dai cinesi forse tre anni fa.

Era tutto in disordine e la luce che entrava dalle fessure della finestra faceva capolino tra gli strettissimi spazi che si erano creati tra un oggetto e l’altro. Caos e al contempo un non so che di affascinante e misterioso.

J amava le cose strane, non facili e non scontate. Non faceva per lei chi aveva la mente chiusa, il cuore a metà, il perdono sempre sulla punta della lingua. Chi chiede scusa troppo spesso, pensava, è perchè sbaglia spesso e questo non le piaceva affatto.

Lei era per i buoni, quelli in gamba.

Guardando la stanza si accorse come una cosa possa essere piena e vuota allo stesso tempo. Il silenzio era assordante e accese la televisione, da giorni il mondo non era più lo stesso.

Un’epidemia aveva seminato panico e distruzione. Spietata a tal punto da non guardare in faccia nessuno: ricchi, poveri, buoni, cattivi, giovani e vecchi. Colpiva tutti e uccideva.

Con il biglietto di prima classe, senza cadere vittima di treni o voli cancellati, quel virus viaggiava senza sosta.

Un virus che non partiva da un computer, non poteva essere debellato da un buon software: ci voleva molto di più.

Le immagini scorrevano sullo schermo, J fissava la cravatta del giornalista che parlava in quel momento. Era rossa con dei puntini gialli.

Che brutta, pensò. Rise di quel suo giudizio, espresso con la leggerezza di un bulletto di periferia.

E se la cattiveria, anche la più sottile e inconsapevole, dell’uomo ci avesse portato fin qui?

Se questo mare di egoismo che da anni, forse secoli, si è impossessato del genere umano avesse spinto madre natura a porre un rimedio definitivo?

Si interrogò di come le epidemie nella storia avessero cambiato gli uomini; l’avevano fatto?

In bene o in male?



Il suo sguardo cadde di nuovo sul pavimento, scaglionato in settori grazie al contributo dei raggi di sole. Guarda come se ne frega, pensò, lui continua a sorgere e tramontare, continua a viaggiare e godersi la bellezza della Terra. Non ha frontiere né virus che possano ostacolarlo. Quant’è bello, come sarei triste se oggi non ci fosse.

Uscì sul balcone e allungò una mano verso di lui, quasi come volesse accarezzarlo. Grazie, disse. E rientrò in casa.

Ho davvero ringraziato il sole, pensò appena chiuse la porta alle sue spalle. Ho sempre ringraziato persone ma non ricordo di averlo fatto con altre cose. Eppure mi sento meglio, disse sorridendo.

L’audio era muto, il giornalista con la cravatta buffa scandiva bene le parole e dal labiale si intuiva avesse appena ripetuto di stare a casa. Ormai quelle tre parole erano diventate un mantra e quasi nessuno osava disobbedire: state - a - casa. Un compito semplice ma per qualcuno ancora di difficile comprensione.

Volevano tutti tornare alla normalità. Anche questa era una frase che J sentiva spesso: in tv, dagli amici, e a volte anche da se stessa.

Cos’è la normalità, si chiese.

Normale è svegliarsi, lavarsi la faccia e farsi un caffè. Normale è andare a lavorare, fare due chiacchiere con un collega, passare in palestra e andare a cena con il fidanzato. Per qualcuno normale è trascorrere la domenica al parco con i propri figli, il martedì pomeriggio a quella mostra di Caravaggio che aspettava da tanto, e il sabato sera in una discoteca colma di casi umani.

Quante facce può avere la normalità, è buffo quasi come la cravatta di quel giornalista.

Ognuno ha la sua, eppure quante volte J aveva sentito la parola normale usata come un aggettivo qualsiasi, quasi come se fosse qualcosa di oggettivo.

Questo virus è subdolo, si nasconde nel corpo del contagiato e per diffondersi ha bisogno di un’altra vita, un altro respiro pronto ad accoglierlo. È un animale da compagnia che invece di volerti bene ti vuole morto.

Eppure, madre natura, non ha diffuso questo virus volontariamente. Non è stata lei. È stato l’uomo che per soddisfare una delle ennesime pretese da viziato annoiato ha fatto in modo che il pipistrello lo trasmettesse a qualcuno avido di assaggiare la sua carne. E per lo sbaglio del singolo, come sempre, la colpa ricade sulla massa.

J non si era mai posta determinate domande, erano altre le cose che da piccola l’avevano cambiata e l’avevano condotta a compiere determinate scelte, ma forse così in profondità non era mai scesa.

La morte l’aveva colta di sorpresa, una tiepida mattina di inizio settembre. Le urla della nonna, il corpo rigido del nonno riverso sul divano del salotto, la telefonata al 118 e l’attesa nel silenzio assordante di una vecchia casa di campagna. 12 anni e la sensibilità ereditata da due genitori amorevoli e da un’innata indole buona.

Quel giorno il nonno morì e in J qualcosa cambiò per sempre, se ne accorse qualche anno dopo, quando quel bacio freddo della morte era un ricordo che perdeva la nitidezza dei contorni ma non la portata degli effetti sulla sua vita di giovane donna.

Perchè ci sono cose che ti trasformano per sempre, in un modo o nell’altro. E solo dopo anni ti rendi conto di come ti abbiano cambiata e del modo in cui abbiano influito su quello che sei diventata.

J aveva avuto una paura folle della morte, da quella mattina di settembre il sonno eterno era un nemico onnipresente, un’ombra da cui si sentiva minacciata. Era una bambina abituata ad avere tutto quello che conta: amore, attenzioni, nutrimento, gioco e cure. La morte per lei era una leggenda, nulla di più. Quando l’ha guardata in faccia, l’ha sentita sfiorarla con il suo tocco gelido e inaspettato, l’ha vista portarsi via una delle persone più importanti della sua vita, J ha capito che era più reale di quanto avesse mai immaginato ed era l’unico grande nemico che non puoi sconfiggere. L’unica cosa di cui sia legittimo avere paura. Il resto? Si può combattere.

J era diventata forte, determinata e ambiziosa.



Il giornalista aveva la barba ma non sembrava il tipo, J pensò che probabilmente a causa del virus anche lui trascorresse meno ore a casa e quella mattina non avesse avuto il tempo di tagliarsela. Le faceva tenerezza il modo in cui parlava perchè cercava di sorridere ma gli occhi erano tristi e gli occhi non mentono mai.

Quando scese a buttare la spazzatura era già buio, vide da lontano una volante della polizia e dagli altoparlanti un uomo dall’accento siciliano, intimava di non uscire e di evitare assembramenti in strada.

J, che della guerra aveva visto solo qualche documentario, letto qualche articolo sul giornale o ascoltato gli aneddoti del nonno partigiano, sentì per la prima volta il conflitto vicino.

  • Una guerra senza le solite armi, so cosa stai pensando.

Una voce a pochi metri la fece sobbalzare. Era un vecchio con tanti capelli bianchi che riflettevano la luce della luna e avevano un aspetto talmente bello da essere quasi ipnotico.

J, a cui piaceva avere l’aria da dura e non voleva mostrare il minimo disagio, annuì sorridendo.

Il vecchio aveva un cane, un bassotto un po’ malandato e zoppicante.

  • Come si chiama? - chiese J.

  • Brontolo, disse il vecchio, perchè io sono un brontolone e speravo il cane mi somigliasse ma in realtà è dolce e socievole.

J sorrise a Brontolo e per un attimo le sembrò di vedere, negli occhi del vecchio, qualcosa di suo nonno. Il nonno che perse da bambina e che come ultimo regalo le permise di vivere un’esperienza che l’avrebbe cambiata per sempre. J chiese al vecchio come stesse vivendo questa quarantena, lui rispose:

  • Sto imparando a stare al mondo.

J fu sorpresa da quell’affermazione, possibile che un anziano possa imparare adesso come si sta al mondo?

  • Perchè, prima non lo sapeva? - chiese.

  • No, non mi ero mai davvero fermato. Lo avevo fatto con le gambe, che ormai non mi reggono più, ma non con la mente. Spero di rivederla, signorina. Che Dio ci aiuti. - la salutò e sparì nel buio della sera.


J riaccese la tv, il giornalista dalla cravatta buffa era ancora lì. Stacanovista, pensò. J stava vedendo più lui che il suo fidanzato,ormai. Non sapeva se ridere o piangere.

Mentre fissava la solita cravatta attendendo il bollettino della protezione civile, ripensò alla frase del vecchio.

Io mi sono mai fermata? Ripercorse a ritroso la sua vita, aveva avuto alti e bassi, periodi più intensi e altri più pigri, aveva viaggiato, lavorato, fatto nuove amicizie, litigato, riso e pianto tante volte ma si era mai fermata davvero?

A fare cosa? Nulla e tutto allo stesso tempo. Come il caos e l’ordine della sua camera. Ascoltarsi, senza il fiato di un mondo che corre troppo velocemente sul collo. Saper assecondare se stessi, con tutto ciò che comporta. Essere egoisti in un modo nuovo, dando la possibilità alla propria indole sommersa da anni di maratone di spolverare la superficie dei suoi desideri essendo se stessa come non lo era mai stata.

Che viaggi mi sto facendo, pensò.




Il vecchio chiuse la porta con 4 mandate e mise la catenella.

  • Non si sa mai, disse bofonchiando.

Brontolo andò a rannicchiarsi nella sua cuccia ma con lo sguardo sempre vigile sul suo padrone, nonostante il pelo lungo e arruffato gli coprisse in parte la visuale.

L era nato nel 1932, aveva trascorso una vita serena in compagnia di F, sua moglie. Dopo 54 anni di matrimonio, una sera di maggio F morì e L si ritrovò da solo, senza la sua roccia. L’unica che lo avesse mai capito davvero, che lo avesse amato nonostante quel carattere burbero e poco romantico, nonostante tutto. L, da quella sera, si riprese lentamente ma lo fece e anche grazie al suo fidato Brontolo, costruì una sua dimensione fatta di partitina alla bocciofila, caffè al bar con qualche amico, spesa al mercato e passeggiate con il cane.

Quella sera si sentiva più stanco del solito, decise di non cenare e si mise a letto, guardando le ultime notizie in televisione. Sorrise quando vide che il giornalista aveva una cravatta rossa con dei puntini gialli, quasi da circense. Si addormentò dopo aver baciato, come era solito fare, la foto della moglie che teneva sul comodino accanto a sé.

Erano le tre di notte, e si svegliò ansimando. Non riusciva a respirare, era come se si fosse dimenticato come si facesse. Chiamò l’ambulanza che per fortuna arrivò appena in tempo, L aspettava i soccorritori accasciato sull’uscio di casa. La porta socchiusa e lui, stremato, tentava di tenere gli occhi aperti per non cadere in un sonno da cui temeva non si sarebbe svegliato. Quando arrivarono riuscì solo a dire “prendetevi cura del mio cane”, e svenne.





J si era svegliata di buon umore, il sole era caldo e il notiziario annunciava un calo dei contagi. Pensò al suo prossimo viaggio, alle persone che avrebbe potuto riabbracciare, al suo lavoro e alle consapevolezze in più che avrebbe portato per sempre con sé come souvenir di quest’esperienza.

Scese a fare la spesa settimanale e rientrando verso casa vide due signore anziane sedute sulla panchina. In quarantena, escono di casa senza motivo e per giunta non indossano la mascherina, pensò. Era sul punto di ammonirle per la loro evidente negligenza, quando la catturò un dettaglio del racconto che una stava facendo all’altra.

  • Hai sentito del vecchio con quel cane basso e grasso? - disse una.

  • Ma chi? Quello con i capelli bianchissimi?

Nonostante fosse urtata dal tono petulante da peppie delle due comari, J continuò ad ascoltare.

  • Eh, lui lui. Dicono che stanotte sia stato portato via dall’ambulanza. Sono venuti a prenderlo tutti coperti dalla testa ai piedi. Ha il virus! Lo sapevo che sarebbe arrivato anche nella nostra zona, lo sapevo! - concluse, col tono sempre più insolente.

J si allontanò, capì subito che si trattava del vecchio che aveva incontrato la sera prima. Accelerò il passo quasi volesse sfuggire alla malinconia che la stava raggiungendo. Poi si fermò, guardò il punto in cui poche ore prima lei e il vecchio avevano guardato insieme la luna piena e scoppiò in un pianto disperato.


Era come se l’incertezza di quei giorni, quel disincanto che si alternava a momenti di paura e solitudine avesse accolto la notizia del ricovero del vecchio come la goccia che fa traboccare il vaso. Opporsi a quel pianto, era diventato impossibile. E tornata a casa si abbandonò in un sonno profondo, come se solo quello stato riuscisse a liberarla dal peso delle cose che si era tenuta dentro, quelle che aveva messo nel cassetto del cervello dedicato ai vasi di pandora da non aprire, per evitare qualsiasi tipo di sofferenza che non sarebbe stata in grado di fronteggiare.

Quando si svegliò era già buio, la luce dei lampioni sfiorava il disordine della stanza con un’eleganza diversa dai raggi di sole ma con altrettanto fascino. J fissò gli oggetti sparsi sul pavimento, le loro ombre erano giganti e i postumi del pianto le avevano lasciato in eredità un sonno pieno di sogni, forse incubi, che era grata di non ricordare.




Era trascorso un mese dal giorno in cui aveva scoperto che il vecchio era stato portato in ospedale. Quella giornata era stata riposta da J nel suo posto preferito, quello dei momenti che l’avrebbero cambiata per sempre. J l’aveva fatto preventivamente, quasi come avesse la presunzione di conoscersi a tal punto da considerare quella presa di coscienza, quel pianto liberatorio uno dei momenti che avrebbe ricordato a distanza di anni.

Il virus aveva avuto il suo picco due settimane prima, erano morte tantissime persone. J si era rimboccata le maniche per continuare a dare un senso a quella clausura forzata. Era stata pervasa più volte da momenti di scoraggiamento ma, per lo più, aveva cercato di fare tesoro delle parole del vecchio e non c’era sera che non si fermasse qualche secondo in più a guardare la luna. Pensava spesso a quell’uomo canuto, non ne aveva avuto più nessuna notizia. Le due comari della panchina continuavano a vedersi ma non le aveva più incrociate sul suo cammino e dalla finestra, nonostante avesse perfino provato a leggerne il labiale, non era riuscita a estrapolare nulla che riguardasse il suo adorato vecchio.

L’epidemia era in fase di risoluzione, gli ospedali stavano tornando a respirare e come alla fine di ogni guerra, nell’aria c’era un senso di libertà misto a malinconia. Più si avvicinava il momento di festeggiare, riabbracciarsi, respirare di nuovo senza il timore di un nemico invisibile, e più la triste consapevolezza di quello che era successo si impossessava delle persone. Non c’erano più file interminabili nei supermercati, la gente aveva imparato che fare venti scorte di farina settimanali era inutile. Non c’erano più assembramenti in giro per la città, la gente aveva imparato a stare in casa senza dare di matto. Non c’erano più canti sul balcone, la gente aveva imparato che il silenzio, a volte, unisce più di qualsiasi rumore.



J non aveva perso l’abitudine di affacciarsi nelle ore più calde della giornata e dare la solita carezza immaginaria al sole, che era una delle poche cose che riuscissero davvero a scaldarle il cuore e i pensieri. Abbassò gli occhi verso la piazza, gli alberi avevano iniziato a germogliare. Lo spettacolo della natura che non si era mai fermata la catturò e un senso di felicità la pervase.

Stava per rientrare in casa quando con la coda dell’occhio vide una figura famigliare, massì era Brontolo. Non fece in tempo a metabolizzare quello che aveva appena visto che s’imbatté in un’altra figura che conosceva e che in quel momento era seduta sulla panchina, con lo sguardo rivolto al balcone da cui J si stava affacciando. Era il vecchio.

J cominciò a sbracciare per farsi vedere, avrebbe urlato se fosse stato necessario, qualsiasi cosa pur di farsi riconoscere.

L la vide, era uscito due giorni prima dall’ospedale. Era uno dei pochi anziani ad avercela fatta, era guarito. Le sorrise e sollevò lentamente il braccio, ancora dolente per via della flebo, accennando un goffo saluto.

J non riuscì, anzi, non volle trattenere le lacrime. Non erano le stesse del mese precedente, queste erano lacrime di pura gioia.

E quelli che mesi prima aveva sempre considerato problemi erano diventati banali disavventure, e le notti non erano mai state così vive e desiderose di suggerire sottovoce che forse è davvero possibile disegnare la mappa che porta alla felicità. Che la felicità è un modo d’essere, è accettare che le cose si evolvono ed è lecito sperare che lo facciano nella direzione che vogliamo ma non possiamo pretenderlo. E allora anche un caffè sul balcone di casa, sorridendo a un vecchio seduto alla panchina, aveva un sapore di libertà. Quella libertà che non si faceva più fermare da quattro mura ma aveva bisogno solo di una mente riposata e allenata al silenzio del mondo per prendere la rincorsa e tornare, o cominciare, a viaggiare davvero.




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