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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine PICCOLI OMICIDI QUOTIDIANI

A Mysteries Collector / 7

Mavruz in Me : In caduta libera.

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21 minuti

Pubblicato il 12 ottobre 2020 in Horror

Tags: #Mistero #Esorcismo #Parapsicologia #Esoterismo

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Mavruz in Me
Mavruz in Me

A Mysteries Collector / 7

Mavruz in Me : In caduta libera.



Il tratto nero del carboncino s’arresta improvviso sull’incrocio delle linee che demarcano la copertura del tetto, e non certo per un ripensamento senza ragione, piuttosto per aver involontariamente cancellato i contrafforti che sostengono l’ambizioso progetto che insegue la mente, certe ampiezze aeree che spaziano all’infinito, le geometrie grandiose in cui le linee s’intersecano lì dove ogni singolo tratto si prolunga nell’altro a formare architetture fantastiche di torri sublimi, intarsi marmorei come paradigmi impossibili di creatività, e che la luce accoglie nell’alta torre campanaria in cui il Tempo è idealmente imprigionato.

Adesso tutta la costruzione giace assorta nel silenzio, abbandonata nella nebbia del bordo bianco che la circonda. Striature violacee si dispiegano nell’insieme immaginario e s’intravedono attraverso l’abbaino aperto, al di sopra delle stanze dove si consuma la vita del mio Signore. Sulla tavola imbandita, apparecchiata ad arte, la macchia rosso sangue del calice di vino tinto che il mio Signore distrattamente ha rovesciato, ha preso ormai a spandersi copiosa, imbrattando la tovaglia di fiandra che a tratti scolora. Non fa rumore il suo lento avanzare che in silenzio coagula e diventa scarlatto. Il mio Signore dorme, abbandonato nell’incertezza della morte apparente che lo colpisce durante le brevi ore di sonno in cui mai riposa, onde la mente vaga incerta, avida di luce che, falsi specchi riflettono di un lucore di cristallo che infrange le pareti di saloni immaginari.

I muri della stanza traspaiono a costrutti senza domani, dove non accade nulla, dove non arriva nessuno, in ciò che si ha manca qualcosa, in ciò cui si crede non c’è determinazione. All’attesa segue un’altra attesa, dove non arriva nessuno, perché non si aspetta nessuno. L’enigma del tempo che passa materializza l’irreale, i pensieri trasmutano in pensieri diversi e pur sempre uguali, dove l’ansia, emorragia del tempo attuale, si espone imperscrutabile a raccogliere vento.

Nel buio denso che acceca lo sguardo del mio Signore, mutevoli luci lontane tengono stragrande spirito a catene, muovono, appaiono, scompaiono nel buio flessuoso, gemente, sopprime i limiti delle misure spalancando mondi insoluti che vorticano nello spazio, ove contenute città sospese a incerta altezza, occultano l’arcano profondo dell’immenso in cui l’ ‘io’ spazia in bilico a poter cadere, negli spazi in ombra, a vuoto, onde si attiva la furia ardente di chi crea, di chi sceglie il tuono e lo splendore del fuoco.

Già, il fuoco, quasi me ne ero dimenticato, ma quello che adesso s’ode è scricchiolio di travi. S’abbattono porte in solaio, destreggiato di vento gira un arcolaio, filatura di ‘morte’ che avanza, infrange pareti e tendaggi, avvolge immaginari candelabri, candele che dileguano in fumo, quando, arso il ceppo contorto nel camino, esaurisce a vita.

«Mavruz, maledetto te, si può sapere cosa vai ancora blaterando?»

«Spiacente mio Signore, pensavo dormisse il sonno dei giusti

«Di quali giusti parli, c’è forse qualcuno lì con te?»

«No nessuno mio Signore.»

Sono solo, Mavruz, chiuso in me stesso, il trovatore vago che, fermatosi alla corte del mio Signore, indugia a dover servire il feudatario abbietto, il tiranno malevolo e avverso che mi porto dentro e che io stesso ho creato ‘a mia immagine e somiglianza’, convinto del suo essere perfetto. E si diverte il tiranno, schernisce l’imparziale dose delle necessità, e s’abbandona nel procreare despoti infiniti, a prendere possesso di feudi assillanti: neon, pubblicità, auto, pubblicità, plastica, computer, sintetismo linguistico artificiale, plastica plastica plastica, neon computer computer, auto auto pubblicità. Nel contesto quotidiano gioca il tiranno al dominio delle cose, scarpe auto ufficio auto, ufficio auto pubblicità, televisione radio pubblicità, radio radio televisione, pubblicità, a combattere il supplizio inferto la contemplazione delle cose astratte.

«Mavruz, non senti che bussano alla porta, che aspetti, vai ad aprire!», comanda astioso il mio Signore.

«Vado, vado, mi si lasci almeno il tempo di arrivare

Ma so già che non aprirò mai quella porta, che in fondo temo di guardarvi in volto, che riconoscervi uno ad uno me ne verrebbe sconforto, afflizione … che le mani sugli occhi accecati da contorni di nebbia a non voler vedere, stringo, per futuri giorni a venire, bui come la notte, in cui si agitano infuriati a cento, a mille, i fantasmi rabbiosi che nel frattempo sono divenuti mostri. Nel mentre fantasmi a richiamo, aprono trabocchetti infimi di torri audaci cedenti a impalcature, né l’urlo spaventato del mio Signore, serve a tenerli, né la forza che ormai gli viene meno. Forche aggettanti chiamano a distanza campane, visioni di penzolanti ideali cosparsi d’egoismo.

«Serenità impiccatela!»

«Tranquillità è già stata impiccata!»

«Mavruz, vuoi dirmi chi è?»

«È il vento», rispondo.

Il mio Signore sospira.

Ascesa forzata dell’intimo volere, ideali solidificati a crinature di vetro, stalattiti negli occhi stanchi, a scrutare costruzioni impossibili dell’io immaginifico, come di Maestà assisa sul trono del nulla che trascina con sé un destino non suo. Spersonalizzato, oscurato a trasparenze di luce, trama deliri osceni, il mio Signore, fa gesti istrionici, rincorre schiamazzi, strapazzi inutili di spauracchi orridi. È una lunga notte la sua, a tratti smisurata, colma di reminiscenze e futili malinconie, rievocazioni del passato sfuggevoli alla presa, tra visioni di rocche poderose, di mura insormontabili, di geni impegnati in epici contrasti e torme di cavalieri armati, fedeli all’ambizione, a tenere una battaglia antica in difesa di un feudo di sale. Sulle cui ceneri torna ad essere l’intimo uomo, a procreare pensieri e costrutti, ad affrontare giorni infausti a venire.

«Mavruz, presto la mia vestitura! I miei ori! Le mie armi!»

«Ma.. mio Signore?»

E già s’oscura lo sguardo per la malvagità che gli restringe gli occhi, mentre s’appresta a svolgere la matassa del male. Nasconde trame di ragnatele nei folti steli bianchi e neri dei capelli per confondere la sua testa coronata, mentre scale poggiate a porte e finestre che s’aprono nell’arcata sopraccigliare degli occhi, lasciano vedere il ponte levatoio della sua lingua rigurgitante d’avida sete. Sua Maestà è solo con se stesso, pronto a spronare incatenati vassalli feudali a lui ubbidienti, contro i pupazzi della sua ragione. E già l’orda mercenaria chiamata a raduno, assalta la rocca più alta.

«Evviva Sua Maestà, evviva!»

Sulla torre s’ammaina bandiera di pace e s’innalza quella di battaglia, suoni di trombe e tamburi, orda feroce esce necessariamente e scorazza, si levano arti di cavalieri, armi che si scontrano, nitriti spaventati di cavalli, in mezzo al trambusto assordante.

E ancora urla implacabili di sua Maestà:

«Altre rocche, altre carogne, non leale battaglia sul campo, distruzione stupro violenza», l’orda selvaggia abbatte torri d’ideali, rocche di infinita speranza, calpesta germi di spiriti eletti. Sua Maestà assetato di sangue inghiotte carogne morte d’inedia.

«Ahhhh! Ahh! Ahahaha!»

Ride insolente sua Maestà, con le mani sozze di sangue, attraversa i vuoti saloni, si riflette negli infimi specchi argentati della sua vanità, cui rivolge uno fugace sguardo lascivo che s’infrange contro l’altera follia del potere. e quando sua Maestà s’affaccia e declama la tua tirannica agonia, libidine al cervello, orda malvagia chiamata a raduno, lo acclama.

«Evviva Sua Maestà. Evviva!»

Quest’io re, quest’io nullità. Che l’ambizione trova terreno fertile nell’inquietudine del potere, nell’accanimento della malvagità, nella concitazione della guerra, a voler rincorrere al vento fuggevoli ideali d’iniquità. No, nessuna sazietà colma la sua sete d’infimo potere.

Avanti! Avanti! Avanti!

Nell’entusiastica sprone alla corsa, gioco di fili a tendere arti, schiene piegate di cavalieri, criniere di bianchi cavalli, a sventolare bandiere pronto sul campo, sopra ogni campo di battaglia, arpa a canto ambizioso leva il mio Signore, guerriero di sé, maschera e istrione di se stesso, a seguire cavallo impavido impazzito di vento, il crine all’aura e zoccoli alla terra, a narici avida spuma, le labbra assetate di sangue, al petto battito irrompente ambizione.

Avanti! Avanti! Avanti!

A conquista avanza a conquista indietreggia vinto a vincitore, ed ecco s’armano i difensori del grande castello del cielo, che fortissima luce balena di scudi d’elmi e di spade, acuti vertici nel complesso concerto, l’orchestra al completo coi suoi migliori strumentisti, solleva ansia al coro. Cavalli impazziti scalpitano nella piana, tenuti a briglia, a forza tendono a catene, muovono pareti d’universo. E già guerrieri straordinari senza posa, pupazzi della mia ragione, spronati a combattere nelle notti insonni, nei bicchieri vuoti, nel gioco di luci ed ombre nella stanza, a sventolare bandiere stravaganti per una guerra a morte di nobili cavalieri.

Avanti! Avanti! Avanti!

S’ergono altre rocche, altre cadono l’una dopo l’altra senza posa, nulla ormai resta della primiera fortezza, cavalieri impavidi d’azzurro, cedono al vinto, castelli di nero fumo. A cento a mille le torri crollate. Ferma a bufera, spalancate muraglie del giorno, di rosso sangue la piana riposa. Pausa. Placata l’ira, il vento riporta a primiere note. Posa il coro, compenetrato a silenzio, resta a sussultare il vento, maestri a spezzati archi. Solo resta il brusio di echi sferzanti.

Avanti! Avanti! Avanti!

E già il vinto declina sul fianco, la battaglia è perduta, l’io che rimane, nulla può per risollevare le sorti della battaglia. Uno ad uno, osserva i suoi ‘giganti’ a terra, un esercito di morti ideali che cedono all’inganno. Quando, risollevati i ‘giganti’ per chimera, lottano contro i ‘giganti’ di chissà quale altra guerra, e ora vincono, ora cadono a terra.

«Mavruz! … Mavruz! », sbraita il mio Signore, colpito da malore, che nel levarsi dal letto già stramazza a terra.

S’ode un calpestio di piedi e d’armi nel fango, a battaglia, lacero s’avanza il guerriero ch’è in me, la spada levata a brandire spauracchi d’orgoglio e d’ambizione, abbandonati sul campo dissanguati e stanchi, immuni al fato, come fantasmi di un immaginario gioco. Un’altra guerra persa, la mia, ma per chimera nulla può quell’io che sono, resta inamovibile al fato, a occhi aperti e vivi, morto, mentre il giorno lentamente si spegne nel fango.

Sono io, Mavruz, solo con me stesso, quello che hai voluto che fossi, architetto intraprendente, capace di sospendere castelli di nubi, a immaginare ponti d’inerzia, per una disfatta al tempo che tutto nega e contrasta. Quel tuo non essere son io, maestà senza dignità regale … che la corona che mi ponesti sul capo, di ferro resta, che giammai fu d’oro. Scrostati a violenza dalle pareti del tempo i sogni miei ricalcano i disegni tuoi come tessere incastonate nel mosaico di complicate geometrie, rifugio arcano di trasparenze di luce nel segreto disegno del destino.

«Mavruz sei tu, dove sei, spurio figlio del diavolo?», mi sembra di sentire la sua voce che mi chiama, che mi sfida.

«Sono qui mio Signore, sono io, Mavruz, solo con me stesso

Senza nient’altro da fare se non una sordida ritirata al riparo dei muri portanti di questa ‘prigione’ che abbiamo abitato insieme.

«Vai ad aprire Mavruz, è giunto il momento», comanda più d’appresso l’eco della sua voce.

Lungi da me dal farlo, onde evitare la presa di ‘coscienza’ della massa spuria che s’appressa alla porta, a pietire quella ‘verità’ superiore che non è dato conoscere ai molti, sebbene investiti di virtuali certezze. Ma quanti ne sono, tanti così non se n’erano mai visti, beh vedrò di occuparmi di questa masnada di ‘irriducibili’ penitenti che suo malgrado continua a presenziare quest’ara/cesso/bordello, e chiede di ossequiare il feretro magniloquente del mio Signore.

«Avanti, entrate pure..»

Sono poeti dai nomi altisonanti: Holderlin, Foscolo, Baudelaire, Monti, D’Annunzio, Marinetti, Blake, Rimbaud, Verlaine, Prevert, Lee Master, Pavese, Ungaretti, Quasimodo, Pound. Scrittori del calibro di De Sade, Hugo, Flaubert, Tolstoj, Dostoevskij, Nabokov, Bulgakov, Joyce, Kafka, Wilde, Poe, Dickens, Stevenson, Bernanos, Böll, Scott Fitzgerald, Hawthorne, Schulz, McCarthy, Hemingway, Hesse, Mishima, Mann, Conrad, Orwell, Proust, Carver, Borges, Pasolini, Pasternak, Pennac, Benni, Bataille, Michelet, Roth, Burroughs, Kerouac, Vidal, Eco, Zafon, tutti quanti ‘dannati’ a conoscere le fiamme dell’Inferno, e sottratti al trapasso dal mio magnanimo Signore.

E con loro tantissimi musicisti, in qualche modo ‘castigati’ anche loro alla dannazione, come Gesualdo da Venosa, Bach, Mozart, Paganini, Beethowen, Tciakowsky, Dukas, Debussy, Stravinskij, Mussorgsky, Dvorak, Orff, De Falla, Wagner, Strauss, Brahms, Saint Saens, Listz, Mahler, Part, fino a esponenti del blues, del jazz, del rock, del punk, del metal ... Jimmy Hendrix, Jim Morrison, Rolling Stones, Miles Davis, Chet Baker, Iggy Pop, Kiss, Reed, Tina Turner, Patty Smith, Marilyn Manson, Amy Winehouse, Lady Gaga, e un'infinità d'altri, tutti terribilmente plagiati dalla mente sovrumana del mio Signore, che non riposa mai, e se lo fa, vagheggia allucinazioni, brama deliri, complotta contro l’umanità ignara che si danna, nella speranza di una concessione di vita che non potrà ottenere.

Ed anche registi, teatranti, attori famosi, come Ibsen, Schiller, Hrabal, Miller, Böll, Genet, Capote, Kantor, Mann, Williams, Bellow, Carver, Colette, Defoe, Stanislawsky, Pirandello; nonché scienziati, scettici, atei, filosofi veri e presunti che si affidano alle scienze occulte, all’alchimia, alla matematica, alla fisica dei ‘quanti’, all’etnologia, alla legislazione dei diritti umani, all’ateismo miscredente, dello stampo di Bacone, Cartesio, Tocqueville, Schopenhauer, Marx, Heidegger, Wittgenstein, Schnitzler, Sartre, Camus, Russell, Nietzsche, Cacciari, Ferraris, Pascal, Adorno, Spinoza, Focault, Bachelard, Odifreddi, Freud, Jung, Maffettone, Bodei, Rubbia, Giorello, solo per citarne alcuni tra quanti, in diverse occasioni, hanno seduto alla tavola del mio Signore.

Ma lo scetticismo svanisce come per incanto quando Egli ha a che fare con il ‘libero arbitrio’ che giammai annovera la storia, giacché plasmato dalla politica e lasciato alle esigenze di mercato, trasformato e imposto contro la consapevolezza della verità che, per volere del mio Signore, è trasformato in ordinamento sociale anti-democratico e anti-liberale. Neppure fosse la scelta imprescindibile di una qualche ‘autorità divina’ che emana disposizioni inalienabili, stabilendo ciò che pretende sia interdetto ai mortali, esercitato solo ed esclusivamente a beneficio di una ‘casta’ gerarchica che si arroga il diritto di giudicare, al di sopra di quello che invece dovrebbe essere, un diritto inalienabile concesso a ognuno.

«Maaaavruzzzz!!!!!!!!!!»

Non l’ascolto, non c’è posto per tutti, troppi in una vita, che per quanto sia grande la costruzione rischia di crollare, di rovinare pietosamente sulle nostre teste da un momento all’altro. Anche se sono convinto sia ormai giunto il momento di lasciare ad altri l’incombenza di ciò che io più non riesco a fare. Ormai non c’è più legna da ardere nel camino … ogni stanza è fredda e buia come l’anima che la abita … nascosta nei labirinti del male.

«Che strano … davvero che strano …? Medito un frastuono grande almeno quanto il crollo delle torri gemelleMa che dico, cos’è questa calma tutt’attorno? … troppa … nessun lamento sento provenire dalla stanza del mio Signore che ora vanta il silenzio dell’eterno.»

L’angelo ribelle è disceso al varo, accolto negl’inferi dei semi-dio, alla sinistra del Supremo che tiene in scacco il mondo …

«Mavruz! Mavruz!... che succede?»

Sento ripetere oltre la parete l’eco lontana della sua voce catarrosa e sprezzante, ma in realtà nessuno mi chiama. Nel buio spesso di questa oscura notte senza fine, lo sento avanzare nell’ombra, insofferente, impaziente di mettere fine al mio destino, nel tentativo di schiacciarne la mia figura nell’ombra. Mentr’io, all’apparire del suo spauracchio nero come la pece, in piedi contro la porta della stanza, respingo il suo fantasma con le mani tese, e torno a nascondere gli occhi dietro le palpebre stanche di così ingiusta luce, di così ingiusta fine. Incontenuto, aberrato, allucinato, stravolto nella mia intimità, chiedo ulteriore spazio, o, forse solo maggiore misura di tempo, per una inflazione che non mi concede più tregua alcuna. E già il tempo sfugge al quadrante, ogni strada intentata un ipotetico ‘’ ingigantito a dismisura, si leva a rincorre l’infinito irreversibile, in cerca dell’assoluto, e tuttavia senza trovarlo.

Ho sempre pensato che chi spera nella condizione umana è un pazzo, chi dispera degli eventi è un vile” (Camus). Io non mi sento né l’uno, né l’altro ma, come qualcuno ha detto, e mi piace ripeterlo, noi tutti “Siamo pionieri della globalità, ma prigionieri dei castelli feudali”. (Eco) E forse ha ragione lui se ancora oggi, al mercato delle cose, vado comprando fiori che non appassiranno, se al mercato della vita rubo incustodito seme troppe volte germogliato di speranza che più non illumina. L’io computer realizza per me la dimensione prolungata del sé, l'escapism la fuga annunciata, fissata oltre la parete. Sì, è giunto il momento, mi dico, e comunque poco convinto. Ma cos’è questo improvviso brusio, questo nuovo clangore d’armi, questa levata di scudi?

«Mavruz!, dove sei, maledetto ipocrita, non senti che buttano giù la porta?», ripete l’eco al Tempo.

Sì, lo sento, ma cosa potrà essere mai, se non il tumulto della folla che s’agita, che corre, che vuole raggiungere il mio Signore. Attraverso le fessure graffiate sulla grande porta, vedo gente che arriva da tutto il contado accorrere coi forconi, con zappe, fascine, bastoni, martelli, coltelli …

Non si ferma la ferocia umana, che già si scatena il focolaio di un’altra guerra, molte, dovunque: Corea, Afganistan, Nigeria, Costa d’Avorio, Zaire, Siria, Palestina, Egitto, Libano, Israele, e ancora Cecenia, Irlanda, Spagna, Pakistan, India, Tibet, Armenia, ma quando tutto questo finirà?

«Avanti! Avanti! Avanti!»

Ma che fanno, assaltano la nostra magione/fortezza/cattedrale, vogliono ridurla un ammasso di rovine? Che sperano di trovare, tesori, opere d’arte, calici d’oro, crocifissi tempestati di diamanti? No, vogliono i giacimenti petroliferi, i depositi di gas, l’elettricità, impossessarsi delle falde acquifere da assetare l’umanità …

«Avanti! Avanti! Avanti!»

Chi mai fermerà questa apocalittica concezione del male? - mi chiedo se io per primo, Mavruz, solo con me stesso, non mi metterò a urlare contro lo strapotere della tirannia, il sopruso della violenza, la prepotenza, la sopraffazione, l’angheria dell’ingiustizia, che il ‘diritto’ alla libertà reclama …

«Avanti! Avanti! Avanti!»

Avverto lo sprone ostinato del mio Signore, e so già che la sua caparbietà invierà appelli ancora più pressanti dai quali non potrò più difendermi, più che mai convinto che “l’angolo buio dove nascondere il viso è nel bosco della solitudine, quando si ha voglia d’assoluto”, e null’altro mi è dato oltre il silenzio del mio Signore. Io, Mavruz, solo con me stesso, non sono che il suo umile servo, il faccendiere della magione, il cane da guardia del castello, il selvatico accolto nella cattedrale, la spalla sulla scena del suo teatro, il domato compagno di giochi, lo spartiacque dei suoi pensieri, il suo confessore benevolo, colui che asseconda i suoi voleri, l’avvocato difensore che non può sottrarsi al suo incarico, lo snaturato essere dei suoi desideri, delle sue oblazioni, il capro espiatorio dei suoi offertori, l’erede della sua malvagità rimossa, abbandonata come i vestiti vecchi e corrosi che giacciono buttati sulla cassapanca. Son io, quel Catone Uticense che, malgrado tutto, lo aiuterà ad attraversare la ‘parete’ del Tempo.

«Ma non potrei fare diversamente. L’essere cresciuto in cattività non fa diventare una persona cattiva e io fondamentalmente non lo sono

Bisogna esserlo dentro, nel profondo. So già che stragrande scoppierà domani, la ribellione del vinto, quando dall’alto degli spalti s’udranno altri squilli di tromba, quando altri guerrieri, bardati di bronzee corazze e di scudi, prenderanno nuovamente d’assalto il ‘castello’ del mio Signore per una disfatta al tempo che non sarà più la mia. E già è tutto un levarsi di spade, di scudi, di vessilli al vento …

«Avanti! Avanti! Avanti!»

«Uccidiamolo! A morte! Bruciamo tutto! Al fuoco! Al rogo!», urlano gli invasati accorsi.

Sbavano dalla bocca nello sfogo, che non dalla ragione deriva la loro rabbia insana, bensì dall’accidia, dall’invidia, dall’avidità che sollecita il potere. Non c’è ragione che tenga quando si arriva a codesta bassezza.

«Avanti! Avanti! Avanti!»

«Bruciatelo, al rogo! Al rogo!»

Non intendo fermarli e non li fermerò. A nulla servono più le parole quando impazzano i facinorosi, i faziosi del male, gli agitatori violenti, mentre le fascine si assiepano a ridosso delle mura. Basta poco, una lingua di fuoco sfuggita al controllo del camino per incendiare tutto, dalla carta dei libri ingiallita dal tempo, ai fogli abbandonati sul pavimento, dagli schizzi e i bozzetti dei molti progetti architettonici, alle pile di vinile e le pellicole cinematografiche che più alimentano le fiamme. E già avvampano i quadri degli antenati illustri alle pareti, le tende e gli arazzi, i mobili e i tappeti inesistenti, gli arredi; si scioglie la ceralacca delle bolle, il sego delle candele, le maschere e i burattini, i giochi e i passatempo di quand’ero bambino, l’almanacco, le immagini riflesse della Piazza Universale …

Bruciano d’intorno i campi riarsi, i panni stesi, il fienile, le distanti case del contado, la rimessa dei cavalli, e i boschi di giovani betulle che risalgono la collina, ancorché tutto s’avvampa e brucia nel falò delle vanità, fino a consumarsi in cenere. Nelle valli è tutto un fuggire in qua e in là senza direzione, a decine, a centinaia, a migliaia cadono i felloni, i contadini, i palafrenieri, i cavalieri, le guardie, i servitori, i cortigiani, gli eremiti, i preti. Tonfo dopo tonfo cadono le statue equestri dei grandi condottieri, i muri della grande magione, gli archi romanici di sostegno, le torri e le mura del castello feudale, i contrafforti, le ogive gotiche, le cuspidi e le statue della cattedrale, le impalcature del gran teatro del mondo.

«Mavruz, sento uno spiraglio d’aria gelida», dice il mio Signore, ravvolto nella tovaglia bianca di fiandra inzuppata di rosso sangue con la quale, levandosi si è avvolto per venirmi incontro.

«Per ripararmi dal freddo … ho paura!», dice, sapendo che non ha bisogno di mentire, non con me.

Sparge la morte al mio Signor nel viso / tra squallidi pallori / pietosissimi orrori, / poi lo rimira e ne divien pietosa; / geme, sospira, e più ferir non osa. / Ei che temer la mira, / inchina il capo, / asconde il viso , e spira …” (C. Gesualdo).

«Io non ho paura!», dico . . .


«Mavruz, ti invito ad aprire la porta», è la voce gentile del Padre Priore che me lo chiede.

Io sono Mavruz, solo con me stesso, che adesso mi accingo ad aprire la porta sbarrata dei miei inganni, e lascerò entrare la luce su questo mondo estremo, abbandonato da Dio.

«Sicuro che lo farò!» dico, mentre mi accingo lentamente a farlo.

Apro.

«Da bravo Mavruz, è appena tornato l’ospite che aspettavamo, il reverendo Bergson della contea di Bedford, per pranzare e pregare con noi.»

«Pregare con noi dici, ma è ammattito? Deve cacciarlo immediatamente! Non si fidi di lui … è uomo immondo», mi rammenta nell’orecchio la voce sommessa del mio Signore.

«Vieni Mavruz, siamo attesi nel refettorio dove già sono raccolti gli altri confratelli.»

«Non ascoltarlo Mavruz, tu appartieni agli angeli ribelli …»

«Reverendo Bergson è il benvenuto, ma la prego si accomodi, divida questo misero desco con noi

«Volentieri» risponde levando gli occhi al cielo.

«Dopo la cena e la preghiera di ringraziamento, come al solito il diacono Mavruz l’accompagnerà nella sua cella, dove ritirarvi in fede, e le mostrerà i suoi disegni architettonici per il restauro della nuova cattedrale. Vedrà che magnificenza, vero Mavruz?»

«Oh, sì, certamente Padre Priore

Rispondo, mentre avverto improvviso un senso di colpa per la mia cronica incapacità di vivere nel rispetto degli altrui desideri, fosse pure di correre consapevolmente qualche rischio. Da tempo ormai le mie notti sono affollate di sogni infecondi, di situazioni già viste e vissute, di persone e di avvenimenti di cui ho solo una vaga consapevolezza. Spezzoni esistenziali, coacervo di sentimenti ed emozioni riposti in una sorta di soffitta catodica dove cerco costantemente di entrare, o forse da utilizzare come via di fuga dalla realtà, e che al mattino si dissolvono in sussurri indistinti e ombre destinate a vagare nella mia mente.

Ammetto che la sensazione di vuoto che si accompagna all’euforia di certi momenti, non mi ripaga del dolore provato dai trionfi di quando tutto sembra determinato e definitivo. Ogni accadimento mi lascia una sorta di spossatezza che mi annienta. Come un’apatia che soggiace al disincanto, alla disillusione che mi prende e mi scaraventa lontano, in un mondo ‘altro’, infinito ed estremo, indistinto nel tempo. Poi, avviene il salto nel buio. No, forse più nel pieno di luce che rende il tutto indistinguibile come estraneo a me stesso …

«Abbaglio o visione Mavruz?», chiede affatto sorpreso il reverendo Bergson quasi legga nel mio pensiero, con la precisa sensazione ch’io sia altrove, perso in un luogo indefinibile e improbabile, se pure in qualche angolo riposto della mia coscienza, o meglio della mia anima buia.

«Sì, certo, dov’altro, se non solo con me stesso? »

«Maaavruz!, Maaavruz!», esclama irato il mio Signore, e la sua voce mi rimbomba nella testa.

«Mavruz che c’è, non si sente bene?», chiede il reverendo Bergson, vedendomi sbiancare all’improvviso.

I novizi raccolti nel refettorio levano gli sguardi inorriditi verso di lui che alzatosi in piedi di scatto, agguanta la mia testa e la stringe col suo braccio possente mentre con l’altra mano mi forza la mascella fino a cacciarmi fuori la lingua e un grido di dolore.

«È viola!»

Esclama, sì da farsi udire dai commensali presenti, e quando un getto di sangue torbido mi esce di bocca e gli imbratta la tonaca, inizia a recitare i versi misteriosi dell’esorcismo più nero:


Exorcizo te, immundissime spiritus, omne phantasma, omnis legio..

«Finis nusquam..»





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