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Una storia di Claramccartney

Il riposino di Olaf

Bologna Spooky Tales

77 visualizzazioni

16 minuti

Pubblicato il 20 maggio 2020 in Avventura

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Nel lontano 2009, mi immatricolai a scienze delle merendine a Bologna dopo una sanguinosa guerra contro il volere di mia madre, che opponeva al mio piano una strenua resistenza. Come ogni italica genitrice ella aveva ben chiaro davanti a sé il suo progetto per la mia vita. Mi sarei iscritta al corso di infermieristica nella succursale che aveva appena aperto nel nostro paesino e, dopo la laurea, mi sarei trovata un posto fisso nel pubblico. Poi tutto sarebbe stato in discesa, avrei sposato un collega o, preferibilmente, un dottore che mi avrebbe ingravidata seduta stante, rendondola orgogliosa nonna di un altra futura infermiera. Essendo mia madre, avrebbe dovuto sapere che toccare la gente mi fa schifo, figurarsi fargli il bidet, e che le materie scientifiche mi annoiavano a morte. In più, più di ogni altra cosa volevo andare a vivere a Bologna, così vivace e piena di fermento; dopo anni e anni sepolta in quel buco di culo isolato dalla civiltà, dove c'erano solo fabbriche abbandonate e nessuno stimolo, nessuna prospettiva. Per quanto mi sarebbero mancati i miei, non avevano nessun magone all'idea di lasciare per sempre il paese, che era, all'apparenza, un sonnolento villaggio di 10.000 anime attraversato dal fiume Po. Era una colata di cemento, brutto da far spavento, circondato da un paesaggio piatto di campi desolati e paludi malariche. Chiunque l'avesse fondato, fosse stato romano, etrusco o visigoto, doveva essere parecchio ubriaco quando aveva posato la prima pietra, o meglio palafitta.

Scavando sotto la superficie, avreste trovato anche un numero record di bar pro capite, un alcolismo diffuso, una percentuale di abbandono scolastico imbarazzante e una mentalità chiusa e conformista, che risultava bizzarra se consideriamo che normalmente la gente di lì usa le bestemmie al posto delle virgole.Questi argomenti non scalfivano minimamente la sua ferrea convinzione, anzi, la rafforzavano. Nemmeno il mio aver passato l'estate in campagna a raccogliere angurie in nero pur di raggranellare i soldi per cominciare la convinse. Non valse a nulla neanche l'appello del mio professore preferito, che le consigliò caldamente di lasciarmi fare perché lui, come infermiera, non mi ci vedeva proprio. Finalmente mio padre, mosso a compassione dal mio sguardo straziato e depresso, decise di affrontare la mia carnefice e lasciare che l'uccelino volesse fuori dal nido. Dopo mille litigate, minacce e oscure profezie sul mio futuro buttato al vento, mia madre acconsentì, con la morte nel cuore. Agosto era agli sgoccioli e dovevo sbrigarmi a cercare casa, così dopo un commosso addio a mio padre salii sul treno (una littorina dell'anteguerra che faceva forse 50 km orari, fermandosi in tutte, e dico tutte, le stazioni dei microscopici paesini che costellano le nostre desolate campagne) e partii alla volta della città.

Nell'immaginario di una diciottenne che proviene dalla profonda padania e nella sua vita ha visto solo trattori, Bologna e New York sono più o meno la stessa cosa. La prospettiva di andare finalmente all'università, nella città più aperta e divertente d'Italia, lontana dai genitori e dal gossip sfrenato e fantasioso dei pettegoli, mi rendeva talmente euforica da non riuscire nemmeno a rimanere seduta tranquilla sul sedile.

L'unica cosa che mi preoccupava un po' era la ricerca della casa e la convivenza con sconosciuti. Saremmo andati d'accordo? Come sarebbe stato vivere come un adulta responsabile? Sarei riuscita a farmi rispettare in casa? Almeno, da questo punto di vista, avere come madre una specie di ottuso sergente Hartmann sarebbe stato un vantaggio, per la prima volta in vita mia. Sapevo pulire egregiamente, lavare i panni più sporchi e anche procacciarmi il cibo senza depredare le altrui dispense, quindi dubitavo del fatto che qualcuno avrebbe potuto lamentarsi di me da quel punto di vista. La mia paura era più che altro di tipo relazionale perché, al di là della mia educazione paramilitare, ero un disastro totale dal punto di vista, diciamo così, del savoir faire. Presa da questi pensieri quasi non mi accorsi che il treno stava entrando alla stazione di Bologna. Presa la mia valigia da 150 kg, mi piazzai davanti alle porte del vagone e, quando il treno si fermò binario 9, per prima cosa ruzzolai elegantemente giù per i gradini, sbucciandomi il ginocchio. Mi rialzai lesta con finta nonchalanche, raccolsi borse e valigia e mi guardai intorno, spaesata dal fiume umano dei pendolari che si spinegevano a vicenda sui vagoni, correndo qua e la per i binari spintonandosi selvaggiamente. Scesa nel sottopassaggio, vi trovai stupita una distesa di vecchi barboni addormentati sui loro cartoni, minacciose zingare dai truci occhi verdi che lanciavano il malocchio a chiunque non desse loro l'elemosina, ed eroinamani che cercavano di scassinare le macchinette delle bibite. Disgustata e affascinata allo stesso tempo mi guadagnai l'uscita a furia di spintoni. Mi ritrovai nel piazzale della stazione, cercando disperatamente il numero 27. Il mio piano era di fermarmi in un ostello economico che avevo trovato in Internet finché non avessi trovato casa, cosa che speravo succedesse il più presto possibile perché per quanto l'ostello fosse low cost erano pur sempre 15 euro a notte. Trovato il 27 grazie all'aiuto di una nonnina sgamatissima con enormi occhiali da sole e scarpe leopardate; corsi come un lampo verso il bus in partenza prendolo al volo con grande successo, passando con estrema grazia tra le due porte proprio mentre si stavano per chiudere. Un salto così ben fatto non poteva che finire in bellezza, tant'è che mi ritrovai dritta tra le braccia di un ragazzo alto vestito di una tuta Adidas che stava in piedi, stipato tra la folla, attaccato a una maniglia. La sua capacità di non perdere l'equilibrio cadendo rovinosamente sul pavimento nonostante gli fosse appena volata addosso una contadina di 60 kili; ma che anzi fosse stato capace di sorregermi, mi impressionò moltissimo. Alzai gli occhi verso il suo viso e sentii il cuore fare un balzo. Mai, prima di allora, avevo mai visto una tale angelica perfezione, in meraviglioso contrasto con un fisico decisamente ben sviluppato. Aveva gli occhi azzurro ghiaccio, leggermente a mandorla, i capelli biondo cenere tagliati cortissimi, le labbra ben delineate stirate in un sorriso divertito.

"Atenta, beleza" mi disse ridendo, porgendomi il braccio per aiutarmi a non cadere ad ogni curva presa dell'autobus. Notai che quando sorrideva gli si formavano due adorabili fossette sulle guance. Colma di vergogna, sentendo su di me gli sguardi incazzati e divertiti degli altri passeggeri, abbassati gli occhi e mormorai con un filo di voce

"mi dispiace. Non avevo mai preso un autobus prima…"

"Nooooo? E dove cazo sei stata fino adeso?! Su la Luna?"

"No….veramente sono di Ferrara…..ehm….provincia diciamo"

"Conosco Ferara. Posto di merda" sentenziò con veemenza .

Mi sentii piccata, perché una cosa è lamentarsi della propria città, un'altra denigrare quella altrui.

Interpretando alla perfezione il mio sguardo, continuò con voce allegra

"No fare quela facia, o mi meto a piangere. Io sono di Bucarest, sai, e quelo si che e posto proprio di merda. Io sono Daniel, comunque. Tu ai nome, si?" Io ero così imbarazzata per la figura di merda che a parte biascicare il mio nome, non riuscivo a pensare a nulla da dirgli. Daniel, però, aveva la lingua sciolta e sarebbe stato capace di attaccare discorso anche con un piccione; così che, vinto l'imbarazzo, mi ritrovai a chiedergli "Ti piace Bologna, ti trovi bene?" , dando prova di estrema originalità .

Il suo viso, un attimo prima così aperto e ridente, divenne cupo, la sua bocca assunse una piega dura.

"Be, diciamo che se non sei un filio di papà del cazo e dificile, come dapertuto." Borbottò guardando il paesaggio urbano scorrere dal finestrino, poi suonò il campanello della fermata e mi rivolse un sorriso forzato. Si avvicinò e mi diede un bacio a schiocco sulla guancia

"adeso devo propio scendere, spero che mi cascherai ancora adoso",

disse ridendo, e quando si aprirono le porte saltò giù con un balzo da acrobata. Io lo guardai scomparire tra la folla con un sorriso ebete stampato in faccia, dimentica di tutto il resto, sperando ardentemente di rivederlo in giro quanto prima. Volendo controllare l'ora, infilai la mani nella borsa cercando il mio Samsung nuovo di zecca. Non lo trovai . Lo cercai meglio, niente. Un orribile sospetto mi pervase, sospetto che divenne certezza quando vidi che mancava pure il portafoglio. Daniel mi aveva derubata. Per un attimo rimasi paralizzata , poi mi uscì un urlo agghiacciante che fece voltare tutti e sobbalzare l'autista, che frenò bruscamente facendo cadere a terra metà dei passeggeri. Venni presa a male parole e spintoni dagli astanti al completo, specie da una donna sulla quarantina con i capelli giallo paglia e un orribile tuta lilla "cretina, parla pure con i rumeni e fatti rapinare, almeno però chiudi quella fogna invece di farci uccidere tutti!!". Appena l'autobus si fermò mi fiondai giù sull'orlo delle lacrime per scappare al linciaggio, e mi ritrovai sotto i portici di cemento della Bolognina. Mi appoggiai al muro di un negozio pakistano cercando di calmarmi e ragionare sul da farsi . Per fortuna, quel bastardo non aveva calcolato che ero si una ingenua bifolca, ma non completamente cretina, quindi i soldi e i documenti li avevo nascosti in fondo alla valigia. Mi dispiaceva solo per il portafoglio di LiuJo che mi aveva regalato mia nonna e per il telefono, che costava 600 euro e per il quale avevo sgobbato in campagna un mese intero . Vergognandomi come un cane della mia stupida, assurda fiducia nel prossimo, entrai nel negozio e chiesi per pietà indicazioni sull'ostello. Il ragazzo alla cassa, sbuffando, cercò su google maps e mi spiegò in un italiano stentato che

"È a circa 2 km, sempre dritto poi a destra, ancora destra, alla rotonda a sinistra e sei arrivata".

Scarpinai nel caldo cocente e nei fumi dell'asfalto finché non trovai la via giusta. Mano a mano che mi addentravo nel pittoresco quartiere, notai che i cafè affollati di yuppies e i condomini sparivano per lasciare posto ad orribili file di casermoni grigi che sembravano usciti dall'era sovietica, imbrattati da tag e da qualche murales notevole. Avevo messo in conto che, visto il prezzo ridicolmente basso, l'ostello non fosse esattamente in una zona turistica, ma quella in particolare aveva un aspetto davvero atroce. C'erano in giro solo personaggi equivoci, che pure ad i miei occhi ingenui risultavano evidentemente spacciatori. Tra tutti, mi colpì in particolare un magrebino che esibiva una vistosa cicatrice orizzontale sulla gola. Quando si accorse che lo fissavo a bocca aperta mi si avvicinò con un ghigno minaccioso . Rimpiangendo di non aver portato un coltello da viaggio, affrettai il passo oltrepassando diversi centri massaggi cinesi, con i papponi smilzi e inespressivi che fumavano davanti alle entrate sporche e buie; e anche numerosi negozi alimentari ucraini o halal, fuori dai quali sostavano nutriti gruppi di badanti o di uomini arabi, questi ultimi seduti su dei cuscini appoggiati a terra. Dopo aver superato una moschea (che divenne in seguito famosa per fare proselitismo jihadista), e l'ennesimo bordello orientale, finalmente trovai l' ostello. Definirlo una sporca bettola dimenticata da Dio sarebbe un complimento. L'ingresso dava direttamente sulla strada, così che il rumore del traffico si sentiva tale e quale a fuori. Non c'era ne una sala comune con tanti tavolini tondi e thermos pieni di caffè, ne una gentile e graziosa ragazza alla reception. C'era invece un atrio buio e maleodorante ricoperto da una sudicia moquette che un tempo doveva essere stata giallo limone. Al banco della reception, stava un cinese obeso con addosso una rivoltante maglietta bianca chiazzata di giallo sotto le ascelle, che gli vestiva più piccola d tre taglie almeno, garantendomi la squisita vista del suo ombelico peloso. Come se non bastasse, dalla porta a fianco della sua scrivania uscí una ragazza asiatica succintamente vestita, che si dirise loscamente per le scale. Prima che si richiudesse la porta alle spalle feci in tempo a notare che dava su un corridoio molto lungo, troppo lungo. Immaginai a ragione, che si trattasse di un passaggio segreto tra il bordello a fianco e l'ostello. Il cinese mi lanciò uno sguardo sospettoso. Sforzandomi di mantenere una espressione impassibile, chiesi le chiavi e un telefono per chiamare mio padre, che non sarebbe stato affatto contento di sapere che la mia prima avventura a Bologna era stata farmi scippare da un aitante zingaro. Il cinese faceva finta di non capire, ma puntai i piedi e gli mimai il gesto di telefonare. Con un sospiro, il mancato dittatore della Corea del Nord estrasse da un cassetto un cordless che sembrava risalire allo scorso millennio, passandomelo come se fosse stato di cristallo. Ringraziai e chiamai il mio vecchio, già incazzato come un bufalo dato che il mio cellulare risultava spento. Mentii spudoratamente e dissi di aver dimenticato a casa il caricabatterie, subendo la inevitabile sfuriata che ne seguì. Mentre mio padre urlava che ero una grandissima cogliona, guardavo il cinese che faceva il gesto di picchiettare l'orologio al polso con aria truce. Per fortuna il vecchio, in preda alla furia, mi sbattè la cornetta in faccia così che potei riconsegnare a Kim il suo prezioso telefono. Quando mi passò la pesante chiave d'ottone, chiaramente appiccicosa, mi aspettai di veder scritto 1408 sulla targhetta del numero. L'ascensore era rotto , le scale più lozze dell'atrio, e per finire rischiai di mettere un piede, calzato da leggeri sandali di pelle, su un preservativo usato. Mentre armeggiavo con la serratura della camera, notai che dalla stanza proveniva uno strano rumore, simile a quello di un trattore quando si mette in moto. In quell'istante la porta si aprì di scatto e non mi colpì in viso per un soffio. Due ragazze con i capelli chiari e imbarazzanti bermuda azzurri, chiaramente turiste inglesi, stavano evidentemente fuggendo, trascinando i loro bagagli. "Please, don't do this, just come with us." Mi disse una delle due con gli occhi azzurri sbarrati mentre correva . Ammetto che fui tentata, ma sapevo di non potermi permettere altro. Spinsi col gomito la pesante porta bianca, che si aprì cigolando. La prima cosa che percepii fu il tanfo nauseabondo di carogna in decomposizione, e poi, nella penombra, apparvero 4 letti a castello di alluminio. Feci per cercare l'interruttore quando una voce profonda si levò dai meandri dell'oscurità, dicendomi in uno strano inglese "Non lo farei se fossi in te, Olaf sta dormendo". Mi chiesi rabbrividendo chi fosse mai, quest' Olaf, al cui cospetto le fanciulle fuggivano come fulmini. Tuttavia, esasperata dalla situazione, una volta individuato l'interruttore lo spinsi con aria di sfida . Se dovevo morire in quel cesso, tanto valeva morire con dignità. Investito dalla luce gialla della lampadina, apparve quindi, in tutto il suo splendore, Olaf. Era un vichingo dalla cespugliosa barba rossa che stava spiaggiato sul letto come una balena in coma etilico, russando in modo assordante. Sembrava essere, da sdraiato, almeno due metri per 120 kg di muscoli e una discreta panza etilica. Il lezzo nauseabondo, mi accorsi, veniva dalla sua persona. Non fu semplice distogliere lo sguardo da quella creatura mitologica e guardarsi intorno, e soprattutto rendersi conto che la camera rispecchiava esattamente il resto dell'ostello. I vestiti buttati per terra, i gatti di polvere e svariati cavi elettrici avevano formato una agglomerato sferico che pareva avere vita propria. Il pavimento era disseminato di lattine di birra vuote e altra robaccia. L'unica cosa pulita erano le mie lenzuola, chiaramente appena cambiate e che puzzavano di detersivo igienizzante di bassa qualità. Dubitavo però che anche tutto il Napisan del mondo potesse funzionare con le lenzuola di Olaf, e forse nemmeno il fuoco.

Appollaiato in cima al letto più in alto, con i piedi sopra la mia testa, stava un ragazzo magro con lunghi dreads biondo scuro raccolti in un grosso nodo sulla testa.

Portava un pendente fatto con la punta di una freccia e dalla tasca dei suoi pantaloni color kaki spuntava un chilum che, mi disse poi, aveva fabbricato lui stesso. Si chiamava Martin, lui ed Olaf erano due studenti Erasmus che condividevano una casa a Uppsala, in Svezia. Come me, usavano quel luogo infernale come appoggio mentre cercavano casa. Mentre io e Martin cercavamo di parlare nonostante il russare di Olaf, entrò una coppia di indiani che mi ignorarono completamente e si misero a stendere corde tra un letto e l'altro e ad appenderci il bucato. Martin parve non accorgersene, così lo imitai. Dopo poco mi avviai verso il bagno, più che altro per capire in che stato versava. Vi dico solo che vi trovai pozzanghere di vomito e un enorme stronzo che aveva intasato il wc. In quel momento sentii picchiare alla porta. Uscii dal bagno e uno degli indiani mi passò accanto senza guardarmi e vi si chiuse a chiave. Tornai a parlare con Martin chiedendogli se era proprio sicuro che non sarebbe stato più saggio imitare le inglesi e andare a vivere piuttosto sotto il ponte Stalingrado; quando notai che l'indiano rimasto cominciava a dare segni di impazienza e a bussare con insistenza alla porta del bagno. Si diffuse un odore strano, dolciastro, che andò quasi a coprire la puzza del vomito e di Olaf. Prima che io e Martin avessimo il tempo di fare qualcosa, la porta cedette ai poderosi calci dell'indiano. Il suo amico, seduto bello tranquillo sulla tazza, stava fumando dell'oppio. A giudicare dalla rissa che ne seguì, doveva essersi fatto prendere la mano ed averlo fumato tutto. Martin balzò in piedi dicendo "Shhh ragazzi, sveglierete Olaf!" Per tutta risposta l'indiano, reso furibondo dal tradimento dell'amico, gli sferrò un destro, così che Martin si sentí in dovere di buttarsi nella mischia. Io cercai di arretrare verso la porta, ma venni bloccata da un ruggito poderoso. Olaf si era svegliato.

In piedi era, se possibile, ancora più grande, sul suo volto fremente e animalesco era dipinta la ferma volontà di porre fine a chi che aveva interrotto il suo riposino. Respirava piano, come un toro pronto alla carica. Con le sue manone grandi e pesanti come ferri da stiro prese Martin per la collottola e lo lanciò dall'altra parte della camera; poi cominciò a dare agli indiani delle poderose sventole. Quando questi stramazzarono al suolo fingendosi morti come 2 opossum, Olaf si fermò, respirò profondamente e voltò l'enorme testa rossa nella mia direzione. Mi lanciò uno sguardo da prima ostile, poi curioso ed infine di approvazione . Si chinò prendere qualcosa dalla borsa e venne verso di me con la sua gigantesca falcata, emettendo una serie di grugniti che dovevano appartenere ad un qualche idioma nordico. Mi prese una mano, quasi strappandomi il braccio, e mi sbattè in mano una lattina di birra da 50 cl, calda e ammaccata, scrutandomi come se mi stesse valutando. Tremando, ma cercando di sembrare coraggiosa, la aprii e, incurante della schiuma che colava ovunque, la tracannai in un sol sorso. Martin si avvicinò a me massagiandosi la schiena. "Visto? Gli piaci!" Alzai gli occhi. Il volto di Olaf si distese in un timido, dolce, splendido sorriso.



Epilogo.

Quando Olaf tornò a dormire, gli indiani resuscitarono e dopo essere scappati chiamarono gli sbirri, che si presentarono in camera nostra poco dopo. Dato che era la parola degli indiani contro quella di Olaf e Martin, io, che ero arrivata 5 minuti prima e quindi agli occhi della polizia non avrei avuto motivo di mentire, fui considerata la testimone più attendibile. Olaf aveva uno sguardo tristissimo, da cane bastonato, non l'avrei mai tradito. Perciò mentii spudoratamente, accusando gli indiani di averlo aggredito mentre faceva il suo riposino. La polizia li portò quindi in caserma, con l'aggravante di aver trovato una discreta quantità d'oppio nascosta sotto i materassi di entrambi, quei furboni. Preso dalla paura che cantassi a proposito della porta segreta, il cinese decise di pulire a fondo la nostra stanza, così il rischio di beccarsi il vaiolo sparì. L'indomani, decisi, avrei portato in giro Olaf con me, a caccia di Daniel.









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