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Una storia di IBonamiciFredducci

Questa storia è presente nel magazine I 7 - Racconto ad episodi

I 7 - parte 29

92 visualizzazioni

11 minuti

Pubblicato il 02 maggio 2020 in Fantascienza

Tags: #WWII #ragazzi #superpoteri #supereroi #amore

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Valeria fece uno strano sogno: vedeva in terza persona se stessa mentre camminava lungo una stradina stretta piena di casine fitte fitte tra di loro, costruite una addosso all’altra e la maggior parte con una piccola bottega a piano terra. Lo stile della costruzioni non era di certo italiano: forse in quel sogno si trovava in una città polacca, o tedesca? Si guardò attorno e quelle casette non erano “kamienice” polacche, ma tipicamente tedesche: le “fachwerkhäuser” ovvero le inconfondibili “case a graticcio”, con l’intelaiatura di travi di legno a vista…

Il sogno era incredibilmente vivido e pieno di particolari: dalla luce e dalla temperatura sembrava estate e faceva relativamente caldo. C’era diversa gente in giro, praticamente tutti vestiti in modo modesto. La Valeria del sogno era con una donna di mezza età e di statura piuttosto elevata, con capelli biondo naturali raccolti in una crocchia piuttosto curata. Il suo lungo vestito grigio scuro, piuttosto aderente, rendeva ancora più evidente l’aria austera della signora...che non sembrava passarsela proprio benissimo: tossiva praticamente ad ogni passo ma non risparmiava sorrisi a chi la salutava, trasportando con disinvoltura un grosso sacco di iuta o di canapa. Valeria, dal canto suo, indossava un vestitino di cotone leggero lungo fino alle ginocchia, color pesca con maniche corte e scollatura a V molto castigata. Portava una cassetta di legno piena di ortaggi, reggendola con le braccia e tenendola all’altezza del petto (con un po’ di fatica). Aveva i capelli sciolti e sembrava felice, serena. La differenza di altezza con la signora era molto evidente. Oltre al suo corpo minuto il suo incarnato bianchissimo, quei voluminosi riccioli rossi e i tratti del viso così particolari la rendevano diversa da qualsiasi individuo presente. Non passava di certo inosservata...

Un ragazzone biondo che stava portando dentro una bottega una grande cassa, trasportandola su una spalla come se fosse stata microscopica, la posò in fretta e furia per terra e lanciò un’occhiata languida alla ricciola, che abbassò timidamente lo sguardo. Il giovanotto corse in un fioraio a pochi passi da lì e raggiunse di corsa la ragazza porgendole una rosa e rivolgendosi a lei in modo un po’ impacciato e col viso rosso come un peperone: -Buongiorno, splendida Signorina Valeria: questo è per lei...-. Le parlò in tedesco.

Lerunia posò per terra la cassetta di legno, afferrò il fiore senza stare attenta e il suo pollice sinistro si strinse proprio sulla punta di una grossa spina, che ovviamente non lo trapassò. Il ragazzone stava per dirle di prestare attenzione e sarebbe rimasto molto sorpreso dal fatto che quella piccola e bellissima giovane non si fosse fatta male e nemmeno punta, ma rimase totalmente imbambolato quando quella alzò i suoi enormi ed intensi occhi verdi solo per un istante, durante il quale incrociò il suo sguardo e rispose con un timido “Grazie, Giselmar...buongiorno a te…”, per poi riabbassarlo subito ed appoggiare con delicatezza la rosa sopra agli ortaggi contenuti nella cassetta. Stava per sollevare la cassetta ma lo fece lui al posto suo, insistendo per prendere anche il carico portato dalla donna che era accompagnata da quella fanciulla così particolare (per cui sembrava aver perso letteralmente la testa) ed accompagnarle entrambe. Giselmar afferrò quel sacco con la destra, mentre reggeva la cassetta tenendola con cura col braccio sinistro e appoggiata al fianco. Valeria riprese la rosa, sempre senza fare attenzione a come la afferrava, lo guardò ancora e gli sorrise. Lui si sentì l’uomo più fortunato del mondo. La signora lo ringraziò tenendo un tono ed un comportamento un po’ freddi, ma subito dopo si incamminò mantenendosi un po’ avanti ai due giovani, in modo da lasciar loro un po’ di privacy…

-Sarà un mese che ti vedo passare con la Signora Sauer: quindi resterai da lei in modo permanente?- si fece coraggio il giovanotto, iniziando la conversazione. La sintetica dalla pelle alabastrina rispose con un semplice “Sì” ma non scortese, bensì imbarazzato.

-Sei una sua parente? So che aveva un solo figlio, disperso in guerra in Italia… E’ tua zia?-

-Cos’è una “zia”?- domandò incuriosita.

-Stai scherzando? Non sai cosa significa la parola, o non sai proprio cosa sia una zia?-

-Dietlind mi ha presa con sé...mi hanno trovata gli americani nell’S III-

-Cos’è l’S III? Un campo di concentramento? Sei ebrea? Non sembri ebrea...non sembri proprio niente che io abbia mai visto o anche solo sognato, a dir la verità...-

-Io lo so che cosa sono: me lo hanno detto, all’S III...ma non devo parlarne-

-Non devi parlarne???- e ribadì il concetto con un breve, sincero e convinto “esatto”.

Quel giovane tedesco si disse che la fanciulla dai lunghissimi capelli non fosse molto particolare solo dal punto di vista estetico, ma anche caratteriale. Non indagò oltre anche perché, in fin dei conti, quella era la prima volta in cui riusciva a parlarne in oltre un mese: la vedeva passare praticamente tutti i giorni con la distinta signora Sauer e anche nella tenuta della donna quando faceva le consegne ma, fino ad allora, non aveva mai praticamente trovato il coraggio di approcciarla!

La stradina finiva scendendo ed incrociandosi in un’altra via molto simile e da lì giunsero in una piazza, dominata da un palazzo dall’aria decisamente spettrale perché privo del tetto e di gran parte della facciata. Anche qualche altro palazzo era danneggiato. C’erano diverse macerie in giro, ma sembravano già essere state ammonticchiate il più possibile lontano dalle strade, per renderle sgombre e facilmente percorribili. La Valeria “reale” si rese conto che quel sogno era in realtà un ricordo!!

Di punto in bianco una strana jeep entrò a tutta velocità nella piazza: era una Gaz 67B e a bordo c’erano 4 militari dell’Armata Rossa.

Con la sua visuale privilegiata da spettatrice la Valeria sognante vide la scena come se fosse un film, oltretutto girato da un regista fissato con i continui cambi di inquadratura.

La Signora Dietlind Sauer, che aveva una una decina di passi di vantaggio dai due “piccioncini”, attraversò la piazza mentre la Jeep si avvicinava a velocità folle…

Quella versione timida e ingenua di se stessa (all’epoca doveva essere “attiva” da pochi mesi) percepì istintivamente il pericolo grazie ai suoi sensi ipersviluppati e, con un balzo assurdo, raggiunse istantaneamente la donna che la stava ospitando. Afferrandola ai fianchi e ruotando il proprio corpo di 180 gradi la lanciò indietro, restando sola davanti a quel veicolo e non provando neppure a saltare via…

Dietlind, ruzzolata per terra in posizione sicura, non si era nemmeno resa conto di cosa fosse successo: per lei era come se una forza oscura l’avesse afferrata e spinta indietro. Fece appena a tempo a guardare verso il centro della piazza e vedere Valeria che veniva colpita in pieno dal muso della macchina.

Il suo impacciato spasimante cacciò un urlo così forte che sembrò che qualcuno avesse ferito un grosso orso.

Essendo “la Prima” molto piccola di statura e avendo la Gaz un frontale perfettamente verticale non la sollevò ma se la trascinò sotto. Il soldato che era alla guida riuscì a malapena a rendersi conto di lei ma era troppo tardi per evitarla e in pratica nemmeno frenò!

La piccola diafana fu centrata alle gambe dalla barra paraurti, il suo corpo si spostò indietro per l’urto colpendo con la testa il frontale e quindi fu sbalzato in avanti e letteralmente investito: la vettura le passò sopra al busto sia con la ruota anteriore che con la posteriore del lato destro!

A quel punto il conducente inchiodò e la vettura andò in testacoda prima di fermarsi, sbilanciata dalla frenata con bloccaggio ma anche dal passaggio su quello strano ostacolo. I soldati scesero di corsa con le mani nei capelli, mentre Giselmar lasciava cadere la cassetta di legno ed il sacco e correva verso la ragazza dai lunghi boccoli vermigli, riversa per terra. Una piccola folla si avvicinò, attirata dalla frenata e dalle grida del ragazzone. La Signora Sauer era sotto shock, ancora immobile per terra nemmeno un paio di metri distante dal punto d’impatto.

Quel giovane e grosso tedesco pensava di vedere chissà quanto sangue e forse anche dettagli ben più orribili, e lo splendido viso di Valeria orrendamente deturpato ma quella, tra lo stupore generale, si rialzò tranquillamente ancor prima di venire raggiunta da lui e si guardò il vestito che era strappato e portava evidenti i segni del passaggio dei grossi pneumatici del fuoristrada militare russo. Era impolverata e spettinata ma, ovviamente, non aveva neppure un graffio.

Giselmar le chiese se stesse bene e lei rispose: -Certamente; ma ho perso il tuo regalo...ah no, eccolo!!!!-. Mentre tra la folla si sentiva un parlottio del genere “ma è viva?” “non si è fatta niente!” “com’è possibile?” “Quella macchina le è letteralmente passata sopra!!” Valeria raccolse la rosa, che aveva lasciato per afferrare la Signora Sauer e non era finita sotto alla macchina. Sorridendo la mostrò a Giselmar che la abbracciò in un modo talmente forte che, se quella non fosse stata la Prima Sintetica ma un normale essere umano, molto probabilmente le avrebbe incrinato diverse costole.

I militari russi si rivolsero a lei parlando nella loro lingua, e quella li guardò con aria interrogativa. Uno di loro sapeva il tedesco: -Stai bene?- -Certo- -Non ti sei fatta davvero niente?- -Io non mi faccio male...-. Il soldato, con Lerusia che lo guardava un po’ male, le spostò i capelli per guardarle il viso che non aveva nemmeno un graffio e la punzecchiò sul ventre per vedere se reagisse al dolore causato da un’emorragia interna o qualche costola rotta; ma quella restò impassibile.

-Che vuoi dire con “io non mi faccio male”?- -Quello che ho detto: io non mi faccio male- -Da dove vieni?- -Dall'S III-. Il soldato reagì con un’espressione stupefatta e tentò di capire meglio: -Sei Ebrea? Eri prigioniera nel Campo di Ohrdruf?- -No: ero nell’S III- -Eri prigioniera nell’S III? Ai lavori forzati?- -No- -Lavoravi lì? Sei una scienziata Nazista?- -No- e a quel punto il soldato si stava un po’ spazientendo.

-Si può sapere cosa facevi nell'S III, allora?- e quella rispose, con un candore incredibile e come se la cosa fosse quasi ovvia: -Mi hanno fatta lì-.

Il russo parlò per qualche istante coi suoi compagni e tra tutti iniziarono a fare facce assurde: la guardavano, parlottavano tra di loro e facevano facce incredule. Quello che sapeva parlare tedesco la indicò per bene svariate volte, e giù a parlottare tra di loro e via con espressioni tra l’incredulo e l’attonito. Giselmar non riusciva a capacitarsi di quanto stesse succedendo e di quanto fosse accaduto poco prima e così anche le persone che erano accorse sul luogo dell’incidente. Valeria era del tutto imperturbabile e lo rimase anche quando quel militare le comunicò “Dobbiamo portarti via con noi” al quale rispose semplicemente: -Va bene: andiamo-. Il ragazzone cotto di lei, la donna che la stava ospitando e la stessa Valeria che sognava ed osservava in terza persona restarono attoniti ed impotenti ad osservare quella ragazza salire sulla GAZ ed accomodarsi con tranquillità sul sedile anteriore destro, mentre dietro si stringevano in 3 (sedendosi anche sui passaruota). Li salutò con un sorriso, e quella fu l’ultima volta in vita loro che la videro...


Quando Valeria aprì gli occhi non erano ancora le 7 del mattino. Gli esseri come lei teoricamente non avevano neppure bisogno di dormire e infatti, stringi stringi, quella notte lei lo aveva fatto all’incirca per 3 ore. C’erano comunque parecchi esempi di sintetici a cui piaceva eccome “crogiolarsi tra le braccia di Morfeo”: dei 7, ad esempio, solo lei e Tom si alzavano sempre molto presto…

Era a pancia sotto, con la testa girata su un lato e completamente coperta dai suoi stessi capelli. Provò a muoversi ma era bloccata da Rita, che le stava tutta addosso. La cosa non le dispiacque affatto perché l’ultima cosa che aveva pensato prima di addormentarsi era stata: -Chissà se, quando mi sveglierò, lei ci sarà ancora...-.

Si liberò con un po’ di fatica dall’abbraccio della sua simile dalla pelle scura ed accese la luce, regolandola al minimo.

Rita si lamentò con dei mugolii e bofonchiò qualcosa di simile a “Lerunchik, mhh...che palle…” e lei la baciò sulla nuca, per poi alzarsi (passandole sopra in quanto si trovava dalla parte del letto addossata al muro), coprirla per bene e spiegando: -Tesoro...siamo sottoterra e non ci sono finestre: io non ho i tuoi occhi e al buio non ci vedo...-

-Mi mancava essere svegliata prestissimo da te, e lamentarmi di questo fatto...-

-Ormai sei sveglia, quindi???-

-Beh...più o meno; ma non mi dispiacerebbe dormire ancora un po’-

-Puoi riaddormentarti una volta che ti svegli????-

-Guarda che non è un superpotere! E’ una cosa normale!!!-

-E’ una perdita di tempo! Alzati: voglio vedere George! Devo vedere subito George!!!!-

Margo si mise seduta e si stiracchiò, osservando la sua quasi gemella un tantino preoccupata e domandandole che cosa fosse successo e per quale motivo sentisse un così pressante desiderio di vedere Lansing alle 7 del mattino.

La Regina delle Wunderwaffen si lanciò su di lei e le annunciò trionfalmente: -Ho fatto un sogno...cioè era un sogno, ma era un ricordo!!!! Ho ricordato...ho ricordato, cazzo!!! Ho ricordato di quando sono andata via con i Russi!!!!!-


CONTINUA...


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